Ferrero, Lavazza, Centrale Latte, Bolaffi

Buone nuove dal Nord Ovest.

FERRERO – I circa 6.000 dipendenti della Ferrero in Italia (a livello mondiale, il Gruppo ne conta circa 30.000, occupati dalle 86 società controllate, che dispongono di 22 stabilimenti produttivi e vendono in oltre 170 Paesi, con un fatturato che è stato di 10,3 miliardi di euro nel passato esercizio) nella busta paga di ottobre troveranno il premio annuale di circa 2.000 euro, avendo raggiunto gli obiettivi prefissati. In Ferrero, il premio annuale è parte di un pacchetto welfare sempre più ampio ed esemplare.
Dal primo giorno di questo mese, il gruppo Ferrero ha un nuovo amministratore delegato: Lapo Civiletti, 56 anni, fiorentino, da 13 anni in Ferrero con incarichi di sempre maggiore responsabilità. Lapo Civiletti ha ricevuto l'incarico precedentemente ricoperto da Giovanni Ferrero dallo stesso Ferrero, che si è riservato la carica di executive chaiman, cioè presidente esecutivo.
Giovanni Ferrero, figlio del geniale e indimenticabile Michele, creatore anche della Nutella, ha spiegato che Lapo C iviletti “è stato scelto per il suo business acumen, per la sua visione e per il suo orientamento ai risultati, oltre che per la sua capacità di valorizzare la cultura e promuovere i valori Ferrero”

LAVAZZA – A Milano, in piazza San Fedele, a poche decine di metri da piazza della Scala, la Lavazza ha appena inaugurato il suo primo flagship store, “negozio” speciale e innovativo, un “tempio del caffè”, destinato a essere replicato in altre metropoli, a partire da quelle europee, come Parigi, Londra, Berlino, per arrivare fino a Mosca, all'Australia, il Sud Africa e, naturalmente, gli Usa. A confermare l'importanza attribuita all'iniziativa milanese è stata anche la presenza dei maggiori esponenti della famiglia Lavazza, interamente proprietaria del leader italiano del caffè: il presidente Alberto, i vice presidenti Giuseppe e Marco, affiancati da Antonio Baravalle, l'amministratore delegato.
Il Gruppo Lavazza, che ha circa 3.000 dipendenti, ha chiuso il bilancio 2016 con un fatturato di 1,9 miliardi (+29% rispetto al 2015), per il 60,3% dovuto alle vendite all'estero (è presente in oltre 90 Paesi). L'utile netto è stato di 82,2 milioni e, a fine dicembre, aveva una posizione finanziaria netta positiva per 687 milioni, oltre che un patrimonio netto di 2,14 miliardi. Risulta al sesto posto nella classifica mondiale dei maggiori torrefattori. Ha l'obiettivo di fatturare 2,2 miliardi nel 2020.

CENTRALE DEL LATTE D'ITALIA – Oggi, 20 settembre, l'azione Centrale del Latte d'Italia ha chiuso le contrattazioni di Borsa a 3,38 euro, il 17,2% in più di ieri. Questo valore rappresenta il nuovo record del titolo dall'inizio di quest'anno, essendo stati superati i 3,274 euro del 3 gennaio. La performance annuale è arrivata vicina al 20% e la capitalizzazione a 41 milioni. L'impennata a Piazza Affari è stata giustificata dall'annuncio dell'ottimo andamento delle vendite: a fine agosto, i ricavi netti consolidati sono risultati superiori del 90% a quelli dei primi otto mesi 2016. quando, però, la Centrale del Latte di Firenze non faceva ancora parte del gruppo. A parità di perimetro, comunque, l'incremento è stato del 6%.
Nei primi sei mesi 2017, il gruppo Centrale del Latte d'Italia, che ha 5 stabilimenti, 450 dipendenti e vende i suoi prodotti in oltre 16.000 esercizi, aveva già fatturato 90,5 milioni. Il prezzo fatto segnare dal titolo oggi in Borsa è comunque ancora lontano dai massimi del 2015 (oltre 4 euro) e del 2014 (oltre 5 euro), quando l'azione era relativa solo alla Centrale del Latte di Torino.

BOLAFFI – Attiva nel campo del collezionismo dal 1890, quando è stata fondata, a Torino, da Alberto Bolaffi senior, l'omonima impresa, ora guidata dalla quarta generazione (numero 1 operativo è Giulio Filippo Bolaffi, figlio del nipote del fondatore), ha annunciato l'avvio di una nuova attività, curata da uno specifico dipartimento della Aste Bolaffi, una delle società del Gruppo. Il nuovo dipartimento di Aste Bolaffi è quello di Auto e moto classiche, che debutterà con l'asta in programma il 23 maggio prossimo. Per la sua prima asta, il dipartimento Auto e moto classiche sta selezionando modelli da collezione di marche come Ferrari, Maserati, Lamborghini, Lancia, Alfa Romeo, Jaguar, Mg ed esemplari storici di due ruote a motori.

Punto di riferimento internazionale nel settore, il gruppo Bolaffi, che dispone di oltre cento collaboratori, opera in diversi campi: filatelia, numismatica, manifesti, filografia, editoria, diamanti e metalli preziosi (fra l'altro, in agosto, ha ricavato oltre 365.000 euro dalla vendita on line di lingotti d'oro, tre volte più che nello stesso mese dell'anno scorso). Sempre più rilevanti, per Bolaffi, sono anche le aste, anche di oggetti di nicchia. D'altra parte, per Bolaffi “la storia è un oggetto da collezione”.


Disamorati dei titoli di Stato

Disamoramento dei titoli di Stato italiani. E' un fenomeno diffuso particolarmente nelle tre regioni del Nord Ovest. L'anno scorso, famiglie consumatrici e imprese di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta, hanno ridotto di oltre 4 miliardi i loro investimenti in Btp, Bot, Cct, Ctz. Infatti, al 31 dicembre 2016, è risultato pari a 25,507 miliardi il valore dei titoli di Stato italiani custoditi dalle banche attive nelle tre regioni, mentre alla stessa data del 2015 era di 29,546 miliardi.
Il calo è del 13,67%, quindi superiore al 9,14% della media italiana. A livello nazionale, infatti, la diminuzione è stata di 18,8 miliardi, dato che il valore complessivo dei titoli di Stato italiani dati in custodia alle banche, da parte di famiglie consumatrici e imprese, è sceso da 206,133 a 187,277 miliardi. A questa riduzione, il Nord Ovest ha partecipato per oltre un quinto (21,4%, per la precisione), perciò ben più che in proporzione al suo peso.
Banca d'Italia ha rilevato che, al 31 dicembre 2016, i titoli di Stato italiani custoditi dalle banche per conto delle famiglie consumatrici ammontavano a 17,866 miliardi in Piemonte (-2,867 miliardi rispetto alla stessa data del 2015), a 6,222 miliardi in Liguria (-940 milioni) e a 276 milioni in Valle d'Aosta (-47 milioni).
Quanto alle imprese, i loro investimenti in titoli di Stato italiani lasciati a custodia delle banche, a fine 2016 sono risultati di 759 milioni in Piemonte (-151 milioni nei confronti del 31 dicembre 2015), 337 milioni in Liguria (-13) e 47 milioni in Valle d'Aosta (-21).

Il valore dei titoli di Stato italiani custoditi nelle banche per conto sia delle famiglia consumatrici che delle imprese è calato a 18,625 miliardi in Piemonte (-3 miliardi), a 6,559 miliardi in Liguria (-953 milioni) e a 323 milioni in Valle d'Aosta (-68 milioni).  
Il disamoramento dei titoli di Stato italiani è dovuto, soprattutto, ai loro rendimenti, che, quando ci sono (i Bot rendono nulla), sono minimi, anche quando hanno scadenze a medio termine e persino a lungo termine.

Banca d'Alba punta i vip di Torino

Non è ancora ufficiale, ma nell'ambiente finanziario torinese viene data come notizia certa: la Banca d'Alba, che ha il primato italiano per numero di soci (quasi 54.000) nel Credito Cooperativo, presto aprirà una filiale nel quartiere Vip di Torino, la Crocetta.
L'iniziativa è emblematica. Non soltanto perché l'operazione dell'istituto presieduto da Tino Ernesto Cornaglia e diretto da Riccardo Corino è in controtendenza (da tempo, quasi tutte le banche stanno chiudendo sportelli); ma anche perché la presenza materiale della Banca d'Alba nel “cuore” del capoluogo piemontese ha il sapore di una conquista. Torino era dominio dell'omonima Cassa di Risparmio e dello storico e fortissimo Sanpaolo. Oggi la bandiera bancaria cittadina è rappresentata, validamente e solidamente, dalla Banca del Piemonte, guidata, con lungimiranza ed efficacia, da Camillo Venesio, insieme con i suoi figli Carla e Matteo.
Con quella alla Crocetta diventeranno 73 le filiali della Banca d'Alba, otto delle quali a Torino, che può già vantare una sede distaccata, come Imperia, Acqui Terme, Omegna e Rivara, quest'ultima in seguito alla recente incorporazione della Bcc Riva Banca, attiva nel Canavese. Ancora nel 2003, erano solo 38 le filiali della Banca d'Alba, la quale dispone di sportelli anche nelle province di Alessandria, Asti, Verbania, Savona e, naturalmente, Cuneo, più, appunto, Imperia e Torino.
Nata, nel 1998, dalla fusione di tre Casse rurali locali – Diano d'Alba, Gallo Grinzane Cavour, Vezza d'Alba – la Banca d'Alba è passata dai 7.399 soci di allora ai quasi 54.000 di oggi (nel primo semestre erano già aumentati di 1.290 rispetto al 31 dicembre 2016, arrivando così a 51.650).
A proposito dei primi sei mesi 2017, la Banca d'Alba ne ha appena comunicato i risultati, fra i quali 6.705 nuovi correnti, che hanno portato a 146.231 il numero dei clienti. Inoltre, sono state finanziate 1.017 piccole e medie aziende, per complessivi 106,3 milioni e 661 famiglie con un mutuo prima casa, per un totale di 76 milioni.
Al 30 giugno 2017, la raccolta diretta ammontava a 3,683 miliardi (+2% rispetto a fine 2016) e l'indiretta a 2,195 miliardi (+4,8%); i crediti alla clientela erano pari a 2,798 miliardi (+2,5%) e le sofferenze pari al 4,7% (-0,1%). Le commissioni nette sono state di 17,4 milioni (+7,9%), il margine d'intermediazione di 57,5 (-3,6%) e l'utile netto di 10,2 milione, inferiore di quasi un milione, per cui il roe è sceso al 3,1%, ma la redditività complessiva è risultata del 3,7%, aumentata del 3,3%, come il patrimonio netto, che ha raggiunto quota 327 milioni (il Tier1 è al 13,8%).
La Banca d'Alba conta oltre 450 dipendenti.

