Consulenti finanziari, per la raccolta vince la rete di Intesa Sanpaolo Private Banking

Paolo Molesini, presidente di Assoreti
Vittoria della rete di Intesa Sanpaolo Private Banking per la raccolta netta da parte dei consulenti finanziari abilitati all'offerta fuori sede (ofs). Assoreti, l'associazione nazionale degli operatori del settore, presieduta da Paolo Molesini, oltre a evidenziare che in giugno la raccolta netta complessiva è stata di 3,9 miliardi (+43,1% rispetto al mese precedente e miglior risultato dell'ultimo anno e mezzo), ha attribuito il primato mensile della raccolta (1,087 miliardi) appunto alla rete di Intesa Sanpaolo Private Banking, formata da 964 consulenti finanziari abilitati all'offerta fuori sede.
In giugno, la raccolta netta della rete di Intesa Sanpaolo Private Banking è stata superiore anche a quelle di Fideuram (614,8 milioni) e Fineco (538,2 milioni). Subito sotto il podio si sono piazzate le reti di Banca Generali (406,9 milioni), Sanpaolo Invest Sim (239,2 milioni) e Banca Mediolanum (222,8 milioni). Quest'ultima dispone di 4.153 consulenti finanziari abilitati all'offerta fuori sede, a fronte dei 1.296 di Sanpaolo Invest Sim, i 2.022 di Banca Generali, i 2.566 di Fineco e i 3.609 di Fideuram.
I consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, con mandato dalle società rientranti nell’indagine dell’Assoreti, sono 23.152 unità su un totale stimato di 24.855 per l’intera compagine e 22.889 di questi risultano effettivamente operativi, come rilevato dall'associazione dalla quale è stato precisato che i clienti primi intestatari, per il campione di società partecipante all’indagine, sono saliti a 4,406 milioni.
Dalla rilevazione di Assoreti emerge che, in giugno, il mix di investimento tende a privilegiare, seppure di poco, i prodotti in regime amministrato, con 2,1 miliardi di euro, ma la spinta alla crescita arriva dal comparto del risparmio gestito sul quale confluiscono risorse nette per 1,8 miliardi, valore più che quadruplicato rispetto al mese precedente (+368,1%).
Nell’ambito del risparmio gestito la crescita dei volumi di raccolta coinvolge tutte le macro famiglie di prodotto. La raccolta netta realizzata attraverso la distribuzione diretta di quote di Oicr torna a essere positiva per 547 milioni: gli investimenti coinvolgono principalmente le gestioni collettive aperte di diritto estero, con entrate nette complessive per 428 milioni, mentre il bilancio dei fondi di diritto italiano è positivo per 121 milioni.
Le movimentazioni sulle gestioni patrimoniali individuali vedono la prevalenza delle sottoscrizioni per 346 milioni di euro, valore più che raddoppiato rispetto al mese precedente (+122,8%): gli investimenti netti sulle Gpf ammontano a 271 milioni mentre quelli sulle Gpm sono pari a 76 milioni.
Nel comparto assicurativo i premi netti versati risultano pari a 897 milioni, con una crescita del 24,9% e sono distribuiti in modo sostanzialmente equo tra le unit linked (300 milioni e +236,4%), le polizze multi-ramo (308 milioni e +49,0%) e i prodotti vita tradizionali (290 milioni e -31,5%).
Da inizio anno fino al 30 giugno l’apporto delle reti è stato positivo per 2,7 miliardi mentre l’intero sistema fondi aperti ha registrato deflussi per 3,7 miliardi.
Nei primi sei mesi, la raccolta netta delle imprese aderenti ad Assoreti è stata di 17,184 miliardi, dei quali 6,417 sotto forma di risparmio gestito (fondi comuni e sicav, gestioni patrimoniali, fondi assicurativi e previdenziali) e 10,767 miliardi come risparmio amministrato (titoli e liquidità). La raccolta lorda, invece, è stata di 54,197 miliardi.

Piemonte, perse 18.702 imprese artigiane un'emorragia che continua da dieci anni

Negli ultimi dieci anni, il Piemonte ha perso 18.702 imprese artigiane, numero inferiore unicamente a quello della Lombardia (20.871). Alla fine del 2018, infatti, la regione subalpina ne aveva 117.313, il 13,7% in meno rispetto al 2009, mentre il calo della Lombardia, nello stesso periodo, è stato del 7,9% e dell'11,3% quello medio nazionale (le imprese artigiane sono passate da 1.465.949 a 1.300.351).
E il cattivo stato di salute dell’artigianato in Italia permane, sebbene nel secondo trimestre di quest'anno si sia verificata una leggera ripresa. Infatti, al 30 giugno le imprese artigiane in attività sono risultate 1.299.549, ancora 6.564 in meno. A eccezione del Trentino -Alto Adige, in tutte le altre regioni italiane il saldo del primo semestre è stato negativo. I calo maggiori si sono registrati in Emilia-Romagna (-761), Sicilia (-700) e Veneto (-629).
A denunciare la moria è l’Ufficio studi della Cgia, l'associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre. “La crisi, il calo dei consumi, le tasse, la mancanza di credito e l’impennata degli affitti – ha spiegato Paolo Zabeo, il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia - sono le cause che hanno costretto molti artigiani a cessare l’attività. E per rilanciare questo settore è necessario rivalutare il lavoro manuale, oltre che abbassare le imposte e alleggerire il peso della burocrazia”. Ha aggiunto: “Negli ultimi 40 anni c’è stata una svalutazione culturale, che è stata spaventosa. L’artigianato è stato dipinto come un mondo residuale, destinato al declino e, per riguadagnare il ruolo che gli compete, ha bisogno di robusti investimenti nell’orientamento scolastico e nell’alternanza tra la scuola e il lavoro, rimettendo al centro del progetto formativo gli istituti professionali, che in passato sono stati determinanti nel favorire lo sviluppo economico del Paese”. “Oggi, invece, gli istituti professionale sono percepiti dall'opinione pubblica come scuole di serie b – ha detto ancora Zabeo - Per alcuni, infatti, rappresentano una soluzione per parcheggiare per qualche anno quei ragazzi che non hanno una grande predisposizione allo studio. Per altri costituiscono l’ultima chance per consentire a quegli alunni che provengono da insuccessi scolastici, maturati nei licei o nelle scuole tecniche, di conseguire un diploma di scuola media superiore”.
“E nonostante la crisi e i problemi generali che assillano l’artigianato – ha proseguito Renato Mason, il segretario della Cgia - non sono pochi gli imprenditori di questo settore che segnalano la difficoltà a trovare personale disposto ad avvicinarsi a questo mondo. Soprattutto al Nord, si fatica a reperire giovani disposti a fare gli autisti di mezzi pesanti, i conduttori di macchine a controllo numerico, i tornitori, i fresatori, i verniciatori e i battilamiera. Senza contare che nel mondo dell’edilizia è sempre più difficile reperire carpentieri, posatori e lattonieri. Più in generale, comunque, l’artigiano di domani sarà colui che vincerà la sfida della tecnologia per rilanciare anche i “vecchi saperi”. Alla base di tutto, comunque, rimarrà il saper fare, che è il vero motore della nostra eccellenza manifatturiera”.
Una ulteriore “stangata” al mondo dell’artigianato potrebbe arrivare il prossimo 1° gennaio. Se non si disinnescherà l’aumento dell’Iva, l’innalzamento di tre punti percentuali sia dell’aliquota ordinaria che di quella ridotta rischia di provocare degli effetti molto negativi su queste attività che, ricorda la Cgia, vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie. E oltre agli effetti economici e occupazionali, la riduzione del numero delle attività artigiane e in generale dei negozi di vicinato ha provocato delle ricadute sociali altrettanto significative. Con meno botteghe, stiamo assistendo a una desertificazione dei centri storici e anche delle periferie urbane sia delle grandi città che dei piccoli paesi.
Questa situazione ha abbassato notevolmente la qualità della vita di questi luoghi: c’è meno sicurezza, più degrado e più abbandono. Lo ha capito persino la politica che, con il “decreto dignità”, ha stabilito che dal 2020 i Comuni con meno di 20 mila abitanti avranno la possibilità di azzerare per i successivi tre anni le tasse locali a quegli artigiani o piccoli commercianti che amplieranno il proprio negozio o riapriranno l’attività dopo un periodo di chiusura di almeno sei mesi.
Il settore artigiano più colpito dalla crisi è stato l’autotrasporto, che, negli ultimi dieci anni, ha perso 22.847 imprese (-22,2%). Seguono le attività manifatturiere con una riduzione di 58.027 unità (- 16,3%) e l’edilizia, che ha perso 94.330 imprese (-16,2%). Sono in forte aumento, invece, le imprese di pulizia, giardinaggio e servizi alle aziende (+43,2%), attività cinematografiche e produzione software (+24,6 %), magazzinaggio e corrieri (+12,3%). Tra le aziende del settore produttivo quelle più in difficoltà sono state quelle che producono macchinari (-36,1%), computer/elettronica (-33,8%) e i produttori di mezzi di trasporto (-31,8%).

