A 53 miliardi i debiti commerciali della Pa in crisi le pmi per i pagamenti in ritardo

Tra tutti i 12 ministeri che hanno un budget e una capacità di spesa, nel secondo trimestre di quest’anno solo quello degli Esteri ha pagato in anticipo i propri fornitori rispetto alle scadenze previste dalla legge. Gli altri 11, invece, hanno onorato le proprie spettanze in ritardo o non hanno ancora aggiornato i dati. Inadempienza, quest’ultima, altrettanto grave quanto lo “sforamento” dei tempi di pagamento: perché anche in questo caso ci troviamo di fronte a una violazione della legge per la mancata pubblicazione dei dati, non consentendo a soggetti terzi di verificare l’efficienza o meno di queste Pubbliche Amministrazioni (Pa). La denuncia è sollevata dall’Ufficio studi della Cgia, l'associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre.
Dove si sono verificate le situazioni più critiche ? Il dicastero dei Beni Culturali, tra aprile e giugno di quest’anno, ha saldato i propri fornitori con un ritardo medio di 30 giorni, le Infrastrutture dopo 49 giorni, l’Ambiente dopo 53, le Politiche Agricole dopo 61 e l’Interno, a cui spetta la maglia “nera”, dopo 62. Altri, invece, non hanno ancora aggiornato i dati sul proprio sito internet. Ci riferiamo al ministero dell’Istruzione/Università, della Salute e della Giustizia: gli ultimi due, addirittura, non hanno nemmeno pubblicato il dato riferito al primo trimestre, sempre di quest’anno. “Se anche i ministeri cominciano a ritardare il saldo delle fatture – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia, Paolo Zabeo - abbiamo il sospetto che in linea generale tutta la Pa, anche a causa del Covid, stia dilatando i tempi di pagamento, in particolar modo a livello locale. Per risolvere questa annosa questione che sta lasciando senza liquidità tantissime imprese, c’è solo una cosa da fare: nel caso di mancato pagamento, bisogna prevedere per legge la compensazione secca, diretta e universale tra i debiti della Pa verso le imprese e le passività fiscali e contributive in capo a queste ultime. Grazie a questo automatismo risolveremmo un problema che ci trasciniamo appresso da almeno 15 anni”. 
Purtroppo, a pagare il prezzo più elevato di questa anomalia tutta italiana sono, in particolar modo, le piccole imprese. Senza liquidità a disposizione, tanti artigiani e piccoli imprenditori si trovano in grave difficoltà e, paradossalmente, rischiano di dover chiudere definitivamente l’attività, non per debiti, ma per troppi crediti non ancora incassati.
In Italia, le commesse pubbliche ammontano a circa 140 miliardi di euro all’anno e il numero delle imprese fornitrici sono circa un milione. Nei mesi scorsi sono emersi alcuni segnali molto preoccupanti sulla difficoltà da parte di molti enti locali di onorare gli impegni economici presi con i propri fornitori. Con il decreto Rilancio, infatti, il Governo ha messo a disposizione di Regioni, ASL e Comuni 12 miliardi di euro per liquidare almeno una parte dei debiti commerciali accumulati entro la fine del 2019. Alla scadenza del 7 luglio scorso - data entro la quale gli enti territoriali dovevano chiedere alla Cassa Depositi e Prestiti le anticipazioni di liquidità per pagare i vecchi debiti - solo il 10% circa delle risorse messe a disposizione era stato richiesto. A seguito di questo flop, con il decreto Agosto, il Governo ha riaperto i termini: dal 21 settembre fino a ieri (9 ottobre), gli enti territoriali hanno avuto una nuova possibilità per accedere a questi fondi.
Il Mef, ministero dell'Economia e delle finanze, non conosce ancora adesso a quanto ammonta complessivamente il debito commerciale in capo a tutte le Amministrazioni pubbliche con i propri fornitori, molto probabilmente perché una buona parte dei committenti pubblici, in particolar modo gli enti periferici, continuano a effettuare i pagamenti senza transitare per la piattaforma e con scadenze ben superiori a quelle fissate dalla legge. Comunque, la Banca d'Italia stima in 53 miliardi i debiti commerciali della Pa, metà dei quali ascrivibili ai ritardi di pagamento.