Alimentare italiano, impennata dell'export nei primi sei mesi la crescita è del 6,9%

Il cibo made in Italy conquista un nuovo record sui mercati internazionali: nei primi sei mesi di quest'anno le vendite di alimenti e bevande del nostro Paese all'estero sono cresciute ancora del 6,9% (a fronte del 2,5% medio del manifatturiero), portando a 35,3 miliardi (pari al 2% del Pil) il valore, su base annua, delle vendite di food italiano all’estero,
Lo rileva un rapporto di Confartigianato, secondo il quale tra i maggiori clienti dell'alimentare italiano vi sono il Giappone, che fa segnare un aumento del 12,5% di acquisti e gli Stati Uniti con l'incremento del 12,4%. Crescono anche le esportazioni in Germania (+9,3%), Regno Unito (7,7%), Paesi Bassi (+7,1%), Francia (+6,6%).
Al buon andamento dell'export si associa la tenuta della produzione nazioanle di alimentare e bevande: sempre nel primo semestre 2019 mostra una crescita del 2,5%, in controtendenza rispetto al calo dell’1,2% della produzione del totale delle imprese manifatturiere.
Se il food made in Italy piace all’estero il merito, sottolinea Confartigianato, è soprattutto delle piccole imprese; dei 445.665 addetti del settore alimentare e bevande, infatti, il 61,3% (pari a 273.263) lavora in piccole imprese e il 35% (156.095) opera in imprese artigiane.
La maggiore vocazione artigiana del settore food si registra in Liguria, dove il 67,7% degli addetti del comparto alimentari e bevande lavora in imprese artigiane, seguita da Basilicata (56,2%), Sicilia (55,6%), Marche (54,6%), Sardegna (54,4%) e Molise (50%).
Secondo Confartigianato, è proprio il trend dell’occupazione un altro record del food made in Italy: negli ultimi cinque anni è cresciuta del 12,9%, un ritmo più che doppio rispetto al +5,1% della media Ue.
Una tendenza che si conferma nel trimestre agosto-ottobre 2019, con le imprese del settore che prevedono l’assunzione di 34.650 lavoratori. Di questi 11.780 sono operai e artigiani specializzati nelle lavorazioni alimentari, di cui però le imprese segnalano una difficoltà di reperimento del 51,1%, di gran lunga superiore al 29,7% della media indicata dal totale delle imprese.

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