Banche, utili di 45 miliardi nel 2017-2020 il costo del lavoro sceso al 30% dei ricavi

Se nei prossimi piani industriali non si raggiungerà un maggior equilibrio fra prepensionamenti volontari e nuove assunzioni, la Fabi non sottoscriverà più alcun accordo”. Lo ha dichiarato all’Agi, l'agenzia giornalistica, il segretario generale della Fabi, sindacato dei bancari, Lando Maria Sileoni, commentando i dati sul settore appena diffusi. 
Lando Sileoni, segretario della Fabi
“Il Fondo per l’occupazione giovanile, che ha permesso l’assunzione di oltre 20.000 giovani nel periodo più difficile del settore bancario – ha aggiunto Sileoni - deve essere utilizzato maggiormente dalle banche, perché non accetteremo che a fronte di esuberi, socialmente sostenibili con prepensionamenti volontari, siano poche le assunzioni di giovani rispetto agli stessi esuberi: nel Fondo ci sono 165 milioni di euro non ancora utilizzati”.
Secondo la Fabi, in quattro anni, dal 2017 al 2020, le banche attive in Italia avranno realizzato oltre 45 miliardi di utili, grazie anche a un taglio delle spese del personale e a un cost/income (il rapporto tra costi operativi e margine di intermediazione) fra i migliori di Europa.
I numeri, elaborati dalla Fabi su dati Bce, Bankitalia e sulla base dei bilanci dei gruppi bancari, sono stati anticipati dall’Agi e dimostrano che il settore creditizio si è rimesso in piedi, tornando alla redditività e asciugando il numero di dipendenti. Tanto che oggi le banche italiane hanno raggiunto un'efficienza operativa fra le migliori in Europa, con un costo del lavoro che pesa soltanto per il 30% dei ricavi.
Nel 2017 e nel 2018, sono già stati realizzati 10 miliardi di utili l’anno, facendo segnare il miglior risultato dal 2009. Inoltre, nel 2019, secondo stime Abi, l'associazione nazionale delle banche, si arriverà a 10,9 miliardi e a 14,3 miliardi nel 2020.
I costi operativi, che comprendono spese generali e spese per il personale, sono diminuiti passando dai 60,6 miliardi del 2016 (32,2 miliardi per il personale), a 55,8 del 2017 (30,2 miliardi per il personale) e 54,8 del 2018 (28,5 miliardi per il personale). E,secondo stime Abi, questi costi continueranno a scendere nel 2019 e 2020 rispettivamente del 2,9% e del 2%.
Il cost/income è migliorato negli ultimi anni (63,6% nel 2018, media europea 64,1%) per due motivazioni principali: le minori spese amministrative e il costo del personale, che nel 2018 e’ calato quasi dell’8%, soprattutto per i tagli. Tutti gli altri costi (amministravi, spese varie e consulenze) sono scesi del 4%. I costi operativi (personale e amministrativi) in Italia sono diminuiti anche rispetto ai ricavi (incidenza del 66,2% sul margine di intermediazione). Questi valori sono in linea con la media europea.
Per i primi cinque grandi gruppi bancari (Intesa, Unicredit, Ubi, Mps, Banco Bpm) il costo del lavoro è stato tagliato del 7,6% mentre i loro ricavi sono scesi del 4%. Dal 2008 al 2018 i dipendenti sono diminuiti del 18,95%, pari a 63.979 persone in Italia e del 17% nell'insieme della Ue (470.000). Il numero degli sportelli è stato tagliato del 25,5% in Italia e del 27,7% nella Ue.
Ecco il cost/income dei colossi europei: Deutsche Bank 92,5%, Commerzbank 81,6%, Ubs 77,9%, Credit Suisse 77,3%, Bnp Paribas 71,2%, Std Chartered 70,7%, SocGen 69,8%, Barclays 66,0%, Unicredit 64,3%, Intesa Sanpaolo 62,7%, Credit Agricole 62,7%, Hsbc 59,8%, Abn Amro 58,3%, Ing 54,3%, Santander 52,4%.
Nei piani industriali già approvati dei primi nove gruppi bancari italiani, sono previsti 30.114 esuberi, dei quali 13.680 da realizzare nel biennio 2019-2020. Di contro, il Fondo per l’occupazione ha consentito in nove anni (dal 2012) l’assunzione di 20.550 giovani. In particolare, nel 2018, sono stati assunti 1.538 under 35, quasi 150 al mese. Circa il 57% delle assunzioni complessive ha riguardato personale femminile. I nuovi ingressi hanno bilanciato gli esuberi del settore già completati, tutti gestiti solo con pensionamenti e prepensionamenti volontari. Grazie al Fondo esuberi e al Fondo per l’occupazione. Di contro in Europa, le banche hanno perso 470.000 posti di lavoro, il 70% dei quali con licenziamenti.
Migliorano anche i coefficienti patrimoniali grazie agli aumenti di capitale e alle pulizie di bilancio (svendita crediti in sofferenza) imposti dalla vigilanza bancaria, europea e italiana.

Banca di Asti, profitti boom nel semestre

Carlo Maria Demartini, ad e dg
Banca di Asti
Primo semestre positivo per la Banca di Asti e le sue controllate Biverbanca e Pitagora.
L'utile netto consolidato del gruppo è stato di 12,7 milioni (9,8 milioni in più rispetto al primo semestre 2018) ma diventa di 22 milioni (+48,3%) al netto delle componenti reddituali non ricorrenti, costituite dai costi straordinari connessi al Fondo di solidarietà e al Fitd, dalla svalutazione dello Schema volontario e dalle perdite di cessione di Npl, cioè dei crediti deteriorati, prestiti la cui riscossione è considerata a rischio. Il roe è risultato del 3,12% (5,41% se si escludono le componenti reddituali non ricorrenti).
Al 30 giugno, il gruppo della Banca di Asti, che ha come primo azionista la Fondazione Cassa di risparmio di Asti con il 37,82% ed è partecipata dal Banco Bpm con il 13,65%, ha presentato una raccolta globale di 15,4 miliardi (+1,93% rispetto al 31 dicembre 2018); in particolare la raccolta diretta da clientela è risultata di 8,5 miliardi (+3,73%). I crediti netti alla clientela, interamente rappresentati da impieghi economici, sono ammontati a 7,1 miliardi (-0,52% al netto degli Npl ceduti nel semestre).
Le rettifiche nette su crediti sono ammontate a 40 milioni (30,3 milioni nel primo semestre 2018), determinando un costo del credito pari all’1,13% degli impieghi lordi verso la clientela (0,71% nel 2018). In particolare, i crediti in sofferenza, pari all'1,69% dei crediti netti (in contrazione rispetto al 2,15% a fine 2018) presentano un livello di copertura pari al 67,72%. L'indice Npl ratio netto è ancora sceso al 6,71% dal 7,02% di fine dicembre, confermando la concreta attuazione della strategia di “derisking”.
I costi operativi ammontano a 123,4 milioni: in particolare, il costo del personale è stato di 65,3 milioni (-17,86% su base annua). Il cost/income è risultato del 59,33%, escludendo i contributi straordinari e gli oneri relativi al sistema bancario.
I fondi propri del Gruppo Cr Asti (presidente è Aldo Pia, amministratore delegato e direttore generale Carlo Mario Demartini), comprensivi dell’apporto riconducibile all’utile di periodo al netto dell’ipotesi di distribuzione dei dividendi, ammontano al 30 giugno 2019 a 954 milioni e, conseguentemente, il Cet1, indicatore di solidità e solvibilità basato sul patrimonio di qualità primaria, è pari all’11,42% (11,70% a fine 2018).
La capogruppo Banca Cr Asti al 30 giugno presenta una raccolta diretta di 6 miliardi (-0,97% rispetto al 31 dicembre 2018), di cui da clientela 5,5 miliardi (+3,84%). La raccolta gestita ammonta a 1,9 miliardi (+3,26%) e quella globale a 9,5 miliardi (+0,47%), di cui da clientela 9,1 miliardi (+3,50%). Crediti netti a clientela: 5,4 miliardi (-0,41% al netto della cessione di Npl). L'utile netto di periodo è stato 17,6 milioni (+183,25% rispetto al primo semestre 2018) e di 24 milioni (+91,4%) escludendo le componenti reddituali non ricorrenti. Roe annualizzato: 5,44% (1,97% al 30 giugno 2018), corrispondente al 7,43% escludendo le componenti reddituali non ricorrenti. Cost/income 51,84% (63,61% al 30 giugno precedente) e Cet1 al 15,42%.
I dividendi su partecipazioni, pari a 9,5 milioni, sono pressoché interamente riconducibili alle partecipazioni detenute in Banca d’Italia e in Cedacri e alle controllate Biverbanca e Pitagora.
Quanto alla controllata Biverbanca ecco i principali risultati del semestre: raccolta diretta a 3,1 miliardi (+2,81% sul 31 dicembre 2018), impieghi economici a clientela per 1,5 miliardi di euro (-3,75%) utile netto di 5 milioni (+25,45% rispetto ai primi sei mesi 2018); roe 2,91% (2,33%), cost/income 66,53%; Cet1 22,92% (22,18% a fine dicembre 2018).
Infine Pitagora: nel semestre il volume di finanziamenti erogati/acquistati è stato pari a 249 milioni di euro (+5,72%), l'utile netto di 3,7 milioni di euro (-9,61%), il roe del 13,26% (15,73%), il cost/income del 47,71% (55,98%) e il Cet1 del 19,00% (22,89% a fine 2018).

