Gli oltre 228.000 in Cig nel Nord Ovest nel 2020 hanno perso quasi un miliardo

Quasi un miliardo di euro: è la somma che manca agli oltre 228.000 dipendenti di imprese delle tre regioni del Nord Ovest che, nel 2020, sono stati in cassa integrazione a causa del Covid-19. Dati che emergono da un’analisi condotta dal Servizio Lavoro, Coesione e Territorio della Uil, che ha elaborato i dati Inps delle ore autorizzate di cig. In particolare, i 181.830 cassintegrati del Piemonte hanno perso una retribuzione netta complessivamente di 745,574 milioni netti, mentre è stata di 174,939 milioni quella dei 44.664 cassintegrati della Liguria e di 16,770 milioni quella dei 4.090 della Valle d'Aosta.
Fra l'altro, la perdita di retribuzione netta dei cassintegrati in Piemonte è risultata la quarta maggiore in Italia, inferiore soltanto a quelle di Lombardia (2,2 miliardi), Veneto (964 milioni) ed Emilia-Romagna (840 milioni).
A livello nazionale, ammonta a 8,7 miliardi, al netto dell’Irpef nazionale e delle addizionali regionali e comunali, la cifra venuta a mancare, l'anno scorso, nelle tasche dei dipendenti che, a causa della pandemia, sono stati in cassa integrazione. Tra riduzione dello stipendio e mancati ratei di tredicesima e quattordicesima - spiega Ivana Veronese, Segretaria confederale Uil - in due mesi le buste paga si sono alleggerite mediamente dal 9,6% al 39%, a seconda delle ore di cassa integrazione.
A fronte di circa 4,3 miliardi di ore di cassa integrazione autorizzate nell’anno 2020, numeri mai raggiunti in precedenza, i sette milioni di beneficiari hanno perso, mediamente, 1.243 euro netti pro-capite annui. Dalla simulazione della Uil, infatti, un dipendente in cassa integrazione per tre mesi a zero ore (con un reddito lordo annuo 20.980), tra riduzione dello stipendio e mancati ratei di tredicesima e quattordicesima, perderebbe 1.611 euro netti annui; con sei mesi di cassa integrazione, lo stesso dipendente subirebbe una riduzione pari a 3.229 euro netti annui, mentre con nove mesi di cassa integrazione la riduzione ammonterebbe a 4.898 euro netti annui; infine, con dodici mesi la riduzione sarebbe pari a 6.611 euro annui.
“Pertanto, nella riforma più complessiva degli ammortizzatori sociali - sottolinea Ivana Veronese - che si sta discutendo in questo momento, oltre che della necessità di velocizzare e semplificare le procedure, occorre tenere ben presente il tema della revisione dei tetti massimi del sussidio della cassa integrazione e della loro rivalutazione, fissati oggi per Legge, a 998,18 euro lordi mensili per retribuzioni inferiori o pari a 2.159,48 e a 1.199,72 per retribuzioni superiori a 2.159,48 euro”.
Per la Uil, oltre all’innalzamento dei massimali la rivalutazione dei sussidi dovrebbe essere ancorata agli aumenti contrattuali e non soltanto al tasso di inflazione annua che, negli ultimi anni, ha registrato indici molto vicini allo zero.

Prometeia: cosa succederà alle banche tendenze e prospettive di crediti e risparmi

 Quello che all’inizio del lockdown sembrava uno stop temporaneo ha pesantemente modificato i comportamenti di tutti noi, come cittadini e come attori nel panorama finanziario, evidenziando forti elementi di rottura anche per il settore bancario. Esordisce così l'analisi di Prometeia, autorevole e prestigiosa società di consulenza, ricerca economica e sviluppo software sulle principali evidenze emerse nel 2020 nel sistema bancario.
A partire da marzo 2020, dopo più di un anno di contrazione, il credito alle imprese è tornato a salire proprio mentre la recessione iniziava a manifestarsi. Alla fine dell’anno è aumentato dell’8.5% (pari a +62,5 miliardi di euro rispetto al 2019), incremento che non si vedeva da fine 2008 e superiore alla media europea di quasi un punto e mezzo percentuale. L’exploit è stato trainato esclusivamente dai crediti a medio-lungo termine, in particolare oltre i cinque anni, che hanno beneficiato dei meccanismi di moratoria e della garanzia pubblica concessa dal Fondo Centrale di Garanzia e Sace. A fine anno, i crediti in moratoria erano superiori ai 190 miliardi di euro, di cui 140 riferiti alle imprese e i prestiti garantiti hanno quasi sfiorato i 150 miliardi. I meccanismi di moratoria, ex lege e introdotti dai singoli operatori e dalle associazioni di categoria, sono stati meno determinanti per i crediti alle famiglie (+2.3% nel 2020).
Nonostante le iniziali attese di arresto delle erogazioni, a fine anno sono aumentati i mutui per acquisto abitazioni e soprattutto i “prestiti per altri scopi” hanno spinto la crescita. In questa categoria rientrano anche i crediti alle famiglie produttrici, probabilmente le principali beneficiarie della garanzia pubblica al 100% sui prestiti fino a 30mila euro, che hanno raggiunto i 20.5 miliardi. Si è invece ridotto il credito al consumo, in misura impensabile anche solo a inizio anno: l’impatto della pandemia sui consumi delle famiglie non poteva non riflettersi anche in un forte calo delle erogazioni.
Le misure di sostegno ai redditi e al credito hanno finora contenuto l’esplosione dei crediti deteriorati sui bilanci delle banche. Nella seconda parte del 2020 il tasso di deterioramento dei crediti a famiglie e imprese si è addirittura ridotto rispetto ai valori di fine 2019 e, sotto la spinta delle cessioni al mercato, anche l’Npl ratio del settore è sceso ulteriormente portandosi al 7.5% (dal 9% del 2019). Questo anche perché la qualità del portafoglio crediti è decisamente migliorata rispetto alle due recessioni passate, grazie al processo di ristrutturazione delle imprese e alla selezione operata dalle banche che, negli ultimi anni, ha prodotto “coorti di prenditori” con merito creditizio più elevato.
Nel 2020, il rafforzamento patrimoniale del settore bancario è proseguito grazie anche alla ritenzione degli utili e ad alcune modifiche regolamentari. La flessibilità presente nelle norme contabili e prudenziali esistenti e l’allentamento dei requisiti di capitale e di liquidità hanno invece permesso di mitigare il rischio di credito, riducendo così la probabilità di dover limitare l’erogazione di credito. Nella seconda parte dell’anno, le raccomandazioni sui dividendi da parte della Bce (a luglio e a dicembre) sono andate di pari passo con le misure legislative a sostegno del credito, contribuendo ad un ulteriore rafforzamento patrimoniale.
Anche la propensione al risparmio delle famiglie segna un record nel 2020, aumentando al 18% nel secondo trimestre, ben oltre quanto registrato durante le precedenti fasi recessive e come non si vedeva dagli anni ‘90. E con la forte avversione al rischio scatenata dall’incertezza economica e sanitaria è aumentata anche la preferenza per la liquidità di famiglie e imprese, che hanno riversato, a scopo precauzionale, sui conti bancari gran parte del risparmio e della liquidità ottenuta dalle banche. A fine 2020, i depositi dei residenti hanno così segnato un nuovo record, crescendo dell’11.1% rispetto a dicembre 2019. L’incertezza mette in stand-by gli investimenti e spinge a rimandare la spesa delle famiglie: i depositi delle famiglie sono cresciuti del 7.1% e quelli delle imprese del 27.5%, con un incremento di ben 84.5 miliardi, anche superiore a quello del credito ricevuto (+62.5 miliardi).
Il costo dei depositi, peraltro, non è mai stato così basso da fine 2017, il che sta permettendo di contrastare, almeno in parte, la riduzione dei tassi attivi. Il tasso di interesse sui depositi con durata prestabilita a fine anno è fermo a 0,57%, quello sui conti correnti a 0,03%. Da novembre 2020, poi, il tasso di interesse sui conti correnti delle imprese per la media dei Paesi europei entra per la prima volta in territorio negativo (-0.01%). Tuttavia la maggiore preferenza per la liquidità e l’avversione al rischio delle famiglie hanno penalizzato i ricavi da gestione del risparmio. Gli interventi di politica monetaria, potenziati nel corso dell’anno, contribuiscono a contenere il costo del funding bancario, a ridurre lo spread e a sostenere la redditività. Complessivamente, gli interventi sui fondi a medio e lungo termine assicurano ampia liquidità al sistema bancario, rendendo così meno necessarie politiche di raccolta a medio-lungo termine più costose e favorendo il margine d’interesse. Questo anche direttamente grazie al tasso d’interesse negativo riconosciuto agli operatori che rispettano il target di crescita del credito erogato. Tra il 2020 e il 2023 il beneficio diretto complessivo sul margine d’interesse del settore sarà di circa 10 miliardi di euro, perlopiù concentrati nel 2021 e 2022.
Cosa aspettarci quindi nei prossimi mesi?
Prometeia risponde: di certo l’aumento dei crediti deteriorati penalizzerà i bilanci delle banche allo scadere delle misure di sostegno, che. rispetto a quanto accaduto nelle crisi precedenti, stanno allungando il ritardo tipico nell’emersione degli Npl. Per quanto noto oggi, le misure su moratorie e meccanismi di garanzia saranno attive fino al 30 giugno 2021: i flussi di crediti deteriorati aumenteranno dunque dalla metà del 2021, anche se saranno inferiori a quelli delle due crisi precedenti. Gli accantonamenti che ne derivano peseranno, quindi, su una redditività di settore, già modesta. E questo nonostante attese di ripresa dei ricavi da gestione e intermediazione del risparmio, visto che la maggiore liquidità nei portafogli delle famiglie andrà incanalata in prodotti gestiti.
Con la terza ondata del virus ormai in corso e i ritardi nella campagna vaccinale, l’incertezza sui tempi di ritorno alla tanto attesa “nuova normalità” resta alta. Le misure introdotte a sostegno dei redditi e del credito potrebbero quindi essere prorogate, nella cornice di misure europee sugli aiuti di Stato che già a fine gennaio sono state prolungate a fine 2021. Gli effetti della maggiore rischiosità del credito sui bilanci delle banche potrebbero quindi slittare ancora, al 2022.

