Piemonte, perse 18.702 imprese artigiane un'emorragia che continua da dieci anni

Negli ultimi dieci anni, il Piemonte ha perso 18.702 imprese artigiane, numero inferiore unicamente a quello della Lombardia (20.871). Alla fine del 2018, infatti, la regione subalpina ne aveva 117.313, il 13,7% in meno rispetto al 2009, mentre il calo della Lombardia, nello stesso periodo, è stato del 7,9% e dell'11,3% quello medio nazionale (le imprese artigiane sono passate da 1.465.949 a 1.300.351).
E il cattivo stato di salute dell’artigianato in Italia permane, sebbene nel secondo trimestre di quest'anno si sia verificata una leggera ripresa. Infatti, al 30 giugno le imprese artigiane in attività sono risultate 1.299.549, ancora 6.564 in meno. A eccezione del Trentino -Alto Adige, in tutte le altre regioni italiane il saldo del primo semestre è stato negativo. I calo maggiori si sono registrati in Emilia-Romagna (-761), Sicilia (-700) e Veneto (-629).
A denunciare la moria è l’Ufficio studi della Cgia, l'associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre. “La crisi, il calo dei consumi, le tasse, la mancanza di credito e l’impennata degli affitti – ha spiegato Paolo Zabeo, il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia - sono le cause che hanno costretto molti artigiani a cessare l’attività. E per rilanciare questo settore è necessario rivalutare il lavoro manuale, oltre che abbassare le imposte e alleggerire il peso della burocrazia”. Ha aggiunto: “Negli ultimi 40 anni c’è stata una svalutazione culturale, che è stata spaventosa. L’artigianato è stato dipinto come un mondo residuale, destinato al declino e, per riguadagnare il ruolo che gli compete, ha bisogno di robusti investimenti nell’orientamento scolastico e nell’alternanza tra la scuola e il lavoro, rimettendo al centro del progetto formativo gli istituti professionali, che in passato sono stati determinanti nel favorire lo sviluppo economico del Paese”. “Oggi, invece, gli istituti professionale sono percepiti dall'opinione pubblica come scuole di serie b – ha detto ancora Zabeo - Per alcuni, infatti, rappresentano una soluzione per parcheggiare per qualche anno quei ragazzi che non hanno una grande predisposizione allo studio. Per altri costituiscono l’ultima chance per consentire a quegli alunni che provengono da insuccessi scolastici, maturati nei licei o nelle scuole tecniche, di conseguire un diploma di scuola media superiore”.
“E nonostante la crisi e i problemi generali che assillano l’artigianato – ha proseguito Renato Mason, il segretario della Cgia - non sono pochi gli imprenditori di questo settore che segnalano la difficoltà a trovare personale disposto ad avvicinarsi a questo mondo. Soprattutto al Nord, si fatica a reperire giovani disposti a fare gli autisti di mezzi pesanti, i conduttori di macchine a controllo numerico, i tornitori, i fresatori, i verniciatori e i battilamiera. Senza contare che nel mondo dell’edilizia è sempre più difficile reperire carpentieri, posatori e lattonieri. Più in generale, comunque, l’artigiano di domani sarà colui che vincerà la sfida della tecnologia per rilanciare anche i “vecchi saperi”. Alla base di tutto, comunque, rimarrà il saper fare, che è il vero motore della nostra eccellenza manifatturiera”.
Una ulteriore “stangata” al mondo dell’artigianato potrebbe arrivare il prossimo 1° gennaio. Se non si disinnescherà l’aumento dell’Iva, l’innalzamento di tre punti percentuali sia dell’aliquota ordinaria che di quella ridotta rischia di provocare degli effetti molto negativi su queste attività che, ricorda la Cgia, vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie. E oltre agli effetti economici e occupazionali, la riduzione del numero delle attività artigiane e in generale dei negozi di vicinato ha provocato delle ricadute sociali altrettanto significative. Con meno botteghe, stiamo assistendo a una desertificazione dei centri storici e anche delle periferie urbane sia delle grandi città che dei piccoli paesi.
Questa situazione ha abbassato notevolmente la qualità della vita di questi luoghi: c’è meno sicurezza, più degrado e più abbandono. Lo ha capito persino la politica che, con il “decreto dignità”, ha stabilito che dal 2020 i Comuni con meno di 20 mila abitanti avranno la possibilità di azzerare per i successivi tre anni le tasse locali a quegli artigiani o piccoli commercianti che amplieranno il proprio negozio o riapriranno l’attività dopo un periodo di chiusura di almeno sei mesi.
Il settore artigiano più colpito dalla crisi è stato l’autotrasporto, che, negli ultimi dieci anni, ha perso 22.847 imprese (-22,2%). Seguono le attività manifatturiere con una riduzione di 58.027 unità (- 16,3%) e l’edilizia, che ha perso 94.330 imprese (-16,2%). Sono in forte aumento, invece, le imprese di pulizia, giardinaggio e servizi alle aziende (+43,2%), attività cinematografiche e produzione software (+24,6 %), magazzinaggio e corrieri (+12,3%). Tra le aziende del settore produttivo quelle più in difficoltà sono state quelle che producono macchinari (-36,1%), computer/elettronica (-33,8%) e i produttori di mezzi di trasporto (-31,8%).

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