Riccaro Corino, direttore generale Banca d'Alba
Camillo Venesio, n.1 Banca del Piemonte






Alle giovani l'impresa piace meno

Alle giovani del Nord Ovest diventare imprenditrici piace meno che nel resto dell'Italia. Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta, infatti, presentano un tasso di “femminilizzazione” delle imprese giovanili inferiore alla media nazionale. Quest'ultima è del 28,64%, corrispondente a 162.187 imprese guidate da donne con meno di 35 anni sulle 566.268 che, al 30 giugno scorso, facevano capo a giovani di entrambi i sessi.
In Piemonte, alla fine di giugno, le imprese giovanili femminili erano 11.092, pari al 28,2% del totale di aziende under 35 registrate dalle Camere di commercio (39.328); in Valle d'Aosta se ne contavano 312, pari al 28% di tutte le giovanili e in Liguria 3.557, pari al 27,13% delle 13.110 under 35 in attività.
Il tasso ligure di femminilizzazione delle imprese giovanili è il più basso non soltanto del Nord Ovest ma anche di tutte le altre regioni italiane. Invece, le tre quote più alte vengono accreditate a Umbria (31,18%), Molise (30,96%) e Abruzzo (30,8%).
Comprese quelle under 35, le imprese femminili operanti in Liguria sono 35.915, a fronte delle 126.798 maschili; la loro quota, pertanto, risulta del 22,07% delle 437.338 di tutti e due i sessi. Anche questa è la minore delle regioni del Nord Ovest, ma non della media dell'intero Paese, che è del 21,8%, corrispondente a 1.325.438 imprese sul totale di 6.079.761 censite da Unioncamere, l'unione nazionale delle Camere di commercio.
In Piemonte, le imprese amministrate da donne, a prescindere dall'età, sono 97.635 (22,32% delle 437.338 iscritti nei registri camerali al 30 giugno 2017) e in Valle d'Aosta 2.925 sul totale di 12.634, quindi il 23,15%.

Unioncamere ha riferito che, a livello nazionale, quattro imprese femminili su dieci sono state create a partire dal 2010, mentre hanno meno di sette anni solo tre su dieci delle maschili. Delle 554.000 imprese femminili nate negli ultimi sette anni, 155.000 operano nel commercio, 64.000 nella ristorazione e nell'ospitalità, 26.000 nel noleggio e come agenzie di viaggio, oltre 18.000 nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, 13.000 nel campo finanziario e assicurativo,poco meno di 11.000 nei servizi di informazione e comunicazione.


           Nicoletta Viziano, past president del Gruppi Giovani di Confindustria Liguria 

Liguria amara per i concessionari auto

Mercato amaro, per i rivenditori liguri di automobili. Se è vero, infatti, che nei primi otto mesi di quest'anno hanno venduto 732 vetture in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso; è altrettanto vero che questo aumento è limitato al 3%, mentre il mercato italiano è cresciuto del 9,1% e del 19% in Valle d'Aosta, per non parlare del 35,1% fatto registrare in Piemonte.
Comunque, dal primo giorno di gennaio all'ultimo di agosto, sono state registrate 23.555 nuove immatricolazioni in Liguria (24.287 nei primi otto mesi 2016), 41.407 in Valle d'Aosta (34.787) e 156.803 in Piemonte (116.036). Regione, quest'ultima, che ha contato un numero di acquisti di auto nuove inferiore soltanto a quelli del Trentino-Alto Adige (229.789) e della Lombardia (221.311). Però, il Trentino-Alto Adige è favorito, come la Valle d'Aosta, da una tassazione agevolata per le nuove immatricolazioni.
In Liguria, il mercato automobilistico era cresciuto meno della media nazionale anche nei primi otto mesi 2016 – 9,5% contro il 15,9% di tutta l'Italia – per cui, è evidente che si tratta di un fenomeno strutturale e non congiunturale.

In particolare, per quanto riguarda le vendite di auto nuove in agosto, ecco le cifre del Nord Ovest a a livello provinciale: 8.643 a Torino, 1.477 ad Aosta, 804 a Genova, 768 a Cuneo, 556 ad Alessandria, 444 a Novara, 318 a Savona, 303 a La Spezia, 214 ad Asti, 204 a Biella, 202 a Imperia, 198 a Verbania e 172 a Vercelli.

Debito pubblico, ci aspettano più tasse

Il debito pubblico italiano ha raggiunto i 2.300 miliardi di euro (2.299,968 al 31 luglio, come ha precisato Banca d'Italia, pochi giorni fa). Se n'è parlato poco, nonostante la cifra tonda facesse notizia, come il nuovo record. Forse perché ci abbiamo fatto l'abitudine. Ogni mese, il debito è sempre più alto. Ma lo spread non cambia, la Borsa non sembra neppure accorgersene, i giornali, neanche tutti, dedicano qualche riga e sono sempre meno gli interventi, in merito, da parte di economisti, editorialisti, esponenti del sistema produttivo e finanziario, politici.
Qualche ragione c'è. In fondo, il debito pubblico, pur a 2.300 miliardi, è sostenibile. E sostenuto. Gli interessi vengono pagati puntualmente e senza affanno. Inoltre, se è vero che la somma pare esorbitante è altrettanto vero che rappresenta poco più del 130% del Pil, cioè del valore della ricchezza prodotta annualmente dall'Italia.
Questo rapporto diventa più significativo se si relaziona con quello di una famiglia media o di un'azienda. Sono centinaia di migliaia le famiglie che, per comprare la casa, hanno fatto un mutuo di importo superiore al loro reddito annuale e versano regolarmente le rate dovute. Lo stesso vale per una miriade di imprese, che hanno un indebitamento maggiore ai ricavi che ottengono nell'esercizio dalla svolgimento della loro attività.
E' pure vero che, a fronte dei debiti delle famiglie e delle imprese, c'è un patrimonio, cioè ci sono beni come la casa e impianti produttivi. Altrettanto vero, però, è che, anche a fronte del debito pubblico, si trova un patrimonio, grande, senza dubbio, di valore molto superiore ai 2.300 miliardi e a cifre ancora più elevate.
Quindi, le questioni meritevoli di attenzione, relativamente al debito pubblico, sono altre. Una è quella degli interessi. Famiglie e imprese pagano le rate dei prestiti con i soldi ricavati dalle loro attività, perciò non si indebitano più di quanto sono in grado di restituire, almeno quelle che hanno una gestione da buon padre di famiglia, responsabile e coscienziosa. Invece, le Amministrazioni pubbliche non si comportano così, nonostante che, per legge, tutte le spese dovrebbero avere una copertura prima di essere fatte.
Non solo, l'indebitamento pubblico, alla pari di quello privato, dovrebbe essere conseguente a investimenti, fatti per l'aumento del reddito o del patrimonio, non a spese improduttive e sprechi, come purtroppo accade nel nostro Paese. E questo pare già un ottimo motivo di discussione, di meditazione e di provvedimenti.
Altro punto degno di attenzione. Di fronte a un debito aumentato o diventato insostenibile, chi gestisce con il principio del buon padre di famiglia rimedia, per non essere inadempiente, alienando parte del suo patrimonio, magari i gioielli, oppure riducendo le spese o, ancora, aumentando i ricavi.
Qui compare l'altra grande differenza, tra pubblico e privato. Le Amministrazioni pubbliche, infatti, normalmente, non riducono le spese – anzi, continuano ad aumentarle, come confermano i dati mensili del ministero dell'Economia e delle Finanze – non vendono i gioielli e non ricavano abbastanza dai loro investimenti.
E allora, per far quadrare i conti, per continuare a pagare gli interessi del loro debito, sia pure cresciuto, aumentano le tasse, in ogni modo possibile. Ecco a cosa si dovrebbe pensare ogni volta che il debito pubblico aumenta: i contribuenti, che non sono tutti gli italiani, si preparino a vedersi sottrarre altri soldi dai loro portafogli.


Perché Boero lascia la Borsa

Liguria sempre più povera in Borsa. Si ridurranno a tre le società della regione rivierasca quotate a Piazza Affari. La Boero Bartolomeo, infatti, uscirà dal listino delle contrattazioni, 35 anni dopo esservi entrata (l'esordio risale al 22 dicembre 1982). Restano le genovesi Erg (famiglia Garrone-Mondini), Banca Carige (Malacalza azionista di riferimento) e la Orsero di Albenga.
Il 15 settembre, infatti, il Consiglio di amministrazione della Boero Bartolomeo, storica azienda di vernici per edilizia, yachting e comparto navale, ha deliberato la convocazione dell'assemblea chiamata ad approvare l'acquisto delle proprie azioni tramite offerta pubblica totalitaria volontaria per poi ottenere il delisting, cioè l'uscita dal Mercato Telematico Azionario della Borsa Italiana.
Il risultato è scontato. C'è già l'accordo, un patto, tra i sei gruppi di azionisti che, insieme, detengono il 97,4% del capitale, che sale al 98,7% con i titoli già nel portafoglio della Boero Bartolomeo, il cui flottante è perciò limitato all'1,26%. La sola Andreina Boero, presidente della holding, possiede il 55,3% della società, della quale ha azioni anche la figlia, Cristina Cavalleroni Boero.
Emblematica la spiegazione della decisione: “In considerazione della insussistenza di fatto di un significativo flottante, esiste un interesse della Società, che non ha mai fatto ricorso al mercato dei capitali dopo la quotazione e che affronta significativi costi di compliance correlati al regime di quotazione, a fare quanto possibile per ottenere il delisting del titolo”, si legge nel comunicato stampa, che riporta anche la notizia della cooptazione di Giovanni Pericu, stimato professore di diritto e avvocato, già parlamentare e sindaco di Genova, nel Consiglio di amministrazione.
La Boero Bartolomeo è a capo dell'omonimo gruppo che conta circa 300 dipendenti e ha fatturato 85,4 milioni nel 2016. Venerdì la sua azione ha chiuso al prezzo di 20 euro e la sua capitalizzazione è risultata di poco superiore agli 87 milioni.


      In alto Andreina Boero, sotto la figlia Cristina, rispettivamente presidente e vice presidente

Sempre venerdì 15, l'assemblea della Orsero ha approvato l'aumento di capitale a pagamento riservato al gruppo spagnolo Fernandez, che avrà così il 5,66% della società di Albenga, il cui gruppo figura tra i principali importatori e distributori europei di prodotti ortofrutticoli (nel 2016 ha fatturato 685 milioni, dispone di 20 stabilimenti e di oltre mille dipendenti). Il capitale sociale della Orsero salirà così a 69,1 milioni. L'ultimo prezzo di Borsa è stato di 13,67 euro, che corrisponde a una capitalizzazione vicina ai 230 milioni.

Della Orsero è vice presidente, amministratore delegato e direttore generale, oltre che azionista di rilievo, Raffaello Orsero, nipote di Antonio Orsero, che ha fondato l'azienda nel 1940.

Raffaella Orsero, vice presidente, amministratore delegato e direttore generale dell'omonima società

Novaresi all'attacco

Tra le mille aziende europee non quotate in Borsa, piccole e medie, selezionate dalla London Stock Exchange, fra l'altro proprietaria della società che gestisce Piazza Affari, in considerazione dei loro elevati tassi di sviluppo, 110 sono italiane e non poche di queste si trovano nel Nord Ovest. Nell'elenco non poteva mancare la novarese Herno, produttrice di capi d'abbigliamento d'alta qualità e di gran moda, che stanno conquistando mercati in tutto il mondo, con la guida di Claudio Marenzi, figlio di Giuseppe, fondatore dell'impresa, con la moglie Alessandra Diana, nel 1948, a Lesa (inizialmente produceva impermeabili). Con Claudio Marenzi al timone, la Herno sta raddoppiando il fatturato ogni due anni: 2016 i ricavi sono ammontati a 76 milioni, per il 60% dovuti all'export. Oltre che presidente e amministratore delegato della Herno, Claudio Marenzi, 55 anni, terzogenito, è presidente di Pitti Immagine e anche della neonata Confindustria Moda, che rappresenta 37.000 imprese Made in Italy del settore.