Il 37% quest'anno farà meno vacanze

Anche quest’anno, le vacanze di Pasqua rimarranno una chimera. La ripresa molto intensa della circolazione del virus e una campagna di vaccinazione ancora lenta, bloccano partenze e progetti di vacanza. Rassegnazione e realismo dunque sono le due componenti che emergono con chiarezza dallindagine realizzata a fine febbraio da SWG per conto di Confturismo.
Il 43% degli intervistati avrebbe voluto fare, a Pasqua, una seppur breve vacanza, anche se non si sarebbe mosso dalla propria regione o, al massimo, sarebbe andato in una regione confinante, pernottando uno o due giorni, prevalentemente in case di proprietà, in affitto o di amici e parenti.
Non solo: il 37% degli intervistati dichiara che quest’anno farà meno vacanze dell’anno scorso, annus horribilis per il turismo e la data più probabile della prossima partenza viene identificata a giugno per un primo week end, a luglio per uno short break di 2-3 giorni e ad agosto per una vacanza di almeno sette giorni.
Commentando i dati dell’indagine, i presidente di Confturismo, Luca Patanè, ha sottolineato che “dopo oltre un anno di fermo macchina, la ripartenza del turismo – che si allontana di mese in mese – dovrà essere sostenuta e accompagnata a lungo con misure specifiche su credito, fiscalità, lavoro, e con una programmazione adeguata. Il nuovo ministero del Turismo è un grande segnale; ma tre mesi per renderlo totalmente operativo sono impensabili, soprattutto ora che il Governo sta intervenendo sul Pnrr, che al settore dedica attenzione a dire poco marginale.

Il patrimonio edilizio scolastico infrastruttura di sviluppo per le città

 Il patrimonio edilizio scolastico come infrastruttura di sviluppo per le città” è il tema del sesto incontro del ciclo “Le città del futuro”, in programma alle 18 del 10 marzo e organizzato dalla Fondazione Collegio Carlo Alberto, in collaborazione con Fondazione Agnelli e Fondazione Circolo dei lettori di Torino. L’edilizia e le infrastrutture scolastiche rappresentano un aspetto prioritario della pianificazione delle aree urbane del futuro, reso ancor più urgente e complesso dall’emergenza sanitaria e dalla conseguente necessità di affrontare importanti investimenti strategici per la scuola. Come costruire un ordine di priorità di intervento? Su quali idee puntare e come allocare risorse per implementarle? È possibile pensare le scuole come centri di aggregazione oltre che come luoghi d’istruzione?
Dopo i saluti di apertura di Patrizio Bianchi, ministro dell’Istruzione, ne discutono Laura Galimberti, assessore del Comune di Milano all’Educazione e all’Istruzione, Comune; Andrea Gavosto, direttore Fondazione Agnelli; Francesco Profumo, presidente Fondazione Compagnia di San Paolo; Matteo Robiglio, professore ordinario del Politecnico di Torino in Progettazione architettonica e urbana, Politecnico di Torino; Tommaso Sabato, direttore Cdp Infrastrutture e Pubblica Amministrazione. Modera: Paola Pierottigiornalista.

Piazza Affari: 17 quotate del Nord Ovest hanno battuto l'Orso della settimana

L'ultima settimana borsistica è finita negativamente, con l'indice Ftse Mib tornato sotto i 23.000 punti (per la precisione a 22.966), in seguito al calo dello 0,55%. Ma non per 17 delle 42 quotate che, convenzionalmente, fanno riferimento al Nord Ovest, prima fra tutte la Centrale del Latte d'Italia che oggi, 5 marzo, ha fatto registrare il maggior rialzo di tutta Piazza Affari. Ha chiuso, infatti, con l'incremento del 7,23% a 2,67 euro, il suo prezzo più alto dalla fine di maggio del 2019. Fra quelle che hanno terminato la settimana con un valore delle rispettive azioni superiore a sette giorni prima spiccano le blue chip Buzzi Unicem (21,37 euro, a fronte dei 20,95 di venerdì 26 febbraio), Exor (67,44 euro rispetto ai 64,50 precedenti), Intesa Sanpaolo (2,1945 euro dai 2,134 del 26 febbraio) Italgas (4,922 euro dai 4,882) e Stellantis (13,682 euro dai 13,434).
Le altre quotate del Nord Ovest che hanno evidenziato rialzi rispetto a sette giorni prima sono Autogrill (a 6,275 euro da 5,35), Bim (0,0478 da 0,0466), Eviso (2,31 da 2,28), Fidia (2,90 da 2,66), Fos (2,865 da 2,83), Guala Closures (8,26 da 8,25), Matica Fintec (1,296 da 1,28), Orsero (6,48 da 6,44), Prima Industrie (16,12 da 15,60), Rcs MediaGroup (0,62 da 0,601) e Sogefi (1,31 da 1,296).
Con lo stesso prezzo del venerdì precedente hanno concluso le negoziazioni della settimana Cover50 (6,90 euro), Ediliziacrobatica (5,64), Iren (2,054) e Pattern (4,55).
Tra le principali quotate del Nord Ovest che hanno evidenziato un confronto invece negativo rispetto a sette giorni prima spiccano le blue chip Cnh Industrial (il prezzo è sceso da 12,24 a 12,235 euro), Diasorin (da 162,40 a 162), Ferrari (da 161,5 a 154,70), oltre che Astm (da 25,40 a 25,36), Erg (da 23,72 a 22,90), Juventus (da 0,828 a 0,819), Reply (da 96,10 a 92,50) e Tinexta (da 20,60 a 19,48).

Confesercenti: in Piemonte quest'anno potrebbero chiudere 18.000 imprese

Una perdita media di 120mila euro (per un totale di oltre cinque miliardi) a fronte di poco più di tremila euro ricevuti come ristori: una differenza abissale che spiega lo stato di profonda prostrazione in cui si trovano le imprese piemontesi del commercio e del turismo, a un anno dall’inizio della pandemia. C’è anche questo nel dossier elaborato dall’ufficio studi di Confesercenti Torino.
Si tratta di medie - dice Giancarlo Banchieri, presidente di Confesercenti Torino - ed è necessario quindi approfondire i numeri dei singoli settori, perché non per tutti la situazione è così drammatica. Tuttavia, esse danno il senso dello tsunami che si è abbattuto sulle nostre imprese. Di fronte a ciò, la sensibilità delle istituzioni ci pare ancora gravemente insufficiente. Il governo si appresta a varare il ‘Dl Sostegni’. Un decreto atteso con ansia dalle imprese e che deve essere l’occasione per superare le criticità riscontrate nei precedenti ‘ristori’. La bozza attualmente circolante però, se confermata, rappresenterebbe un’ulteriore beffa per molte imprese. Troviamo inaccettabile il colpo di spugna sulle perdite subite dalle imprese nel 2020 e mai ristorate”.
Eppure i numeri sono chiari e si spiegano - prima di tutto - con una diminuzione dei consumi dei piemontesi per oltre 10 miliardi, causata, in primo luogo, dalle restrizioni alle attività e al movimento delle persone attuate per contenere la diffusione del virus, dal lockdown alla classificazione per zone e fasce di rischio: in Piemonte per i soli pubblici esercizi sono stati 119 i giorni di chiusura totale.
Secondo Confesercenti Torino, nel 2021 potrebbe chiudere in Piemonte circa 18mila imprese del commercio, del turismo e dei servizi, con circa 50mila addetti (fra titolari e dipendenti): alberghi e pubblici esercizi, altre attività turistiche, alcuni comparti del commercio al dettaglio, inclusi gli ambulanti, dell’ingrosso, le agenzie immobiliari, i servizi alla persona come parrucchieri, centri estetici, il comparto del tempo libero, intrattenimento e della cultura. L’impatto della crisi potrebbe essere particolarmente forte per bar e ristoranti (-3.500 a fine 2021) e del abbigliamento (-900).
La ripresa dipende fortemente dalla normalizzazione della spesa delle famiglie e dall’entità delle restrizioni che verranno applicate alle attività economiche. Fondamentale, quindi, sarà l’esito della campagna vaccinale: se il rafforzamento annunciato dal nuovo esecutivo dovesse avere successo, il trend potrebbe essere invertito rapidamente. In particolare, secondo le stime elaborate da Confesercenti, sarebbero finalmente possibili stabili recuperi di attività: in Piemonte nel 2021, tra aprile e dicembre, il Pil potrebbe aumentare di oltre 1,5 miliardi e i consumi crescere di circa un miliardo.

