Come e quanto la Pa penalizza i fornitori

“Sebbene la puntualità dei pagamenti rimanga ancora una questione irrisolta – afferma Paolo Zabeo, il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, l'associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre - con i suoi 140 miliardi di euro di commesse all’anno, pari a circa l’8 per cento del Pil nazionale, la nostra Pubblica amministrazione è la principale cliente di una parte importante delle imprese italiane. In termini assoluti, infatti, le aziende che lavorano per gli enti pubblici sono circa un milione”. “Sebbene i dati Eurostat dicano che i debiti commerciali di sola parte corrente siano negli in costante aumento negli ultimi quattro anni, sfiorando nel 2019 i 50 miliardi di euro – prosegue Zabeo - i ritardi nei pagamenti della nostra Pa continuano a essere un malcostume molto diffuso nel nostro Paese. E alla luce del fatto che quasi la metà di questi mancati pagamenti sono riconducibili alla sanità, perché non ricorrere alla nuova versione del Mes, anche per liquidare i fornitori delle nostre aziende ospedaliere ?”.

Ma la cosa più inammissibile di tutta questa vicenda, prosegue la Cgia, è che nessuno è in grado di affermare a quanto assomma esattamente il debito commerciale della nostra Pa. Sebbene da qualche anno le imprese che lavorano per la Pa abbiano l’obbligo di emettere la fattura elettronica, che avrebbe dovuto eliminare un altro grosso problema che assilla i fornitori degli enti pubblici: vale a dire lo split payment. “La nostra Pa – conclude la Cgia - non solo paga con ritardi spesso ingiustificabili, ma quando lo fa non versa più l’Iva al proprio fornitore. Pertanto, le imprese che lavorano per lo Stato, scontano anche il mancato incasso dell’imposta che, pur rappresentando una partita di giro, consentiva alle imprese di avere maggiore liquidità per fronteggiare i pagamenti correnti. Altresì, con l’introduzione dello split payment, i fornitori si trovano a credito di Iva, in quanto l’imposta sul valore aggiunto che pagano quando effettuano gli acquisti di beni e servizi non è più compensata da quella incassata sulle fatture attive. Paradossalmente, con una dimensione di crediti Iva importanti, molte aziende finanziano indirettamente lo Stato”.

Lo split payment è stato introdotto nel 2015. Questa misura, infatti, ha obbligato le Amministrazioni centrali dello Stato (e dal 1° luglio 2017 anche le aziende pubbliche controllate dallo stesso) a trattenere l’Iva delle fatture ricevute e a versarla direttamente all’erario. L’obbiettivo dichiarato è quello di contrastare l’evasione fiscale, evitando che una volta incassato il corrispettivo dal committente pubblico, l’impresa privata non versi al fisco l’imposta sul valore aggiunto. Il meccanismo, sicuramente efficace nell’impedire che l’imprenditore disonesto non versi l’Iva all’erario, ha però provocato molti problemi finanziari a tutti coloro che con l’evasione, invece, nulla hanno a che fare. Vale a dire la quasi totalità delle imprese che lavora per la Pa.

La soluzione proposta dalla Cgia per risolvere l’eccessivo stock di debito commerciale accumulato dalla Pa è quella di consentire la compensazione secca, diretta e universale, tra i debiti dell’Amministrazione verso le imprese e le passività fiscali e contributive in capo a queste ultime. Grazie a questo automatismo potremmo risolvere questa cattiva abitudine in tempi ragionevolmente brevi. La Cgia, infine, sottolinea che, secondo i dati riportati dalla Corte dei Conti, si starebbe consolidando una tendenza in atto da alcuni anni che vede le Amministrazioni pubbliche puntuali nel pagamento delle fatture di importo maggiore e ritardare intenzionalmente la liquidazione di quelle di importo meno elevato. Una modalità operativa che, ovviamente, penalizza le piccole imprese che, generalmente, lavorano in appalti o forniture di importi nettamente inferiori a quelli “riservati” alle attività produttive di dimensione superiore.