Dopo Ferragosto: Fca prima per ribasso mentre Ubi Banca vince per rialzo: 5,62%

Giandomenico Genta, presidente di Fondazione Crc
con Ferruccio Dardanella, consigliere di Ubi Banca
Il presidente Giandomenico Genta e gli altri amministratori della Fondazione Crc di Cuneo hanno avuto motivo di festeggiare, oggi, 16 agosto, perché Ubi Banca, della quale l'ente cuneese è il maggior azionista singolo e può vantare due esponenti nel Cda (uno è Ferruccio Dardanello) è stata la blue chip che ha fatto registrare il maggior rialzo (+5,62% a 2,217 euro) e il nono di tutta Piazza Affari. Non solo, il titolo Ubi Banca è stato l'ottavo più scambiato: 17,1 milioni le sue azioni passate di mano, oltre 2 milioni più di Fca.
A proposito, Fca è stata la blue chip che invece ha subito il maggior ribasso della seduta, perdendo il 2,71% rispetto a mercoledì scorso e chiudendo, perciò, a 11,054 euro. E poco meglio ha fatto la sua controllante, Exor, la quale ha terminato la seduta a 57,16 euro, prezzo inferiore dell'1,21% al precedente. Exor è risultata terza tra le azioni del listino Ftse Mib più in rosso.
Oggi, l'indice Ftse Mib ha fatto segnare 20.333 punti, l'1,51% più dei 20.020 della vigilia di Ferragosto, quando aveva perso il 2,53, per i nuovi problemi internazionali e, naturalmente, quelli italiani, compresa la crisi di governo.
Al termine della seduta odierna – 659,5 milioni le azioni scambiate per un controvalore di 2,6 miliardi - 223 società hanno presentato prezzi superiori a mercoledì scorso, 129 prezzi inferiori e 42 senza variazioni.
Tra le quotate con segno positivo 16 sono piemontesi e cinque di queste hanno avuto un rialzo superiore a quello del Ftse Mib, oltre, appunto a Ubi Banca. Si tratta di Diasorin (+1,83%), Intesa Sanpaolo (+1,97%), Italia Independent (+1,81%), Juventus (+2,21%) e Tinexta (+3,19%).
In particolare Intesa Sanpaolo, che ha la Compagnia di San Paolo come principale socio, ha fatto registrare nuovamente il primato del volume degli scambi (197.362.574 le azioni passate di mano= e anche quello per l'entità del controvalore totale delle azioni negoziate: 368,255 milioni di euro, a fronte dei 343,280 milioni di Unicredit e i 298,783 di Enel (le azioni Fca scambiate sono state poco più di 15 milioni, per complessivi 165,565 milioni).

Banca d'Alba con il turbo e Cet1 al 14%

Tino Cornaglia, presidente di Banca d'Alba (56.881 soci)
Banca d'Alba con il turbo nel primo semestre di quest'anno: ha quasi triplicato l'utile netto rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Infatti, ha dichiaro profitti per 14,004 milioni a fronte dei 5,296 del gennaio-giugno 2018. Oltre alla redditività e il patrimonio netto (292,463 milioni al 30 giugno dai 288,809 alla stessa data precedente) l'istituto albese presieduto da Tino Cornaglia, ha aumentato anche i volumi operativi, ammontati a 9,525 miliardi (9,213); in particolare la raccolta diretta è salita a 3,981 miliardi (3,917), l'indiretta a 2,614 (2,399)e i finanziamenti alla clientela sono cresciuti a 2,931 miliardi dai 2,897 precedenti.
E' cresciuto ancora pure il numero dei soci, risultati 56.8881 a fine giugno, 1.041 in più rispetto al 31 dicembre 2018 (+1,9%). Dieci anni fa erano 30.370.
Nei primi sei mesi, Banca d'Alba ha migliorato, fra l'altro, l'indice di solidità patrimoniale (il Cet1 è salito al 14%) e i rapporti relativi ai finanziamenti alla clientela: le sofferenze nette sono scese all'1,1% dei crediti (dall'1,2%), le inadempienze probabili al 2,6% (dal 3%) e i crediti deteriorati netti al 39,9% (dal 4,4%).
Al vertice della Banca d'Alba, che ha 73 filiali (numero finora sempre cresciuto) e 463 dipendenti, con Tino Cornaglia, confermato dall'ultima assemblea come il suo vice Pierpaolo Stra, si trova il direttore generale Riccardo Corino, affiancato dai vice Elvio Curo ed Enzo Cazzullo. Tino Cornaglia, nato ad Alba nel 1958, laurea in Farmacia a Torino, è presidente anche di Unifarma.

L'aeroporto di Caselle collegato con Kiev da dicembre un volo diretto bisettimanale

L’Aeroporto di Torino – Caselle amplia il proprio network di destinazioni servite con volo diretto, aggiungendo il nuovo collegamento con Kiev, la capitale dell’Ucraina, servito dal vettore low-cost SkyUp Airlines. Il nuovo volo Torino-Kiev verrà operato a partire dal 12 dicembre ,con frequenza bisettimanale, ogni giovedì e domenica, con aeromobile Boeing 737-700 da 149 posti. I biglietti sono in già vendita sul sito skyup.aero, con tariffe a partire da 50 euro sola andata.
Lo scalo torinese accoglie così una nuova compagnia aerea e amplia l’offerta di destinazioni low-cost, offrendo la possibilità di un nuovo volo diretto a tutti coloro che, per motivi di turismo o di lavoro, desiderano recarsi a Kiev. Il volo servirà, inoltre, l’ampia comunità ucraina presente in Piemonte, dove conta oltre 10mila residenti.
I nuovo collegamento ha anche l'obiettivo di offrire l'opportunità agli ucraini amanti dello sci le località invernali piemontesi, già frequentate da tanti stranieri,
La compagnia aerea low-cost SkyUp Airlines, con Torino estende il proprio network di destinazioni in Italia; infatti, Caselle infatti si aggiunge agli aeroporti di Napoli, Catania e Rimini.

Sella Personal Credit: utile di 4,8 milioni nel primo semestre erogazioni +27,8%

Giorgio Oriolo, direttore generale
Sella Personal Credit
Sella Personal Credit, la società del gruppo Sella specializzata nel credito al consumo ha approvato il bilancio semestrale al 30 giugno 2019 con un risultato positivo di 4,8 milioni di euro e nuove erogazioni per 356 milioni di euro, in crescita del 27,8% rispetto allo scorso anno, quando si erano attestate a 278,6 milioni di euro. Questo forte incremento delle erogazioni ha consentito alla società di conquistare nuove quote di mercato.
In particolare, dall'inizio di gennaio alla fine di giugno, Sella Personal Credit ha fatto nuove erogazioni nel settore auto per 97 milioni, quasi 11 milioni in più dello stesso periodo dell'anno scorso anno; inoltre, nel finalizzato ha registrato una crescita del 15% con 106 milioni, così come altrettanto soddisfacente è stato l¿incremento sui prestiti personali, dove è stato erogato il 25% in più rispetto ai primi sei mesi del 2018.
Molto positivi” sono stati considerati dalla società torinese (presidente è Stefano Cosmo, vice Attilio Viola e direttore generale Giorgio Orioli) i dati sulla cessione del quinto: sono stati erogati quasi 48 milioni rispetto ai 17,7 milioni di euro del 2018, “a testimonianza del buon lavoro fatto sulla rete di agenti e del passo deciso con cui la società ha imboccato lo sviluppo di questo prodotto, tramite la collaborazione con il canale bancario”.
Sella Personal Credit, nata come Consel nel 1999, ha lo scopo di sostenere i progetti dei propri clienti attraverso l’erogazione del credito realizzando e instaurando rapporti basati sulla fiducia, trasparenza e correttezza. Si propone di erogare i finanziamenti attraverso una completa gamma di offerta quale prestiti personali e finalizzati, carte di credito di circuito internazionale e privative, linee rateali e prestiti contro cessione del quinto.