Pubblica amministrazione, i suoi sprechi costano il doppio dell'evasione fiscale

L’evasione fiscale e contributiva nel nostro Paese - pari a circa 110 miliardi di euro all’anno. secondo i dati del ministero dell’Economia e delle Finanze - ammonta a poco più della metà degli sprechi, degli sperperi e delle inefficienze causate dal cattiva gestione della nostra Pubblica Amministrazione (Pa), stimata in oltre 200 miliardi di euro all’anno dall'Ufficio studi della Cgia, l'associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre. “Pertanto, nel rapporto dare/avere tra lo Stato e il contribuente italiano, a pagare il prezzo più elevato sarebbe quest’ultimo” provoca la Cgia, ammettendo subito, però che nessuno può sostenere che l’evasione fiscale sia giustificabile perché la nostra Pubblica Amministrazione presenta un livello di efficienza relativamente basso.
“Se tutti pagassero il dovuto, avremmo più risorse per far funzionare meglio la macchina pubblica, garantendo così un livello superiore di giustizia sociale e di civiltà. Ma è altrettanto vero – aggiunge la Cgia - che se avessimo una Pa con un livello di produttività e tempi di risposta a cittadini/imprese in linea con la media europea, probabilmente avremmo anche meno evasione, perché chi non paga sarebbe messo nelle condizioni di farlo. Coloro che frodano il fisco, pertanto, vanno perseguiti e condannati, senza se e senza ma, ovunque essi si nascondano; non va però dimenticato – e succede invece frequentemente nell’opinione pubblica - che la nostra macchina statale funziona mediamente poco e male e - come ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco - costituisce uno dei principali ostacoli alla crescita economica del nostro Paese”.
Se, infatti, fossimo in grado con un colpo di bacchetta magica di eliminare una buona parte degli sprechi e degli sperperi che si annida all’interno della Pa, probabilmente la spesa pubblica italiana costerebbe molto meno e, conseguentemente, il livello della pressione tributaria sarebbe più contenuto, avvantaggiando proprio coloro che le tasse le versano tutte, fino all’ultimo centesimo. Non solo. E’ opinione molto diffusa che la fedeltà fiscale di un Paese sia inversamente proporzionale anche al livello di tassazione a cui sono sottoposti i propri contribuenti. Pertanto, con un carico fiscale più contenuto, anche a seguito di una spesa pubblica inferiore, probabilmente la dimensione dell’evasione sarebbe nettamente al di sotto dei 110 miliardi di euro stimati. L’efficienza della nostra spesa pubblica è un problema che ci trasciniamo da tempo immemorabile e rischia di esserlo anche nei prossimi sei anni, quando in Italia saranno investite molte risorse pubbliche. Dei 210 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione Europea, 145 serviranno per realizzare gli investimenti aggiuntivi che, nel 2026, garantiranno, secondo il Governo, tre punti percentuali aggiuntivi di Pil. Ebbene, a fronte di questi 145 miliardi, il valore aggiunto del nostro Paese sarà, al termine dell’operazione, superiore di 55 miliardi di euro. Una cifra importante che condizionerà il futuro del nostro Paese.
Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che al netto degli interessi sul debito, la nostra spesa pubblica l’anno scorso è stata di poco inferiore a 900 miliardi di euro e, per oltre il 90%, è di natura corrente (stipendi, pensioni, acquisti, funzionamento struttura, etc.).
Dalla Cgia tengono comunque a precisare che sarebbe scorretto generalizzare e non riconoscere, ad esempio, i livelli di eccellenza che caratterizzano molti settori della nostra Pa. Come, ad esempio, la sanità, (in particolar modo nelle regioni centro-settentrionali), il settore delle telecomunicazioni, il livello di insegnamento e di professionalità presenti in molte Università/enti di ricerca e la qualità del lavoro effettuato dalle forze dell’ordine.
Detto ciò, l’Ufficio studi della Cgia ha raccolto i risultati di una serie di elaborazioni sulle inefficienze, gli sprechi e la cattiva gestione che a vario titolo caratterizzano la nostra Pubblica Amministrazione. In sintesi si evidenzia che: il costo annuo sostenuto dalle imprese per la gestione dei rapporti con la Pa (burocrazia) è pari a 57 miliardi; i debiti commerciali della Pa nei confronti dei propri fornitori ammontano a 53 miliardi; il deficit logistico-infrastrutturale penalizza il nostro sistema economico per un importo di 40 miliardi; se la giustizia civile italiana avesse gli stessi tempi di quella tedesca, il guadagno in termini di Pil sarebbe di 40 miliardi all’anno; sono 24 i miliardi di spesa pubblica in eccesso che non ci consentono di abbassare la nostra pressione fiscale rispetto alla media Ue; gli sprechi e la corruzione presenti nella sanità costano alla collettività 21,5 miliardi di ogni anno; gli sprechi e le inefficienze nel settore del trasporto pubblico locale ammontano a 12,5 miliardi all’anno (i costi di questi disservizi in capo alla nostra Pa sono tratti da fonti diverse, per cui non si possono sommare, anche perché in molti casi le aree di influenza di queste analisi si sovrappongono; tuttavia, queste avvertenze non pregiudicano la correttezza della riflessione che l’ammontare dell’evasione fiscale sia molto inferiore agli effetti negativi generati dal cattivo funzionamento della nostra Pa).

Intesa Sanpaolo ora lancia "Motore Italia" per finanziare le pmi con altri 50 miliardi

Intesa Sanpaolo ha presentato “Motore Italia”, il nuovo programma strategico di finanziamenti e iniziative per consentire alle piccole e medie imprese italiane di superare la fase di difficoltà causata dalla crisi pandemica e rilanciarsi attraverso nuovi progetti di sviluppo e crescita. Il piano mette a disposizione 50 miliardi di euro di nuovo credito a favore di iniziative per la liquidità e investimenti nella transizione sostenibile e digitale.
Anticipando i bisogni di liquidità e supporto in vista delle prossime scadenze delle misure governative, la misura fondamentale del programma stabilisce nuove soluzioni di allungamento della durata dei finanziamenti in essere, ampliando le iniziative di sostegno alla liquidità già messe in atto nel corso del 2020. Sono previsti, inoltre ulteriori interventi per preparare le pmi al rilancio economico e al recupero di competitività attraverso investimenti per la transizione digitale e sostenibile, in linea con i futuri obiettivi del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (Recovery Plan).
Il programma “Motore Italia” di Intesa Sanpaolo si compone di cinque linee di intervento, calibrate sulle direttrici strategiche della crescita del Paese che, complessivamente, potranno innescare nuove erogazioni di credito per oltre 50 miliardi di euro, grazie anche al supporto delle risorse rese disponibili attraverso il Fondo Centrale di Garanzia e Sace: 1. Liquidità ed estensione dei finanziamenti; 2. Investimenti per la transizione tecnologica; 3. Investimenti per la transizione sostenibile; 4. Finanza strutturata e straordinaria; 5. Soluzioni non finanziarie e partnership qualificate. Per agevolare al massimo il coinvolgimento delle imprese potenzialmente interessate ai contenuti di ‘Motore Italia’, Intesa Sanpaolo avvierà, nei prossimi giorni, un roadshow territoriale che punta a condividere proprio con le pmi i contenuti delle operazioni proposte.
“A distanza di un anno dalle prime misure intraprese per la tenuta dell’economia, Intesa Sanpaolo si conferma fedele alleato delle pmi adottando con tempestività, in questa fase ancora critica, la misura più idonea e indispensabile per offrire loro maggiore tranquillità finanziaria: l’estensione della durata dei finanziamenti in essere. Da un lato si allunga così l’orizzonte di rientro del debito, dall’altro si consente alle aziende di pianificare investimenti che siamo pronti a sostenere con nuovo credito per 50 miliardi di euro” ha dichiarato Stefano Barrese, responsabile Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo.
“Dall’inizio della pandemia abbiamo fronteggiato le emergenze con iniziative ed erogazioni della Banca dei Territori per le mi pari a 45 miliardi di euro nel 2020” – ha aggiunto Barrese - “sostenendo la gestione degli impegni finanziari di breve termine, finanziando la liquidità e intervenendo con la sospensione delle rate e con specifici interventi sui settori più colpiti. Ora è il momento di fare un passo in più per accelerare insieme il rilancio, con un impegno orientato a un futuro sostenibile dal punto di vista economico, ambientale, sociale. Solo investendo sulla crescita e sulla transizione digitale e sostenibile saremo in grado di recuperare tempestivamente la nostra competitività sul mercato interno ed estero”.