                             Claudio Marenzi, presidente e amministratore delegato Herno

Ben nota per i suoi marchi Clinians, Malizia, Intesa, Splend'Or, Glicemille, Breeze e altri ancora, la Mirato di Landiona (Novara) aggiunge alla sua gamma “I Provenzali”. Infatti, l'impresa novarese presieduta da Corrado Ravanelli, che l'ha creata all'inizio degli anni 60, ha comprato il ramo d'attività caratterizzato dal marchio I Provenzali (cosmetici naturali), rilevandolo dal gruppo ligure Gianasso, nato nel 1965, a Campomorone, come saponificio e diventato un attore di rilievo, a livello nazionale, nel settore della cosmetica naturale e biologica. Con il marchio I Provenzali, Mirato ha acquisito anche il relativo stabilimento di Genova, con una cinquantina di addetti, impianto che si aggiunge ai due piemontesi. Il gruppo Mirato, leader nel mercato italiano dell'igiene e della bellezza, ha come vice presidente Fabio Ravanelli, dispone di oltre 350 dipendenti e fattura 220 milioni, per il 20% all'estero.

Un'altra novarese in rapida crescita è la Cavanna, fondata nel 1960 dal padre di Riccardo e Alessandra Cavanna, i due fratelli che ne condividono il comando e il capitale. Dal 2014, come ha scritto Maurizio Tropeano su La Stampa, la Cavanna, leader nella tecnologia dei sistemi di distribuzione e confezionamento in flowpach per diversi prodotti – principalmente snack, biscotti e cracker - aumenta il fatturato mediamente del 10% all'anno, arrivato così, nel 2016, a 65 milioni, per il 90% conseguente alle vendite all'estero (recentemente è stata aperta una filiale anche a Bangkok). La Cavanna, che esporta in 58 Paesi, conta 320 dipendenti e dispone di quattro stabilimenti: rispettivamente a Prato Sesia (Novara), Mappano (Torino), negli Usa e in Brasile. A Prato Sesia è collocata anche la nuova sede direzionale.

Novarese, di San Maurizio d'Opaglio, è anche la Tecnomors, dal 1967 attiva nella componentistica per l'automazione e la robotica. Tecnomors ha recentemente concluso l'acquisizione della totalità del capitale della statunitense Applied Robotics, operante nello stesso settore e già partecipata. In seguito a questa operazione, realizzata dalla società di investimenti Trafalgar, che opera come un fondo di private equity e promuove le eccellenze del made in italy, è nato Effecto Group, che vanta un fatturato aggregato superiore ai 10 milioni di euro, 65 dipendenti, tre siti produttivi e ha un piano di forte sviluppo, perseguito anche con nuovi mercati e una diversificazione. Tecnomor è stata rilevata nel 1978 da Piero Giacomini, costitutore della Trafalgar, che gestisce con i figli Graziano e Flavio. Alla holding Trafalgar dei Giacomini fanno capo anche Ivr (idrotermosanitario) e Mayfair (facility management nell'immobiliare).



Protagonisti alla ribalta

CESARE PONTI – Lunedì 25 settembre, a Casalbeltrame, piccolo comune del Novarese, Cesare Ponti riceve il premio “La Rana d'Oro”. Cesare Ponti, nato a Novara nel 1940, laurea in Economia e commercio alla Bocconi, è il presidente dell'omonima azienda di Ghemme, fondata 150 anni fa e leader italiana nel settore degli aceti (fattura oltre 115 milioni ed esporta in più di 70 Paesi). Il “re dell'aceto” guida la Ponti con il fratello Franco. Loro sono gli esponenti della quarta generazione sulla tolda di comando dell'impresa di famiglia, che vede già impegnati esponenti della quinta, a partire da Giacomo Ponti, amministratore delegato.
Imprenditore cattolico, Cesare Ponti, che è stato anche presidente dell'Associazione Industriali di Novara, della Banca Popolare di Intra; fra l'altro, è presidente dell'associazione italiana delle industri prodotti alimentari, della Fondazione Comunità Novarese Onlus e membro di giunta della Camera di commercio di Novara.
Oltre a Cesare Ponti riceveranno “La Rana d'Oro” anche Giulia Maria Crespi (Fai), Gualtiero Marchesi, Valentina Greggio di Verbania (campionessa di sci) e l'attrice Michela Quattrociocche.

MARCO GILLI – Il rettore del Politecnico di Torino è finito sulle pagine di tutti i giornali italiani, e non solo, perché l'ateneo che guida si è conquistato il titolo di migliore università del mondo per numero di suoi laureati che hanno trovato lavoro entro un anno dalla discussione della tesi (94%, contro il 76,2% della media italiana). Il primo posto nella classifica del Graduate Employability Ranking 2018 è stato assegnato al “Poli” di Torino, oltre che al Moscow State Institute of International relations, dall'ente britannico QS, che ha preso in esame 600 università.
Marco Gilli, professore ordinario di Elettronica, autore o coautore di oltre 170 pubblicazioni scientifiche internazionali, è rettore del Politecnico dal 2012, quando ha preso il posto del savonese Francesco Profumo. Nato nel capoluogo piemontese nel 1965, è stato il più giovane Magnifico d'Italia e il secondo più giovane nella storia dell'ateneo torinese. Sposato, due figli, Marco Gilli, fra l'altro, ha vinto il Premio Ravani, assegnatogli dall'Accademia delle Scienze per i contributi al progresso nel campo della fisica e, in particolare, dell'elettrotecnica.

                                              Marco Gilli, Rettore del Politecnico di Torino

ALESSIO TONEGUZZO – Torinese, classe 1967, laureato in Ingegneria aeronautica al Politecnico subalpino, è il nuovo presidente dell'Ordine provinciale degli Ingegneri. Al vertice della categoria, con lui sono stati eletti Fabrizia Giordano e Alberto Lauria (vicepresidenti), Fabrizio Mario Vinardi (segretario) e Luca Gippo (tesoriere). Consiglieri: David Colaiacomo, Annalisa Franco, Paola Freda, Michele Giacosa, Elisa Lazzari, Marianna Matta, Luigi Rinaldi, Valter Ripamonti, Stefano Pazienza e Patrizia Vanoli.
Alessio Toneguzzo, libero professionista dal 1994, è business manager del Gruppo 2G Management Consulting e, dal 2003, presidente di Eurisp Italia, organismo di Ispezione.

CHRISTIAN AIMARO – Originario di Biella, dove ha anche lo studio professionale, l'avvocato Chrystian Aimaro, 36 anni, è stato scelto dalla sindaca Chiara Appendino come nuovo presidente dell'Amiat, l'azienda di Torino che si occupa della raccolta rifiuti e della quale era già consigliere di amministrazione (l'Amiat, ex municipalizzata, è ora controllata da Iren, che ne nomina l'amministratore delegato, dotato di ampi poteri).
Dal 2004 al 2014, Christian Aimaro è stato consigliere comunale a Zibone (Biella) e dal 2010 al 2014 consigliere della Comunità montana Valle dell'Elvo; dal 2014 al 2016, consigliere di amministrazione del Cosrab, Consorzio smaltimento rifiuti dell'area biellese. Fra l'altro, è socio Aiga e Docbi, centro studi biellese.

MARCO GAY – Tra i nuovi 48 consiglieri del Cnel, l'organo costituzionale che Matteo Renzi aveva proposto di abolire con il referendum, figura Marco Gay, designato dalla Confindustria, della quale è stato, da maggio 2014, per tre anni, vice presidente e presidente dei Giovani Imprenditori, dopo aver ricoperto diversi incarichi di vertice nell'organizzazione, prima all'Unione Industriale di Torino e poi in Confindustria Piemonte. Nato nel 1976, sotto la Mole, Marco Gay è sposato e ha tre figli. La sua carriera imprenditoriale è incominciata nella Proma, società operante nel settore vetro-ceramica, poi venduta alla Saint-Gobain. Contemporaneamente, però, faceva anche il docente allo Ied, l'istituto europeo di design e in corsi organizzati dall'Università e dalla Regione.
Cofondatore di start-up innovative, di alcune delle quali è anche presidente, nel 2015 Marco Gay è stato nominato vicepresidente esecutivo di Digital Magics, società quotata in Borsa e della quale è azionista. Fra l'altro, dal maggio 2016 fa parte del consiglio di amministrazione della Luiss.
Con Marco Gay sono entrati nel Cnel altri due piemontesi: Roberto Moncalvo (Coldiretti) e Secondo Scanavino (Cia).


GAIA FRANCESCHINI BEGHINI – Giovanissima torinese, Gaia Franceschini Beghini spicca nella lista 2017 delle quindici italiane più influenti nel mondo del digitale, della tecnologia e dell'innovazione, elenco redatto da Digitalic, rivista specializzata. Da tre anni, Gaia Franceschini Beghini è la responsabile delle attività digitali (head of digital, e-commerce e crm) di Moleskine, brand che ha saputo, grazie anche al lavoro dell'eccellenza torinese, cogliere le opportunità della trasformazione digitale diventando una delle aziende più innovative e apprezzate.
Per le sue capacità e qualità, Gaia Franceschini Beghini, che, da qualche anno, lavora a Milano, dove ha sede Moleskine, alla quale è approdata dalla subalpina Bit-Mama, ha avuto l'onore anche di un ampio servizio pubblicato da la Repubblica e firmato da Sara Strippoli.

                                                   Gaia Franceschini Beghini

NADIA PIZZO - “La sanremese che ha portato sardenaira, basilico e olio d'oliva nei ristoranti del Brasile”. E' così che è stata definita Nadia Pizzo, nata e cresciuta a Bussana, amena frazione del famoso comune del Festival della canzone. Giovane manager, Nadia Pizzo è chef executive di Rascal, la più rinomata e diffusa catena di ristoranti in Brasile (oltre mille i dipendenti diretti, distribuiti fra i nove locali di San Paolo e i tre di Rio de Janeiro).
Nella capitale economica e finanziaria del grande Paese sudamericano, Nadia Pizzo, vive con il marito, fotoreporter internazionale, due figli, dedicandosi con passione al suo lavoro, che è quello di ideare le ricette da trasmettere poi al primo chef di ogni ristoranti Rascal, della quale è diventata anche socia; ricette che hanno i prodotti tipici del Ponente ligure come principali ingredienti.

Nadia Pizzo, ha fatto scoprire al Brasile la focaccia, la sardenaira, la torta verde, la pasta al pesto, le verdure ripiene e tante altre prelibatezze della sua terra d'origine, della quale è una delle migliori ambasciatrici.

