Auto, meno pesante il calo del Nord-Ovest grazie al boom di vendite ad Aosta (+27%)

Ancora in perdita, ma meno dell'anno prima, il mercato automobilistico del Nord-Ovest, l'area formata da Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta. Nel 2019, infatti, sono state 260.930 le auto nuove immatricolate nelle tre regioni, 10.663 in meno rispetto al 2018 (-3,9%), quando, invece, il calo era stato di 43.967 vetture (-13,9%). Comunque, l'anno scorso, nel Nord-Ovest sono state vendute 54.630 auto nuove meno che nel 2017 (-17,3%).
La contrazione del mercato locale si deve soltanto al Piemonte, dove le nuove immatricolazioni sono scese dalle 219.935 del 2017 alle 178.057 del 2018 e, infine, alle 150.966 del 2019. In Valle d'Aosta, dove molte società immatricolano le loro flotte per il minor costo di registrazione al Pra, le vendite sono invece salite dalle 59.959 del 2017 alle 75.661, con l'incremento del 26,7% sul 2018, quando erano risultate 59.723.
L'anno scorso, il tasso di crescita della Valle d'Aosta è stato il più alto di tutte le regioni (seconda la Lombardia con il 3,4%), mentre il Piemonte ha denunciato il maggiore calo (-15,2%).
In Liguria sono state registrate 34.303 nuove immatricolazioni nel 2019, a fronte delle 33.813 del 2018 (+1,4%) e le 35.666 del 2017.
Nell'ultimo mese dell'anno appena passato, quando il mercato italiano è cresciuto del 12,5%, la Valle d'Aosta ha evidenziato la crescita record del 73,8% rispetto a dicembre 2018, mentre il recupero del Piemonte è stato del 22,2% e del 2,5% quello della Liguria.
In particolare, ecco, per provincia le vendite di dicembre: Alessandria 940 (860 un anno prima), Aosta 4.962 ( 2.857), Asti 433 (398), Biella 399 (392), Cuneo 1.520 (1.332), Genova 1.333 (1.220), Imperia 347 (389), La Spezia 458 (430), Novara 707 (869), Savona 610 (531), Torino 6.871 (4.975), Verbania 285 (264), Vercelli 317 (278).

Lavoratori italiani solo il 23,4% con laurea

I lavoratori italiani sono tra gli ultimi in Europa per livello di istruzione. Nel terzo trimestre del 2019 - secondo i dati Eurostat, appena pubblicati - solo il 23,4% degli occupati dichiarava di avere la laurea (il dato peggiore dopo la Romania) a fronte del 36,8% dell'Ue a 28 Paesi, del 47,2% del Regno Unito, del 43,3% della Francia e del 30,6% della Germania.
Il dato è particolarmente basso per i maschi, con appena il 18,2% dei lavoratori che risulta laureato e un gap con la media Ue (32,8%) di oltre 14 punti. Se, invece, si guarda a chi ha al massimo la terza media la quota tra i lavoratori italiani è tra le più alte in Ue con il 29,7%, quasi il doppio della media Ue ( 15,9%). I maschi con il livello di istruzione più basso sono il 35%, oltre un terzo degli occupati.

Torino perde anche le agenzie di viaggio nel Cuneese cresciute del 15% in 5 anni


Piemontesi bojanen. Così sembra, se si guarda all'evoluzione del numero delle agenzie di viaggio attive in regione negli ultimi cinque anni: erano 1.076 nel 2014, sono risultate 1.083 nel 2019. Crescita zero, mentre in Italia sono aumentate del 7,8%, diventando 16.376. In particolare, in provincia di Alessandria sono rimaste 70, come 50 sono rimaste nel Verbano-Cusio-Ossola e 41 nel Vercellese; nell'Astigiano sono scese da 42 a 40 e nella provincia di Torino da 633 a 619, mentre nel Biellese sono aumentate da 31 a 34, nel Cuneese da 129 a 148 (+14,7%) e nel Novarese da 80 a 81.
Così, la provincia di Cuneo è salita al trentasettesimo posto nella graduatoria italiana per numero di agenzie di viaggio, classifica che vede Torino quarta, preceduta soltanto dalle province di Napoli (1.108), Milano (16.415) e Roma, in testa con 28.987 (+13,8% rispetto al 2014). Nella top ten, Torino è l'unica a evidenziare un calo.
In Valle d'Aosta, le agenzie di viaggio sono 34 (erano 32), nella provincia di Genova 226 (+2,75), nel Savonese 63 (erano 72).
In tutto il Piemonte, gli addetti delle agenzie di viaggio sono 3.830, dei quali 2.853 nella provincia di Torino, 365 nel Cuneese, 172 nell'Alessandrino, 124 nel Novarese, 105 nel Verbano-Cusio-Ossola, 81 nel Biellese, 72 nel Vercellese e 58 nell'Astigiano. Nell'intera italiana se ne contano poco meno di 48.000.

Autobus, nel '19 gli acquisti calati del 7% in Piemonte comprati 23 solo elettrici

Nello scorso dicembre, in Italia, sono stati immatricolati 282 autobus con peso totale a terra (ptt) superiore a 3.500, lo 0,4% in meno rispetto allo stesso mese del 2018. Lo ha comunicato l'Anfia, l'associazione nazionale dell'automotive, precisando che hanno continuato a crescere i minibus (+115,8%) e gli scuolabus (+18,2%), mentre hanno denunciato cali a doppia cifra gli altri comparti: -11% per gli autobus adibiti al trasporto pubblico locale (tpl) e -59,6% per gli autobus e minibus turistici.
Nell’intero 2019, sono stati rilasciati 4.249 nuovi libretti di autobus contro i 4.567 del 2018, con un calo tendenziale del 7%. Hanno mantenuto il segno positivo i minibus (+8,1%) e gli scuolabus (+9%), mentre hanno chiuso in flessione rispetto al 2018 gli autobus adibiti al tpl (-14,6%) e gli autobus e minibus turistici (-5%).
Per quanto riguarda le alimentazioni, nell’anno appena trascorso sono stati rilasciati 623 libretti di circolazione di autobus con motorizzazione alternativa, in aumento del 37% e con una quota di mercato del 15% (era il 10% nel 2018). Le motorizzazioni a metano diminuiscono del 21%, con 303 veicoli, mentre quelle ibride gasolio/elettrico passano da 19 autobus nel 2018 a 255 nel 2019, di cui il 47% sono di Iveco.
Gli autobus solo elettrici immatricolati nel 2019 sono 65 (erano 53 nel 2018), di cui 13 del costruttore Rampini e 1 di Italbus, mentre i restanti sono cinesi e polacchi.
Le Regioni che hanno acquistato più autobus ibridi sono state: Lombardia (107), Toscana (61), Trentino-Alto Adige (32), Emilia-Romagna (28) e Liguria (12). Gli autobus elettrici sono finiti invece in Lombardia (18), Sicilia (16), Piemonte (13) e Liguria (10).
Quanto ai veicoli industriali, a dicembre 2019, sono stati rilasciati 1.990 libretti di circolazione di nuovi camion (-11,7% rispetto a dicembre 2018) e 1.055 libretti di circolazione di nuovi rimorchi e semirimorchi pesanti, ovvero con ptt superiore a 3.500 kg (-17,5%).
Entrambi i comparti confermano un trend negativo nell’intero 2019: 23.622 libretti di circolazione di nuovi camion (-7,6% rispetto al 2018) e 14.494 libretti di circolazione di nuovi rimorchi e semirimorchi pesanti (-8,1%).
Analizzando il mercato per tipologia di veicolo, i volumi degli autocarri rigidi risultano, nell’anno da poco concluso, allineati a quelli del 2018 (+0,4%), mentre i trattori stradali sono in flessione del 15%. Si mantiene positivo il mercato degli autocarri per cantiere (+22%). Guardando, invece, alle alimentazioni, gli autocarri alimentati a gas registrano, nel 2019, una quota del 6,2%, per un totale di 1.467 veicoli. Nello specifico, le vendite di autocarri a metano crescono del 34% e del 49% quelle di veicoli a Gnl.