In Piemonte chiuse 6.000 imprese "rosa"

A fine dicembre 2020 le imprese femminili con sede in Piemonte ammontavano a 95.879 unità, in diminuzione rispetto alle 96.591 di fine 2019. Le aziende “rosa” rappresentano comunque una fetta importante del sistema produttivo regionale, rappresentando il 22,5% delle imprese registrate in Piemonte. Operano prevalentemente nei settori del commercio, dell’agricoltura e dei servizi alla persona, nel 11,4% dei casi sono guidate da straniere, il 10,8% è amministrato da giovani imprenditrici.
Nel 2020, il Registro imprese delle Camere di commercio piemontesi ha registrato la nascita di 5.339 imprese femminili, a fronte delle 6.065 che hanno, invece, cessato la propria attività (al netto delle cancellazioni d’ufficio): il saldo tra i due flussi è risultato, dunque, negativo per 726 unità. Sebbene il saldo percentuale (-0,8%) sia peggiore rispetto a quello del sistema imprenditoriale valutato nel suo complesso (-0,23%), l’imprenditoria femminile piemontese manifesta una maggiore vivacità, sia in termini di natalità (tasso del 5,5%, a fronte del 4,9% del totale delle imprese), che di mortalità (tasso del 6,3%, contro un 5,1%). La dinamica mostrata dalla componente femminile del tessuto imprenditoriale piemontese appare, inoltre, in controtendenza rispetto a quanto osservato a livello complessivo nazionale (+0,1%).
“L’imprenditoria femminile riveste un ruolo fondamentale nell’economia regionale, mostrando una tenacia che sorprende da anni” commenta Gian Paolo Coscia, presidente Unioncamere Piemonte, ricordando che il sistema camerale dedica un’attenzione particolare alle imprenditrici. Fra l'altro, presso le Camere di commercio piemontesi sono costituiti i Cif, Comitati provinciali per la promozione dell’imprenditoria femminile, che, in collaborazione con enti pubblici e privati, si occupano di sviluppo e qualificazione della presenza delle donne nel mondo dell’imprenditoria, promuovendo azioni per il miglioramento dell’accesso al credito per le imprese femminili, attività di formazione e indagini conoscitive per analizzare le dinamiche che caratterizzano il legame donna-impresa.
Circa un quarto delle imprese piemontesi guidate da donne svolge la propria attività nel commercio, seguito dalle attività dell’agricoltura (13,6%) e dalle attività dei servizi alle persone (12,%). Quote significative di imprese femminili operano, inoltre, nelle attività dei servizi di alloggio e ristorazione (10%) e in quelle immobiliari (7,8%). Valutando l’incidenza delle imprese femminili sul totale delle registrate per settore, si segnala l’importante specializzazione femminile delle altre attività dei servizi (oltre il 58,1% è amministrato da donne), delle attività di alloggio e ristorazione e di noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (in entrambi i comparti oltre tre imprese su dieci sono femminili).
L'anno scorso, le imprese femminili hanno subito una consistente contrazione nel comparto agricolo (-2,5%), nel commercio (-2,1%) e un calo più contenuto nell’industria manifatturiera (-1,1%). Stabile l’andamento delle altre attività di servizi (+0,4%) e del turismo (+0,5%). In lieve crescita il dato delle attività immobiliari (+0,7%) del Noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (+1,%). Il ritmo espansivo assume maggior intensità nel comparto delle costruzioni (+2,1%), nelle attività professionali scientifiche e tecniche (+2,2%) e soprattutto nelle attività finanziarie e assicurative (+5,1%).
L’analisi territoriale rivela come la componente femminile assuma una rilevanza maggiore nei sistemi imprenditoriali di Alessandria (23,3%) e Asti (23,0%). A Novara e Verbania le imprese femminili rappresentano il 22,9% delle imprese provinciali, mentre a Cuneo e Vercelli l’incidenza delle imprese “in rosa” si attesta al 22,6%. A Torino (22,3%) e Biella (20,6%), infine, si rileva una presenza femminile inferiore alla media regionale. Quanto alla dinamica esibita nel corso del 2020, si evidenziano variazioni negative per tutte le province. I dati più critici riguardano Vercelli (-2,1%), seguita da Alessandria, Cuneo e Verbania, tutte e tre con un tasso del -1,3%. Biella segna un calo del 1,1%. Orientato alla stazionarietà appare, invece, il risultato delle imprese in rosa di Asti (-0,5%), Novara (- 0,5%) e Torino (-0,4%).

Ravà abbandona il cda EdiliziAcrobatica

Il genovese Paolo Ravà si è dimesso da consigliere di amministrazione di EdiliziAcrobatica, società specializzata in lavori di edilizia in doppia fune di sicurezza, quali manutenzioni e ristrutturazioni di palazzi e altre strutture architettoniche, quotata sul segmento Aim Italia di Borsa Italiana. Paolo Ravà ha lasciato il cda di Ediliziacrobatica, per ragioni professionali connesse all’assunzione dell’incarico di vice presidente di Banca Carige.

Mef: in calo le entrate tributarie

A gennaio, le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica sono ammontate a 36,508 miliardi di euro, segnando una diminuzione di 1,179 miliardi rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (-3,1%). Lo ha comunicato il Mef – ministero dell'Economia e delle Finanze, precisando che le imposte dirette sono state pari a 26,293 miliardi (+0,3%) e le indirette pari a 10,215 miliardi (-10,9%). All’andamento negativo ha contribuito la diminuzione del gettito Iva(-7,5%) e in particolare di quello sulle importazioni che si è ridotto rispetto al 2020 di -506 milioni di euro (-38%), per effetto del calo dei consumi petroliferi (-15%).
Il Mef ha comunicato anche i dati relativi all'intero anno passato. Nel 2020, le entrate tributarie erariali sono state pari a 446,796 miliardi, con una diminuzione di 25,183 miliardi rispetto al 2019 (-5,3%). La variazione negativa riflette sia il peggioramento del quadro macroeconomico sia gli effetti dei provvedimenti di sostegno all’economia adottati dal Governo per fronteggiare l’emergenza sanitaria. In particolare, già a partire dal primo semestre 2020, l’andamento delle entrate tributarie è stato influenzato dagli effetti del Decreto Legge che ha disposto il rinvio dei versamenti tributari e contributivi per i soggetti esercenti attività di impresa, arte o professione. Successivamente, in risposta alla seconda ondata della pandemia nei mesi autunnali, il Governo ha varato quattro decreti legge – cosiddetti decreti “ristori”, poi confluiti in un’unica legge di conversione – che hanno disposto ulteriori interventi espansivi. Le misure adottate sono state in larga parte destinate al sostegno delle imprese e dei contribuenti operanti nelle attività produttive e nelle regioni interessate dalle restrizioni dell’attività economica classificate a rischio epidemiologico medio-alto introdotte negli ultimi mesi e hanno previsto, in particolare, per alcuni contribuenti e tributi, lo slittamento al 2021 dei versamenti tributari.
Comunque, nel 2020, le imposte dirette sono ammontate a 252,572 miliardi e risultano nel complesso sostanzialmente in linea con quelle del 2019 (+23 milioni). Il gettito dell’Irpef si è attestato a 187,436 miliardi, in riduzione di 4,178 miliardi (-2,2%) rispetto all’anno precedente, per effetto sia dell’andamento negativo delle ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato (-5,2%), che riflettono gli effetti sul gettito del maggior ricorso alla cassa integrazione e di quelle sui redditi dei lavoratori autonomi (-5,3%). I versamenti Irpef da autoliquidazione hanno segnato una diminuzione di 2,282 miliardi (-10,9%). L’Ires, che risente dell’andamento negativo dell’acconto (-2,8%), si è ridotta di 170 milioni (-0,5%). I versamenti a saldo hanno segnato un incremento dell’8,3%.
Tra le altre imposte dirette vanno segnalati gli incrementi delle entrate dell’imposta sostitutiva sui redditi da capitale e sulle plusvalenze (+1,615 miliardi), che riflette le performance positive dei mercati nel corso del 2019 e di quelle relativa all’imposta sostitutiva sul valore dell’attivo dei fondi pensione (+1,129 miliardi) sostenute dagli andamenti positivi dei rendimenti medi nel 2019 delle diverse tipologie di forme pensionistiche complementari. Infine, il gettito dell’imposta sostitutiva sui redditi nonché ritenute sugli interessi e altri redditi di capitale ha evidenziato un calo limitato a 40 milioni (-0,5%).
Le imposte indirette sono ammontate a 194,224 miliardi, con una diminuzione tendenziale di 25,206 miliardi (-11,5%). Alla dinamica negativa ha contribuito la riduzione dell’Iva (-13,227 miliardi, -9,7%).
Le entrate relative ai “giochi” nel 2020 sono risultate pari a 10,510 miliardi (-5,095 miliardi, -32,6%). Sono diminuite anche le entrate tributarie erariali derivanti da attività di accertamento e controllo, ammontate a 8,854 miliardi (-33,5%).