                Nadia Pizzo, bussanese che ha fatto conoscere al Brasile la cucina ligure 

La mappa delle partite Iva

“Studi di settore: addio senza alcun rimpianto, solo se con i nuovi indicatori le tasse diminuiranno”. E' il titolo del comunicato della Cgia, la battagliera associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre, la quale aggiunge che “i nuovi indicatori di affidabilità fiscale destinati a sostituire gli studi di settore rappresenteranno, per molti lavoratori autonomi e imprenditori, la fine di un incubo”.
Nella sua nota, la Cgia ricorda che sono poco più di 3,5 milioni le partite Iva sottoposte ai 193 studi di settore dall'Amministrazione finanziaria e che oltre il 73% è congruo, cioè presenta ricavi coerenti a quelli previsti dall'Agenzia delle Entrate. Nonostante questo, però, anche i contribuenti in regola con gli studi di settore “rimangono nel mirino del fisco, visto che ogni anno rischiano di subire un accertamento fiscale”. Tant'è vero che, nel 2016, sono stati circa 368.500 gli accertamenti in materia di Iva, Irap e imposte dirette nei confronti di imprese potenzialmente soggette agli studi di settore.
Nelle tre regioni del Nord Ovest, sono 360.779 i lavoratori autonomi e piccoli imprenditori soggetti agli studi di settore: 252.973 in Piemonte, 98.593 in Liguria e 9.213 in Valle d'Aosta (i dati si riferiscono al 31 dicembre 2015, ma non dovrebbero essere cambiati di molto).

In particolare, i contribuenti finora coinvolti dagli studi di settore e destinati a passare al regime dei nuovi indicatori di affidabilità fiscale, come previsto dalla manovra correttiva approvata nella prima vera scorsa, sono, nelle rispettive province: 129.527 a Torino, 51.931 a Genova, 36.664 a Cuneo, 24.157 ad Alessandria, 20.064 a Novara, 19.613 a Savona, 13.712 a Imperia, 13.337 a La Spezia, 12.149 ad Asti, 11.131 a Biella, 9.702 a Verbania, 9.579 a Vercelli e, appunto, 9.213 ad Aosta.

I miliardi di Eataly e Farinetti

Eataly e il suo fondatore, Oscar Farinetti, tornano a far discutere sulle pagine finanziarie. Sì, di nuovo per i tempi dello sbarco in Borsa, ma ora, soprattutto, per il valore attribuito alla società in funzione della quotazione. E' stato riportato che Oscar Farinetti pensa di riuscire a ottenere un miliardo di euro dal collocamento del 33% delle azioni di Eataly, la cui valutazione complessiva, perciò, ammonterebbe a tre miliardi di euro.
Cifre che hanno cominciato a far storcere qualche naso. Secondo alcuni, la stima è eccessiva. E' vero che Eataly è una grande impresa, fra l'altro nota in buona parte dei mercati più ricchi d'Italia e del mondo; però – obiettano – il prezzo di vendita ipotizzato non sembra correlato alle capacità reddituali attuali e prospettiche e agli altri rapporti normalmente usati per questo tipo di transazioni”.
Comunque, è probabile che Farinetti insista nella sua convinzione, nonostante le prime reazioni dubbiose di analisti e operatori finanziari. Certamente, non è il tipo che si ferma alla vista di qualche ostacolo. Per di più, ha precedenti incoraggianti (ha venduto Unieuro per 530 milioni di euro) e ha la consapevolezza di avere creato con Eataly un unicum ammirato ovunque e non soltanto nel vasto settore in cui opera.
Inoltre, si può credere che Farinetti, geniale, abbia pensato ai tre miliardi anche in funzione della valutazione che la Borsa è arrivata a dare alla Ferrari: oltre 18 miliardi di euro, più o meno quanto Fca-Fiat Chrysler Automobiles, gruppo che vende 4,5 milioni di veicoli all'anno, a fronte delle 8.000 “rosse di Maranello”.
Fra l'altro, un artefice dell'ingresso della Ferrari in Borsa è quello stesso Gianni Tamburi, che ha rilevato, qualche tempo fa, poco meno del 20% del capitale di Eataly, diventandone così il secondo maggior azionista. Primo, naturalmente, è Oscar Farinetti con la sua famiglia, con una quota vicina al 58%. Gianni Tamburi, esperto e validissimo finanziere, ha partecipato attivamente anche alla quotazione di Moncler, altra operazione di successo.
Secondo il progetto, tornato alla ribalta, la quotazione del 33% di Eataly avverrà con la modalità dell'opv (offerta pubblica di vendita); in parole semplici, saranno gli attuali azionisti a cedere, pro quota, parte delle loro azioni, mettendole a disposizione del mercato. Non ci sarà aumento di capitale. A incassare, perciò, saranno gli azionisti attuali, non la società.
Quanto ai tempi, si parla della prima metà del 2018. L'avvio dell'iter della quotazione, secondo indiscrezioni, è previsto che sarà stabilito dal consiglio di amministrazione che sarebbe in programma entro la fine del mese prossimo.
Eataly ha aperto, finora, 38 suoi centri, dove si può comprare e mangiare il meglio della produzione alimentare italiana: 18 sono in città estere, da New York, Boston e Chicago, a Istanbul, da Monaco di Baviera a Seul, da Copenaghen a Dubai. Eataly è presente anche in Brasile, in Giappone e si appresta a esserlo pure in metropoli quali Mosca, Londra, Parigi, Toronto, Stoccolma e Los Angeles.
Dieci anni di vita, Eataly conta circa 5.500 dipendenti, fattura circa 500 milioni, cifra che conta di raddoppiare tra cinque anni. Presidente esecutivo è Andrea Guerra (ex numero uno operativo di Luxottica), mentre uno degli amministratori delegati è Francesco Farinetti, primogenito di Oscar e fratello di Nicola e Andrea.


                                          Oscar Farinetti, inventore e patron di Eataly

Spesa familiare, pochi in recupero

Può darsi che la situazione sia cambiata, dall'inizio di gennaio a oggi; però, fa pensare comunque la fresca denuncia della Confesercenti, secondo la quale la spesa media delle famiglie nel 2016 è risultata superiore a quella del 2007, ultimo anno prima della grande e lunghissima crisi economica italiana, soltanto in sei regioni. E due di queste sono la Liguria e la Valle d'Aosta. Completano il gruppetto Trentino-Alto Adige, Basilicata, Toscana, ed Emilia-Romagna, l'ultima con un misero 0,3% d'incremento.
In Piemonte, la spesa media annuale delle famiglie è stata di 31.291 euro nel 2016 e di 33.048 euro nel 2007. Rispetto ad allora, la diminuzione è di 1.757 euro e del 5,3%. Entrambi i valori sono peggiori della media nazionale. A livello italiano, infatti, la spesa media annuale delle famiglie nel 2016 è stata di 30.293 euro, inferiore del 4,7% a quella del 2007, che ammontava a 31.784 euro.
Certamente non consola che nove regioni evidenzino, nel 2016, cali percentuali della spesa media più alti delle famiglie abitanti in Piemonte, a partire dal 21,6% della Calabria per arrivare al 5,6% del Lazio.
Fra l'altro, non poche delle regioni che hanno ancora da recuperare i livelli di spesa pre-crisi, presentano importi di spesa media annuale da parte delle famiglie tra i più bassi, come i 20.412 euro della Calabria (5.628 euro meno che nel 2007) e i 22.515 euro della Sicilia (-2.001 euro).
Al contrario, il Trentino-Alto Adige, dove, l'anno scorso, la famiglia media ha speso 36.885 euro (primato italiano), ha fatto segnare ancora un aumento del 7,2%, quanto nessuna altra regione. Seconda, per maggiore tasso di crescita, è risultata la Liguria, dove la spesa media familiare è stata di 27.474 euro (+3,9% rispetto ai 26.448 euro del 2007). Quarta la Valle d'Aosta con la spesa media familiare di 34.349 euro nel 2016 (+1,1% rispetto ai 33.960 euro del 2007). Un incremento relativamente superiore a quello della Valle d'Aosta è stato fatto segnare dalla Basilicata (+1,9%), dove però la spesa media familiare 2016 è stata di 23.774 euro.

Dopo il Trentino-Alto Adige, è la Lombardia ad avere avuto la spesa media familiare più alta nel 2016: 36.485 euro, a fronte dei 36.648 del 2007 (-0,4%), quando invece era al primo posto in Italia.

Mercato immobiliare, Genova rallenta

E' ancora cresciuto il mercato immobiliare, nel secondo trimestre di quest'anno, ma a una velocità inferiore a quella del primo trimestre. Questo come media nazionale. Infatti, se è vero che in buona parte dell'Italia, il numero delle compravendite è aumentato, in altre è invece diminuito. Una prova del fenomeno si trova nei dati relativi alle otto metropoli del nostro Paese, sulle quali si focalizza, ogni tre mesi, l'Osservatorio dell'Agenzia delle Entrate.
Così, fra l'altro, emerge che i passaggi di proprietà delle abitazioni sono calati addirittura del 4,3% a Bologna, risultando 1.521 nel secondo trimestre 2017, rispetto ai 1.589 del corrispondente periodo dell'anno scorso; mentre sono saliti del 13,6% a Napoli, dove, dall'inizio di aprile alla fine di giugno, ne sono stati registrati 2.082.
Per quanto riguarda le due metropoli del Nord Ovest, l'Agenzia delle Entrate ha rilevato 3.595 compravendite di abitazioni a Torino, nel secondo trimestre 2017 (+5,7% sullo stesso periodo 2016) e 1.841 a Genova (+1,3%). Il capoluogo ligure, perciò, ha evidenziato non solo una marcia inferiore alla media dell'intera Italia, cresciuta del 3,8%; ma pure un forte rallentamento rispetto al primo trimestre di quest'anno, quando i passaggi di proprietà erano aumentati del 15%.
L'andamento di Genova è stato diverso da quello del capoluogo piemontese, che, al contrario, ha accelerato tra aprile e giugno, dato che nel primo trimestre il suo incremento si era limitato al 4,6%, per di più a fronte del 10,8% nazionale.
Comunque, a livello italiano, nel secondo trimestre di quest'anno, le compravendite di abitazioni sono 145.529, circa 5.000 in più rispetto allo stesso periodo del 2016, confermando un trend positivo in atto da tempo ( si tratta, però, di un recupero, perché le transazioni non hanno ancora raggiunto i livelli più alti registrati prima della grande crisi).
Fra l'altro, l'Agenzia ha comunicato che, dal primo giorno di aprile all'ultimo di giugno, le compravendite delle pertinenze (cantine e soffitte) sono aumentate del 10,1%, quelle di uffici e negozi del 6,2% e del 4,9% quelle del settore produttivo (capannoni e stabilimenti).
Tornando a Torino e Genova, l'analisi dei dati mostra che, in entrambe le metropoli, la quota più alta di compravendite è relativa alle abitazioni con superficie da 50 a 85 metri quadrati (46,5% dei passaggi di proprietà a Torino e 39,4% a Genova), mentre la seconda maggiore fascia di contratti ha riguardato le case da 85 a 115 metri quadrati (33% a Genova e 23,6% a Torino).

Di abitazioni con oltre 145 metri quadrati, ne sono state comprate e vendute, sempre nel secondo trimestre di quest'anno, 341 a Torino (9,5% dei contratti) e 228 a Genova (12,4%).