Quanto costano alle famiglie tutti quei tir che trasportano l'immondizia fuori regione

Luca Paolazzi
di Luca Paolazzi*
Un tir che insegue un’automobile per speronarla e spingerla in un burrone o sui binari di un treno in arrivo. In Italia, l’incubo messo sugli schermi cinematografici dal debuttante Steven Spielberg in Duel, film diventato cult, avrebbe un tocco tragico-comico, alla Checco Zalone: il gigante della strada sarebbe carico di spazzatura.
Anzi, dovremmo proprio dire «monnezza», perché, una volta su tre, quel mezzo pesante stipato di maleodoranti resti di pasti, cibo andato a male, plastica, cocci di vetro, lattine sporche e quant’altro buttiamo via quotidianamente, sarebbe partito dal Lazio. Diciamo pure da Roma, vista la schiacciante preponderanza della capitale sul resto della regione (77% della popolazione residente, se poi si aggiungono i turisti…).
Questa alta probabilità si ricava dalla mappatura realizzata dal Laboratorio per i servizi pubblici locali di REF ricerche sulla capacità di trattamento e smaltimento dei rifiuti delle regioni italiane. Da cui emerge che ben 14 hanno una capacità insufficiente a gestire tutta l’immondizia prodotta in loco e sono costrette a trasportarla in quelle che hanno una capacità eccedentaria o, addirittura, all’estero.
Ecco che, ogni giorno, 550 tir carichi di rifiuti partono per le varie destinazioni. In totale fanno 200mila autoarticolati all’anno. Messi in fila, formerebbero una colonna lunga da Reggio Calabria fino a Mosca. Alla faccia di Greta, del Green Deal, del climate change, del particolato e della salute degli italiani. Ma anche delle loro tasche. La mancanza di impianti, infatti, fa lievitare la tassa sui rifiuti.
Quali sono le regioni “canaglia”, che non si sono dotate di impianti adeguati, come invece prevede la norma che prescrive l’autosufficienza nello smaltimento dei rifiuti?
In testa c’è il Lazio, appunto, che mette in strada ogni giorno 162 tir, ossia poco meno di 60mila all’anno. A ruota segue la Campania, con 142 tir e, accostando il deficit impiantistico campano alla camorra, ecco che scocca la scintilla che incendia la terra dei fuochi. Insomma, da un’illegalità ne nasce un’altra di traffici mafiosi. Scrivendo mafia viene in mente la Sicilia, che è buona terza in questa graduatoria all’incontrario, dove gli ultimi sono i primi, non evangelicamente; distanziata, però: “solo” 78 tir al giorno, 28mila all’anno.
Ma il vizietto non è un’esclusiva meridionale. Le regioni del profondo Nord occupano il 4° (Veneto), il 6° (Piemonte), il 7° (Trentino Alto-Adige) e il 9° posto (Friuli- Venezia Giulia). Con un numero di tir, che solo apparentemente è molto più basso, perché anche la popolazione lo è. Rapportata agli abitanti la carenza di capacità del Trentino-Alto Adige surclassa quella siciliana; quella del Friuli Venezia-Giulia la tallona.
C’è una stretta relazione tra mancanza di impianti di smaltimento dei rifiuti e costo sostenuto dalle famiglie per il trattamento dell’immondizia. Per una famiglia tipo di tre persone, infatti, la regione più cara è la Campania, con 447 euro l’anno, pari al 2,3% del reddito disponibile familiare, seguita dal Lazio (383 euro) e dalla Sicilia (382). Contro i 246 euro della Lombardia (che ha un netto surplus di capacità), pari allo 0,6% del reddito.
Veneto, Friuli-Venezia Giulia e, soprattutto, Trentino-Alto Adige nascondono ai cittadini-contribuenti il costo della loro inefficienza, perché fanno pagare bollette basse. Grazie al fatto che la Lombardia e i patri confini, oltre cui portare i rifiuti di troppo, sono assai vicini. A Gianni Rodari questa italica vergogna avrebbe certamente ispirato un’appendice al famoso gioco-ritornello per bambini: arriva un bastimento carico, carico di…
*Luca Paolazzi è economista partner a REF Ricerche. Dall'ottobre 2007 al febbraio 2018 ha diretto il Centro Studi Confindustria. Dal settembre 1986 al settembre 2007 ha lavorato a Il Sole 24 Ore, arrivando a coordinare gli editoriali. Dal marzo 1984 all'agosto 1986 è stato economista all'Ufficio studi Fiat. Autore di numerose pubblicazioni di economia, ha vinto i premi Q8, Brizio e Lingotto per il giornalismo economico.
Questo articolo è ripreso da Firstonline, l'autorevole e prestigioso giornale web fondato e guidato da Ernesto Auci e Franco Locatelli, che ne ha gentilmente autorizzato la pubblicazione.

In Piemonte i tir che trasportano immondizia da smaltire fuori regione sono 21 al giorno e il costo annuo sostenuto per il trattamento è di 316 euro per famiglia; mentre in Liguria è di 374 euro (quarto maggiore in Italia) e di 280 euro in Valle d'Aosta.

Fondazione Crc, alla vigilia dei rinnovi presentati i dati del bilancio 2016-2020


Giandomenico Genta,
presidente Fondazione Crc
Investimenti a valore di mercato che superano 1,6 miliardi di euro, in crescita di oltre 50 milioni dal 2016; erogazioni per oltre 93 milioni di euro, che hanno garantito sostegno a 1.650 soggetti a livello cale e per quasi 100 milioni se si aggiungono le erogazioni per progetti nazionali; 35 progetti e 19 bandi promossi, in media, ogni anno; oltre 4.500 contributi assegnati, attraverso bandi e sessioni erogative, a fronte di 7.200 richieste pervenute: questi alcuni dei dati salienti che emergono dal Bilancio di mandato 2016-2020 della Fondazione Crc, presentato pubblicamente al Teatro Toselli di Cuneo.
Alla vigilia del rinnovo del Consiglio di amministrazione e del Consiglio generale della Fondazione Crc, previsto per aprile prossimo, il rapporto “Generare risorse, restituire energie” fotografa, in maniera dettagliata, quanto è stato realizzato sia dal punto di vista della gestione del patrimonio, sia da quello dell’attività progettuale ed erogativa.
Il capitolo centrale del documento approfondisce i bandi e i progetti promossi dalla Fondazione, suddivisi in sette filoni d’intervento: generare innovazione e sviluppo, promuovere una cultura per tutti, coltivare talenti, incrementare il benessere della comunità, sostenere le piccole realtà, aprire nuovi spazi e sviluppare strategie per il futuro.
Dopo i saluti istituzionali di Francesco Profumo, presidente Acri e della Compagnia di San Paolo, di Giovanni Quaglia, presidente dell'Associazione piemontese delle Fondazioni e della Fondazione Crt, di Federico Borgna, presidente della Provincia di Cuneo e di Ferruccio Dardanello, presidente della Camera di Commercio di Cuneo, l'incontro è entrato nel vivo con le relazioni del presidente della Fondazione Crc, Giandomenico Genta e del suo direttore generale, Andrea Silvestri.
Oltre a rendicontare l’attività svolta, i tanti ospiti hanno potuto approfondire alcune delle prossime sfide più significative, grazie all’intervento dei relatori: Carlo Borgomeo, presidente di “Con i Bambini” (esperienza del Fondo nazionale per la lotta alla povertà educativa minorile), Carolyn Christov-Bakargiev, direttore del Castello di Rivoli-Museo di Arte Contemporanea; Fabrizio Ferrando, manager commerciale della Cartiera Pirinoli di Roccavione; Andrea Lucchetta, ex campione di pallavolo, che ha militato per tanti anni a Cuneo; Laura Orestano, responsabile di Socialfare. L’evento è stato moderato dalla giornalista e presentatrice Licia Colò.
“Il documento presentato - ha commentato Giandomenico Genta, presidente della Fondazione Crc - racconta i risultati di quattro anni di un intenso lavoro di squadra, che ha coinvolto i consiglieri della Fondazione, il suo staff e l’intera comunità provinciale, con cui abbiamo saputo sviluppare un dialogo continuo e costruttivo. E sono particolarmente contento di poter annunciare che il bilancio 2019 è stato chiuso con il risultato migliore degli ultimi 11 anni: un’eredità preziosa che lasciamo a chi guiderà la Fondazione nel prossimo quadriennio”.