Ecco tutti i rischi della corsa delle banche a cedere i crediti difficilmente rimborsabili

Riccardo Colombani, segretario First Cisl
I dati delle semestrali delle prime cinque banche italiane (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps e Ubi) dimostrano che la corsa a liberarsi degli Utp (inadempienze probabili) è un’avventura senza ritorno”. La dichiarazione di Riccardo Colombani, segretario generale di First Cisl, a commento dei risultati di uno studio condotto sui bilanci dei maggiori istituti di credito italiani, è stata riportata da Firstonline, l'autorevole giornale web guidato da Franco Locatelli ed Ernesto Auci.
Gli Utp sono crediti che, secondo le stesse banche che li hanno concessi, difficilmente verranno rimborsati (Utp è l'acronimo inglese di “improbabile che paghi”).
Secondo Colombani, la rete distributiva delle banche prese in esame è al collasso: in un anno, dal 30 giugno 2018 al 30 giugno 2019, si sono persi 9.849 posti di lavoro (-3,8%) e 1306 sportelli (- 3,8%). Il forte aumento del prodotto bancario per dipendente (426.000 euro, +3,2%) attesta l’elevatissima produttività del lavoro, ma evidenzia anche che siamo prossimi al punto di non ritorno: le big di settore rischiano di perdere il radicamento territoriale. Un danno gravissimo per il Paese, che, in questo modo, si vede privare dell’assistenza alle famiglie e alle piccole e medie imprese, che costituiscono il propulsore della sua economia.
L’eclatante incremento del risultato netto aggregato (ben 1,16 miliardi di euro, +22,4%) è dovuto a operazioni societarie straordinarie, che hanno determinato cospicue plusvalenze; ma hanno eliminato fonti di ricavo ricorrenti.
Con il bassissimo livello dei tassi di interesse e l’altissimo flusso di commissioni sui servizi è indispensabile garantire l’equilibrio reddituale attraverso una proficua gestione del portafoglio crediti. E’ assurdo, pertanto, perdere soldi con folli cessioni di Utp. Ha ragione Castagna, l'amministratore delegato di Banco Bpm, quando sostiene che “la migliore strategia è quella di trattarli internamente, a livello organico”.
Se finalmente si invertirà la strategia della banche – sostiene Colombani e riporta Firstonline – potremo registrare un diffuso rientro in bonis delle inadempienze probabili a livello sistemico, con riflessi positivi immediati e ingenti sui conti economici. Al contempo, verrà salvaguardato il tessuto produttivo del nostro Paese: insomma una situazione win-win di importanza eccezionale”.
D’altra parte, aggiunge il leader dei bancari della Cisl, “il miglioramento del Npl ratio (netto) – dal 5,3% del giugno 2018 al 4,2% del giugno 2019 – e la bassissima incidenza dei nuovi flussi di crediti deteriorati al 30 giugno 2019 (tasso di deterioramento: Banco Bpm 0,9%, Intesa Sanpaolo 1%, Ubi 1%, Unicredit 1,2%, Mps 1,3%), peraltro in netto miglioramento rispetto a quelli relativi allo stessa data dell’anno precedente, evidenziano prospettive economiche in crescita per le banche. “A maggior ragione – conclude Colombani – si deve interrompere la frenesia della cessione ad ogni costo degli Utp”.

Il Piemonte in Borsa vale 104 miliardi Ecco la capitalizzazione delle 32 quotate emersa dall'ultima seduta di luglio

Poco meno di 104 miliardi di euro: è il valore attribuito dalla Borsa di Milano, il 31 luglio, al listino “subalpino”, formato dalle 32 quotate che fanno riferimento al Piemonte, per diverse ragioni. Somma che per quasi il 66% (68,403 miliardi) si deve alle tre società con maggiore capitalizzazione: Intesa Sanpaolo (34,557 miliardi), Fca – Fiat Chrysler Automobiles (18,666 miliardi) e a Exor (15,160 miliardi), la holding degli eredi di Giovanni Agnelli, guidata da John Elkann, che ne è il presidente e l'amministratore delegato.
La graduatoria delle piemontesi per capitalizzazione a fine luglio, all'ombra del podio vede Diasorin, quarta con 5,820 miliardi, seguita, nell'ordine, da Italgas (4,623 miliardi), Sias (3,927 miliardi), Buzzi Unicem (3,587 miliardi), Astm (3,111 miliardi), Iren (3,032 miliardi) e Ubi Banca (2,679 miliardi), che chiude la top ten regionale.
Due le variazioni di posizione registrate nel mese fra le prime dieci: Astm (gruppo Gavio) ha guadagnato un posto, salendo all'ottavo, dove, a fine maggio, si trovava ancora Iren, partecipata dal Comune di Torino.
Undicesima è rimasta la novarese Autogrill, controllata dalla famiglia Benetton (2,420 miliardi il suo valore borsistico al 31 luglio), dodicesima la Reply della famiglia Rizzante (2,278 miliardi) e tredicesima la Juventus, controllata Exor, con 1,536 miliardi.
La Juventus, una delle otto blue chip locali, chiude il gruppo delle quotate piemontesi miliardarie. Infatti, l'immediata inseguitrice, Tinexta, guidata dai torinesi Enrico Salza (presidente) e Pier Andrea Chevallard (amministratore delegato e direttore generale) alla fine del mese scorso quotava 574,9 milioni di euro, che valgono il quattordicesimo posto, uno in più di Dea Capital (399 milioni), che fa capo alla novarese De Agostini della famiglia Boroli-Drago. Per un milione di euro, Dea Capital ha sorpassato, l'alessandrina Guala Closures (398 milioni), scesa così al sedicesimo posto.
Diciasettesima è rimasta Cofide (351 milioni), la holding del gruppo controllato dalla Fratelli De Benedetti, figli di Carlo; diciottesima Basicnet di Marco Boglione (276 milioni), diciannovesima Prima Industrie (160 milioni), il cui presidente operativo è Gianfranco Carbonato e ventesima Bim Banca Intermobiliare (80,2 milioni).
Apre la decina seguente Pininfarina, ventunesima con 74,9 milioni; alla cui ruota si è inserita Pattern, la nuova torinese approdata in Piazza Affari (48 milioni). Pattern ha preso il posto che era di Cover 50, diventata cosi ventitreesima (41,4 milioni). Seguono: Centrale del Latte d'Italia (36,5 milioni), la Fidia di Morfino (21,6 milioni), l'Italia Independent di Lapo Elkann (17,5 milioni), la M&C di Carlo De Benedetti, destinata a uscire dalla Borsa (14,6 milioni), la biellese Cdr Advance Capital (11,8 milioni) e la torinese Conafi (10,5 milioni), l'ultima regionale con capitalizzazione superiore ai dieci milioni di euro.
Chiudono la graduatoria piemontese di luglio: Borgosesia con 6,9 milioni, Ki Group con poco meno di sei milioni e Visibilia Editore con 0,8 milioni. Il fanalino di coda piemontese fa capo alla cuneese Daniela Santanchè, che ne è presiedente come di Ki Group.
Rispetto alla fine di giugno, il valore complessivo delle quotate piemontesi è aumentato di quasi 2,5 miliardi di euro. Quindici le società che hanno chiuso il mese con una capitalizzazione superiore alla precedente: Astm, Autogrill, Buzzi Unicem, Cover 50, Dea Capital, Diasorin, Exor, Fidia, Guala Closures, Intesa Sanpaolo, Iren, Juventus, Prima Industrie, Reply e Sias. Con lo stesso valore hanno finito Borgosesia e Centrale del Latte d'Italia.
In termini assoluti, la crescita maggiore di capitalizzazione è stata fatta registrare da Intesa Sanpaolo, il cui maggiore azionista singolo è la fondazione torinese Compagnia di San Paolo; infatti, a fine giugno il valore borsistico della banca guidata da Carlo Messina ammontava a 32,928 miliardi, 1,630 meno di 31 giorni dopo.