La Rocca al timone del Corriere torinese

Umberto La Rocca. E' lui che è stato scelto come responsabile della redazione che il Corriere della Sera si appresta ad aprire a Torino per la pubblicazione quotidiana di una ventina di pagine dedicate specificatamente al capoluogo piemontese e alla sua regione, dove sarà in concorrenza con La Stampa e La Repubblica, sotto controllo, entrambe, del gruppo De Benedetti.
Umberto La Rocca ha firmato il contratto oggi, 12 settembre, a Milano, in via Solferino 28, sede del Corriere della Sera, storica e prestigiosa testata della Rcs MediaGroup, che ora fa capo alla Cairo Communication dell'alessandrino Urbano Cairo, fra l'altro patron del Toro, la mitica e amatissima squadra granata che sfida la Juventus in uno dei derby più appassionanti del calcio italiano.
E proprio a Urbano Cairo, neo presidente e amministratore delegato di Rcs MediaGroup, e a Luciano Fontana, direttore del “Corsera”, che si deve la decisione di affidare a Umberto La Rocca la guida della redazione della futura edizione torinese del grande Corriere, edizione la cui prima uscita è prevista intorno a metà novembre.
Umberto La Rocca, 58 anni, sposato, un figlio, vive a Torino, ma è nato e cresciuto a Roma, dove ha iniziato la carriera giornalistica al Messaggero. Del quotidiano romano è stato anche inviato speciale e poi editorialista, fino a quando, nel 2001, è stato chiamato a La Stampa, dal direttore Marcello Sorgi, il quale gli ha affidato l'incarico di capo della redazione della capitale.
De La Stampa, nel 2005, Umberto La Rocca è stato nominato vice direttore, per volontà del bravissimo direttore Giulio Anselmi. E sul ponte di comando del quotidiano torinese, Umberto La Rocca è rimasto fino all'estate del 2009, quando è diventato direttore del genovese Il Secolo XIX, allora ancora interamente di proprietà di Perrone, ora socio dei De Benedetti e di Exor (famiglia Agnelli-Elkann-Nasi) nella Gedi, azionista di maggioranza del gruppo L'Espresso-Repubblica, che edita, fra l'altro, La Stampa e Il Secolo XIX.
Umberto La Rocca ha lasciato Genova e il Secolo XIX nel 2014. Ora incomincia una nuova fase della sua brillante carriera, con un'iniziativa certamente impegnativa, ma che affronta con convinzione, determinazione e, forte sia delle sue capacità sia del valore del Corriere della Sera, con la volontà di vincerla.


Umberto La Rocca, responsabile della redazione dell'edizione torinese del Corriere della Sera

I Rizzante fanno volare Reply

Eccezionale Reply. Oggi, l'azione della società torinese dei Rizzante ha chiuso a 201,8 euro (+2,54% rispetto all'ultimo prezzo di ieri). E' il suo nuovo record borsistico. Tale, fra l'altro, da far risultare pari a 1,887 miliardi di euro il valore riconosciuto dal mercato a questa impresa specializzata nella progettazione, implementazione e manutenzione di soluzioni basate su Internet e le reti social.
E pensare che l'azione Reply veniva trattata a poco più di 115 euro ancora all'inizio di gennaio e a 14 euro solo cinque anni fa. Quasi incredibile.
Costituita, nel 1996, da Mario Rizzante, che ne è il presidente e amministratore delegato, la Reply è controllata dalla famiglia del fondatore, che ne possiede il 53% del capitale. Famiglia che vede altri due suoi esponenti al vertice, entrambi figli di Mario Rizzante: Tatiana, amministratore delegato, e Filippo, consigliere d'amministrazione. Tutti e due impegnati in azienda anche con incarichi operativi.

Nel primo semestre di quest'anno, a livello consolidato, Reply ha fatturato 441,6 milioni (+14,3%) e ha conseguito un utile netto di 35,7, a fronte dei 30,1 del corrispondente periodo precedente. Nell'intero 2016, il gruppo Reply, che conta oltre 5.000 dipendenti ed è formato da numerosissime società, molte delle quali estere e ognuna con vocazione specifica, ha registrato ricavi per 780,7 milioni e un risultato netto di 67,5.
Eccezionale Reply. Oggi, l'azione della società torinese dei Rizzante ha chiuso a 201,8 euro (+2,54% rispetto all'ultimo prezzo di ieri). E' il suo nuovo record borsistico. Tale, fra l'altro, da far risultare pari a 1,887 miliardi di euro il valore riconosciuto dal mercato a questa impresa specializzata nella progettazione, implementazione e manutenzione di soluzioni basate su Internet e le reti social.
E pensare che l'azione Reply veniva trattata a poco più di 115 euro ancora all'inizio di gennaio e a 14 euro solo cinque anni fa. Quasi incredibile.
Costituita, nel 1996, da Mario Rizzante, che ne è il presidente e amministratore delegato, la Reply è controllata dalla famiglia del fondatore, che ne possiede il 53% del capitale. Famiglia che vede altri due suoi esponenti al vertice, entrambi figli di Mario Rizzante: Tatiana, amministratore delegato, e Filippo, consigliere d'amministrazione. Tutti e due impegnati in azienda anche con incarichi operativi.

Nel primo semestre di quest'anno, a livello consolidato, Reply ha fatturato 441,6 milioni (+14,3%) e ha conseguito un utile netto di 35,7, a fronte dei 30,1 del corrispondente periodo precedente. Nell'intero 2016, il gruppo Reply, che conta oltre 5.000 dipendenti ed è formato da numerosissime società, molte delle quali estere e ognuna con vocazione specifica, ha registrato ricavi per 780,7 milioni e un risultato netto di 67,5.  
                                         Tatiana Rizzante, amministratore delegato Reply

Boom borsistico di Gavio

Boom borsistico del gruppo Gavio, oggi, 11 settembre 2017. Le due società quotate a Piazza Affari che fanno capo alla famiglia alessandrina hanno, entrambe, fatto segnare il loro nuovo record: l'azione Astm-Autostrada Torino Milano ha chiuso a 22,14 euro (+3,36%) e il titolo Sias a 13,78 euro (+5,51%). La capitalizzazione complessiva delle due imprese dei Gavio ha superato abbondantemente i cinque miliardi di euro.
A dimostrare il boom borsistico del gruppo Gavio, che, fra l'altro, è il quarto maggior operatore autostradale al mondo, basta il raffronto con i valori minimi toccati dalle due azioni nel corso di quest'anno. Infatti, il 10 gennaio, l'azione Astm valeva 9,95 euro e quella Sias valeva 7,34 euro l'8 di febbraio.
La nuova impennata dei prezzi delle azioni del gruppo Gavio (10.000 dipendenti) ha coinciso con il comunicato con il quale la Sias ha annunciato che le sue controllate Autostrada dei Fiori, Autocamionale della Cisa, Salt (autostrada Torino-Piacenza), Autostrada Torino-Savona e Sav (Valle d'Aosta), hanno sottoscritto gli atti aggiuntivi alle proprie convenzioni in essere con il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture.
Per capire l'importanza e i riflessi di queste firme, basta leggere l'ultimo capoverso del comunicato della Sias, che recita così: “La sottoscrizione degli atti aggiuntivi chiude per Sias e per le proprie società controllate un periodo di indeterminatezza regolatoria, consente al Gruppo di sviluppare nei prossimi anni le attività e gli investimenti sulle proprie reti infrastrutturali in un quadro di certezza contrattuale e regolatoria”.

La famiglia Gavio, attraverso le sue finanziarie Aurelia e Argos, possiede il 59,1% della Astm, la quale, a sua volta, detiene il 62% della Sias.


                                       Beniamino Gavio, numero uno dell'omonimo Gruppo

In Liguria il credito più caro

Fra tutte le otto regioni dell'Italia settentrionale (Nord Ovest e Nord Est) è la Liguria che ha mostrato di pagare maggiormente il denaro delle banche. Come ha rilevato da Banca d'Italia, al 31 maggio 2017 (ultimi dati disponibili), in Liguria, era del 5,86% il tasso attivo medio praticato dagli istituti di credito sulle operazioni a revoca, cioè sugli affidamenti senza scadenza pattuita. Un interesse superiore anche alla media nazionale (4,87%), oltre a quelle dell'intero Nord Ovest (3,98%) e del Nord Est (5,06%).
A fine marzo, il tasso attivo sulle operazioni a revoca era pari al 3,64% in Lombardia, al 4,82% in Piemonte, al 5,62% in Valle d'Aosta, al 4,19% in Trentino-Alto Adige; al 5,65% in Veneto, al 5,64% in Friuli-Venezia Giulia e al 4,86% in Emilia-Romagna.
Più caro che in Liguria, però, il credito bancario costava, allora, in tutto il resto del Paese, con l'eccezione della Sardegna (3,9% il tasso attivo medio sulle operazioni a revoca). L'interesse medio era del 5,27% nell'Italia centrale, del 5,37% e addirittura del 7,41% nell'Italia meridionale, con la punta del 7,98% in Umbria.
Naturalmente, il costo globale del fido accordato dalle banche varia secondo la classe di grandezza. Sempre al 31 marzo scorso, il tasso attivo è risultato dell'8,58% per i fidi fino a 125.000 euro, 8,17% da 125.000 a 250.000 euro, 6,94% da 250.000 a 1 milione di euro, 5,86% da 1 a 5 milioni, 4,94% da 5 a 25 milioni e 4,15% oltre i 25 milioni di euro. Anche nelle diverse classi, la Liguria è sempre risultata la più onerosa, rispetto al Piemonte e alla Valle d'Aosta, oltre che alla Lombardia, dove il costo del credito bancario è meno caro che in tutto il resto della Penisola.
In Lombardia, per i fidi accordati di valore superiore ai 25 milioni di euro, il tasso attivo ammontava all'1,28%, circa tre punti meno di quello della Liguria e tale da far scendere al 2,01% la media delle quattro regioni dell'Italia Nord Occidentale.
Dalle tabelle della Banca d'Italia, fra l'altro, è emerso che il costo medio delle operazioni a revoca nel primo trimestre è calato, rispetto al 31 del dicembre 2016, in tutte le regioni italiane meno che in Liguria, dove alla fine dell'anno scorso, gli impieghi economici, cioè i prestiti delle banche, ammontavano a 32,5 miliardi di euro, dei quali 21,364 relativi alla provincia di Genova, 2,852 alla provincia di Imperia, 3,330 alla provincia di La Spezia e 4,962 a quella di Savona.


Benessere e bellezza sacrificate alla crisi

Che la crisi economica sia stata particolarmente dura nel Nord Ovest, dove gli effetti negativi del fenomeno continuano, lo dimostra anche la constatazione che qui il numero delle imprese del benessere e della bellezza, cioè della cura personale, non è aumentato negli ultimi cinque anni, al contrario di quasi tutto il resto del Paese. Addirittura, delle sedici province italiane che hanno evidenziato un calo degli operatori di questo settore, esattamente la metà sono del Nord Ovest.
Al 30 giugno scorso, le imprese attive nel campo del benessere personale (saloni di barbiere e parrucchiere, istituti di bellezza, palestre, centri fitness, manicure e pedicure), in Italia sono risultate 153.274 dal censimento di Unioncamere, l'unione nazionale delle Camere di commercio, che ne ha contate 5.965 in più di cinque anni prima (+4%).
In particolare, a fine giugno 2017, la Penisola vedeva in attività 104.434 saloni di barbiere e parrucchiere (+0,4% rispetto alla stessa data del 2012), 36.085 istituti di bellezza (+15,5%), 4.750 palestre (+11,9%), 4.031 centri per il benessere fisico (+11,8%), 1.757 saloni di manicure e pedicure (+45,7%) e 2.217 esercizi offerenti servizi per la persona, ma non specificabili con precisione.
Di tutte queste imprese, 12.437 si trovano in Piemonte (+70 rispetto al 30 giugno 2012), 4.241 in Liguria (+6) e 349 in Valle d'Aosta (-4), unica regione con il segno meno.
Con Aosta, però, altre sette province del Nord Ovest mostrano una diminuzione di imprese del benessere, nei confronti di cinque anni fa. Biella è scesa a 556 (-4), Novara a 1.077 (-9), Verbania a 463 (-16), La Spezia a 634 (-23), Imperia a 671 (-24), Vercelli a 537 (-25) e Torino a 6.213 (-28). Un calo assoluto superiore a quello di Torino l'ha avuto, a livello nazionale, soltanto la provincia di Catania (-29).