Intelligenza artificiale per aiutare i musei premiato progetto Università di Torino

L’intelligenza artificiale coinvolge ormai buona parte della nostra vita quotidiana. E anche il mondo della cultura ne beneficia. Il progetto "Art-Ificial in Support of Museums" - uno dei tre vincitori del bando Intelligenza Artificiale, uomo e società della Fondazione Compagnia di San Paolo - ha l'obiettivo di connettere musei e tecnologia per offrire alle persone una visita personalizzata e un’esperienza innovativa.
Capofila del progetto è l’Università di Torino, con il Dipartimento di Scienze Economico-Sociali e Matematico-Statistiche (Esomas); il principal investigator è Giovanni Mastrobuoni, docente di economia politica a UniTo. L'iniziativa coinvolge sette dei più importanti musei torinesi, con l’opportunità di raccogliere dati di circa 2,4 milioni visitatori per anno, che rappresentano i 2/3 di tutti i visitatori dei musei nell’area metropolitana di Torino.
Attualmente, i musei dell’area metropolitana torinese fanno scelte gestionali utilizzando un approccio qualitativo. Il progetto intende supportarli utilizzando, invece, un approccio quantitativo, avvalendosi di big data, algoritmi statistici e tecniche di machine learning. In particolare, ci si pone l’obiettivo di fare un’analisi predittiva dei flussi di visitatori e di aumentare i profitti dei musei attraverso la discriminazione del prezzo di ingresso che, ora, tende a variare poco per tipologia di visitatori così come per giorno e orario della visita. Avere informazioni più analitiche permetterebbe ai musei di gestire in maniera ottimale il flusso di visitatori, aumentando la sicurezza e la soddisfazione dei visitatori, risparmiando tempo e risorse, offrendo servizi migliori al bookshop e alla caffetteria e, infine, permettendo di attuare il distanziamento sociale imposto dalla pandemia del Covid-19.
Il progetto si propone anche di offrire ai musei la possibilità di sviluppare tour virtuali, ancora pochissimo utilizzati nei musei dell’area torinese, che permettano un’interazione tra virtuale e reale e tra musei diversi. Infine, per rendere più personalizzata l’esperienza di visita museale sarà sviluppata un’App, I-Muse, che permetterà ai visitatori, con l’ausilio di QR-code consultabili presso le singole opere museali, di approfondire la propria conoscenza e trovare connessioni tra opere presenti in diversi musei. Collaborano al progetto il Big Data Analysis Lab della Città di Torino, l’Associazione Abbonamento Musei e l’Osservatorio Culturale del Piemonte.

Abi: nel 2021 crediti deteriorati in crescita

Le misure straordinarie a sostegno delle imprese adottate durante la pandemia hanno finora impedito che il blocco delle attività economiche e le successive restrizioni dovute all’emergenza sanitaria si traducessero in un’impennata dei default delle aziende e in un aumento della rischiosità del credito. Solo nel 2021 è atteso un aumento dei nuovi flussi di crediti deteriorati, con un miglioramento parziale nel 2022. È questa, in estrema sintesi, la fotografia dell’Outlook Abi-Cerved sui crediti deteriorati delle imprese italiane, che presenta stime e previsioni sull’andamento dei tassi di deterioramento del credito erogato alle società non finanziarie.
In base ai dati, nel 2020 i tassi di deterioramento delle imprese italiane sono scesi verso i minimi storici (2,5%). Con la fine delle misure di emergenza, i tassi di deterioramento sono attesi in crescita nell’anno in corso (4,3%), per poi tornare a calare nel 2022, quando si attesteranno comunque su livelli (3,7%) superiori a quelli pre-Covid. Comunque, i nuovi flussi di crediti in default si manterranno su livelli ben distanti rispetto ai picchi raggiunti nel 2012 (7,5%).
Gli impatti più pronunciati al termine del biennio interesseranno le aziende di media dimensione e le imprese operanti nell’edilizia e nei servizi, settori particolarmente colpiti dalla pandemia, mentre le piccole imprese e le aziende operanti nel comparto industriale risulteranno relativamente meno segnate dalla crisi.
I tassi di deterioramento delle società non finanziarie, cioè la quota di crediti in bonis passati allo status di deteriorati, hanno registrato una contrazione portandosi nel terzo trimestre del 2020 al 2,5% (dal 2,9% del terzo trimestre 2019), a livelli molto distanti dai picchi raggiunti nel pieno della crisi economica. A partire da quest'anno, però, al termine degli effetti di contenimento delle moratorie e delle altre misure eccezionali adottate dalle autorità di vigilanza e dai governi, questa lunga fase di miglioramento si interromperà, con inevitabili riflessi sui tassi di deterioramento del credito.
L’impatto del Covid sui tassi di deterioramento nel biennio 2021-22 risulterà più significativo per le medie imprese (dall’1,7% del 2019 al 2,9% del 2022) e per le microimprese (dal 3,1% del 2019 al 3,9% del 2020) e relativamente più contenuto per le piccole imprese, che al termine del periodo di previsione si attesteranno al 2,6%, un valore più alto del 2019 (2,1%) ma inferiore rispetto al 2007 (2,9%).
A livello settoriale, i comparti più colpiti saranno i servizi (dal 2,8% del 2019 al 3,8% del 2022) e le costruzioni (dal 4,0% al 4,9%) mentre l’industria, pur aumentando i tassi dal 2,3% del 2019 al 2,9% del 2022, si manterrà su livelli inferiori a quelli del 2008 (3,3%). Le piccole imprese operanti nel settore terziario rappresentano l’unico cluster di imprese che al termine del periodo di previsione farà osservare tassi di deterioramento inferiori al periodo pre-Covid (2,0% nel 2022 contro 2,1% nel 2019).
Le previsioni a livello territoriale evidenziano gli incrementi più marcati nelle regioni del Centro, dove la percentuale di crediti in default sul totale dei prestiti in bonis raggiungerà il 4,4% nel 2022 (dal 3,0% del 2019). Nel Nord-Ovest e nel Nord-Est il rialzo dei tassi risulterà nell’ordine dello 0,7% rispetto al 2019 (rispettivamente 3,1% e 2,8% nel 2022). Il Sud si conferma al termine del periodo di previsione l’area territoriale caratterizzata dai tassi di deterioramento più alti.

Commercio, ecco il bilancio di gennaio

Il 2021 si è aperto con il protrarsi dell’emergenza sanitaria e, conseguentemente, delle limitazioni alle attività degli esercizi commerciali stabilite. In questo contesto il comparto non alimentare ha continuato a registrare un calo rilevante, mentre il settore alimentare si è mantenuto in crescita. A gennaio, infatti, secondo le stime dell'Istat, le vendite al dettaglio sono diminuite del 3% in valore e del 3,9% in volume, rispetto a dicembre, A una lieve crescita delle vendite dei beni alimentari (+0,1% in valore e +0,3% in volume) si è contrapposta una forte riduzione per i beni non alimentari (-5,8% in valore e -7,2% in volume).
Rispetto a gennaio 2020, le vendite al dettaglio sono diminuite del 6,8% in valore e dell’8,5% in volume. Anche in questo caso si è registrato un deciso calo per i beni non alimentari (-15,5% in valore e -17,1% in volume) e un aumento per i beni alimentari (+4,5% in valore e +3,8% in volume). Per quanto riguarda i beni non alimentari, le variazioni tendenziali negative hanno riguardato quasi tutti i gruppi di prodotti ad eccezione di elettrodomestici, radio, tv e registratori (+11,7%) e dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+9,9%). Le flessioni più marcate riguardano hanno riguardato calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-36,4%), abbigliamento e pellicceria (-33%).
Sempre rispetto a gennaio 2020, l'Istat ha registrato una diminuzione assai ampia delle vendite al di fuori dei negozi (-18,7%) e di quelle delle imprese operanti su piccole superfici (-14,3%); ma sono calate, lievemente, anche le vendite della grande distribuzione (-1,5%). L’unica forma distributiva che ha segnato una decisa crescita è il commercio elettronico (+38,4%).