Compagnia di San Paolo, Pericu designato componente del Consiglio generale

Giuseppe Pericu
Giuseppe Pericu, ex sindaco di Genova, sarà uno dei componenti del nuovo Consiglio generale della Compagnia di San Paolo. A designarlo è stato l'Iit di Genova, l'Istituto italiano di tecncologie, uno dei soggetti indicati dallo statuto dell'ente torinese di corso Vittorio Emanuele II per le nomine. Gli altri enti designanti sono il Comune di Torino (due designazioni), la Regione Piemonte (una), il Comune di Genova (una), la Camera di commercio di Torino (due), la Camera di commercio di Genova (una), la Camera di commercio di Milano (una), Unioncamere Piemonte (una), l'Accademia delle Scienze di Torino (una), l'Accademia nazionale dei Lincei (una), il Fai (una), l'European Foundation Center (una).
Inoltre, lo Statuto prevede che, alla prima riunione del nuovo Consiglio generale, vengano cooptate tre personalità “di chiara e indiscussa fama”.
L'Iit è presieduto da Gabriele Galateri di Genola, presidente anche delle Generali e ha fra i suoi consiglieri di amministrazione Francesco Profumo, presidente della Compagnia di San Paolo, Alessandro Profumo, presidente di Leonardo, Giuseppe Recchi e Carlo Rosa, amministratore delegato e direttore generale di Diasorin.
Giuseppe Pericu è nato a Genova il 20 ottobre 1937. Dopo gli studi classici, si è laureato con il massimo dei voti e dignità di stampa in Giurisprudenza all’Università di Genova. E' stato professore Ordinario, titolare della cattedra di Diritto Amministrativo alla facoltà di Giurisprudenza di Genova e al Statale di Milano. E’ professore emerito di Diritto Amministrativo. Nel corso della carriera universitaria e di studio ha firmato oltre 200 pubblicazioni in materia di regolazione pubblica e di processi economici, disciplina del territorio, tutela dell’ambiente, autonomie locali e regionalismo, sistema portuale.
Iscritto all’Albo degli Avvocati di Genova nel 1963, Giuseppe Pericu ha prestato la propria assistenza a enti pubblici e a imprese nazionali e multinazionali. In qualità di esperto ha fatto parte di numerose commissioni di studio per l’elaborazione di disegni di legge su argomenti come tutela dell’ambiente, riassetto delle competenze amministrative del Governo locale, riforma del Codice della Navigazione con particolare riguardo al sistema portuale, elaborazione di una legge generale sul procedimento amministrativo, riforma del ministero degli Interni.
Deputato del Parlamento dal 1994 al 1996, Giuseppe Pericu è poi stato sindaco di Genova, riconfermato nel 2002 con oltre il 60% dei voti. Ha gestito, per quanto di sua competenza, la riunione del G8 del 2011 e Genova Capitale europea della cultura nel 2004.
E’ stato membro del Consiglio di amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), dal 2008 fino all’aprile 2013, oltre che consigliere di amministrazione di Banca Carige (2016-2018) e dello stesso Iit. Attualmente è presidente dell’Accademia Ligustica di Belle Arti e del Conservatorio Niccolò Paganini.

Calate le ore lavorate: -7,3% in Piemonte che conta 261.000 dipendenti part time

Pur avendo recuperato il numero di occupati persi in tutti questi anni, rispetto all’anno pre-crisi (2007), in Italia, il monte ore lavorate è crollato di 2,3 miliardi (-5%), anche se ad aver patito questa caduta verticale non sono stati i lavoratori dipendenti, bensì gli autonomi. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia, l'associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre.
Se i primi, infatti, tra il 2007 e la fine del 2018 hanno registrato una contrazione delle ore lavorate pari a 121 milioni (- 0,4%), i secondi, invece, hanno perso quasi 2,2 miliardi di ore (-14,4 %). Però, nei primi 9 mesi del 2019 (ultimo dato disponibile) la situazione è in via di miglioramento. Nel confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente, infatti, autonomi e dipendenti hanno incrementato di 175 milioni lo stock di ore lavorate (+0,5%).
“Sebbene dal 2015 il monte ore lavorate sia tornato a crescere – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo - il gap con il livello pre-crisi è ancora fortissimo e a pagare il conto sono stati, in particolar modo, gli artigiani e i piccoli commercianti. In questi ultimi 10 anni, infatti, il numero complessivo di queste piccole attività di vicinato è diminuito di 200 mila unità. Chiusure che hanno desertificato molti centri storici e altrettante periferie di piccole e grandi città, con una veemenza che dal secondo dopoguerra non si era mai verificata”.
Con un’occupazione in aumento e un monte ore lavorate ancora molto inferiore al livello pre-crisi, la produttività del lavoro, tuttavia, non ha registrato alcun incremento significativo.
Oltre ad aver costretto alla chiusura molte piccolissime attività, la bassa crescita del Pil registratasi in questi ultimi 12 anni ha condizionato negativamente anche la qualità dei nuovi ingressi nel mercato del lavoro.
Se i lavoratori dipendenti a tempo parziale sono aumentati di oltre 1 milione di unità (+40,2% rispetto al 2008), lo stock di quelli full time, invece, è sceso di 341 mila unità (- 2,3%).
Il Mezzogiorno è l'area dove la flessione delle ore lavorate è stata maggiore: tra il 2007 e il 2016, la contrazione è stata del 10,7% -1,4 miliardi di ore lavorate), contro il -5,8% del Nordest (- 563 milioni), il -5,7% del Nord-Ovest (-755 milioni) e il -5,1% del Centro (-491 milioni).
A livello regionale, le riduzioni più rilevanti si sono verificate in Molise e in Sicilia (-12,4% in entrambi i casi), in Campania (- 12,3%) e in Basilicata (-11,1%). Per contro, la Lombardia (-4,8%), il Lazio (-2,9%) e il Trentino-Alto Adige (-1,1%) sono state le regioni meno interessate da questo fenomeno.
In Piemonte il calo di ore lavorate tra il 2007 e il 2016 è stato del 7,3% (-255 milioni di ore), dell'8,5% in Valle d'Aosta (-10 milioni) e del 7,1% in Liguria (-87 milioni).
Come era prevedibile, tra il 2008 e il 2018 l’escalation del numero di dipendenti a tempo parziale ha interessato soprattutto il Sud (+355.000 unità e +55,4%). Più contenuto il dato che ha riguardato il Centro (+226.000, +41,1%), il Nord-Ovest (+275.000, +35,7%) e il Nord-Est (+187.000, +30,1%). Campania, Calabria e Puglia sono state le regioni con la più elevata percentuale di crescita, rispettivamente del 68,6%, del 66,7% e del 62,3%. Marche (+26%), Umbria (+22,8%) e Veneto (+12%) sono stati, invece, i territori meno coinvolti dall’aumento della “precarizzazione” del mercato del lavoro.
In Piemonte, i dipendenti a tempo parziale sono saliti dai 200.000 del 2008 ai 261.000 del 2018 (+30,7%), in Liguria da 77.000 a 105.000 (+35,1%) e in Valle d'Aosta da 6.000 a 8.000 (+45%).

Blue chip, Buzzi Unicem prima per rialzo

Veronica Buzzi, vice presidente
Buzzi Unicem 
Due blue chip piemontesi sul podio della Borsa. Oggi, 17 gennaio, l'azione ordinaria Buzzi Unicem
ha terminato le negoziazioni a 21,95 euro, in seguito al rialzo del 3,44% rispetto a ieri, il più alto del listino Ftse Mib, formato dalle 40 principali società trattate in Piazza Affari. E al terzo posto si è classificata Diasorin, con l'incremento del 2,81% a 116,9 euro, con il completo recupero della perdita precedente,
La seduta odierna, inoltre, ha visto quattro piemontesi conquistare i loro nuovi record storici. Si tratta di Reply, Pattern, Sanlorenzo e Ferrari. La società di Maranello, controllata dall'Exor della famiglia Agnelli-Nasi-Elkann, ha chiuso a 157,10 euro (+1,85% rispetto a ieri), Reply a 73,50 euro (+3,09%), Pattern a 5,10 euro (+4,40%) e la Sanlorenzo del torinese Massimo Perotti a 17,25 euro (+2,99%).
Comunque, la giornata borsistica odierna, terminata con l'indice Ftse Mib nuovamente sopra i 24.000 punti (per la precisione 24.141, lo 0,84% più di ieri) ha visto quasi tutte le quotate piemontesi con rialzi. Le eccezioni sono costituite da Bim Banca Intermobiliare (-4,30%), Fca (-0,18%), Ki Group (-2,40%), Pininfarina (-4,02%, dopo l'aumento del 12,11% di ieri), Sogefi (-6,87%) e Visibilia Editore (-0,53%).
Invariati i prezzi delle azioni Cdr Advance Capital, Cover50, Dea Capital, Fidia, Gedi Gruppo Editoriale e Guala Closures.
Rialzi superiori all'indice Ftse Mib sono stati evidenziati da Astm (+1,49%), Autogrill (+3,48%), Basicnet (+2,42%), Borgosesia (+5,42%), Cairo Communication (+3,68%), Centrale del Latte d'Italia (+1,62%), Cir (+2,08%), Cofide (+2,87%), Exor (+1,29%), Iren (+1,70%), Italia Independent (+1,84%), Italgas (+1,55%), Juventus (+1,27%), Matica Fintec (+1,07%), Prima Industrie (+2,04%) e Rcs MediaGroup (+1,07%).