Le restanti quattro province del Nord Ovest hanno saldi positivi, limitati per tutte tranne che per Cuneo, non a caso, data la robustezza economica della “Granda” e del suo forte spirito d'iniziativa. Cuneo conta, al 30 giugno 2017, 1.793 imprese del benessere (+112 rispetto alla stessa data 2016, con un incremento percentuale del 6,24% e quindi superiore alla media italiana), Genova 2.070 (+40), Alessandria 1.230 (+19) e Savona 866 (+13).







Quella mossa di Chiara Appendino

Spesso, è il bisogno che dà soluzione ai problemi. La considerazione viene naturale dopo la notizia che la giunta del Comune di Torino, targata Chiara Appendino, ha approvato, il 7 settembre, la delibera relativa al “piano di revisione straordinaria delle partecipazioni comunali”, piano che, in sostanza, prevede la vendita, fra l'altro in tempi brevi, di quote e azioni di una raffica di società, comprese Iren e Centrale del Latte d'Italia, entrambe quotate in Borsa, Sagat (gestisce l'aeroporto di Caselle), Banca Popolare Etica, le due Finpiemonte e i due incubatori universitari torinesi (il Comune ha 115 partecipazioni).
Entro la fine di questo mese, la delibera dovrà passare al Consiglio comunale chiamato a dare il via libera, necessario e opportuno. La necessità deriva non soltanto dal rispetto della Legge Madia ma anche dai problemi di bilancio, evidenziati pure dalla Corte dei Conti. Quanto all'opportunità, è innegabile che, normalmente, le società sono gestite meglio da soggetti privati che non da quelli pubblici, intesi, questi ultimi, come politici o politicizzati.
Gli interessi dei politici amministratori non è detto che coincidano con quelli delle società o degli enti sui quali hanno influenza, per esempio già con le nomine e poi con i suggerimenti sulle scelte gestionali. Per loro natura, i politici – non gli statisti, categoria che in Italia sembra scomparsa – hanno come principale obiettivo il consenso, che si ottiene, principalmente e più rapidamente, con il potere, esercitato con le risorse finanziarie (preferibilmente pubbliche) piuttosto che con le designazioni, gli affidamenti di incarichi e consulenze, pressioni, raccomandazioni, interventi non sempre appropriati.
Ridurre le partecipazioni pubbliche è un bene, per l'economia e per la comunità, per le ragioni indicate sopra e suffragate dai fatti. Il risultato è positivo comunque, anche se sarebbe meglio perseguirlo e ottenerlo per convinzione, non per necessità e magari immediata. Le vendite obbligate, per di più in tempi brevi, rendono meno. Il compratore può approfittare della situazione.
In ogni caso, l'iniziativa della sindaca Chiara Appendino pare apprezzabile e degna di diffusa imitazione, anche in funzione dell'indebitamento delle Amministrazioni locali (per quello statale è meglio stendere velo pietoso) e di quanto lei ha affermato dopo l'approvazione della delibera della sua Giunta. Ha sostenuto, infatti, che il provvedimento va inquadrato “in un'ottica di corretto utilizzo delle risorse pubbliche, del contenimento della spesa e del miglioramento delle performance aziendali e dei servizi offerti a cittadini e imprese”.
A proposito, ancora va ricordato che nelle società privatistiche gli amministratori devono perseguire, per legge, l'interesse esclusivo della società, quindi di tutti gli stakeholders e non di una sola parte, sia pure essa costituita dall'azionista di maggioranza, il quale non può prevaricare i gestori, pur se nominati da lui stesso.

Infine, in merito, teoria e pratica suggeriscono che i governi degli enti locali (per non parlare di quello nazionale) si dedichino ai compiti di indirizzo e di controllo, non a quelli gestionali. La separazione dei ruoli è un principio di democrazia, ma anche di efficacia economica.


                                         Chiara Appendino, sindaco di Torino

Un Corriere di Cairo a Torino

Se ne parla, sempre di più, del prossimo varo del Corriere Piemonte (o Corriere di Torino?), edizione locale del grande quotidiano milanese di via Solferino, passato sotto il controllo della Cairo Communication; ma, finora, nulla di ufficiale. Della nuova iniziativa di Urbano Cairo non c'era traccia nella relazione semestrale di Rcs MediaGroup, editrice del Corriere della Sera e delle sue testate regionali e non c'è traccia nel documento diramato dalla Cairo Communication, oggi, 8 settembre, con i risultati conseguiti dal gruppo nella prima parte dell'esercizio in corso.
Eppure, fonti autorevoli confermano che l'uscita dell'edizione piemontese del Corsera non tarderà: dovrebbe arrivare in edicola prima della fine dell'anno. Urbano Cairo e il direttore del Corriere della Sera stanno valutando potenziali responsabili della redazione che avrà sede a Torino: la scelta del capo della squadra giornalistica pare imminente, anche perché il tempo a disposizione si sta riducendo velocemente.

Ufficiali, invece, sono i dati della semestrale finanziaria della Cairo Communication al 30 giugno 2017: considerando l'intero perimetro del gruppo, comprensivo quindi di Rcs MediaGroup, i ricavi consolidati lordi sono ammontati a 633,3 milioni e l'utile netto di pertinenza è stato di 19,9 milioni. Fra l'altro, nel comunicato stampa della società di Urbano Cairo, che è anche presidente e amministratore delegato di Rcs MediaGroup, si legge che nel semestre è proseguito il rilancio di Rcs, tornata, dopo nove anni, a conseguire un risultato netto positivo (24 milioni nel periodo gennaio-giugno 2017). Positivo è stato anche il margine operativo della tv La7.
La Borsa ha apprezzato: l'azione Cairo Communication ha guadagnato il 4%, tornando sopra i 4 euro e la capitalizzazione ha superato i 522 milioni (quella di Rcs MediaGroup è di 641 milioni).

Banca del Piemonte: più prestiti e più utili

Per conoscere i risultati conseguiti dalla Banca del Piemonte nel primo semestre di quest'anno, bisogna andare sul suo sito. L'Istituto torinese dei Venesio, infatti, non ha emesso alcun comunicato, nonostante che i dati siano più che positivi. Understatement tipicamente sabaudo, modestia, profilo basso. Possibili anche perché, non essendo quotata in Borsa, la società non ha l'obbligo di diffondere notizie sul suo andamento. Però, per essere comunque pienamente trasparente, la Banca di via Cernaia, puntualmente, informa pubblicamente della sua attività.
Così, sul sito si trova che, dall'inizio di gennaio alla fine di giugno 2017, ha conseguito un utile di 6,093 milioni (+45,1% rispetto al corrispondente periodo dell'anno scorso) e un utile netto di 4,096 milioni (+38,7%). Il suo margine di interesse è salito a 17 milioni (+2,5%) e quello d'intermediazione a 32,6 milioni (+3,9%). Le commissioni nette sono passate da 11,3 a 13,1 milioni (+16,1%), mentre i costi operativi sono calati dell'1,3%, a 24,2 milioni.
Il cost income è sceso dall'85,56% all'81,76%, mentre il roe, indicatore della redditività, è cresciuto dal 3,9 al 5,29%. E il Cet1, che misura la solidità patrimoniale della banca, è ancora migliorato, essendo risultato del 16,25%, a fronte del 16,03% emerso al 30 giugno 2016 (si tratta di uno dei valori più elevati, persino a livello europeo).
Rispetto al 31 dicembre passato, la raccolta da clientela è aumentata dello 0,56% a 1,335 miliardi, in controtendenza rispetto al sistema, e gli impieghi alla clientela (prestiti a famiglie e imprese) sono cresciuti del 3,16% a 1,098 miliardi. Il totale dell'attivo ha superato i 2,036 miliardi (+8,2%).
A dare soddisfazioni ai Venesio è anche il portafoglio delle partecipazioni della loro Banca, che comprende, fra l'altro, quote della Banca d'Italia, il 4,2% di Cedacri e 250.000 azioni, pari allo 0,85% del capitale, della Cassa di Risparmio di Ravenna, la quale, a sua volta, ha appena annunciato una buona semestrale.

La Banca del Piemonte ha sportelli in buona parte della regione e a Milano, conta circa 500 dipendenti e 70.000 clienti. E' interamente posseduta dalla famiglia Venesio, che ne è anche alla guida: amministratore delegato e direttore generale, dal 1983, è Camillo Venesio, padre di Carla e Matteo, consiglieri di amministrazione con incarichi operativi di responsabilità. Presidente della Banca, le cui origini risalgono al 1912, è Lionello Jona Celesia, vice presidenti sono Flavio Dezzani e Gianluca Ferrero.


Carla Venesio, consigliere di amministrazione e coordinatrice private banking e wealth management della Banca del Piemonte

Erg oltre i 2 miliardi e record di Iren

Record storici di Borsa, oggi 7 settembre, per due grandi quotate del Nord Ovest: Erg e Iren, totalmente genovese la prima e abbastanza la seconda. Erg ha chiuso le contrattazioni a 13,39 euro, nuovo massimo almeno degli ultimi cinque anni. In seguito all'ulteriore incremento odierno (+0,6%), la capitalizzazione della Erg, controllata dalle famiglie Garrone e Mondini, ha superato i 2 miliardi (per la precisione è salita a 2,002 miliardi).
Dall'inizio dell'anno, il valore dell'azione del gruppo energetico guidato da Edoardo Garrone (presidente esecutivo) con il fratello Alessandro (vice presidente esecutivo), con Giovanni Mondini (vice presidente) e con Luca Bettone (amministratore delegato) è aumentato di circa il 28%.
Primato anche per l'Iren, che ha chiuso a 2,34 euro dopo essere stata scambiata, in giornata, fino a 2,346 euro. Risulta del 58%, pertanto, la performance annuale dell'utility presieduta dal torinese Paolo Peveraro e pilotata da Massimiliano Gallo, dal primo giorno di dicembre del 2014. Nei soli ultimi sei mesi, il valore dell'azione Iren è cresciuto del 44,5%. Ora, Piazza Affari valuta Iren 2,789 miliardi.