Ai soci Stellantis destinate azioni Faurecia e un dividendo di 308 milioni da dividersi

Stellantis ha annunciato la distribuzione ai detentori delle sue azioni ordinarie di un massimo di 54.297.006 azioni ordinarie di Faurecia e di un massimo di 308 milioni di euro in contanti, che rappresentano i proventi ricevuti da Peugeot per la vendita di azioni ordinarie di Faurecia nell'ottobre 2020, pagabili ai detentori di azioni ordinarie Stellantis che risultino tali in data martedì 16 marzo 2021, a seguito di una riduzione del capitale. Il pagamento è condizionato al successivo annuncio del fatto che la distribuzione sia stata approvata dall’assemblea straordinaria degli azionisti di Stellantis che si terrà l’8 marzo e che determinate formalità previste dalla legislazione olandese siano state adempiute. In assenza dell'annuncio che la distribuzione sia divenuta incondizionata, la stessa non sarà esigibile.
I titolari di azioni ordinarie Stellantis avranno diritto a: 0,017029 azioni ordinarie di Faurecia e 0,096677 euro per ciascuna azione ordinaria di Stellantis detenuta alla data di registrazione per la distribuzione. Il versamento della parte in contanti è indicativamente previsto per lunedì 22 marzo 2021. In generale, la consegna delle azioni ordinarie di Faurecia ai detentori di azioni ordinarie di Stellantis aventi diritto è prevista indicativamente per lunedì 22 marzo.

Centrale del Latte d'Italia: i risultati 2020 migliori di sempre per utile e performance

I dati 2020 di Centrale del Latte d’Italia (Cli) evidenziano i migliori risultati annuali di sempre in termini di utile netto e crescita dell'ebitda (margine operativo lordo). Nel primo anno del nuovo Piano industriale la quotata torinese controllata dall'emiliana Newlat Food ha raggiunto risultati nettamente superiori alle previsioni di budget, anticipando di un anno il ritorno all’utile e con un livello di profittabilità pari al 10,1%, mai raggiunto in precedenza.
Cli ha chiuso l’esercizio 2020 con ricavi pari a 180,6 milioni (+3,1% rispetto al 2019, grazie al trend positivo dei consumi domestici e all’ingresso nel gruppo Newlat, che ha moltiplicato le opportunità sia a livello commerciale che operativo e gestionale). L’ebitda è stato di 18,3 milioni, superiore del 183,2% ai 6,6 milioni del 2019. Sul risultato ha inciso il forte decremento di alcuni costi per l’approvvigionamento di beni e servizi, primo fra tutti quello relativo al costo della materia prima e il packaging e la rivisitazione dei contratti con i principali fornitori. L’utile netto è stato di 4,1 milioni, a fronte della perdita netta di 6,5 milioni subita nel 2019.
La posizione finanziaria netta è migliorata di 15,4 milioni, essendo passata da -72,9 mln del 31 dicembre 2019 a -57,8 milioni alla stessa data 2020 ante applicazione del principio Ifrs 16 (negativa per 61,2 milioni dopo l’applicazione del principio Ifrs 16). La forte generazione di cassa e l’elevato livello di cash conversion pari a circa l’84% dell'ebitda generato sono frutto esclusivo del positivo andamento operativo della società.
Il presidente Angelo Mastrolia ha commentato: “Il 2020 è stato per Centrale del Latte d’Italia un anno storico, il migliore di sempre in termini di performance sui ricavi, utile netto raggiunto, crescita dell’ebitda e miglioramento della posizione finanziaria netta. A soli otto mesi dall’ingresso nel Gruppo Newlat, constatiamo con soddisfazione di aver accelerato l’implementazione delle attività definite nel piano industriale, grazie alle molteplici sinergie che si sono create, moltiplicando le opportunità a livello commerciale, operativo e gestionale. Le attività avviate sia da un punto di vista commerciale che produttivo continueranno a generare valore nel 2021 e proseguiremo nel percorso d’integrazione che ha portato alla creazione del terzo operatore italiano del settore Milk & Dairy”.
In Piemonte, Valle d’Aosta, Toscana, Liguria e Veneto, il gruppo Cli mantiene una posizione di leadership con quote di mercato nelle quattro regioni pari al 30,1 % nel settore latte fresco e del 15,2% nel settore latte a lunga conservazione.

Genova, nuovo successo Rina all'estero

Rina, multinazionale di ispezione, certificazione e consulenza ingegneristica, con sede a Genova, ha vinto il contratto per i servizi di Sicurezza, affidabilità, disponibilità e manutenibilità sul segmento ferroviario per il trasporto di merci e passeggeri del “North Sea Baltic Core Network Corridor” che attraverserà Estonia, Lituania e Lettonia. Nell’ambito del programma europeo per la creazione di infrastrutture strategiche, Rina è stata scelta da Rail Baltica, il consorzio che ne gestirà la costruzione in questo tratto lungo circa 1.000 km. Gli studi per la messa a punto dei requisiti dureranno circa un anno e dovranno rispondere alle norme europee. L’attività di Rina sarà propedeutica alle gare e agli appalti che Rail Baltica promuoverà per portare a completamento la ferrovia.
Roberto Carpaneto, amministratore delegato di Rina Consulting, ha dichiarato: “Rina ha una lunga storia nel settore della sicurezza ferroviaria e le infrastrutture europee sono tra le più tecnologicamente avanzate al mondo. Questo contratto è un importante riconoscimento che ci consentirà di applicare le competenze raccolte in progetti di importanza strategica come l’Alta Velocità Italiana, il programma di segnalamento norvegese, la linea sotto il Bosforo e la nuova linea ferroviaria Shah-Habshan-Ruwais negli Emirati Arabi Uniti”. 
Rina fornisce un’ampia gamma di servizi nei settori energia, marine, certificazione, real estate e infrastrutture, mobilità e industry. Con risultati attesi per il 2020 pari a 485 milioni di euro, oltre 3.900 dipendenti e 200 uffici in 70 Paesi, Rina partecipa alle principali organizzazioni internazionali, contribuendo da sempre allo sviluppo di nuovi standard normativi.

Alla Digital Factory prime Stip e Virtual B

 La startup Stip e Virtual B si sono aggiudicate la vittoria della prima edizione di Digital Factory, l’iniziativa promossa dalla torinese Fca Bank in collaborazione con I3P, l’Incubatore di Imprese Innovative del Politecnico di Torino. Lanciata a novembre 2020, con l’obiettivo di esplorare e individuare nuove soluzioni e tecnologie che possano contribuire alla trasformazione digitale di Fca Bank, accelerandone il processo interno di innovazione, la call Digital Factory ha riscosso un grande successo: nelle sei settimane di apertura del bando sono state ricevute numerose candidature non solo da tutta Italia, ma anche dal resto d’Europa e da oltreoceano.
Dopo due fasi di selezione, Fca Bank e I3P hanno eletto le quattro startup finaliste e hanno infine scelto Stip (per la sua soluzione di intelligenza artificiale che consente di migliorare le performance del customer service, riducendo costi e tempi di gestione dei reclami) e Virtual B (per il suo sistema per analizzare e capire i reali bisogni finanziari dei clienti ed individuare soluzioni personalizzate), che sono state premiate alla presenza di Giacomo Carelli, amministratore delegato e direttore generale di Fca Bank e di Giuseppe Scellato, presidente di I3P.