Ftse Mib (- 2,53%) sfiora i 20.000 punti La Centrale del Latte al minimo storico

Nuova batosta in Piazza Affari. Oggi, vigilia di Ferragosto, l'indice Ftse Mib ha perso il 2,53%, chiudendo a 20.020 punti, un soffio sopra una soglia emblematica della Borsa di Milano. Tutte le otto blue chip piemontesi hanno registrato un ribasso rispetto a ieri. E, fra l'altro, il prezzo dell'azione della Centrale del Latte d'Italia ha toccato il suo nuovo minimo storico (2,52 euro, avendo perso ancora il 2,70% nel corso della seduta odierna), mentre il titolo Bim Banca Intermobiliare è stato nuovamente il peggiore dell'intero listino, avendo subito il crollo del 13,23% dopo l'11,43% precedente.
Comunque, ribassi superiori a quello dell'indice Ftse Mib, sono stati subiti anche da Autogrill (-2,71%), Conafi (-5,50%), Exor (-2,56%), Fca (-3,52%), Juventus (-4,61%), Tinexta (-3,41%) e Ubi Banca (-3%). In particolare, il ribasso della Juventus è risultato il quarto maggiore delle blue chip.
Al contrario, le piemontesi che hanno avuto oggi un rialzo, nonostante tutto, sono state Cdr Advance Capital (+1,96%), Fidia (+2,26%) e Pininfarina (+2,83%). Questo terzetto fa parte del gruppetto delle 33 quotate che hanno chiuso con prezzi superiori a ieri, mentre 276 società hanno terminato le negoziazioni in ribasso e 33 con lo stesso prezzo.
Nell'intera seduta odierna sono stati registrati 241.162 contratti, per il controvalore totale di 2,197 miliardi, pochi milioni meno di ieri.

Nuovo record del debito pubblico italiano a fine giugno supera 2.386 miliardi di euro

Nuovo record storico del debito pubblico italiano. Come ha appena comunicato la Banca d'Italia, l'indebitamento delle Amministrazioni pubbliche al 30 giugno scorso è risultato pari a 2.386,197 miliardi di euro, ancora 21,534 miliardi in più rispetto al 31 maggio e 55,827 in più rispetto al 30 giugno 2018. Da allora, quindi, l'incremento è stato del 2,4%.
L'aumento del debito pubblico è imputabile alle Amministrazioni centrali, perché quelle locali, invece, lo stanno riducendo, sia pure di poco. Alla fine di giugno, Regioni e Province autonome presentano un indebitamento pari a 31,235 miliardi (31,478 dodici mesi prima), Province e Città metropolitane 6,762 miliardi (7,165), i Comuni 36,703 miliardi, a fronte dei 39,504 miliardi di fine giugno dell'anno scorso.
Tornando al generale, la disaggregazione dei dati di Banca d'Italia fa emergere che l'indebitamento di tutte le Amministrazioni pubbliche, centrali e locali, è a medio-lungo termine per 2.079,090 miliardi, mentre è a breve termine per i restanti 307,107 miliardi.
Il valore dei titoli con vita fino a un anno ammonta a 239,481 miliardi, mentre è di 1.839,608 miliardi il valore dei titoli con vita residua superiore ai dodici mesi.
Per quanto riguarda i detentori del debito pubblico italiano, Banca d'Italia ha rilevato che alla fine di maggio (ultimo dato disponibile) i soggetti stranieri – fondi sovrani, investitori istituzionali, banche e singoli risparmiatori – avevano crediti per 697,947 miliardi, pari al 29,5% dei 2.361,431 miliardi d'indebitamento a quella data.

Street Food, aumento del 39% in 5 anni

Street food o, all'italiana, ristorazione ambulante: tra sedi di impresa e unità locali operative sono oltre 200 le attività specializzate in Piemonte (214, per la precisione) e quasi 3.000 in tutta l'Italia, al 31 marzo di quest'anno. Rispetto a cinque anni fa, il loro numero è cresciuto del 39% in Piemonte e del 48,8% come media nazionale.
Quello delle street food un settore in evoluzione, ma dove rimane forte la presenza delle tradizionali rosticcerie e friggitorie ambulanti fino all'aperitivo. Si tratta soprattutto di piccole imprese, che però occupa quasi 4.500 addetti in Italia, 310 dei quali in Piemonte (7,1%) e, in particolare, 147 nella provincia di Torino.
Per numero di imprese dedite a questa attività, la provincia di Torino è quarta a livello nazionale, contandone 131 e precede, perciò, anche Napoli che ne ha 98. Sul podio, invece, si trovano Roma e Milano, con circa 200 ciascuna, seguite da Lecce (133).
Per quanto riguarda le altre province piemontesi, a fine marzo 2019, Alessandria conta 22 imprese di ristorazione ambulante (21 alla stessa data di cinque anni fa), Asti 19 (7), Biella 6 (7), Cuneo 19 (8), Novara 10 (9), Verbania 6 (2), Vercelli 1 (2).
In Piemonte, l'incidenza delle imprese dello street food fa capo a stranieri è aumentata del 70% negli ultimi cinque, salendo così al 20%, quota pari a quella delle imprese giovanili del settore.

Borsa: i primati delle quotate piemontesi

Carlo Messina, amministratore delegato
e direttore generale di Intesa Sanpaolo
Serie di primati di quotate piemontesi (anche curiosi), oggi, 13 agosto, quando l'indice Ftse Mib, che rappresenta le 40 principali società trattate alla Borsa di Milano ha chiuso a 20.539 punti (+1,36% rispetto a ieri) e quando l'azione della torinese Bim Banca Intermobiliare ha fatto registrare il maggior ribasso dell'intero listino di Piazza Affari (-11,43%), dopo che aveva evidenziato il maggior rialzo nelle due sedute precedenti.
Gli altri record nazionali odierni fatti segnare da quotate piemontesi sono quelli di Intesa Sanpaolo, Centrale del Latte d'Italia e M&C.
In particolare, Intesa Sanpaolo, che ha come socio di riferimento la Compagnia di San Paolo, è stata la quotata più trattata (come succede spesso): 139.131.173 le sue azioni passate di mano, per un controvalore complessivo di 258,480 milioni di euro, inferiore unicamente ai 280,943 milioni di Unicredit, che ha visto scambiate 29.990.396 azioni. Il numero delle azioni Intesa Sanpaolo è risultato pari al 21,23% del totale dei titoli scambiati nella seduta.
Tra i dieci titoli con i più consistenti volumi di scambi nella seduta odierna si trovano anche la Juventus (18.231.066 azioni negoziate) e Ubi Banca (14.512.431). Fra l'altro, l'ultimo prezzo di Ubi Banca è stato di 2,164 euro (+3,89% rispetto a ieri) e di 1,4975 euro quello della Juventus (-0,56%). Intesa Sanpaolo ha chiuso a 1,8872 euro, il 2,79% in più.
E' stato attribuito alla Centrale del Latte d'Italia il primato invece dell'azione meno scambiata nella giornata: 10 i titoli della Cli passati di mano, per il totale di 25,90 euro. Tra le dieci azioni con i più bassi volumi di scambi si è piazzata anche M&C, la società torinese di Carlo De Benedetti destinata a uscire dalla Borsa. Le azioni M&C negoziate sono state 22, per complessivi 0,79 euro (il prezzo finale del titolo è risultato di 0,0354 euro). Nessun'altra società ha fatto emergere un controvalore inferiore. Al secondo posto di questa graduatoria si è piazzata la Centrale del Latte e all'ottavo la new entry Pattern con 754 euro (3,59 euro il prezzo finale dell'azione).
In tutta la giornata, in Piazza Affari sono stati registrati 271.168 contratti di compravendita aventi a oggetto lo cambio di 655.333.867 azioni, per il controvalore totale di 2,271 miliardi. Rispetto a ieri, le azioni con un rialzo sono risultate 193 a fronte delle 182 che hanno subito un ribasso e le 36 che non hanno avuto variazioni.

Ospitalità turistica, la fotografia regionale

Vittoria Poggio, neo assessore al Turismo
Regione Piemonte
L'ospitalità professionale. Ecco uno dei settori produttivi piemontesi che mostra una crescita del numero delle sue imprese dedicate e dei loro addetti. In Piemonte, infatti, risultano 2.107 le imprese che gestiscono alberghi o bed&breakfast o campeggi, mentre erano 2.042 l'anno scorso e 1.926 nel 2014. Rispetto al 2018, il numero delle aziende attive nel settore è cresciuto del 3,2% e del 9,4% rispetto a cinque anni fa. Quanto ai loro addetti, ne sono stati censiti 10.739 quest'anno, a fronte dei 9.805 del 2018 (+9,5%) e dei 10.251 del 2014 (+4,8%). Dati positivi, dunque, anche se meno di quelli dell'intera Italia, dove le crescite sono state maggiori.
In Piemonte, il 35,6% dell'imprese operanti nel settore dell'ospitalità professionale è a gestione prevalentemente femminile, il 6,5% fa capo a giovani e il 6,8% a stranieri.
Disaggregando per comparti, emerge che le imprese alberghiere sono 1.078, quelle che affittano camere o gestiscono bed&breakfast 890 e, infine, 129 quelle che si occupano di camping.
Per quanto riguarda le singole province della regione, ecco i rispettivi numeri di imprese attive nel settore quest'anno e, tra parentesi, la variazione percentuale rispetto a cinque anni fa: Alessandria 145 (+0,7%), Asti 109 (+23,9%), Biella 61 (+29,8%), Cuneo 546 (+16,4%), Novara 139 (+13%), Torino 760 (+7,6%), Verbania 265 (-1,1%), Vercelli 82 (+1,2%).
In tutta l'Italia le imprese attive nel settore dell'ospitalità sono diventate circa 54.000, mentre erano 10.000 in meno nel 2014. Nello stesso periodo, i loro addetti sono aumentati del 17% a 323.000. Il business nel 2017 (ultimo dato disponibile) ha superato i 16 miliardi di euro (in Piemonte i 450 milioni, 273 dei quali dovuti alla sola provincia di Torino).
A livello nazionale, le imprese alberghiere sono circa 27.000 (-0,8% rispetto a cinque anni fa), 25.000 i bed&breakfast (+68%) e 1.893 i campeggi (+6%).
Nel Bel Paese, le province con più imprese nel settore sono quelle di Roma con quasi 5.000 (+66% rispetto al 2014), Bolzano con oltre 4.000 (+ 5%), Napoli (+35% nel quinquennio), Rimini e Trento con circa 2.000, Venezia con 1.700 circa (+23%), Salerno con 1.483 (+32%), Firenze e Milano con oltre 1.400 (rispettivamente +25% e +40%).
Prime per addetti Bolzano con 29.000, Roma con 24.000 e Milano con 22.000.