Le previsioni economiche di Banca d'Italia per quest'anno crescita dello 0,5% del Pil

“I rischi per l'economia globale sono ancora al ribasso; il commercio mondiale ha ripreso a espandersi e vi sono stati segnali di attenuazione delle dispute tariffarie fra Stati Uniti e Cina, ma le prospettive restano incerte e sono in aumento le tensioni geopolitiche”. E' quanto scrive la Banca d'Italia nel suo ultimo bollettino, aggiungendo subito che “aspettative meno pessimistiche sulla crescita, favorite dall'orientamento accomodante delle banche centrali, hanno tuttavia sospinto i corsi azionari e agevolato un moderato recupero dei rendimenti a lungo termine”.
Nell'area dell'euro l'attività economica è frenata dalla debolezza della manifattura, particolarmente accentuata in Germania; permane il rischio che ne risenta anche la crescita dei servizi, rimasta finora più solida. L'andamento dell'economia incide sull'inflazione, che, nelle proiezioni dell'Eurosistema, è sostenuta dallo stimolo monetario, ma viene prevista ancora inferiore al 2% nel prossimo triennio. Il Consiglio direttivo della Bce ha riconfermato la necessità di mantenere l'attuale orientamento accomodante.
Per quanto riguarda l'Italia, le ultime informazioni disponibili suggeriscono che l'attività economica, lievemente cresciuta nel terzo trimestre dello scorso anno, sarebbe rimasta pressoché stazionaria nel quarto, continuando a risentire soprattutto della debolezza del settore manifatturiero. Nelle indagini dell'Istat e della Banca d'Italia le imprese esprimono valutazioni appena più favorevoli sugli ordini e sulla domanda estera, ma continuano a considerare l'incertezza e le tensioni commerciali come fattori che ostacolano la propria attività. Per il 2020 le aziende programmano un'espansione degli investimenti, anche se più contenuta dell'anno precedente.
Negli ultimi mesi, comunque, gli acquisti di titoli pubblici italiani da parte di investitori esteri sono stati ingenti (90 miliardi tra gennaio e novembre 2019). Nel 2019 il surplus di conto corrente è rimasto ampio; la posizione estera netta dell'Italia è prossima all'equilibrio.
Nel terzo trimestre, il numero di occupati è lievemente aumentato, soprattutto nel settore dei servizi; i dati disponibili segnalano un'espansione anche negli ultimi mesi dell'anno. La crescita delle retribuzioni è positiva (0,7%sull'anno precedente) seppure in diminuzione, rispecchiando il permanere di rilevanti settori dell'economia in attesa di rinnovo contrattuale. L'inflazione è contenuta (0,5% in dicembre).
Dalla metà di ottobre sono saliti i rendimenti dei titoli di Stato e i corsi azionari italiani, riflettendo una tendenza comune ad altri Paesi dell'area dell'euro. Non sono aumentati i rendimenti delle obbligazioni emesse dalle banche e dalle società non finanziarie italiane, inferiori di oltre 70 punti base alla media del primo semestre del 2019.
Il costo del credito è sceso, in modo significativo per le famiglie. Per queste ultime la crescita dei prestiti resta solida, mentre è negativa per le imprese, rispecchiando soprattutto la debolezza della domanda di finanziamenti. Secondo le banche, le misure adottate in settembre dal Consiglio direttivo della Bce concorreranno a favorire un miglioramento delle condizioni creditizie.
Per quest'anno è previsto un incremento del Pil dello 0,5%, a fronte dello 0,9% nel 2021 e dell'1,1% nel 2022. L'attività sarebbe sostenuta sia dalla graduale ripresa degli scambi internazionali, sia dalla moderata espansione della domanda interna. Gli investimenti, pur risentendo di una persistente incertezza, trarrebbero impulso dal progressivo recupero delle prospettive di domanda globale e da condizioni di finanziamento espansive; la discesa degli spread sovrani osservata dall'inizio dello scorso giugno contribuirebbe a innalzare l'accumulazione di capitale di circa 3,5 punti percentuali nel complesso del triennio 2020-22. L'inflazione aumenterebbe in modo graduale, dallo 0,7 per cento nell'anno in corso all'1,3 nel 2022, per effetto soprattutto di una ripresa delle retribuzioni e dei margini di profitto che beneficerebbero della migliore fase ciclica.
Rispetto al quadro dello scorso luglio, la crescita prefigurata è inferiore per l'anno in corso, pressoché in linea per il 2021. Gli effetti della più accentuata debolezza dell'economia globale sono in larga parte compensati da quelli del maggiore stimolo monetario e dei minori premi al rischio sul debito sovrano italiano.
“La crescita è ancora esposta a rischi rilevanti, connessi con l'incertezza geopolitica in aumento, con i conflitti commerciali solo in parte rientrati e con il debole andamento dell'attività economica nei nostri maggiori partner europei – afferma Banca d'Italia - potrebbe inoltre risultare inferiore a quanto prefigurato, qualora fosse ritardata la realizzazione dei cospicui investimenti pubblici programmati, inclusi nel quadro previsivo, o se si riaccendessero tensioni sui mercati finanziari”.

La ricchezza finanziaria delle famiglie aumentata di 100 miliardi in un anno

Nel terzo trimestre del 2019 il flusso di attività finanziarie delle famiglie è stato negativo per 0,9 miliardi di euro. L’aumento dei depositi (24,1 miliardi di euro) e dei prodotti del risparmio gestito (20,2 miliardi di euro) è stato più che compensato dalla vendita dei titoli (-30,1 miliardi di euro), delle azioni e partecipazioni (-11,4 miliardi di euro) e delle altre attività finanziarie (-3,7 miliardi di euro).
Lo ha comunicato la Banca d'Italia, precisando che al 30 settembre scorso, l'attivo finanziario delle famiglie in Italia era costituto da 1.445,8 miliardi in contanti e depositi bancari a vista (1.387,8 miliardi alla stessa data 2018), 276,1 miliardi da titoli e breve e medio-lungo termine (273 miliardi), 12,3 miliardi da prestiti (11,5 miliardi), 940 miliardi da azioni e altre partecipazioni (991,6 miliardi), 481,3 miliardi da quote di fondi comuni (477,8 miliardi), 1.114,5 miliardi da riserve assicurative.
Il totale dell'attivo finanziario delle famiglie al 30 settembre 2019 è risultato di 4.396,4 miliardi, 112,3 miliardi in più rispetto alla stessa data del 2018. Il passivo, invece, ammonta a 944,3 miliardi, 15 miliardi in più. Il saldo netto, perciò, è positivo per 3.452 miliardi. A tanto, quindi, ammontava la ricchezza finanziaria delle famiglie, in Italia, alla fine del terzo trimestre 2019. In un anno è aumentata di circa 100 miliardi (+2,9% rispetto ai 3.452 miliardi emersi al 30 settembre 2018).