Come cambiano i nostri centri storici

Meno negozi, più bar e ristoranti. Nei centri storici dei capoluoghi provinciali del Piemonte sta cambiando la struttura commerciale, in conseguenza anche della crisi economica, che influisce sui consumi e le abitudini. Lo si legge sul sito della Banca del Piemonte (www.bancadelpiemonte.it), la quale ricorda che alla fine del 2020, nei centri dei capoluoghi della regione sono state censite, complessivamente, 4.344 attività di commercio al dettaglio, mentre erano ancora 5.052 al 31 dicembre 2012. Da allora ne sono scomparse 708, cioè il 14%. “Un tasso che giustifica l'aggettivo “desolante” - commenta la Banca del Piemonte - usato dal Centro studi di Confcommercio la sua analisi sulla “Demografia d'impresa delle città italiane”, la quale ha evidenziato un “processo di desertificazione commerciale”, essendo sparite nelle città del nostro Paese, tra il 2012 e il 2020, oltre 77.000 attività di commercio al dettaglio e quasi 14.000 imprese di commercio ambulante”.
Il fenomeno ha riguardato, sia pure in misura diversa, il “cuore” di tutti i capoluoghi provinciali piemontesi: tra il 2012 e l'anno scorso, le attività di commercio al dettaglio sono diminuite da 799 a 665 ad Alessandria, da 590 a 460 ad Asti, da 448 a 348 a Biella, da 346 a 340 a Cuneo, da 602 a 472 a Novara, da 1.838 a 1.619 a Torino, da 238 a 179 a Verbania e da 291 a 261 a Vercelli.
Però, il Centro studi di Confcommercio ha rilevato, nello stesso periodo, anche l'aumento di un'altra componente degli esercizi pubblici fondamentale per la vita dei centri storici delle nostre città, quella formata da bar, ristoranti e alberghi. Nell'insieme dei centri dei capoluoghi piemontesi, bar, ristoranti e alberghi alla fine del 2020 sono risultati 2.836, il 10% in più rispetto ai 2.575 di fine 2012. Ma la crescita non ha riguardato tutti i centri; infatti, Biella e Novara hanno denunciato un calo: da 174 a 165 a Biella e da 309 a 297 a Novara. Invece, sono passati da 374 a 432 ad Alessandria, da 244 a 260 ad Asti, da 138 a 161 a Cuneo, da 1.097 a 1.264 a Torino, da 127 a 130 a Verbania e da 112 a 118 a Vercelli.
In Liguria le attività nei centri storici dei quattro capoluoghi provinciali tra il 2012 e il 2020 sono diminuite di oltre il 15%, scendendo da 3.175 a 2.692 (in particolare, da 1.673 a 1.403 a Genova, da 370 a 355 a Imperia, da 579 a 496 a La Spezia e da 553 a 438 a Savona). Sono invece aumentati bar, ristoranti e alberghi, complessivamente da 1.654 a 1.875 (nel centro storico di Genova da 901 a 995, a La Spezia da 246 a 367 e a Savona da 291 a 306, mentre a Imperia sono diminuiti da 216 a 207). 
Quanto al centro storico di Aosta, le attività di commercio al dettaglio sono calte da 250 a 197, mentre la categoria formata da bar, ristoranti e alberghi è cresciuta da 119 a 134 unità. 
Va subito aggiunto, tuttavia, che anche per il comparto formato da bar, ristoranti e alberghi il quadro è destinato a essere modificato dalla pandemia, che sta acuendo le tendenze negative e sfavorevoli – spiega la Banca del Piemonte - Come sottolineato dallo stesso Centro studi di Confcommercio, nel 2021, solo nei centri storici dei 110 capoluoghi di provincia e altre 10 città di media ampiezza, oltre a un calo ancora maggiore per il commercio al dettaglio (-17,1%), si registrerà, per la prima volta nella storia economica degli ultimi due decenni, anche la perdita di un quarto delle imprese di alloggio e ristorazione (-24,9%)”.
Quindi, le città saranno non solo con meno negozi, ma anche con meno attività ricettive e di ristorazione, mentre hanno più farmacie, diventate ormai luoghi per sviluppare la cura del sé e non solo tradizionali punti di approvvigionamento dei medicinali (+19,7%) e più negozi di informatica e comunicazioni (+18,9%). “Il rischio di non “riavere” i nostri centri storici come li abbiamo visti e vissuti prima della pandemia è, dunque, molto concreto e questo significa minore qualità della vita dei residenti e minore appeal turistico”.
A livello nazionale, per il commercio in sede fissa, è emerso che tiene, in una qualche misura, la numerosità dei negozi di base come gli alimentari (-2,6%) e quelli che, oltre a soddisfare bisogni primari, svolgono nuove funzioni, come le tabaccherie (-2,3%). Il resto dei settori merceologici, invece, è in rapida discesa: si tratta dei negozi dei beni tradizionali che si spostano nei centri commerciali o, comunque, fuori dai centri storici e che registrano riduzioni che vanno dal 17% per l’abbigliamento al 25,3% per libri e giocattoli, dal 27,1% per mobili e ferramenta fino al 33% per le pompe di benzina.
Quanto alle dinamiche riguardanti ambulanti, alberghi, bar e ristoranti, a fronte di un processo di razionalizzazione dei primi (-19,5%), il futuro è molto incerto per alberghi e pubblici esercizi, che pure, nel periodo 2012-2020, hanno registrato rispettivamente +46,9% e +10%.

In Italia 5,6 milioni in povertà assoluta (quota del 9,4%, mai così alta dal 2005) Spesa 2020 delle famiglie scesa del 9,1%

Le stime preliminari dell'Istat relative al 2020 indicano valori dell’incidenza di povertà assoluta in crescita sia in termini familiari (da 6,4% del 2019 al 7,7%), con oltre 2 milioni di famiglie, sia in termini di individui (dal 7,7% al 9,4%) che si attestano a 5,6 milioni. Nell’anno della pandemia si sono azzerati i miglioramenti registrati nel 2019. Dopo quattro anni consecutivi di aumento, infatti, nel 2019 si erano ridotti in misura significativa il numero e la quota di famiglie (e di individui) in povertà assoluta, pur rimanendo su valori molto superiori a quelli precedenti la crisi avviatasi nel 2008, quando l’incidenza della povertà assoluta familiare era inferiore al 4% e quella individuale era intorno al 3%.
Pertanto, secondo le stime preliminari del 2020 la povertà assoluta raggiunge, in Italia, i valori più elevati dal 2005, ossia da quando è disponibile la serie storica per questo indicatore. Il valore dell’intensità della povertà assoluta, cioè la distanza media dei consumi delle famiglie dalla soglia di povertà, ha subìto invece una riduzione (dal 20,3% al 18,7%). Tale dinamica segnala come molte famiglie, che nel 2020 sono scivolate sotto la soglia di povertà, hanno comunque mantenuto una spesa per consumi prossima a essa, grazie anche alle misure messe in campo dal Governo a sostegno dei cittadini (reddito di cittadinanza, reddito di emergenza, ecc.).
Nel 2020, l’incidenza di povertà assoluta passa dal 4,9% al 6,0% tra le famiglie composte solamente da italiani, dal 22,0% al 25,7% tra quelle con stranieri, che conoscono una diffusione del fenomeno molto più rilevante e tornano ai livelli del 2018. Tuttavia, tra il 2019 e il 2020 si riduce la quota di famiglie con stranieri sul totale delle famiglie povere, passando da oltre il 30% al 28,7% (più del 31% nel 2018). Questo seppur limitato cambiamento strutturale si può imputare al considerevole incremento di famiglie povere composte solamente da italiani, che rappresentano circa l’80% delle 335mila famiglie in più che si contano nel nostro Paese nel 2020.
La stima preliminare della spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia è pari a 2.328 euro mensili in valori correnti, in calo del 9,1% rispetto ai 2.560 euro del 2019, sostanzialmente in linea con la diminuzione generale del Pil. Si tratta del calo più accentuato dal 1997 e riporta il dato medio di spesa esattamente al livello del 2000. Nel 2020, le spese per consumi hanno seguito un andamento condizionato dalle restrizioni imposte dalle misure di contrasto alla pandemia via via introdotte.
Le variazioni risultano molto differenziate tra i singoli capitoli di spesa, coerentemente con il tipo di restrizioni imposte per contrastare la pandemia e per il diverso grado di comprimibilità delle spese stesse. Rispetto al 2019, rimangono sostanzialmente invariate la spesa per Alimentari e bevande analcoliche (468 euro al mese) e quella per Abitazione, acqua, elettricità e altri combustibili, manutenzione ordinaria e straordinaria (893 euro mensili). Si tratta, infatti, di spese difficilmente comprimibili, solo marginalmente toccate dalle restrizioni governative e che possono essere state favorite dalla maggiore permanenza delle famiglie all’interno dell’abitazione.
Diversamente, la spesa per tutti gli altri capitoli, che nel 2020 vale complessivamente 967 euro al mese, è scesa del 19,4% rispetto ai 1.200 euro del 2019, con diminuzioni drastiche per Servizi ricettivi e di ristorazione (-39%), Ricreazione, spettacoli e cultura (-26,5%), Trasporti (-24,6%) e Abbigliamento e calzature (-23,2%).
Le variazioni descritte hanno determinato una consistente modifica della composizione della spesa complessiva per consumi delle famiglie. Le spese per alimentari e abitazione sono infatti passate dal rappresentare il 53,1% del totale nel 2019 al 58,4% nel 2020: in particolare, tra le famiglie in povertà assoluta, per le quali le voci destinate al soddisfacimento dei bisogni primari pesano maggiormente, tali capitoli rappresentano nel 2020 il 77,1% della spesa totale, a fronte del 56,8% delle famiglie non povere.