                                              Edoardo Garrone, presidente esecutivo Erg

Il cioccolato Novi piace anche a Zegna

La Elah Novi Dufour, rinomata impresa che possiede anche la storica Baratti & Milano, produce e commercializza un'ampia gamma sia di pregiato e apprezzatissimo cioccolato sia di caramelle, sia di preparati per la pasticceria di casa, ha, da poco, un nuovo e importante socio: l'Ermenegildo Zegna, grande gruppo della moda italiana, ultracentenario e d'origine biellese, creatore di tessuti e capi d'abbigliamento della più alta qualità, venduti in tutto il mondo, dove rappresentano una componente del miglior “made in Italy”.
L'Ermenegildo Zegna ha rilevato il 10% della Elah Novi Dufour, controllata dalla famiglia Repetto, i cui esponenti continuano a guidarla saldamente e brillantemente: presidente operativo è l'inossidabile Flavio Repetto, cavaliere del lavoro, e amministratore delegato il figlio Guido.
In seguito all'acquisizione della partecipazione, Gildo Zegna, amministratore delegato dell'omonima azienda presieduta dal fratello Paolo, è entrato nel consiglio di amministrazione della Elah Novi Dufour, società che vede fra i suoi azionisti anche la torinese Fenera Holding, al cui vertice si trova Lucio Zanon di Valgiurata. Fra l'altro, è prevedibile che Zegna e l'impresa dolciaria di Novi Ligure varino iniziative congiunte, quasi certamente con il coinvolgimento della Baratti & Milano, la marca più elitaria.
Il gruppo fondato da Flavio Repetto, comprendente anche la Gr-Generale Ristorazione, dotato di tre stabilimenti (oltre che in quello principale nella cittadina di Fausto Coppi, realizza suoi dolci a Bra e a Sassello, nel Savonese) conta oltre 240 dipendenti e ha chiuso il bilancio consolidato con ricavi pari a 137,4 milioni (124 milioni nell'esercizio precedente) e con l'utile di 7,2 milioni, a fronte dei 4,5 del 2015. Quanto a quest'anno, il fatturato potrebbe superare i 150 milioni.
Elah Novi Dufour continua a fare notevoli investimenti: per oltre 11 milioni nel 2016, dopo i 7,3 milioni dell'anno prima, grazie anche alle grandi disponibilità liquide, comunque ancora salite da 27,5 a 35 milioni. D'altra parte, il progressivo rafforzamento patrimoniale è un mantra di Flavio Repetto, che opera costantemente per la crescita della solidità e del valore dell'azienda, a beneficio non solo degli azionisti, ma anche dei dipendenti.
Al 31 dicembre 2016, il patrimonio netto del gruppo è risultato di 57,7 milioni, mentre era di 50,5 milioni alla stessa data del 2015.


Double face di Carlo De Benedetti

Risultato double face, quello della M&C, nel primo semestre 2017. La quotata che fa capo a Carlo De Benedetti, il quale ne possiede il 54% attraverso la sua Per, ha chiuso la prima parte dell'esercizio in corso con un utile netto di 25,8 milioni a livello di gruppo, ma con una perdita di 1,7 milioni da parte della controllante, appunto la spa, della quale sono azionisti anche la Compagnie Financiere la Luxembourgeoise (9,3%), la Tamburi Investments Partners (poco meno del 3,5%) e la Bim-Banca Intermobiliare (2,45%), che sta per essere venduta.
La relazione semestrale 2017, per quanto riguarda il consolidato evidenzia ricavi per 217 milioni, un risultato operativo positivo per 3,8 miliardi, oneri finanziari netti per 4,5 milioni, un indebitamento netto di 83,2 milioni, a fronte del quale si trova un patrimonio netto di 99,5 milioni.
I ricavi consolidati si devono quasi totalmente al gruppo Treofan, il cui controllo è stato acquisito dalla M&C con un esborso di 45,8 milioni. Per l'operazione, M&C, presieduta dal torinese Emanuele Bosio, ha anche aperto una linea di credito di 25 milioni, “il cui rientro potrà avvenire al completamento dell'aumento di capitale sociale di 30,5 milioni, deliberato il 31 gennaio 2017 e garantito per 25 milioni dai due principali azionisti di M&C e da un consorzio di garanzia per la parte restante”.

A proposito dell'aumento di capitale, la sua scadenza è stata prorogata al 30 giugno 2018, rispetto al 30 settembre 2017, “in considerazione dei tempi tecnici per l'ammissione delle azioni M&C alle negoziazioni sul Mercato Telematico Azionario (Mta)”.  

La vetta di Prima Industrie

Agosto super per gli azionisti di Prima Industrie, gruppo torinese leader nel settore dei laser per applicazioni industriali e delle macchine per la lavorazione della lamiera, oltre che nell'elettronica e nelle tecnologie laser. Come precisato nel fresco rapporto della Borsa Italiana, l'azione Prima Industrie è quella che ha avuto la terza migliore performance in agosto, avendo fatto registrare un incremento del 55,7% del suo valore. Meglio hanno fatto solo due titoli minori del listino.
Non solo: proprio il 31 agosto, l'azione Prima Industrie ha segnato il suo nuovo record storico, essendo stata trattata a 41,48 euro. Cifra che diventa ancora più significativa se rapportata ai 15,7 euro emersi al termine degli scambi borsistici del 3 gennaio di quest'anno. Un aumento di quasi 26 euro in otto mesi. E il rendimento su base annuale è cresciuto di poco meno del 187%. Tanto che, attualmente, Prima Industrie a Piazza Affari capitalizza oltre 425 milioni.
A beneficiare dell'impennata della quotazione di Prima Industrie, prima di tutti, è l'azionista di riferimento, cioè il Rashanima Trust, che fa capo alla famiglia Mansour (Emirati Arabi), tra le più ricche al mondo. Rashanima Trust ha il 29,1%, la quota più alta, superiore anche al 13,38% del cinese Yunfeng Gao, fondatore e presidente del Han's Laser Technology Industry Group, al 5,15% di Lazard Freres e dell' 8,17% posseduto dal management, al quale si deve l'eccezionale sviluppo dell'impresa e del suo conseguente riconoscimento da parte del mercato, che si divide il restante 37% del capitale.
Il vertice operativo di Prima Industrie è formato da Gianfranco Carbonato, presidente esecutivo e dai due amministratori delegati, che sono Ezio Basso e Domenico Peiretti (del consiglio di amministrazione fanno parte, fra gli altri, Paolo Cantarella e Carla Patrizia Ferrari). Gianfranco Carbonato, classe 1945, sposato, un figlio, laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino, dove ha anche insegnato prima di iniziare a lavorare alla Dea di Moncalieri, che ha lasciato nel 1977 per fondare, con un gruppetto di manager, Prima Industrie, che ha compiuto quindi i suoi primi quarant'anni.
Gianfranco Carbonato, che è stato anche presidente dell'Unione Industriale di Torino e di Confindustria Piemonte, ha tra i suoi incarichi attuali quello di consigliere di amministrazione di Intesa Sanpaolo, il colosso bancario del quale è stato vice presidente.
Prima Industrie, conta circa 1.700 dipendenti; oltre che in Italia ha stabilimenti negli Usa, in Cina, in Finlandia e vanta l'installazione di oltre 12.000 sue macchine in più di 80 Paesi. Nel primo semestre di quest'anno ha fatturato 202,4 milioni (+10,4%) e ha conseguito un utile netto di 7,5 (+159%); ha acquisito nuovi ordini per 240,7 milioni (+24,9%), portando così a 177,8 milioni (+40,9%) il suo portafoglio al 30 giugno 2017.




Venesio e le regole bancarie


Nel mondo creditizio, il mese scorso, ha fatto molto discutere e continua a farlo, un intervento di Camillo Venesio, amministratore delegato e direttore generale della Banca del Piemonte, oltre che vice presidente dell'Abi, l'associazione nazionale delle banche.
In sostanza, rievocando un rapporto del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che ribadisce l'importanza delle banche non grandi (Lsi-Less significant institutions) per il finanziamento delle piccole e medie imprese e raccomanda un peso regolamentare meno oneroso per gli istituti di credito di minori dimensioni, Camillo Venesio ha manifestato l'opportunità che anche in Europa si passi a norme veramente adeguate alla dimensione e alla complessità degli intermediari, criticando la posizione della Vigilanza Ue, che, invece, insiste su una normativa uguale per tutti, pur riconoscendo che ogni Lsi non pone alcun rischio sistemico e quindi, in teoria, potrebbe godere di regole più semplici.
La Banca del Piemonte, ultracentenaria e interamente posseduta dalla famiglia Venesio, i cui componenti ne sono alla guida (con Camillo Venesio, hanno incarichi direttivi e operativi la figlia Carla e il figlio Matteo, entrambi anche consiglieri di amministrazione) ha concluso i primi sei mesi di quest'anno con una raccolta complessiva di 3,8 miliardi (+10%), un aumento del 15% del risparmio gestito, un calo del 14% dei crediti deteriorati, che rappresentano il 4,5% degli impieghi e un Cet1 del 16,50%, indice di solidità tra i più elevati a livello europeo.



Sella e Fenera, nuova alleanza

l quotidiano finanziario Mf ha pubblicato che si è allargata l'alleanza piemontese tra i gruppi Banca Sella (Biella) e Fenera Holding (Torino). Pochi giorni fa, il giornale ha riferito che il gruppo presieduto da Maurizio Sella, dopo essere diventato, l'anno scorso, socio di Fenera Private Equity, recentemente ha partecipato alla costituzione della Fenera & Partner sgr, che ha come oggetto sociale la gestione di fondi, sicav italiane ed estere incluse. Mf ha poi precisato che della newco, il gruppo biellese ha il 10,1%, detenuto in parte da Banca Sella Holding e in parte dalla controllata torinese Banca Patrimoni Sella & C; mentre il 45,4% fa capo a Jp Capital e il 44,5% a Fenera Holding.
Il gruppo Banca Sella ha chiuso il primo semestre 2017 con un utile netto di 40,6 milioni. La sua raccolta globale è salita del 3,7% a 34,4 miliardi. La raccolta diretta è ammontata a 11,1 miliardi (+0,8%) e gli impieghi alla clientela sono cresciuti del 5% rispetto al 31 dicembre 2016, raggiungendo così gli 8,3 miliardi. I ricavi netti da servizi sono stati pari a 149,4 milioni (+12,6%).
Fenera è un gruppo finanziario, con attività diversificate in Italia e all'estero. Fra l'altro, possiede una quota rilevante del redditizio Credito Emiliano.
Nato alla fine degli anni 80, a Torino, per iniziativa delle famiglie Zanon di Valgiurata e Palazzi Trivelli, oggi annovera tra i suoi azionisti più significativi anche i gruppi imprenditoriali Arduini, Avandero, Daffonchio, Garosci, Girotto, Lavazza, Mais, Manfredi, Maramotti, Marsiaj, Massa Midana, Pavesio, Pkp, Savio. A questi, secondo Mf, si è aggiunta da poco Intesa Sanpaolo.
Presidente e amministratore delegato di Fenera Holding è Lucio Zanon di Valgiurata, che ha come vice Giacomo Stratta (esecutivo) e Umberto Zanon di Valgiurata. Fra i consiglieri di amministrazione spiccano Giuseppe Lavazza, Giorgio Marsiaj e Carlo Pavesio.