Mercato della casa, a Torino prezzi fermi nel 2019 a Milano aumentati dell'8,1%

Il bilancio del mondo del mattone nel 2019 segnala un arresto del calo dei prezzi. Secondo l’Osservatorio di Immobiliare.it sul mercato residenziale in Italia nel secondo semestre dell'anno scorso, a livello nazionale i prezzi richiesti per gli immobili in vendita sono rimasti praticamente fermi (+0,1%) rispetto all’anno precedente. La cifra media per comprare casa, in Italia, si è attestata a 1.885 euro al metro quadro.
Permane la sofferenza al Sud, dove in un anno i costi medi hanno perso ancora quasi 2 punti percentuali, scendendo a una media di 1.537 euro/mq, mentre si registrano variazioni positive al Nord (1.946 euro/mq) e nei grandi centri (2.592 euro/mq), con un aumento dell’1,6% su base annuale. Nonostante un calo annuale pari a quasi un punto percentuale, i costi maggiori si registrano ancora al Centro, con una richiesta media per il settore residenziale di 2.235 euro/mq.
Se le grandi città si confermano il vero traino del settore immobiliare italiano, nei piccoli centri la variazione rispetto al 2018 è ancora negativa (-0,4%) e la cifra media per comprare un immobile è di 1.629 euro/mq. Ma osservando quanto accaduto nella seconda parte del 2019, le oscillazioni dimostrano come, anche qui, i prezzi stiano lentamente raggiungendo la stabilità.
Guardano, in particolare, il mercato nei capoluoghi di regione, emerge subito che è Milano la città dei record: qui, in un anno i costi richiesti per gli immobili in vendita sono aumentati dell’8,1%, raggiungendo la media di 3.592 euro al metro quadro. Nonostante ciò, resta Firenze la più cara d’Italia, con una media di 3.856 euro/mq, che arriva da una crescita annuale del 4,1%.
Insieme a Milano e Firenze, sono Venezia e Bologna le due città più in salute e in cui il mercato del mattone registra una grande vivacità: nella Laguna, a dicembre 2019, i prezzi risultano cresciuti del 6,4% rispetto allo stesso mese del 2018, raggiungendo la richiesta media di 3.142 euro/mq. A Bologna, invece, l’aumento su base annua è stato del 4,1%, con un costo medio di 2.867 euro/mq.
Rispetto al 2018, a Roma continuano a scendere i costi degli immobili: a fronte di un calo dell’1% in un anno, il prezzo richiesto nella Capitale si ferma a 3.141 euro/mq.
Si rilevano variazioni annuali attorno al +3% a Trieste e Cagliari, con costi medi che, però, rimangono distanti dagli altri capoluoghi citati finora: rispettivamente nelle due città si richiedono in media 1.543 e 2.137 euro al metro quadro.
Risultano, invece, fermi i prezzi di Catanzaro e Torino, con variazioni annuali appena sopra lo 0%.
Tutti gli altri capoluoghi di regione risultano invece ancora in sofferenza, con picchi del -5,5% a Palermo. Superano la perdita di tre punti percentuali anche i valori immobiliari registrati a Potenza, Genova, Ancona e Bari.
L’aumento dei prezzi del mattone non è più determinato dal miglioramento della sua qualità – sostiene Carlo Giordano, amministratore delegato di Immobiliare.it Gli immobili italiani sono vecchi e solo il 9% ha meno di 30 anni: la vera riqualificazione necessaria per questo patrimonio è quella che coinvolge gli interi stabili e non le singole unità abitative. Ma nel nostro Paese ciò è reso estremamente difficoltoso a causa della frammentazione dei condomini nella piccola proprietà privata. Oggi e nei prossimi anni, l’aumento dei costi è e sarà legato solamente all’aumento della domanda abitativa che, in Italia, così come nel resto del mondo, si sta concentrando sempre più nelle grandi città. Per questa ragione, ci aspettiamo che la ripresa immobiliare proseguirà solo dove è già partita, senza coinvolgere il resto del Paese, che, in mancanza di interventi di valorizzazione turistica del territorio, rimarrà in una fase di stagnazione”.
Ed è questo trend che ha anche cambiato il modello dell’investimento immobiliare in Italia – conclude Giordano Ieri, ogni genitore tendeva ad acquistare casa per i figli nella loro città d’origine, oggi sono solo le famiglie che vivono nelle zone più redditive, con un buon mercato del lavoro e una conseguente domanda abitativa a investire nel mattone”.

Intesa Sanpaolo primo per Trade Finance

Intesa Sanpaolo è il primo operatore di Trade Finance in Europa e in Italia. Global Finance, prestigiosa testata finanziaria statunitense, ha assegnato, anche quest’anno, alla Divisione Corporate & Investment Banking, guidata da Mauro Micillo, i premi di Best Trade Finance Provider 2020. In particolare, per la Banca si tratta della prima volta che ottiene il riconoscimento Best Trade Finance Provider in Western Europe.
Il premio è stato consegnato in occasione del Baft 2020 Global Annual Meeting, a Francoforte, alla presenza dei principali player internazionali del settore. A ritirarli, per Intesa Sanpaolo, Raffaele Martino della Direzione Financial Institutions e Francesco Gabriele Lucchese della Direzione Global Transaction Banking.
Global Finance, fondata nel 1987 e con sede a New York, ha una tiratura di 50 mila copie e lettori in oltre 190 Paesi. Il mensile si contraddistingue per un’audience specializzata nel mondo corporate e fnanziario internazionale.

Al Teatro Stabile di Torino Il Mago di Oz sostenuto dalla Compagnia di San Paolo

Il Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale dedica uno spettacolo ai più piccoli e alle loro famiglie: al Teatro Carignano va in scena Il Mago di Oz di Lyman Frank Baum, per la regia di Silvio Peroni e con l’adattamento di Emanuele Aldrovandi.
La celebre storia del Mago di Oz ha tutti gli elementi per coinvolgere i bambini: grazie allo spirito di avventura e il sentimento di amicizia che lega i protagonisti e le appassionanti vicissitudini che devono affrontare.
Sul palcoscenico, a incantare il pubblico: Vittorio Camarota,Giorgia Cipolla,Maria Lombardo, Aron Tewelde, Andrea Triaca, Isacco Venturini. Le scene e i costumi sono di Silvia Brero, le luci di Valerio Tiberi e le musiche di Oliviero Forni.
Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Torino, con il sostegno di Compagnia di San Paolo, debutta in prima nazionale sabato 18 gennaio alle 15.30, con repliche fino a domenica 17 maggio 2020.
L'ingresso a teatro per gli spettacoli del 18 e 19 gennaio è gratuito per i bambini e le famiglie seguiti dalle associazioni sostenute dalla Compagnia di San Paolo, impegnate nel contrasto alla povertà e al disagio locali.

Cdp: il Nord-Ovest locomotiva del Paese Punti di forza e di debolezza della Liguria

