Componentistica auto, Piemonte leader cala la dipendenza dal gruppo Fca

E' stata presentata la nuova edizione dell’Osservatorio sulla componentistica automotive italiana, indagine realizzata dalla Camera di commercio di Torino, da Anfia (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica) e dal Center for Automotive and Mobility Innovation (Cami) del Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari Venezia. “La crisi 2020 non fa che velocizzare un processo di ristrutturazione e revisione della filiera automotive italiana, settore in cui il Piemonte continua a essere protagonista con oltre il 33% delle aziende e il 38% del fatturato nazionale” ha spiegato il presidente della Camera di commercio di Torino, Dario Gallina, secondo il quale “diventa sempre più urgente strutturarsi e innovare. Torino ha l’automotive nel suo Dna e su questo deve continuare ad investire”.
Nel 2019, l’universo della componentistica automotive italiana ha generato un fatturato complessivo di 49,2 miliardi di euro (-3,9% rispetto al 2018) e ha fatto registrare 164.305 addetti. La collocazione geografica delle imprese della componentistica vede una concentrazione nel Nord Ovest, dove le sole regioni del Piemonte (33,5% del totale) e della Lombardia (27,4%) raccolgono un bacino di circa 1.340 aziende, mentre nel Nord Est, le regioni con maggiore presenza di produttori di componenti sono l’Emilia-Romagna (10,2%) e il Veneto (8,6%). 
In particolare, sono 736 le imprese piemontesi della componentistica automotive. Nel 2019 hanno prodotto un fatturato di 18,6 miliardi di euro (-4,8%) e hanno impiegato 60.311 addetti (+0,3%). Al pari di quanto avvenuto a livello nazionale, la componente che ha registrato una performance migliore è quella delle imprese di Engineering & Design (+8,9%), mentre la subfornitura ha sofferto più di altri segmenti (-7,9%), senza risparmiare i subfornitori delle lavorazioni (-7,4%).
L’evoluzione del rapporto di dipendenza tra i produttori di componenti e il gruppo Fca, nel 2019 mostra una riduzione, seppur contenuta, della dipendenza dal gruppo, segno del proseguimento del processo di riorganizzazione delle imprese come fornitori di aziende estere. Scendono al 73% le imprese che hanno dichiarato di avere Fca, direttamente o indirettamente, nel proprio portafoglio clienti, il valore più basso registrato nell’ultimo quinquennio, mentre rimane stabile la quota (34%) di quelle per le quali il fatturato prodotto da vendite a Fca rappresenta oltre la metà dei ricavi, quota tuttavia lontana dal 41% riscontrato nel 2017. Nell’insieme scende lievemente anche la quota media dei ricavi generati da commesse del gruppo Fca: il 36,6% a fronte del 37,4% dell’anno precedente. In Piemonte, analogamente al 2018, quasi otto imprese su dieci hanno prodotto parte del proprio fatturato 2019 grazie alle relazioni con Fca, mentre cinque anni prima erano l’87%.
A rafforzare il quadro di incertezza per la filiera italiana, vi sono anche le incognite in merito all’impatto derivante sull’indotto dalla nascita del gruppo Stellantis. Per il 73% delle imprese dell’Osservatorio, le nozze Fca-Pspa rappresentano un’operazione favorevole per lo sviluppo della filiera, principalmente per il possibile aumento dei volumi di fornitura grazie alle piattaforme comuni, ma anche per la presenza del nuovo gruppo su più mercati, nonché per l’impulso che potrebbe essere dato alle collaborazioni tra imprese della catena di fornitura. Domina invece la percezione dei rischi lo spostamento del baricentro decisionale verso l’estero, mentre per un’impresa su tre la maggiore preoccupazione deriva dalla possibile riduzione dei volumi di fornitura in Italia.
In leggero aumento la quota di imprese che esportano (74,9%) così come l’incidenza del fatturato prodotto sui mercati esteri rispetto ai ricavi totali (40,9%), tendenza, quest’ultima, che riguarda tutte le categorie di fornitori, a eccezione dei subfornitori dell’aftermarket. Cresce, tuttavia, di oltre dieci punti percentuali il numero di rispondenti che hanno dichiarato un calo del fatturato estero 2019 rispetto al 2018 (38,1% contro il 27,6% dell’edizione precedente). Rispetto al 2018 sale invece dal 69% al 73% la quota delle imprese che investe in processi di innovazione e, parallelamente, cresce il peso di coloro che in tali attività investono più del 10% del proprio giro d’affari. In leggero aumento anche la quota delle imprese con addetti impiegati in R&S che nel 2019 è pari al 72% a fronte del 69% della precedente rilevazione. Nel complesso, nel triennio 2017-19, è risultato che otto imprese su dieci hanno immesso sul mercato innovazioni di processo e/o di prodotto. Si evidenzia inoltre una maggiore apertura all’open innovation rispetto al passato per le innovazioni di processo; sebbene il ricorso all’in-house sia prevalente, si attivano maggiori collaborazioni con l’esterno, principalmente con altre imprese.