Reddito cittadinanza, i numeri piemontesi

Quasi 83.000. E' il numero di domande partite dal Piemonte per ottenere il Reddito di cittadinanza, che diventa Pensione di cittadinanza se il nucleo familiare interessato è composto esclusivamente da uno o più componente con 67 o più anni di età. Lo ha riferito l'Inps, precisando che le richieste piemontesi accolte al 17 luglio sono state 51.085, mentre 23.014 sono state respinte e 8.531 a quella data risultavano in lavorazione.
Ricordando che il Reddito di cittadinanza è un sostegno economico a integrazione dei redditi familiari, finalizzato al reinserimento lavorativo e sociale secondo un percorso personalizzato al quale si obbliga il richiedente, l'Inps ha ha precisato che, in Piemonte, sono 43.391 i nuclei familiari destinati a percepire il Reddito di cittadinanza, mediamente pari a 498,78 euro al mese e 7.156 i nuclei destinati ad avere la Pensione di cittadinanza, pari a 458,41 euro al mese. La prima categoria coinvolge 102.309 persone, la seconda 7.887.
Per quanto riguarda le singole province piemontesi, dai tabulati dell'Inps emerge che i nuclei familiari ai quali è stato riconosciuto il diritto di percepire il Reddito o la Pensione di cittadinanza al 17 luglio, nel Torinese sono 30.384 (64.314 le persone coinvolte), nell'Alessandrino 5.462 (11.600), nel Cuneese 3.958 (8.778), nel Novarese 3.660 (8.876), nell'Astigiano 2.456 (5.458), nel Vercellese 2.083 (4.902), nel Biellese 1.857 (3.974) e nel Verbano-Cusio-Ossola 1.227 (2.294).
I dati si basano sulle domande trasmesse all'Inps dai Caf, dai Patronati e dalle Poste Italiane. A livello nazionale, le richieste sono risultate poco meno di 1,4 milioni di domande di cui 905.000 circa sono state accolte, 104.000 erano allora in lavorazione e 387.000 sono state respinte oppure cancellate. Delle richieste accolte, circa 793.000 riguardano nuclei percettori del Reddito di Cittadinanza, con 2,1 milioni di persone coinvolte; mentre le restanti 112.000 sono nuclei percettori di Pensione di Cittadinanza, con 128.000 persone interessate.
La regione con il maggior numero di nuclei percettori di Reddito/Pensione di Cittadinanza è la Campania (19% delle prestazioni erogate), seguita dalla Sicilia (17%), dal Lazio e dalla Puglia (9%). In queste quattro regioni citate risiede il 54% dei nuclei beneficiari. La quota del Piemonte è del 5,9% italiano.
Quanto alla cittadinanza del richiedente, nel 90% dei casi risulta erogata ad un italiano, nel 6% ad un cittadino extra-comunitario in possesso di un permesso di soggiorno, nel 3% a un europeo e nell’1% a familiari dei casi precedenti.
L’importo medio mensile erogato nei primi tre mesi dall’istituzione della prestazione è pari a 489 euro, come media nazionale. Il 68% dei nuclei percepisce un importo mensile inferiore ai 600 euro e solo l’1% un importo mensile superiore ai 1.200 euro. In aprile, sono state erogate 564.000 prestazioni; ma in maggio si è registrato un incremento del 26% con 713.000 prestazioni e in giugno si è raggiunto il picco di 809.000.
Dei 2,2 milioni di persone coinvolte in tutt'Italia, 580.000 sono minorenni.

Top manager, la classifica per reputazione in luglio calo di Messina, Agnelli, Manley Primo si conferma Cairo e terzo Elkann

Urbano Cairo, presidente anche del Torino Calcio
Hanno perso posizioni Carlo Messina, Andrea Agnelli, Mike Manley, Elisabetta Ripa; Gabriele Galateri e Rodolfo De Benedetti; invece, ne hanno conquistate Catia Bastioli, Gian Maria Gros-Pietro e Lapo Civiletti. Questo il risultato che mostra la nuova classifica mensile della reputazione web dei cento top manager italiani, rispetto a quella di giugno, quando al primo posto spiccava Urbano Cairo e al terzo John Elkann.
Podio consolidato, perché anche in luglio Cairo è finito in testa ed Elkann si è visto riconoscere la medaglia di bronzo. Tra l'altro, entrambi con punteggi più alti dei precedenti: 77,77 i punti attribuiti a Cairo (74,38 in giugno) e 67,75 a John Elkann (66,38), il numero uno della grande famiglia degli eredi di Giovanni Agnelli.
La conferma di John Elkann, presidente di Fca e di Ferrari, oltre che della loro controllante Exor, holding della quale è anche amministratore delegato, si deve soprattutto alle manovre relative al gruppo automobilistico, partire con l'offerta di matrimonio a Renault e riprese dopo il clamoroso ritiro della stessa in seguito alle resistenze del governo francese di Macron.
Inossidabile, in vetta alla classifica, è rimasto Urbano Cairo, che ha nuovamente preceduto anche Francesco Starace, l'amministratore delegato di Enel (67,95 punti). Urbano Cairo, nato a Milano il 21 maggio 1957, ma considerato piemontese perché cresciuto nell'Alessandrino e, forse, perché da tanti anni presidente del Torino Calcio, è il numero uno di Rcs MediaGroup, che fra l'altro edita il Corriere della Sera, oltre che della Cairo Communication, leader dei periodici popolari e proprietaria de La7.
Carlo Messina, amministratore delegato e direttore generale di Intesa Sanpaolo, riconfermato in aprile al vertice operativo della principale banca italiana, che ha ancora la torinese Compagnia di San Paolo come primo azionista (il colossale fondo BlackRock è secondo con poco più del 5% del capitale, seguito dalla milanese Fondazione Cariplo) è diventato decimo con 56,12 punti, dopo essere stato sesto in giugno con 58,63 e settimo in maggio con 56,09 (però, era arrivato al quinto in marzo, quando aveva ottenuto 60,61 punti).
Un nuovo capitombolo l'ha fatto Andrea Agnelli, fra l'altro presidente della Juventus, sceso dal tredicesimo posto (54,01 punti) al diciannovesimo (53,41 punti), dopo che era stato ventunesimo in aprile, ventiquattresimo in marzo, dodicesimo in febbraio e, soprattutto settimo in gennaio, non solo per le prestazioni della squadra bianconera ma anche per i grandi rialzi della Juventus in Borsa, che, in quel mese, aveva visto la sua quotazione aumentare del 36,25% rispetto all'ultima seduta di dicembre.
Comunque, Andrea Agnelli, proprio per la popolarità derivante dalla presidenza della società bianconera, precede ancora Mike Manley, l'amministratore delegato di Fca, che è indietriaggiato di 11 posizioni, risultato trentaquattresimo con 49,56 punti mentre era ventitreesimo nel mese precedente, con 51,45 punti. Poco presente in Italia, dove resta ancora non molto noto, Manley paga anche la continua perdita di vendite e di quote nel nostro Paese, dove, in particolare, gli storici marchi Fiat e Alfa Romeo patiscono l'inadeguatezza delle rispettive gamme d'offerta.
Non solo: sull'arretramento ha certamente influito anche la decisione di Manley di vendere un bel pacco di sue azioni Fca proprio il giorno dopo l'annuncio della proposta alla Renault, scelta che avrebbe indispettito anche John Elkann.
Anche la torinese Elisabetta Ripa è calata in classifica, finendo trentanovesima con 48,34 punti, mentre era trentesima in giugno con 49,83 punti (in maggio era trentasettesima con 48,07 punti e in aprile trentaseiesima con 47,36). Elisabetta Ripa è amministratore delegato e direttore generale di Open Fiber, la società dell'Enel e della Cassa Depositi e Prestiti (50% del capitale ciascuna), costituita con l'obiettivo di realizzare l'installazione, la fornitura e la gestione di reti di comunicazione elettronica ad alta velocità in fibra ottica in tutta la Penisola (il piano industriale 2018-2027 prevede investimenti per 6,5 miliardi di euro).
Elisabetta Ripa, nata nel 1965 sotto la Mole, laurea in Economia e commercio e ulteriori studi all'Insead di Fontainbleau, fra l'altro consigliere di amministrazione della quotata novarese Autogrill, è entrata nella classifica di Top Manager Reputation, per la prima volta, nel mese di febbraio, quando era risultata quarantaduesima con 47,17 punti, a fronte di 46,23 di marzo.
In seguito all'arretramento, Elisabetta Ripa è stata scavalcata in classifica dalla novarese Catia Bastioli, presidente della quotata Terna e amministratore delegato di Novamont (in maggio ha ricevuto il dottorato in Ingegneria civile, chimica, ambientale e dei materiali dall'Università di Bologna). Catia Bastioli, però, ha fatto un altro grande salto, salendo, con 50,96 punti, al posto numero 28, dal precedente 35 e dal sessantaduesimo di aprile (43,58 punti), quando era ancora dietro a calibri quali Gian Maria Gros-Pietro e Gabriele Galateri.
Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo, comunque è risalito al posto numero 52 (45,96 punti), che già aveva in maggio, dal sessantunesimo di giugno (43,90 punti). Torinese, Gian Maria Gros-Pietro, rieletto presidente di Intesa Sanpaolo dall'ultima assemblea, con il sostegno della Compagnia di San Paolo, in aprile era trentasettesimo (46,91 punti), quarantaquattresimo in marzo e trentottesimo del mese ancora precedente.
Gros-Pietro è tornato a precedere il piemontese Gabriele Galateri di Genola, presidente delle Generali, riconfermato al vertice del colosso assicurativo di Trieste. A Gabriele Galateri, Top Manager ha assegnato 44,15 punti, che valgono il posto numero 63, undici meno di giugno (45,41 punti). Galateri in maggio aveva ottenuto 47,78 punti, che lo avevano portato al trentottesimo posto, dal cinquantatreesimo di aprile e dai più alti ancora dei due mesi precedenti.
In luglio ha perso altre cinque posizioni Rodolfo De Benedetti, che ne aveva già perse sei il mese prima. Così è finito al posto numero 77 con 39,99 punti. Il primogenito di Carlo De Benedetti, leader del gruppo Cofide-Cir, controllato dalla holding Fratelli De Benedetti, già in aprile aveva già perso quattro posizioni rispetto a marzo, quando, invece, ne aveva guadagnate dieci.
Al contrario, di altre due posizioni è avanzato Lapo Civiletti, amministratore delegato della Ferrero, la cui quotazione è stata di 36,87 punti, a fronte dei 36,81 punti di giugno, corrispondenti al posto numero 86. Nonostante le nuove acquisizioni e i brillanti risultati di bilancio del colosso dolciario nato ad Alba, Lapo Civiletti resta in ombra, a causa della netta prevalenza di Giovanni Ferrero, l'erede dell'indimenticabile Michele.
Top Manager Reputation valuta le prime cento figure apicali delle imprese attive nel nostro Paese distinguendo la reputazione, istantanea e storica, derivante dall'immagine percepita, dalla presenza digitale e, fra l'altro, dall'impatto reputazionale dalla semplice notorietà.