Dopo la crisi, le regioni del Nord-Ovest d’Italia hanno saputo riorientarsi meglio di altre verso servizi a valore aggiunto e mercati internazionali dinamici e più promettenti. In questo modo, hanno mantenuto il loro ruolo di traino dell’economia nazionale, soprattutto grazie a una dotazione infrastrutturale superiore alla media, alla presenza di imprese relativamente più grandi e a un ecosistema capace di stimolare la creazione di un vero e proprio hub tecnologico funzionale a tutto il Paese.
Questi i principali risultati emersi dal Focus “Territori Cdp Think Tank - Il Nord-Ovest d’Italia: innovazione e tecnologia per un nuovo sentiero di sviluppo” il report coordinato da Andrea Montanino, chief economist Gruppo Cdp e Gianfranco Di Vaio, responsabile Cdp ricerca Macro.
La presentazione dello studio, che ha visto la partecipazione, fra gli altri, del sindaco Marco Bucci e di Nunzio Tartaglia, responsabile Divisione Cdp Imprese, è stata l’occasione per avviare, anche a Genova, il ciclo di eventi Spazio Imprese, dedicati alla promozione del confronto con le imprese sul territorio per comprenderne meglio bisogni e aspettative e per condividere riflessioni su tematiche di interesse comune.
Fra l'altro, dal Focus emerge che la Liguria ha evidenziato, negli anni post crisi, una minore capacità di reazione, riconducibile sia alla limitata capacità innovativa del tessuto imprenditoriale sia al declino demografico, che ha ostacolato la ripresa del dinamismo socioeconomico.
Nonostante le difficoltà seguite alla crisi economico-finanziaria, però lo studio registra che, nel complesso, il Nord-Ovest è ancora caratterizzato da livelli elevati di reddito, con un Pil pro capite di oltre 35 mila euro, superiore sia ai 30 mila della media europea che ai 28 mila euro del dato nazionale. Del resto, tutte le Regioni che compongono l’area (Liguria, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta) presentano un Pil pro capite superiore alla media italiana, con il picco della Lombardia, che supera i 38 mila euro di prodotto per abitante.
Secondo il Focus Territori Cdp, il Nord-Ovest ha quindi l’opportunità di valorizzare il suo potenziale per restare competitivo e giocare un ruolo ancora più importante nel contesto europeo, puntando su una serie di eccellenze: i settori industriali, come l’automotive, che possono offrire delle opportunità in una logica di filiere internazionali; il sistema integrato della portualità e logistica, che attraverso opportuni investimenti può rafforzare il ruolo dell’area di punto di accesso all’Italia e all’Europa; le risorse culturali e naturali, che hanno significativi margini di crescita in termini di flussi turistici e, infine, il comparto della formazione, che attraverso un network integrato delle eccellenze può rafforzare la capacità di innovazione del territorio e dell’intero Paese.
Genova rappresenta un centro nevralgico del sistema produttivo del Nord-Ovest, grazie anche all’attività del suo storico porto, hub di riferimento per il mare Mediterraneo, che la rende uno snodo strategico di collegamento con il resto d’Europa.
Nel corso dell’ultimo triennio, in Liguria, Cdp ha concesso finanziamenti agli enti pubblici locali per oltre 100 milioni di euro, mentre il contributo a supporto di progetti di sviluppo infrastrutturale è stato pari a 75 milioni di euro. L’impegno del Gruppo si è esteso, anche attraverso il contributo di Sace Simest per l’export, al supporto alle imprese, verso le quali sono stati mobilitati, dal 2017, circa 620 milioni di euro.
Ne sono esempio, tra gli altri, i finanziamenti ad aziende leader del made in Italy come la “Sanlorenzo” di Ameglia, leader globale nella produzione di yacht di lusso di alta gamma e la “Fratelli Carli”, storica azienda olearia di Oneglia-Imperia, che esporta l’olio ligure sulle tavole di tutto il mondo.
Nell’ambito del supporto al social housing, il Gruppo Cdp ha impegnato, nel corso degli anni, oltre 60 milioni di euro attraverso il Fondo Investimenti per l’Abitare, per la realizzazione di progetti di edilizia sociale. Circa 2/3 delle risorse sono state impegnate nel solo comprensorio di Genova. In particolare, a Molassana, è in avanzamento il progetto di riqualificazione dell’ex area industriale Boero per la realizzazione di 170 alloggi sociali più 1.500 mq dedicati a servizi.

Piazza Affari: protagoniste Ubi e Diasorin Pattern al nuovo massimo sfiora i 5 euro

Luca Sburlati, ad Pattern
Piemontesi protagoniste, in positivo e non, alla Borsa di Milano, oggi, 16 gennaio. Ubi Banca, che ha come maggiore azionista singolo la Fondazione Crc di Cuneo, è stata la blue chip con il maggiore rialzo (+3,93% rispetto a ieri), chiudendo la seduta con il prezzo di 2,939 euro. Diasorin, invece, è stata l'azione del paniere del Ftse Mib con il maggiore ribasso: -2,82%, a 113,7 euro. E po' meno peggio è andata alla Juventus, che ha perso l'1,53%, terminando le negoziazioni a 1,221 euro.
Quanto alle altre blue chip che fanno riferimento al Piemonte, ecco i loro risultati: Buzzi Unicem +0,38%, Cnh Industrial +1,83%, Exor +0,39%, Ferrari -0,61%, Fca -0,14%, Intesa Sanpaolo +0,11%, come Italgas.
Fuori dal listino principale, appunto quello costituito dalle 40 principali società che formano l'indice Ftse Mib (+0,74%), le quotate piemontesi che si sono distinte in modo particolare sono Pininfarina e Pattern, entrambe torinesi.
Pininfarina ha fatto registrare il balzo del 12,11%, settimo maggiore incremento di tutta Piazza Affari e il decimo è stato quello di Pattern (+7,42%). Così, l'ultimo prezzo di Pattern è risultato di 4,995 euro, il più alto da quando la società guidata da Luca Sburlati è entrata in Borsa, il 17 luglio scorso. La quotazione finale di Pininfarina, invece, è stata di 1,74 euro.

Il progetto di Fondazione Cottino e Polito per leader e imprenditori del futuro

Oggi Cottino Social Impact Campus, primo centro in Europa dedicato all’impact education. Domani Cottino Learning Center, polo internazionale di economia a impatto sociale positivo per i leader e gli imprenditori del futuro. Nel cuore della Cittadella politecnica di Torino è nata una nuova struttura, dedicata all’innovazione didattico-formativa e alla cultura social impact: è il progetto sviluppato da Fondazione Cottino e Politecnico, per cambiare il modello formativo internazionale, all’insegna dello sviluppo sostenibile.
Il Campus attualmente si trova in un’area di circa 2.000 metri quadrati dedicati alla didattica, alle sessioni collaborative e agli eventi, ma la struttura è destinata a crescere. Il nuovo Cottino Learning Center, infatti, sorgerà in un’area attualmente in fase di riqualificazione nei pressi dell’Ateneo, raddoppiando la superficie degli spazi a disposizione dell’università e della cittadinanza.
Per il progetto la Fondazione Cottino ha stanziato 6,5 milioni di euro, di cui 4 dedicati alla costruzione del nuovo Learning Center. La “prima pietra” del nuovo polo è stata dunque idealmente posata nel giorno dell’inaugurazione del Campus, durante la conferenza internazionale “Impactwise – Una nuova catena del valore per l’impatto sociale” alla presenza degli economisti di fama internazionale Mariana Mazzucato e Raghuram Rajan. Un evento che segna, per Torino, l’inizio del cammino verso un nuovo ecosistema per l'imprenditorialità e gli investimenti ad alto impatto sociale.
Guido Saracco, rettore del Politecnico di Torino, ha commentato: “La collaborazione tra il nostro Ateneo e la Fondazione Cottino rappresenta un esempio unico in Italia e significativo anche a livello internazionale di progettazione condivisa di spazi, programmi educativi e iniziative che potranno avere evidenti ricadute sul territorio, producendo un forte impatto sulla società e contribuendo alla creazione di posti di lavoro e alla costruzione di un ecosistema locale in cui formazione, ricerca e investimento dialogano tra loro e si arricchiscono a vicenda”.
I corsi del Cottino Social Impact Campus partiranno a febbraio e saranno aperti a studenti universitari, imprenditori, manager pubblici e privati del mondo dell’impresa e del terzo settore, m anche a tutti coloro che sono interessati a costruire cultura dell’impatto sociale, come leva trasformativa per la società.
Si tratta di una realtà prima nel suo genere in Italia e in Europa, dedicata esclusivamente all’impact education, cioè alla formazione di una nuova generazione di professionisti che sappiano coniugare la capacità di produrre intenzionalmente impatto sociale positivo con la sostenibilità e la redditività economica e finanziaria delle loro iniziative. Produrre intenzionalmente impatto sociale significa saper trovare risposte e soluzioni concrete ai bisogni della società contemporanea, cambiando in modo significativo e permanente le condizioni di vita delle persone.

