A rischio povertà il 27,9% degli under 18 quota più che doppia dell'Alto Adige

La crisi economica ha colpito soprattutto i giovani. Infatti, in 20 Paesi europei su 28, il rischio povertà tra gli under 16 è nettamente superiore a quello riferito agli over 65: la media Ue dei poveri con meno di sedici anni è del 24,4%, a fronte del 18,2% delle persone con più di 65 anni.
“La situazione in Italia è ancor più drammatica” ha riferito la Cgia, associazione degli artitigiani e delle piccole imprese di Mestre, precisando che “la percentuale di minori che si trova in una situazione di deprivazione economica è addirittura al 31,5%, contro una mediadel 22% per gli ultra sessantacinquenni. Nell’Unione Europea a 28 solo in Grecia, in Romania e in Bulgaria la quota di minori a rischio povertà è superiore al dato riferito al nostro Paese .
Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia ha detto: “L’elevato livello di povertà giovanile, riconducibile anche alle caratteristiche della spesa per la protezione sociale che in tutta Europa è fortemente sbilanciata sulle pensioni, spesso si traduce anche in povertà educativa. Molti di questi ragazzi, infatti, sono destinati ad abbandonare presto gli studi, pregiudicando la carriera lavorativa futura, essendo destinati a incontrare enormi difficoltà a trovare un’occupazione stabile e di qualità. E alla luce del progressivo invecchiamento della popolazione e del calo delle nascite, le nostre Pmi non possono permettersi di lasciarsi sfuggire una quota così importante di giovani leve”. A questo punto, Cgia ricorda che, secondo l’Eurostat, sono a rischio povertà o esclusione sociale le persone che appartengono a famiglie che si trovano in almeno una delle seguenti tre situazioni di disagio: 1) dispongono di un reddito equivalente inferiore alla soglia di povertà; 2) vivono in condizione di grave deprivazione materiale; 3) sono a bassa intensità di lavoro, cioè gli adulti lavorano meno del 20% del loro potenziale.
In Italia, l'elevata percentuale di adolescenti con problemi di esclusione sociale, che rischia di pregiudicare a un minore su tre il conseguimento del diploma di scuola secondaria di secondo grado, avrà implicazioni molto preoccupanti nel momento in cui dovranno cercare un lavoro. In questi ultimi anni, infatti, i flussi di ingresso nel mercato del lavoro italiano si sono decisamente polarizzati. Le imprese da un lato cercano sempre più addetti con bassi livelli di competenze e di specializzazione, dall’altro, maestranze che presentano una elevata professionalità. In forte calo, invece, è la richiesta di figure caratterizzate da mansioni routinarie.
“Questa situazione – segnala Renato Mason, il segretario della Cgia – spiega molte cose e, in particolar modo, il disallineamento sempre più marcato tra domanda e offerta di lavoro. Sempre più spesso, infatti, molti imprenditori denunciano la difficoltà di reperire tecnici altamente specializzati, nonostante la disoccupazione giovanile in Italia superi il 30%. Oppure, segnalano di non trovare personale per lavori a bassa professionalità e molto impegnativi da un punto di vista fisico. Fenomeno, quest’ultimo, che è stato mitigato dal massiccio ricorso di personale straniero”.
In termini assoluti, a livello nazionale, la popolazione giovanile con disagio economico ammonta a 3,1 milioni di unità: tra questi, 498 mila circa sono campani e 488 mila siciliani.
In Piemonte, i giovani di età inferiore ai 18 anni a rischio povertà ed esclusione sociale a fine 2017 sono risultati 185.344, il 27,9% dei 664.315 censiti alla stessa data. La quota piemontese è la metà di quella record della Sicilia (56,8%), ma è anche più che doppia rispetto al 13,3% dell'Alto Adige, la più bassa del Paese.
Tassi di diciottenni a rischio di povertà ed esclusione sociale inferiori a quello del Piemonte emergono anche da Valle d'Aosta (26,7%), Trentino (25,8%), Toscana (24,2%), Lombardia (22,8%), Umbria (20,9%), Veneto (17,5%), Emilia-Romagna (15,8%) e Friuli-Venezia Giulia (14,9%).
“Povertà economica è sinonimo anche di povertà educativa” ha sottolineato la Cgia, aggiungendo che i dati sull’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione “sono molto preoccupanti”: nel 2017, i giovani tra 18 e i 24 anni che avevano conseguito solo il diploma di licenza media e non stavano frequentando nessun altro corso scolastico/formativo erano il 14%, ma con punte del 21,2 in Sardegna, del 20,9 in Sicilia e del 19,1 in Campania. Le aree più virtuose, invece, sono risultate l’Umbria (9,30%), la Provincia autonoma di Trento (7,80%) e l’Abruzzo (7,40%).
Altrettanto allarmante è il livello di non conseguimento della licenza media. Secondo i dati dell’ultimo Censimento della popolazione Istat, l’8,61% degli italiani in età lavorativa (15-62 anni) non ha terminato la scuola dell’obbligo (pari a 3,2 milioni di persone). Sempre al Sud si trovano le percentuali più preoccupanti: 12,97 in Puglia, 12,30 in Campania, 12,26 in Sicilia e 11,87 in Calabria. I territori con le percentuali più contenute, invece, sono il Lazio (5,82%), il Trentino-Alto Adige (5,52%) e il Friuli-Venezia Giulia (5,50%). La quota piemontese è del 7,25%.
Il quadro generale, infine, rischia di peggiorare ulteriormente alla luce dei profondi cambiamenti che anche il mercato del lavoro subirà nei prossimi anni. La diffusione nei processi produttivi della digitalizzazione e della robotica darà un forte impulso alla disoccupazione tecnologica, incentivando l’espulsione soprattutto delle maestranze meno scolarizzate e con bassi livelli di professionalità.
Secondo gli ultimi dati Ocse , infatti, in Italia è a rischio un posto di lavoro su 6 (3 milioni di occupati) se, in tempi ragionevolmente brevi, non si procederà con programmi di formazione e aggiornamento delle competenze da rivolgere, in particolar modo, ai lavoratori meno istruiti.

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