Le reti dei consulenti finanziari fuori sede in gennaio hanno raccolto 3,7 miliardi

Nel primo mese dell’anno, i dati rilevati da Assoreti indicano una raccolta netta positiva per le reti di consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, pari a 3,7 miliardi di euro, con una crescita del 4,9% rispetto a gennaio 2020. Il 61,8% delle risorse nette è investito in prodotti del risparmio gestito, con una valorizzazione più che raddoppiata rispetto all’anno precedente (+126,7% ) e pari a 2,3 miliardi di euro, mentre i volumi di raccolta realizzati sulla componente amministrata del portafoglio si attestano a 1,4 miliardi, evidenziando una dinamica di contrazione (-43,9%) che coinvolge sia l’elemento finanziario del comparto sia la liquidità.
“L’anno inizia con un ottimo risultato di raccolta netta che conferma i trend di crescita del 2020 e anzi, pur nel prosieguo di un periodo incerto, evidenzia un ulteriore incremento della propensione all’investimento in prodotti del risparmio gestito. È un’industria sostenibile che cresce con equilibrio e lungimiranza, ponendo al centro del sistema gli interessi dei propri clienti” ha commentato Marco Tofanelli, Segretario generale dell’associazione.
Quanto ai risultati delle singole reti in gennaio, emerge la netta affermazione di Fineco Bank con la raccolta netta di 826,205 milioni, oltre cento milioni in più rispetto all'immediata inseguitrice, che è stata Allianz Bank Financial Advisors (704,990 milioni). Al terzo posto, per raccolta netta nel primo mese del 2020, si trova Azimut Capital Management con 525,422 milioni. Seguono, nell'ordine, Banca Mediolanum con 333,372 milioni e Fideuram Intesa SanpaoloPrivate Banking con 304,774 milioni. Le altre due società del gruppo che ha come azionista di riferimento la Fondazione Compagnia di San Paolo, secondo Assoreti, hanno registrato una raccolta netta di 84,312 milioni Intesa Sanpaolo Private Banking e 97,101 milioni Sanpaolo Invest.

Italgas vince la gara del Comune di Torino previsti investimenti per 330 milioni

Il Comune di Torino ha aggiudicato ufficialmente a Italgas la gara per la gestione del servizio di distribuzione del gas naturale, per i prossimi 12 anni, nell’Ambito territoriale “Torino 1”, che comprende il capoluogo e i comuni di Moncalieri, Grugliasco, Rivoli, Rivalta di Torino e Nichelino. L’aggiudicazione dell’Atem, composto da circa 560 mila utenze, consente a Italgas di dare continuità alla gestione del servizio in un territorio di elezione, in cui è stata fondata e opera dal 1837 e soprattutto di attivare un piano di investimenti per circa 330 milioni di euro. L’importante piano di investimenti sarà in grado di produrre un significativo effetto sul Pil locale con esiti positivi anche sull’occupazione, con la creazione di 3.000 nuovi posti di lavoro nell’indotto.
Inoltre, l’estensione del servizio in nuovi territori consentirà alle utenze interessate importanti risparmi in bolletta quantificabili complessivamente, nei 12 anni della concessione, in oltre 50 milioni di euro, grazie al minor costo del gas naturale rispetto agli altri combustibili oggi utilizzati. Tra gli interventi previsti nel piano Italgas si segnalano in particolare: il completo ammodernamento di 340 chilometri di reti, oltre 600 impianti intermedi, che saranno dotati di sistemi di monitoraggio e telecontrollo; la posa di oltre 40 chilometri di nuove condotte e il potenziamento di circa 15 chilometri di rete per raggiungere aree non ancora servite, al fine di rendere disponibile il metano a circa 4.500 nuove utenze; la sostituzione di 215 mila misuratori tradizionali con smart meter di ultima generazione; la realizzazione di due nuovi impianti di distribuzione di metano al servizio dei depositi autobus di Gtt, la società di trasporto pubblico locale, a sostegno dei programmi cittadini di decarbonizzazione del trasporto su gomma.
“L’aggiudicazione dell’Atem Torino 1 – ha commentato l’amministratore delegato della consociata Italgas Reti, Pier Lorenzo Dell’Orco – è un risultato importante sia per la società, che si conferma nella città che le ha dato i natali quasi due secoli fa, sia per il territorio, che beneficerà di 330 milioni di investimenti concentrati perlopiù nei primi anni della concessione. Un piano che, oltre a garantire un importante effetto moltiplicatore sull’economia locale, garantirà rilevanti benefici ambientali grazie a una riduzione complessiva delle emissioni in atmosfera di CO2 e di polveri sottili. Dopo gli Atem Torino 2, Valle d’Aosta e Belluno, questa quarta gara aggiudicata a Italgas fa lievitare a circa un miliardo di euro il valore complessivo degli investimenti in programma nei territori interessati, confermando l’effetto virtuoso che le gare gas offrono per la ripresa economica del Paese e la necessità di accelerarne in maniera decisa il loro svolgimento”.

Università, scalata mondiale delle torinesi

Università e Politecnico di Torino scalano le classifiche Qs Subject della prestigiosa agenzia Quacquarelli Symonds, che misurano la qualità delle Università a livello mondiale (per il 2021 ne sonostate valutate 1.453, in 51 ambiti disciplinari).
Il Politecnico di Torino si attesta tra le migliori 40 università al mondo nell’ambito Engineering and Technology, dimostrando di aver intrapreso un percorso di costante crescita in diversi ambiti. L’Ateneo torinese di corso Duca degli Abruzzi, infatti, figura tra i migliori 15 al mondo in Petroleum Engineering, si mantiene stabile al 30° posto in Mechanical, Aeronautical & Manufacturing Engineering, mentre migliora in Mineral & Mining Engineering, guadagnando la 37° posizione. Inoltre, evidenzia una crescita in Chemical Engineering, entrando tra le top 100. Ottime posizioni anche per Civil & Structural Engineering con la 33°posizione e per Electrical & Electronics Engineering con la 45° posizione.  Da considerare anche Material Science dove il Poli è in 93° posizione e Computer Science, dove si posiziona appena oltre le top 100. Per l’ambito Arts & Humanities, il Politecnico ottiene un considerevole risultato con il 34° posto in Architecture / Built Environment e il posizionamento nella top 100 in Art & Design.
Il posizionamento nelle 100 università top al mondo nei nostri principali ambiti disciplinari dimostra la qualità e l’eccellenza del nostro Ateneo a livello internazionale” sottolinea il rettore del Politecnico, Guido Saracco, che prosegue: “Questo importante risultato non può che rafforzare il nostro ruolo scientifico, formativo e sociale soprattutto in questo complesso contesto socio-economico determinato dalla pandemia”.
A sua volta, l’Università di Torino è presente in tutte le cinque macro aree che comprendono gli ambiti disciplinari specifici (Scienze umanisticheTecnologia e ingegneriaScienze della vita e medicinaScienze della natura e Scienze sociali ed economiche). Ottime le posizioni raggiunte dall’Ateneo nelle discipline Philosophy e Agriculture. UniTo entra per la prima volta nella classifica della disciplina Philosophy e si colloca tra le prime 150 università al mondo, seconda in Italia a pari merito con Roma Sapienza e la Cattolica di Milano. Nella disciplina Agriculture l’Università di Torino migliora il suo piazzamento rispetto al 2020 e passa dalla fascia 151-200 alla fascia 101-150.
Il miglior posizionamento per macroarea si conferma quello in Life Sciences and Medicine, dove UniTo si classifica al 171° posto, migliorando di nove posizioni rispetto al 2020.
Complessivamente, l’Università di Torino si è ben posizionata in 18 subject ranking e presenta cinque discipline nelle top 200101-150° posto per Agraria e Filosofia e 151-200° posto per Lingue moderneFarmacia e Medicina. UniTo si colloca, inoltre, nella fascia 201-250° per Fisica, Diritto e Sociologia; al 251-300° posto per BiologiaEconomiaLetteratura inglese e Psicologia (dove compare per la prima volta); al 301-350° per Chimica e Matematica; 351-400° per Informatica e Scienze dei Materiali; nella fascia 451-500° entra in classifica per la prima volta Scienze dell’Ambiente e nella fascia 501-550° si colloca Amministrazione Aziendale.