Carlo Messina presenta il bilancio 2019 della sostenibilità di Intesa Sanpaolo

“Intesa Sanpaolo motore per lo sviluppo sostenibile e inclusivo” è il titolo dell’incontro di rendicontazione dei risultati 2019 e di presentazione dei progetti di Intesa Sanpaolo in materia di sostenibilità: filantropia, cultura, accesso al credito, ambiente, temi che stanno permeando sempre più il modus operandi della Banca, in modo trasversale, a ogni livello e che si trovano nel Piano di Impresa. Alla base la convinzione, più volte espressa dal numero uno Carlo Messina, che la crescita economica del Paese e, di conseguenza, della sua principale Banca, passi attraverso la riduzione delle disuguaglianze e uno ‘sviluppo sostenibile e inclusivo’.
Nella giornata sono state presentate due nuove iniziative per l’accesso al credito rivolte alle madri lavoratrici e alle persone che hanno difficoltà a raggiungere la pensione, con un focus sui giovani e sulla cultura. 
Anche nella cultura, la banca che ha come principale azionista la Compagnia di San Paolo, stabilisce un primato. Con l’annuncio dell’apertura di un quarto museo delle Gallerie d’Italia, nel 2022, a Torino, dopo quelli di Milano, Napoli e Vicenza, Intesa Sanpaolo diventa il primo Gruppo bancario al mondo ad avere quattro musei aperti al pubblico, che espongono collezioni permanenti e che offrono una programmazione di mostre con propri progetti scientifici originali.
Alla base dell’impegno per promuovere una maggiore coesione sociale e ridurre le disuguaglianze vi sono i risultati economici della Banca e la sua solidità, che rappresentano il presupposto di fondo per un programma strutturale di attività su tutto il territorio.
Ecco i principali risultati raggiunti.
Disuguaglianze: 8,7 milioni di pasti, 519 mila posti letto, 131 mila farmaci, 103 mila indumenti distribuiti, tramite associazioni caritative, nel periodo 2018-2019; 25 mila donazioni sulla piattaforma For funding per 170 progetti non profit; 400 mila beneficiari del Fondo di beneficenza in capo alla Presidenza Intesa Sanpaolo Impact; 3.240 studenti universitari finanziati con il prestito ‘per Merito’ da fine febbraio 2019; 524 atenei e scuole di alta formazione interessati da ‘per Merito’ nel 2019, di cui 265 all’estero; 171 milioni di euro erogati dal Gruppo a 15 mila studenti in prestiti per gli studi Economia circolare; 63 progetti trasformativi e innovativi per pmi e grandi aziende, finanziati per circa 760 milioni di euro a valere sul plafond circular economy da 5 miliardi di euro. Inoltre: 2 miliardi erogati nella green economy, 75 progetti finanziati con Green Bond, 353 mila tonnellate di emissioni CO2 risparmiate (pari alle emissioni annuali di 66 mila abitanti); Giovani e lavoro: 9.300 giovani, tra i18 e i 29 anni, candidati a partecipare al programma, 700 partecipanti diplomati, oltre 1.000 aziende coinvolte, 80% di assunzioni andate a buon fine.
Innovazione: 5 progetti conclusi nel 2019, in ambito Artificial Intelligence e 6 in corso; 6 progetti conclusi nel 2019 e 6 in corso nelle Neuroscienze,1.300 startup analizzate di cui 120 accelerate in 6 progetti e presentate a 850 investitori, 293 candidature, di cui 49 italiane, per il programma di accelerazione Techstars, 7,2 milioni veicolati attraverso la piattaforma di equity crowdfunding BackToWork24, attraverso la controllata Neva Finventures.

Lanciati prestiti per le madri che lavorano e per gli "over 50" in attesa di pensione

Intesa Sanpaolo amplia il suo raggio d’azione nella promozione dell’inclusione finanziaria con due nuove iniziative del Fondo di Impatto, dedicate alle madri lavoratrici o imprenditrici e alle persone ultra cinquantenni con difficoltà di accesso alla pensione. 
Le due nuove misure seguono il lancio di ‘per Merito’, il prestito senza garanzie rivolto a tutti i giovani studenti universitari in Italia, che finora ha finanziato 3.240 studenti di 524 atenei, di cui 265 esteri, erogando complessivamente 28 milioni di euro (negli anni, 15 mila giovani, con un alto potenziale per sé e per l’Italia, hanno ricevuto un finanziamento Intesa Sanpaolo per i propri studi superiori con un’erogazione complessiva di 171 milioni di euro).
“L’impatto è donna: diamo fiducia e opportunità alle donne, vicine e lontane” e “Diritto alla pensione” sono prestiti ad alto impatto sociale, finalizzati a consentire l’accesso al credito a soggetti sprovvisti dei requisiti previsti secondo i criteri convenzionali. Le due iniziative rientrano nell’attività del Fondo d’Impatto di 250 milioni di euro, la cui leva permette a leva di concedere prestiti per 1,25 miliardi di euro.
Le donne, spesso, si trovano in difficoltà nel conciliare maternità e lavoro per politiche insufficienti a supporto e, in molte aree del mondo, anche a causa di un difficile accesso al credito. Due le aree geografiche prese in considerazione: l’Italia, dove la partecipazione delle donne al lavoro è del 49%, contro una media Europea del 62% (penultima dopo la Grecia), e il Far East (India, Indonesia, Filippine, Thailandia, Vietnam), dove le donne contribuiscono, in modo decisivo, al sostentamento del proprio nucleo familiare ma non possono accedere al credito per avviare o rafforzare microimprese, pur mostrando un tasso di rimborso dei prestiti molto elevato.
“L'impatto è donna” si articola quindi su due dimensioni, coerenti tra loro: in Italia, per le donne che si trovano a dover scegliere tra lavoro e maternità, Intesa Sanpaolo, anche grazie al supporto dei volontari bancari Vobis, metterà a disposizione un prestito alle neo mamme lavoratrici, affinché possano mantenere il lavoro e integrare il reddito personale. Inoltre, concederà finanziamenti alle startup di giovani madri che vogliono diventare imprenditrici.
In India, Intesa Sanpaolo sosterrà un’iniziativa di microcredito dedicata alle donne e alla famiglia, operata in loco da un partner, CreditAccess, società che dal 2007 si occupa, con grande successo, di finanziamenti per l’avvio o il rafforzamento di microimprese al femminile.
"Diritto alla pensione". Sempre più persone, a causa della perdita di lavoro, devono ricollocarsi con contratti precari o con un impiego lontano dalla loro esperienza professionale. Secondo l’Istat, nel 2019, i disoccupati over 50 sono 559.000 e rappresentano una fascia grigia nel mondo del lavoro, perché faticano a trovare una nuova occupazione e vedono allontanarsi la pensione per mancanza dei versamenti contributivi.
Intesa Sanpaolo ha in cantiere un prestito che si indirizza principalmente a tre target: disoccupati prossimi al raggiungimento o che hanno raggiunto l’età per andare in pensione ma non hanno il requisito dei contributi versati; disoccupati che versano volontariamente i contributi ai fini pensionistici ma interrompono i pagamenti per sopravvenute difficoltà economiche.
Possono accedere coloro che si trovano in stato di disoccupazione, perfezionano il diritto alla pensione entro 36 mesi dalla data di autorizzazione Inps al versamento dei contributi volontari e si trovano in una determinata proporzione tra età contributiva e anagrafica; occupati che trovano un accordo di accompagnamento alla pensione (versamento contributi) con il datore di lavoro. 
Possono accedere coloro che hanno almeno 20 anni di contributi versati, non più di 5 anni alla maturazione del diritto alla pensione e definiscono un accordo con l’azienda per una uscita anticipata che prevede una somma per il versamento dei contributi volontari.
Intesa Sanpaolo erogherà ogni mese, sino alla maturazione del diritto alla pensione, un importo a essa commisurato per garantire il mantenimento del tenore di vita.

Fondazione Crt: Talenti per il fundraising nuovo bando per 50 giovani laureati aspiranti professionisti della raccolta fondi

