Ecco gli effetti del lockdown sulle imprese Le cifre Istat sulle chiusure e il fatturato

Nella fase 1 dell’emergenza sanitaria (tra il 9 marzo e il 4 maggio) il 45% delle imprese con tre e più addetti (458 mila) ha sospeso l’attività. Per il 38,3% (390 mila imprese) la decisione è stata presa a seguito del decreto del Governo, mentre il 6,7% (68 mila) lo ha fatto di propria iniziativa. Sono, invece, il 22,5% le imprese (229 mila) che sono riuscite a riaprire prima del 4 maggio. Lo scrive l'Istat, precisando che oltre tre imprese su 10 (32,5%) sono rimaste sempre attive (331 mila); questa quota di imprese è la più rilevante dal punto di vista economico e dell’occupazione in quanto rappresenta il 48,3% degli addetti e il 60,9% del fatturato nazionale.

Le microimprese (3-9 addetti), sono quelle più coinvolte nella sospensione delle attività: 48,7% contro 32,7% delle piccole (10-49 addetti), 19,2% delle medie (50-250 addetti) e 14,5% delle grandi (250 addetti e oltre). Al contrario, tra le medie e, ancora di più, tra le grandi prevalgono le imprese rimaste sempre attive (rispettivamente 53,3% e 64,0% contro 30,6% delle micro e 37,9% delle piccole). Le chiusure delle attività economiche, scandite dai diversi decreti hanno dunque determinato effetti di blocco operativo soprattutto per le imprese di minori dimensioni, che in Italia rappresentano quote elevate in termini di occupazione e di risultati economici del sistema produttivo.

A livello settoriale, sono soprattutto le imprese delle costruzioni e dei servizi ad aver sospeso l’attività: rispettivamente il 58,9% e il 53,3% rispetto al 36,0% dell’industria in senso stretto e al 30,3% del commercio. Nell’ambito dei servizi, quote particolarmente elevate di imprese chiuse durante il lockdown si riscontrano tra le agenzie di viaggio e tour operator (95,6%), nell’assistenza sociale non residenziale (91,6%), nelle attività creative e artistiche (88,5%), sportive (87,2%), culturali, come biblioteche e musei (83,5%), nelle altre attività di servizi alla persona, come parrucchieri e centri benessere (80,9%), nei servizi di alloggio (79,2%) e ristorazione (76,8%) e nel settore dell’istruzione (71,7%). All’interno dell’industria in senso stretto, la produzione di beni d’investimento (automotive, macchinari, apparecchiature elettriche, ecc.) registra la quota più elevata di imprese che hanno ripreso l’attività prima della fine del lockdown (58,9%) soprattutto a seguito di una richiesta di deroga (39,9%).

Il commercio è il comparto rimasto più attivo, con il 46,7% di imprese sempre operative nel corso del lockdown e il 23,1% che ha ripreso l’attività prima del 4 maggio. In particolare, il commercio al dettaglio presenta la quota più elevata di imprese sempre attive (52,4%) rispetto al commercio all’ingrosso (40,6%). Sono cinque le regioni con un livello di apertura ampiamente superiore alla media nazionale (55,0%): Friuli-Venezia Giulia (63,9%), Emilia-Romagna (62,6%) e Veneto (61,1%), seguite da Liguria (58,9%) e Basilicata (58,6%). A livello nazionale è invece la Valle d’Aosta (46,5%) a presentare la quota più ridotta di imprese sempre aperte o che hanno ripreso l’attività. Molto sotto la media nazionale si posizionano anche la provincia autonoma di Trento (48,3%), la Toscana (51,8%), il Lazio (51,8%) e le Marche (52,5%). Le restanti regioni, tra cui Lombardia (55,4%) e Piemonte (55,3%), non si distanziano di molto dai valori nazionali.

Oltre il 70% delle imprese dichiara una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019: nel 41,4% dei casi il fatturato si è più che dimezzato, nel 27,1% si è ridotto tra il 10% e il 50% e nel 3% dei casi meno del 10%; nell’8,9% delle imprese il valore del fatturato è invece rimasto stabile. Il 14,6% delle imprese dichiara di non avere registrato alcun fatturato, ma la quota è molto più elevata tra quelle attive nell’ambito delle attività sportive, di intrattenimento e divertimento (58,2%), tra le agenzie di viaggio e i tour operator (57,1%) e i servizi di alloggio (50,9%). Seguono le imprese che si dedicano ad attività creative e artistiche (42,5%), le case da gioco (36,6%) e ai servizi di ristorazione (35,4%). Inoltre, non hanno registrato fatturato un quarto delle imprese degli altri servizi alla persona (28,9%), delle attività culturali (28,7%), dell’istruzione (26,3%) e dell’assistenza sociale non residenziale (24,8%). Il fatturato del bimestre marzo-aprile 2020 è aumentato soltanto per il 5,0% delle imprese. Si tratta di circa 50 mila imprese, nella maggior parte dei casi appartenenti al settore del commercio (24 mila). Negli altri settori di attività l’incidenza è più contenuta, con l’unica eccezione riscontrata per il comparto dell’industria farmaceutica (28,0% di imprese con vendite in crescita), delle telecomunicazioni (23,8%) e della chimica (18,6%). La riduzione del fatturato è una condizione diffusa in tutti i settori, con quote più elevate nell’industria dei beni di consumo, in particolare in quella del mobile, del tessile e degli articoli in pelle, dei beni investimento, tra cui spicca il dato dell’automotive e del commercio. Differenze significative si rilevano osservando la dimensione aziendale: il 58,5% delle micro imprese dichiara una perdita superiore al 50% o alcun fatturato rispetto al 48,5% delle piccole, al 33,4% delle medie e al 27,4% delle grandi. Se tra le micro e piccole imprese la contrazione maggiore si registra tra quelle che operano nei servizi alla persona e alle imprese, tra le medie e le grandi il settore più coinvolto è il commercio. Le motivazioni alla base della riduzione del fatturato sono per il 45,9% riconducibili alla riduzione delle settimane lavorative dovute alla chiusura, per il 50,5% al calo della domanda, per l’8,3% a difficoltà di approvvigionamento e per il 5,5% a un calo della produttività dovuta alle nuove condizioni lavorative.

Valle d’Aosta (64,1%) e provincia autonoma di Trento (60,2%) sono i territori con una maggiore incidenza di imprese che non hanno fatturato o dichiarano una riduzione superiore al 50%.

In questo contesto, il Piemonte e le Marche fanno registrare il maggior numero di imprese aperte al 4 maggio: rispettivamente 50,0% e 49,5% (rappresentative del 14,1% e del 24,4% dell’occupazione su base regionale).