Marchionne, il suo tesoro a 450 milioni

Circa 450 milioni di euro. Tanto valevano, potenzialmente e quindi virtualmente, venerdì 1 settembre 2017, alla chiusura di Borsa, le azioni del gruppo Agnelli-Elkann-Nasi quotate a Piazza Affari e possedute da Sergio Marchionne. Potenzialmente e virtualmente, perché, per diventare denaro contante, quelle azioni dovrebbero essere vendute e, per di più, al prezzo dell'ultimo contratto eseguito venerdì, attraverso la Borsa.
Comunque, il valore del tesoro di Marchionne è stato calcolato moltiplicando il numero dei titoli di proprietà che gli vengono attribuiti per la loro quotazione del 1 settembre. Al totale, quindi, si arriva sommando i 194,7 milioni di euro relativi al suo pacchetto di Fca-Fiat Chrysler Automobiles (14,6 milioni di azioni per 13,34 euro, prezzo alla chiusura di venerdì e nuovo massimo storico), più i 142 milioni di euro relativi alla sua partecipazione in Ferrari (1,46 milioni di azioni, per 97,25 euro) e i 112,87 milioni di euro relativi alla sua quota di Cnh Industrial (11,8 milioni di azioni, per 9,56 euro).
Rispetto a dodici mesi fa, Sergio Marchionne ha pressoché raddoppiato il suo patrimonio costituito dalle azioni delle tre società controllate da Exor, la holding della grande Famiglia torinese. Infatti, il titolo Fca ha evidenziato una performance annuale del 122,3%, di poco inferiore al 125% del rendimento dell'azione Ferrari; mentre è risultato del 46% l'incremento di Cnh Industrial (Iveco, New Holland, Case, Steyr sono i suoi principali marchi).
Anche queste performances, che si sono riflesse conseguentemente su Exor (azione a 54,3 euro) si devono, in buona parte, al campione Sergio Marchionne, al quale vanno riconosciuti straordinari meriti, capacità e qualità. Il suo lavoro è stato ed è eccezionale. Quanto è riuscito a fare e ottenere è quasi incredibile. Ha preso la guida della Fiat quando la Casa era in stato pre-fallimentare, mentre oggi Fca è valutata dal mercato più di 20 miliardi e, secondo diversi esperti, varrà ancora di più. Ferrari, che vende 8.000 vetture-gioiello all'anno, il doppio rispetto a prima, dopo la quotazione, è diventata un asset, cioè un bene, da 18,5 miliardi.
Un fuoriclasse, Sergio Marchionne, che, però, non esita a partecipare al funerale di un suo addetto stampa in pensione né nega un selfie con gestori dei banchetti del mercato torinese della Crocetta, dove, qualche sabato mattina, lo si può vedere fare la spesa, con semplicità e modestia, guardato da una scorta tanto efficiente quanto discreta.


Maranzana-Fioravanti, turbo assicurativo

In forte sviluppo, la Divisione Insurance di Intesa Sanpaolo, le cui società operative hanno sede a Torino e hanno un vertice parzialmente subalpino (presidente è il piemontese Luigi Maranzana, che è stato amministratore delegato del grande e storico Sanpaolo; amministratore delegato Nicola Maria Fioravanti), dovrebbe chiudere l'esercizio in corso con una raccolta premi Danni pari a circa 450 milioni.
Lo ha previsto il responsabile delle Divisione assicurativa, appunto Nicola Maria Fioravanti, precisando che ancora nel 2015 il comparto Danni raccoglieva premi per circa 200 milioni e per lo più concentrati sul settore auto, mentre ora l'offerta è molto diversificata, essendo costituita da prodotti per la casa, la salute e gli infortuni. Alla fine di giugno, la produzione lorda Danni ammontava a 233,2 milioni (+16,4%).
Ai primi posti in Italia per i premi Vita (produzione lorda pari a 11,488 miliardi al termine del primo semestre) Intesa Sanpaolo Vita, per la sua crescita, può contare anche sull'allargamento dalla base di potenziale clientela, ora di 12 milioni, 2 milioni in più, in seguito all'acquisizione di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza da parte del gruppo guidato da Carlo Messina.
Nel primo semestre di quest'anno, Intesa Sanpaolo Vita ha registrato ricavi per quasi 600 milioni (+20%), ha conseguito un utile netto di 375,3 milioni e il suo cost/income è sceso intorno al 14%.



Imprenditoria ai raggi x

Tanti dati interessanti e tante curiosità sull'imprenditoria del Nord Ovest e del resto d'Italia emergono da una elaborazione appena fatta dalla Camera di commercio di Milano sulle persone che hanno cariche nelle imprese, sia come titolare sia come socio e amministratore.
A fine marzo 2017, gli italiani imprenditori sono risultati 7.550.725. Di questi, 503.910 sono nati in Piemonte (6,67% del totale nazionale), 175.551 in Liguria (2,32%) e 12.738 in Valle d'Aosta (0,17%).
Per numero di suoi imprenditori, il Piemonte è al settimo posto nella graduatoria italiana, dietro il Lazio (510.952), l'Emilia-Romagna (519.877), la Sicilia (531.315), il Veneto (619.407), la Campania (695.299) e la Lombardia (1.047.776). Chiudono la top ten, la Puglia con 461.692, la Toscana con 418.665 e la Calabria con 247.812.
Lo studio della Camera di commercio meneghina mostra, fra l'altro, per ogni provincia, il numero e la percentuale degli imprenditori, intesi sempre come titolari di carica, nati fuori dalla regione che comprende la provincia esaminata.
Così, si scopre che, se Milano è prima anche per la quota di imprenditori nati fuori dalla sua regione (45,3%, corrispondente a 246.156 individui), Aosta è seconda con il 40,7% (7.306), Novara terza con il 39,1% (16.010), Imperia quarta con il 38,9% (11.803). E le altre tre province liguri si piazzano fra le prime dieci: Savona con il 36,1% (14.194), La Spezia con il 35,2% (9.067) e Genova con 34,4% (38.549).
Quindi ,ben sei province del Nord Ovest figurano nel gruppo di testa nazionale per densità di imprenditori nati fuori dalla regione dove operano. Situazione significativa e che merita certamente riflessioni, se non altro perché indicativa dello spirito locale d'iniziativa.
Comunque, quanto alle altre province del Nord Ovest, ecco le rispettive quote: 33,5% Alessandria (18.790 imprenditori nati fuori regione), 30,8% Torino (94.726), 26,5% Verbania (4.537), 25,9% Vercelli (5.334), 22,5% Asti (6.798), 22,1% Biella (5.743), 13,3% Cuneo (13-319).
Restando al Nord Ovest, un'ulteriore disaggregazione dei dati forniti dalla Camera di commercio milanese, consente di verificare anche quali sono le regioni dalle quali proviene il maggior numero di imprenditori attivi nella provincia nella quale operano ma che non fa parte della loro regione d'origine. E le sorprese non mancano.
Cominciando da Torino, dove oltre ai 211.869 imprenditori piemontesi in attività, si trovano 10.138 titolari di cariche nati in Sicilia, 9.911 nati in Puglia e 9.153 in Calabria. Queste sono le tre regioni che contribuiscono maggiormente alla formazione dell'esercito imprenditoriale torinese.
Alla provincia di Alessandria le prime tre regioni che hanno fornito più imprenditori sono la Liguria con 3.451, la Lombardi con 3.394 e la Sicilia con 1.571. Ancora ai primi tre posti, in provincia di Asti si trovano la Sicilia con 711, la Lombardia con 615 e la Campania con 568; in provincia di Biella, la Lombardia con 964, il Veneto con 610 e la Sicilia con 373; in provincia di Cuneo, la Liguria con 1.897, la Lombardia con 1.086 e la Calabria con 894; in provincia di Novara, la Lombardia con 5.613, la Sicilia con 1.254 e la Campania con 954; nel Vco (Verbano-Cusio-Ossola), la Lombardia con 1.198, la Campania con 287 e la Calabria con 279; nella provincia di Vercelli, la Lombardia con 936, la Sicilia con 568 e la Campania con 397.
Liguria. Nella provincia di Genova, il maggior numero di imprenditori non liguri è fornito dalla Lombardia (3.724), seguita dal Piemonte (3.688) e della Sicilia (3.160); nella provincia di Imperia, al primo posto si trova il Piemonte (2.012), al secondo la Calabria (1.384) e al terzo la Lombardia (1.119); nella provincia di La Spezia, nell'ordine, la Toscana (2.464), la Lombardia (763) e la Sicilia (646); infine, in quella di Savona, il Piemonte (3.639), la Lombardia (1.890) e la Sicilia (1.179),
In Valle d'Aosta, il più alto numero di imprenditori non locali è dato dal vicino Piemonte (2.736), seguito dalla Campania (1.072) e dall'Abruzzo (993).



Santanchè cede quote di Visibilia

Visibilia Editore Holding, finanziaria della quale è presidente e amministratore delegato la cuneese Daniela Garnero Santanchè, che ne possiede oltre il 90% del capitale, ha ridotto al 66,09% la sua partecipazione in Visibila Editore, società quotata all'Aim della Borsa di Milano e proprietaria delle testate Ville Giardini, Ciak e Pc Professional. Il calo di diversi punti della quota di Visibilia Editore è conseguente a una serie di vendite di sue azioni, regolarmente comunicate.
Visibilia Editore, presieduta dalla stessa Santanchè, presidente anche di altre due società trattate a Piazza Affari (la Ki Group di Torino e la lombarda Bioera), è la quotata del Nord Ovest con la più bassa capitalizzazione. Infatti, il mercato attribuisce a Visibilia Editore un valore complessivo di 3,6 milioni di euro (l'ultimo prezzo dell'azione, venerdì 1 settembre, è stato di 0,15 euro).



Anagrafe: 103 stranieri in più al giorno

Nord Ovest sempre meno popolato e sempre più internazionale. Nel solo marzo 2017 sono stati 3.498 gli stranieri che si sono iscritti alle anagrafi di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta, tanti da portare il totale dei primi tre mesi a 9.323, che equivalgono a una media giornaliera di 103 nuovi iscritti nel periodo gennaio-marzo, media superiore di una decina di unità a quella dell'intero 2016, quando i nuovi iscritti provenienti dell'estero sono stati 34.555 (la media quotidiana di marzo 2017, in particolare, è stata di 113 stranieri).
Invece, sempre nel marzo appena passato, sono state 1.505 le persone cancellate dalle anagrafi del Nord Ovest in seguito al loro trasferimento fuori dall'Italia (in media, 48 al giorno) e 16.383 in tutto il 2016 (media di 45).
Di conseguenza, la bilancia anagrafica con l'estero, mostra una crescita di poco meno di 2.000 residenti stranieri in marzo (1.993, per la precisione) e di 18.172 nei dodici mesi 2016.
La crescita della popolazione straniera, però, rallenta soltanto il calo complessivo degli abitanti del Nord Ovest; lo frena, ma non lo blocca. Anche perché il saldo naturale,differenza fra nati e morti, resta fortemente negativo: per 3.442 unità in marzo e per 30.627 nei 12 mesi 2016.
Ecco, perciò, che nel primo trimestre 2017, il Nord Ovest ha perso altri 10.558 residenti, diventati così 6.073.888 al 31 marzo, quando, in particolare, il Piemonte ne ha censiti 4.385.279 (4.392.256 al 31 dicembre 2016), la Liguria 1.561.987 (1.565.307) e la Valle d'Aosta 126.622 (126.883).
Tornando ai nuovi iscritti stranieri all'anagrafe, il Piemonte ne ha registrati 2.542 in marzo e 24.275 nell'intero 2016, la Liguria rispettivamente 912 e 9.656, la Valle d'Aosta 44 e 624. Quanto al saldo naturale, in Piemonte è stato negativo per 2.386 persone in marzo e per 19.252 nel 2016, in Liguria per 1.026 nel mese e per 10.952 nell'anno passato, in Valle d'Aosta, rispettivamente per 30 e 423.