Presentazione del nuovo bando della Fondazione Crt
Prende il via la nuova edizione del progetto della Fondazione Crt Talenti per il fundraising”, per 50 giovani aspiranti professionisti della raccolta fondi. Il corso, rivolto a laureati negli atenei del Piemonte e della Valle d’Aosta, è un’iniziativa unica nel panorama nazionale, perché offre 160 ore di alta formazione, con costi interamente coperti da Fondazione Crt, sulle skills necessarie per lavorare nel settore della raccolta fondi. Il bando, consultabile sul sito www.fondazionecrt.it, è aperto fino al 14 febbraio 2020.
Talenti per il Fundraising offre ai giovani un bagaglio di conoscenze non solo utili ma necessarie per svolgere al meglio una professione sempre più strategica per le associazioni non profit – afferma il presidente della Fondazione Crt, Giovanni Quaglia– Questa nuova edizione del corso può contare sul valore aggiunto di alcuni ex partecipanti che, avendo carriere ben avviate nel campo della raccolta fondi, hanno unito le forze per collaborare con Fondazione Crt nella formazione di 50 aspiranti fundraiser. Dopo gli Stati Generali, infatti, puntiamo a consolidare il ‘network dei 5.000 talenti’ della Fondazione Crt, per disseminare sul territorio e, soprattutto, tra le nuove generazioni, un patrimonio di competenze finalizzato allo sviluppo, alla crescita della competitività e alla riattivazione dell’ascensore sociale”.
Massimo Lapucci, Segretario generale di Fondazione Crt e presidente di Efc aggiunge:
Talenti per il Fundrasing è un percorso di alta formazione costruito su misura per i giovani, per offrire loro opportunità concrete di lavoro in un settore che ha un grande potenziale di crescita, soprattutto in Italia. Basti pensare che la quasi totalità dei 110 partecipanti alle prime due edizioni hanno trovato subito uno sbocco professionale, in gran parte nel fundrasing”.
Le competenze necessarie in questo campo, del resto, sono tra le high skill più richieste a livello europeo e non solo nel non-profit – continua Lapucci - sono, infatti, funzionali ad aumentare le risorse e, quindi, le prospettive di sostenibilità, efficienza e autofinanziamento, creando le condizioni per uno sviluppo capace di generare ricadute positive per il territorio. Un ulteriore impulso in tal senso potrà arrivare anche dall’auspicata creazione di un Mercato unico della Filantropia, che ancora manca in Europa: un obiettivo cui lavorano le reti internazionali del non profit, Efc e Dafne, per creare un ambiente più favorevole all'operatività delle organizzazioni del terzo settore, incoraggiando anche le donazioni transfrontaliere”.
Il percorso formativo, in programma dal 28 marzo al 6 dicembre 2020, è stato redatto grazie alla collaborazione degli alumni dei progetti Talenti di Fondazione Crt e comprende lezioni teoriche, laboratori pratici su casi concreti, workshop tematici, attività di teambuilding e un modulo finale residenziale intensivo.
Dopo le nozioni-base per la raccolta fondi, saranno analizzati gli strumenti più innovativi applicati al fundraising: dalle nuove frontiere del crowdfunding ai lasciti solidali, dai gadget allo storytelling e alla comunicazione emozionale per coinvolgere i donatori, dalla fiscalità non profit alla gestione del board e dei volontari negli enti, dai casi di successo e insuccesso raccontati da junior fundraiser allo svelamento dei “segreti del mestiere” dei grandi fundraiser in un vero e proprio “scontro tra titani”.
I 50 ragazzi affronteranno il ciclo di attività divisi in cinque gruppi di lavoro dedicati ad altrettanti player del terzo settore coinvolti nel progetto: Parco Nazionale Gran Paradiso, Infini.to- Planetario di Torino, Musei Reali Torino, Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, CasaOz Onlus. Tra le attività previste, le cinque “squadre” dovranno mettere in campo vere e proprie campagne di fundraising, che verranno “testate” in occasione del Donor Day, in programma sabato 28 novembre 2020.
Parallelamente al corso si terrà “Talenti per il Fundrasing–OFF: una serie di appuntamenti con focus specifici sui nuovi ambiti del fundraising. Quest’anno un focus specifico sarà dedicato agli enti pubblici, sempre più attenti alle tematiche della raccolta fondi da privati e aziende.
Conclusa la fase formativa, i migliori 20 partecipanti avranno l’opportunità, grazie a borse messe a disposizione dalla Fondazione Crt, di effettuare un tirocinio di sei mesi presso enti non profit del Piemonte e della Valle d’Aosta: gli enti potranno candidarsi per accogliere i giovani Talenti per il fundraising e incontrare i ragazzi durante un “career day” ad hoc.

Donazioni in calo, ma non su Facebook

Secondo il quinto Italy Giving Report del giornale Vita, sulla base degli ultimi dati fiscali disponibili (dichiarazioni dei redditi compilate nel 2018 per l'anno d'imposta 2017, definito dal Censis “dell’Italia del rancore”), le donazioni degli italiani hanno segnato una battuta d'arresto (-0,87%), dopo tre anni di crescita. L'ammontare delle donazioni fatte nel 2017, infatti, è risultato pari a 5,320 miliardi di euro, contro i 5,367 miliardi precedenti. I donatori sono scesi dal 49% al 45%, con la voce specifica dei donatori informali che cala dal 44% al 41%.
Anche l’importo donato, secondo l’Istituto Italiano della Donazione, è diminuito, sia per chi ha scelto di affidarsi solo a un’associazione (dai 67 euro del 2018 ai 66 euro del 2019) sia per chi ha optato esclusivamente per donazioni informali (da 35 a 29 euro, in un anno).
Nel 2019 hanno, invece, spopolato le
raccolte fondi su Facebook, in occasione dei compleanni, con un miliardo raccolto nel mondo, mentre è calata la raccolta degli sms solidali: nel 2018 si è fermata a 16,8 milioni di euro contro i 18,5 del 2017 e i 46 del 2016.
Secondo l'edizione 2019 dell'indagine
Donare 3.0 di Rete del Dono, che mappa i comportamenti dei donatori online, crescono i donatori saltuari (dal 29% al 32%) e quelli che donano da mobile (dal 22% al 24%).
Gli
enti non profit piemontesi – secondo dati Istat riferiti al 2016 – sono aumentati dell’1,7% rispetto all’anno precedente, diventando così 29.017 e del 2,3% quelli valdostani (1.370 organizzazioni). Grazie allo strumento del 5x1000, le principali 20 organizzazioni piemontesi hanno raccolto, nel 2017, più di 100.000 euro ciascuna, per il totale di oltre 15 milioni di euro.Chi sono i professionisti della raccolta fondi in Italia? La figura del fundraiser sta sempre più prendendo piede: su LinkedIn ne risultano 5.859, di cui 458 nelle principali città piemontesi e valdostane. I fundraiser sono prevalentemente donne: il 71%. L'età media è intorno ai 40 anni e la maggior parte, il 63%, è rappresentata da professionisti che lavorano nel Nord.
Sempre più fundraiser seguono percorsi ad hoc: il
78% non solo è laureato, ma frequenta corsi ed eventi dedicati. Chi si specializza attraverso questi percorsi raccoglie il 63% in più rispetto agli altri.

Fca in Europa, le vendite sotto il milione nel 2019 calo del 7,3% e quota scesa al 6%

Mike Manley, amministratore delegato di Fca
E' finito all'ottavo posto, il gruppo Fca, nella classifica dei Costruttori che hanno venduto più auto, l'anno scorso, in tutta l'Europa occidentale. Ha perso due posizioni, rispetto al 2018. E' stato sorpassato da Ford e Daimler (Mercedes più Smart). Infatti, l'Acea, l'associazione europea dell'industria automobilistica, ha attribuito a Fca 946.571 nuovi acquirenti nell'intero 2019 (-7,3% nei confronti del 2018), a Ford 965.070 (-1,5%) e a Daimler 1.016.655 (+1,4%).
Di conseguenza, la quota di Fca è risultata pari al 6% del mercato (6,5% nel 2018), a fronte del 6,1% della Ford (6,3%) e del 6,4% del gruppo Daimler (6,2%).
Tutte le altre posizioni precedenti sono rimaste invariate. Al primo posto si è confermato il gruppo Volkswagen con 3.866.779 nuove immatricolazioni dall'inizio di gennaio alla fine di dicembre dell'anno scorso (+3,3% rispetto allo stesso periodo 2018); al secondo il gruppo Psa con 2.467.258 (-1,3%), al terzo il gruppo Renault con 1-654.887 (+0,9%), al quarto il gruppo Hyundai, che comprende Kia, con 1.065.859 (+2,8%) e al quinto il gruppo Bmw, che dispone anche di Mini, con 1.048.047 (+1,4%).
Ed ecco le rispettive quote di mercato: Volkswagen 24,5% (24% nel 2018), Psa 15,6% (16%), Renault 10,5% (invariata), Hyundai 6,7% (6%). Al nono posto si è piazzato il gruppo Toyota con il 5% (4,9% nel 2018), al decimo Nissan con il 2,5% (3,2%). Seguono, nell'ordine, Volvo con il 2,2% (2,1%), Mazda con l'1,6% (1,5%), Jaguar-Land Rover con l'1,4% (1,5%), Mitsubishi con lo 0,9% (idem) e Honda con lo 0,8% (0,9%).
Nell'intero 2019, l'Europa occidentale ha contato 14.304.147 consegne di vetture nuove a clienti finali, lo 0,7% in più rispetto ai 14.211.343 del 2018.
Per quanto riguarda specificatamente il gruppo Fca, ecco i dati relativi alle sue singole marche: 659.622 Fiat (-7,2% rispetto al 2018), 167.118 Jeep (-0,9%), 58.938 Lancia-Chrysler (+20,6%), 53.876 Alfa Romeo (-35%), 7.017 fra Maserati e Dodge (-27%), La quota europea di Fiat è scesa al 4,2% dal 4,6% precedente.