Debiti commerciali, il Comune di Torino deve 300 milioni a quasi 1.200 imprese Nella lista nera Cgia anche Asti e Cuneo


Chiara Appendino, sindaco di Torino
Al 31 dicembre 2018, i principali Comuni italiani avevano 3,6 miliardi di euro di debiti nei confronti dei propri fornitori. Lo ha rilevato la Cgia, l'attenta associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre, precisando subito che la somma, sia pure importante, “comunque, risulta sottodimensionata, visto che nell'elaborazione non sono incluse molte amministrazioni comunali che, ad oggi, non hanno ancora pubblicato/aggiornato sul proprio sito il numero dei creditori e l’ammontare complessivo dei debiti maturati alla fine dello scorso anno per le seguenti voci di spesa: somministrazioni, forniture, appalti e prestazioni professionali”.
Tra i Comuni piemontesi con oltre 50.000 abitanti e non compresi nella lista della Cgia figurano Alessandria e Novara, mentre si trovano Torino, Asti e Cuneo. In particolare, la Cgia ha attribuito al Comune di Torino debiti commerciali di quasi 300 milioni di euro (per la precisione 299.115.085) al 31 dicembre scorso, mentre erano di 248.755.460 alla stessa data del 2016.
Alla fine dell'anno scorso, il Comune di Asti aveva debiti commerciali per 2.375.608 euro e quello di Cuneo per 701.945 euro. Le imprese creditrici di quest'ultimo risultavano allora 135, a fronte delle 195 del Comune di Asti e le 1.161 del Comune di Torino, che ha a capo Chiara Appendino.
“Sebbene, negli ultimi anni, i vincoli imposti dal patto di stabilità interno siano stati superati – ha segnalato Paolo Zabeo, il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia - molti Comuni continuano a liquidare i propri fornitori con tempi abbondantemente superiori a quelli stabiliti per legge. In particolar modo al Sud”.
Zabeo ha aggiunto che nelle metropoli, dove le spese sono sensibilmente superiori a quelle sostenute dalle Amministrazioni di medie e piccole dimensioni, “lo stock degli insoluti rimane ancora elevato e in molti casi addirittura in aumento rispetto agli anni precedenti. Come nei casi di Roma, Milano, Torino, Cagliari e Venezia”.
Inoltre, “sebbene il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) sostenga che i tempi di pagamento di tutte le Pubbliche amministrazioni (Pa) stiano diminuendo, i tecnici di via Venti Settembre sono giunti a questa conclusione dopo aver elaborato dati ancora molto parziali, visto che hanno monitorato “solo” 20,3 milioni di fatture su un totale di 28 milioni emesse nel 2018 (ovvero, il 72,5 per cento del totale)”.
Secondo il Mef, pertanto, l’ammontare complessivo del debito residuo non pagato al 31 dicembre 2018 ammonterebbe a 26,9 miliardi di euro. Dato che si riferisce alle sole fatture emesse nel 2018 e con i limiti appena descritti.
A sua volta, Renato Mason, il segretario della Cgia ha evidenziato che “grazie all’introduzione della fatturazione elettronica, le cose sono comunque migliorate. Dalla fine del mese di marzo del 2015, infatti, tutti i fornitori della Pa hanno l’obbligo di emettere la fattura in formato elettronico. Una disposizione che ha reso più trasparente il rapporto commerciale tra il pubblico e il privato, anche se il debito complessivo rimane ancora da definire e i ritardi nei pagamenti spesso sono ancora del tutto ingiustificati”.
Dai dati ricavati dalla lettura dei siti internet, il Comune di Roma è quello più indebitato: al 31 dicembre 2018 i fornitori dell’amministrazione capitolina (4.966 imprese) avanzavano 1,5 miliardi di euro. Nella graduatoria dei “peggiori” pagatori, comunque, si trovano anche il Comune di Napoli con 432,2 milioni di mancati pagamenti (599 le imprese creditrici), il Comune di Milano con 338,2 milioni di euro (2.124 imprese creditrici), appunto l’Amministrazione comunale di Torino e il Comune di Palermo, con 137 milioni (909 imprese in attesa di essere liquidate).
Da segnalare, invece positivamente, straordinaria performance dei Comuni di Brescia, Ferrara e Trapani, che, alla fine dell'anno scorso, hanno dichiarato di non avere alcun debito nei confronti dei propri fornitori.
A ricordarci che la situazione in Italia rimane comunque ancora molto critica è la Commissione europea, la quale, pur avendo riconosciuto gli sforzi compiuti dal Governo, ha avviato una procedura di infrazione, con lettera di costituzione in mora nel giugno 2014 e il successivo invio del parere motivato nel febbraio 2017. Nonostante questi richiami, le Amministrazioni pubbliche italiane necessitavano in media 100 giorni per saldare le loro fatture.
A fronte di questa situazione, nel dicembre del 2017, la Commissione ha deciso di deferire l'Italia alla Corte di Giustizia della Ue, ribadendo il sistematico ritardo con cui le amministrazioni pubbliche italiane effettuano i pagamenti nelle transazioni commerciali, in violazione delle norme Ue in materia di pagamenti.
Secondo gli ultimi dati relativi alla periodica indagine condotta da Intrum Justitia, nel 2018 la nostra Pubblica Amministrazione è stata la peggiore pagatrice nella Ue, in quanto ha liquidato i propri fornitori mediamente dopo 104 giorni: più del doppio della media europea che, invece, paga mediamente dopo 41 giorni.
La Cgia, infine, ha sottolineato che la cattiva abitudine a pagare in ritardo i propri fornitori non riguarda solo la Pa, ma anche le imprese private. Sempre secondo l’indagine condotta a livello europeo da Intrum Justitia, infatti, nel 2018 le imprese italiane hanno saldato i propri subfornitori mediamente dopo 56 giorni (peggior risultato a livello europeo, dopo il Portogallo), anche se questo lasso di tempo è comunque al di sotto dei canonici 60-90 gironi. Nulla comunque a che vedere con i tempi registrati in Francia (42 giorni), nel Regno Unito (27 giorni) e in Germania (24 giorni). La media Ue, invece, è di 34 giorni: 22 giorni in meno che in Italia.

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