Po, jolly che Torino non ha ancora giocato

Per gentile concessione del Corriere Torino, viene pubblicato l'editoriale uscito oggi, domenica 11 agosto, sull'edizione locale del Corriere della Sera.
Pochi giorni fa, il Consiglio comunale di Torino ha approvato una mozione che impegna Sindaca e Giunta a designare il Po come “bene comune da tutelare e valorizzare” oltre che a recuperare i sei attracchi fluviali da Moncalieri ai Murazzi, “non soltanto per il trasporto turistico ma anche per la fruizione sicura da parte dei singoli cittadini, in un primo momento anche solo come punti panoramici e aggregativi”.
La stessa mozione, che ha l’obiettivo di valorizzare “gli spazi verdi e fluviali metropolitani in termini sostenibili e responsabili”, impegna il governo urbano a utilizzare anche le competenze delle società remiere presenti sul fiume Po” nello sviluppare il progetto di fruizione e un progetto di informazione e formazione per i frequentatori degli attracchi negli ambiti di sicurezza, modalità di fruizione, rischi e gestione in caso di eventi atmosferici”.
I firmatari della mozione, quindi, chiedono di avviare una procedura di messa a bando degli attracchi, procedendo in accordo con Gtt per quanto riguarda la gestione e la manutenzione delle strutture per l’imbarco/sbarco dei natanti a remi, favorendo nel bando l’aggregazione di più enti e associazioni presenti sul territorio, già operanti su attività/iniziative nel tratto di Po torinese.
Che esiti avrà la mozione si vedrà. Però, ha almeno il pregio di evocare il tema della situazione e delle potenzialità dell'area cittadina percorsa dal più grande fiume italiano, che potrebbe essere un rilevante fattore di sviluppo innanzi tutto per la città. Come dimostrano i casi del Tamigi a Londra, della Senna a Parigi, del Danubio a Vienna come a Budapest, della Moldava a Praga.
Nessun'altra città italiana ha un patrimonio come quello formato dal Po torinese: dalle sue sponde e dalle aree limitrofe, a partire da Moncalieri fino a San Mauro; il parco del Valentino e quelli più recenti, come Colletta e Vallere; le storiche società canottiere, i circoli sportivi, i Murazzi, i locali caratteristici tipo l'Imbarchino, i vasti giardini lambiti dall'acqua; i maestosi palazzi su una riva e la meravigliosa precollina sull'altra. Vista sulla Mole, su Superga, sul Monviso, fino sul Monte Rosa. Un panorama unico, impressionante per la sua bellezza.
Dall'alto un quadro idilliaco; ma chi voga sul Po o ne percorre le sponde constata una situazione ben diversa. Fra l'alto, si possono vedere scarichi di dubbia provenienza, zone degradate e altre non curate, piste e sentieri non attrezzati, locali chiusi da anni, giochi rotti, aree dominate dagli spacciatori. Per non parlare dell'impossibilità di frequentare quasi tutta l'area dopo il tramonto, quando, altrove, le rive dei grandi fiumi vengono rianimati dai frequentatori dei ristorantini o degli street fooder, dei battelli ancorati o naviganti, da giostre e spettacoli dal vivo, da mostre e musicanti, da impiegati e manager che fanno jogging su percorsi ben illuminati e sicuri, da tante famiglie a passeggio, da migliaia di turisti ...
I paragoni con le condizioni di altre città fluviali possono essere impietosi. Comunque, possono anche dare indicazioni preziose a chi volesse seguire esempi virtuosi.
Il Po torinese può diventare un rilevante motore economico, occupazionale, di sviluppo ambientale, urbanistico e sociale. Non è difficile immaginare come potrebbe risultare tutta la lunga fascia che affianca lo scorrimento del fiume se venisse considerata e trattata come un unicum, interamente collegata, dotata di campi per sport, piscine, passeggiate, lidi aperti e curati, installazioni per diverse attività confacenti al luogo, locali destinati a ospitare manifestazioni culturali ed esposizioni, punti di ristoro, la movida …
Certo, occorrerebbe un progetto ampio e ambizioso, coordinato con l'Aipo (l'Agenzia interregionale per il fiume Po), le Sovrintendenze, coinvolgente i soggetti privati e pubblici già operanti ma anche nuovi investitori specializzati. Sarebbe indispensabile, però, prima di tutto, che il Governo locale si ponesse l'obiettivo della grande valorizzazione del Po torinese, inteso come una risorsa di valore internazionale, perseguendolo, poi, con determinazione, pur con la consapevolezza dell'impegno, delle difficoltà e dei tempi che comporta.
Non lanciare la sfida del “Po nuovo tesoro di Torino” sarebbe un errore grave, che la città, impoverita, non dovrebbe permettersi. Il Po è un jolly, naturale, congenito, inalienabile; ma che va giocato, il più presto possibile

Imprese, cali record negli ultimi dieci anni in Piemonte il triplo della media italiana


