Alla Valle d'Aosta il record degli asili

Servizi per la prima infanzia. Un problema per tante famiglie di buona parte dell'Italia, non per la Valle d'Aosta, la regione che ne è più dotata, tanto da risultare sopra il parametro fissato dalla Ue per sostenere la conciliazione della vita familiare e lavorativa e per promuovere la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. 
Nel nostro Paese, sono stati censiti 13.335 servizi per la prima infanzia, per un totale di 355.829 posti autorizzati al funzionamento (il 51,6% sono all’interno di strutture a titolarità dei comuni). L’offerta si compone dei tradizionali asili nido (81%) e delle sezioni primavera (10%); i servizi integrativi per la prima infanzia (spazi gioco, centri per bambini e genitori e servizi educativi in contesto domiciliare) contribuiscono per il 9% all’offerta complessiva.
Nell'ultimo anno educativo, è stato registrato un lieve incremento dell’offerta, dovuto principalmente al settore pubblico, che ha offerto circa 2mila posti in più; mentre il settore privato ne ha persi un migliaio. La copertura dei posti rispetto ai bambini residenti fino a due anni compiuti è così salita al 25,5%, dal precedente 24,7%, restando però nettamente sotto il parametro Ue del 33%. Comunque, se questa è la media italiana, va precisato che la Valle D’Aosta presenta l'indice del 45,7% - record nazionale - l'Umbria il 42,7%, l' Emilia-Romagna il 39,2%, la Toscana il 36,3% e il Trentino il 38,4%.
Tendenzialmente, l’offerta di servizi si concentra nei grandi comuni e nelle aree più sviluppate economicamente: i comuni capoluogo di provincia hanno raggiunto il 33% di copertura, tutti gli altri si attestano su una media di 22,4 posti per 100 residenti sotto i 3 anni. Fra i comuni che sono al centro delle aree metropolitane, Firenze (48,2%), Bologna (46,9%) e Roma (44,0%) si collocano sopra il 40% di copertura, poco sotto si posizionano le altre città metropolitane del Centro-Nord, fra le quali Torino e, in netto distacco, quelle del Sud e delle Isole, tutte con livelli inferiori al 15% di copertura, a eccezione di Cagliari (26,5%).
La spesa corrente impegnata dai comuni per i servizi educativi nel 2018 è stata di 1,5 miliardi, di cui il 19,5% rimborsato dalle famiglie sotto forma di compartecipazione. In termini pro-capite, la spesa dei comuni ha continuato a crescere leggermente, anche negli anni successivi alla crisi economica, per effetto del calo demografico che ha interessato la popolazione di riferimento (bambini di età 0-2 anni). Questa spesa è destinata per il 97% agli asili nido e solo per il 3% ai servizi integrativi per la prima infanzia.
La spesa per gli asili nido è assorbita per oltre il 90% dal funzionamento delle strutture comunali, in parte gestite direttamente e in parte affidate a terzi; mentre il 6,5% è dato dai costi dei nidi privati convenzionati, il 2% dai contributi alle famiglie e l’1,1% viene erogato ai nidi privati non convenzionati. Negli asili nido comunali a gestione diretta, la spesa media per iscritto erogata nell’anno è di 8.639 euro. La cifra si riduce drasticamente se le strutture sono affidate in appalto a gestori privati: in media 4.914 euro per ciascun iscritto. Nei nidi privati convenzionati con i comuni la spesa media per bambino è di 3.126 euro l’anno e la spesa si riduce ulteriormente - 1.748 euro per utente - nel caso di contributi pagati direttamente dai comuni alle famiglie, che possono iscrivere il proprio figlio a strutture pubbliche o private.
Tra i fattori che influiscono sulle scelte delle famiglie vi sono i costi del servizio di asilo nido: 2.208 euro nel 2019, a fronte dei 1.570 del 2015. Altri aspetti che contraggono l’utilizzo del nido sono la scarsa diffusione dei servizi, che penalizza soprattutto i residenti in alcune aree del Paese e i criteri di selezione delle domande da parte dei comuni, che tendono a favorire le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano (il 68,7% dei bambini che frequentano le strutture educative ha entrambi i genitori che lavorano). Il 18,5% delle famiglie che non utilizzano il nido è condizionato da motivi indipendenti dalle loro scelte: il costo eccessivo del servizio, il rifiuto della domanda, la lontananza delle strutture da casa o gli orari troppo scomodi.
La maggiore concentrazione della domanda insoddisfatta si ha nei comuni nella periferia delle città metropolitane, dove riguarda il 24,2% delle famiglie che non utilizzano il nido. Viceversa, i comuni di ampiezza intermedia (fra 10mila e 50mila abitanti) e i comuni che sono al centro delle aree metropolitane sembrano avere minore domanda insoddisfatta (sotto il 10%).
Allo scopo di incentivare la domanda e contribuire ad abbattere i costi sostenuti dalle famiglie, è stato introdotto, con la legge n. 232/2016, il “Bonus Asilo Nido”. Il contributo nel 2020 è stato elevato fino a un massimo di 3.000 euro in base all’ Isee. Nel 2019, i beneficiari del bonus sono stati 289.496 (21,5% dei bimbi fino a 2 anni), per il totale di quasi 241 milioni di euro. L’importo medio annuo percepito è passato dai 625 euro del 2018 a 833 euro del 2019. Notevole variabilità si riscontra a livello regionale: se in Valle d’Aosta, Umbria e Lazio percepiscono il bonus più di 30 bambini su 100, in Calabria, Campania e Sicilia il contributo statale ne raggiunge meno di 14.