L'imprenditoria è in calo in quasi tutta l'Italia (cresce soltanto in tre regioni: Calabria, Campania e Lazio); ma in Piemonte cala il triplo della media nazionale e, in particolare, nella provincia di Torino più del doppio.
Alla fine del primo trimestre di quest'anno, infatti, sono risultate 380.363 le imprese attive in Piemonte, il 9,2% in meno rispetto alle 418.823 censite al 31 marzo 2009. E dato che la diminuzione dell'intera Italia nello stesso periodo è stata del 3% (da 5.279.013 le imprese in attività sono scese a 5.121.223), la quota del Piemonte si è ridotta al 7,4% dal 7,9% di dieci anni fa).
Per quanto riguarda le singole province della regione, ecco il relativo numero di imprese al 31 marzo scorso e, tra parentesi, la variazione rispetto alla stessa data del 2009: Alessandria 37.276 (-13,6%), Asti 21.128 (-13%), Biella 15.281 (-13,2%), Cuneo 63.263 (-10,8%), Novara 26.602 (-8,6%), Torino 191.125 (-6,8%), Verbania 11.525 (-8,3%), Vercelli 14.153 (-12,1%).
Tornando all'intero Piemonte, va rilevato che la sua perdita di imprese negli ultimi dieci anni risulta inferiore soltanto a quelle della Valle d'Aosta (-12,9%) e del Friuli-Venezia Giulia (-10,4%). La riduzione del numero delle imprese in Piemonte è stata invece superiore anche a quelle di Marche (-7,9%), Emilia-Romagna (-6,6%), Veneto (-6,3%), Sicilia (-6,2%), Molise (-5,5%) e Sardegna (-4,9%). La Lombardia ha contenuto nell'1,7% la diminuzione delle sue imprese, diventate 813.064 dalle 826.861 registrate al 31 marzo 2009.
In Calabria il numero delle imprese in attività è salito a 158.828 (+1,7% rispetto a dieci anni fa), in Campania a 486.148 (+3,2%) e nel Lazio a 493.556 (+7,6%). La quota del Lazio è balzata al 9,6% e al 9,5% quella della Campania. La Lombardia ha rafforzato la sua leadership nazionale raggiungendo il 15,9%.

Anti usura: finanziamenti per 40 milioni da parte de La Scialuppa Crt Onlus

Ernesto Ramojno (primo a sinistra) e Luciana Malatesta
premiati dal Rotary per l'attività de La Scialuppa Crt Onlus
Alla fine di luglio, ha superato i 40 milioni di euro la somma dei finanziamenti deliberati da La Scialuppa Crt Onlus – Fondazione anti usura a favore dei soggetti sovra indebitati che hanno chiesto l'aiuto dell'ente torinese costituito dalla Fondazione Crt poco più di vent'anni fa e da allora sempre sostenuto con generosità e piena convinzione del suo operato a beneficio della popolazione del Piemonte e della Valle d'Aosta.
Dall'inizio della sua attività alla fine del mese scorso, La Scialuppa Crt Onlus ha fornito consulenza, completamente gratuita, a quasi 15.000 persone con una massa di debiti tale da comportare il rischio di finire nelle grinfie degli strozzini (per la precisione sono stati 14.836 gli individui che sono stati assistiti dai volontarie della Fondazione presieduta da Ernesto Ramojno (vice è Marcello Callari e consigliere delegato Luciana Malatesta).
E sono state, finora, 2.261 le famiglie che hanno ricevuto il nuovo finanziamento idoneo a rendere sostenibile il loro indebitamento, in seguito all'approvazione delle rispettive richieste e, quindi, all'erogazione del prestito da parte di una delle banche convenzionate con La Scialuppa Crt Onlus, che lo garantisce (gli importi garantiti dalla Fondazione ammontano a oltre 28,3 milioni).
Nei primi sette mesi di quest'anno, i volontari de La Scialuppa Crt Onlus, prevalente ex manager bancari e tutti dotati di grande competenza, responsabilità, comprensione e umanità,hanno dato altre 485 consuelenze e hanno consentito la delibera di 58 nuovi finanziamenti, per un totale di oltre 1,301 milioni di euro.
La Scialuppa Crt Onlus al 31 dicembre 2018 aveva fondi di garanzia per 9,2 milioni, 50 volontari, 24 dei quali attivi nella sede di Torino e 26 nelle nove sedi di ascolto periferiche, una per provincia e una in Valle d'Aosta. Del suo Consiglio di amministrazione fanno parte, oltre a Ernesto Ramojno, anche Marcello Callari (vice presidente), Ugo Curtaz, Giovanna Dominici, Vittorio Favetti e Carlo Gandolfo
Ernesto Ramojno evidenzia che “sono peggiorate alcune patologie sociali, quali a dipendenza dal gioco d'azzardo e da droghe, la propensione al sovra indebitamento, l'inadeguatezza personale della gestione delle proprie risorse, l'irresponsabilità, l'imprevidenza, l'usura. Malattie ed epidemie ben conosciute e affrontate dai volontari e dagli amministratori delle fondazioni come La Scialuppa Crt, che hanno soccorso e continuano a soccorrere tante persone e le loro famiglie”.
Inoltre sottolinea che “le Fondazioni anti usura fanno molto, come apprezzano tutti quelli che ne beneficiano o, per vari motivi, vengono a conoscenza della loro attività. Però, è ancora estremamente limitato il numero di quanti sanno che cosa sono le fondazioni anti usura, come operano, quando possono intervenire, quali aiuti offrono. Purtroppo, perché i salvataggi potrebbero essere molti di più. Una quantità ben maggiore di individui potrebbe trovare soluzione al problema del sovra indebitamento ed evitare il rischio di finire nelle grinfie degli strozzini, sempre più numerosi e agguerriti”.

Borsa, nella settimana dei grandi ribassi otto piemontesi hanno schivato l'Orso

E' rosso il bilancio dell'ultima settimana borsistica. E non poteva essere altrimenti, considerati gli eventi internazionali (la ripresa della guerra dei dazi scatenata da Trump, i rallentamenti delle economie, le nuove tensioni in Asia e non solo), oltre che, naturalmente, la crisi del governo italiano, che ha fatto riesplodere anche lo spread.
L'indice Ftse Mib, che rappresenta le 40 principali società negoziate in Piazza Affari, venerdì ha chiuso a 20.324 punti, a fronte dei 21.047 di sette giorni prima e dei 21.837 del 20 luglio. Da allora, quindi, ha perso il 6,9% e, in particolare, il 3,4% nella settimana finale.
Logicamente, il listino subalpino ha risentito dell'andamento sfavorevole: i prezzi di 23 delle 32 quotate piemontesi venerdì scorso sono risultati inferiori a quelli del venerdì precedente. Una società, la Borgosesia, ha chiuso alla pari (0,484 euro); mentre le restanti otto hanno fatto segnare un rialzo, nonostante tutto.
A presentare una quotazione superiore a quella del primo venerdì del mese sono Bim Banca Intermobiliare (0,152 euro a fronte di 0,117 euro), Buzzi Unicem (18,295 euro dai precedenti 17,565), Conafi (0,301 da 0,285), Diasorin (106,50 da 106,30), Iren (2,438 da 2,424), Ki Group (1,05 da 1,02), la matricola Pattern (3,61 da 3,60) e Tinetxta (12,48 da 11,76).
Delle altre sei blue chip piemontesi, i ribassi sono stati del 4,17% per Exor (da 11,71 a 11,606 euro), 0,88% per Fca (da 11,71 a 11,606 euro), 3,98% per Intesa Sanpaolo (da 1,9526 a 1,8748 euro), 1,44% per la Juventus (da 1,526 a 1,504 euro), 4,18% per Italgas (da 5,842 a 5,598 euro) e 8,7% per Ubi Banca (da 2,30 a 2,10 euro). In particolare, Ubi Banca, il cui maggiore azionista singolo è la Fondazione Crc di Cuneo, proprio nell'ultima seduta ha perso l'8,42% rispetto al giorno prima. Venerdì, il suo è stato il quarto maggior calo di tutta Piazza Affari e il secondo maggiore del listino Ftse Mib.
Nello stesso giorno, Intesa Sanpaolo, che fa ancora riferimento alla Compagnia di San Paolo, detentrice del 6,790 del capitale a fronte del 5,068% di BlackRock e del 4,381 della Fondazione Cariplo, ha visto scendere del 3,63% il valore riconosciutogli dal mercato.
Ed ecco i prezzi fatti registrare nell'ultima seduta della settimana da parte delle altre quotate piemontesi (tra parentesi i prezzi corrispondenti del venerdì precedente): Astm 29,82 euro (30,76), Autogrill 8,665 (9,14), Basicnet 4,39 (4,66), Cdr Avance Capital 0,5189 (0,52), Centrale del Latte d'Italia 2,56 (2,64), Cofide 0,462 (0,47), Cover 9 (9,15), Dea Capital 1,26 (1,298), Fidia 3,90 (4,02), Guala Closures 6,04 (6,22), Italia Independent 1,73 (1,78), M&C 0,037 (0,04), Pininfarina 1,17 (1,364), Prima Industrie 11,84 (13,40), Reply 53,20 (53,30), Sias 16,28 (16,89), Visibilia Editore 1,10 (1,14).