Italgas conquista altri 48 Comuni torinesi dove farà investimenti per 200 milioni

Paolo Gallo, amministratore delegato Italgas 
La stazione appaltante Città Metropolitana di Torino ha aggiudicato a Italgas la gara per la gestione del servizio di distribuzione del gas naturale nell’Ambito territoriale “Torino 2 – Impianto di Torino”, per i prossimi 12 anni. L’Ambito si compone di 48 comuni della prima e seconda cintura del capoluogo piemontese, per complessive 190 mila utenze finali e per un valore di 150 milioni di euro. L’assegnazione consente a Italgas di incrementare di 3.000 unità il numero delle utenze servite.
Nell’offerta presentata Italgas ha previsto investimenti per circa 200 milioni di euro finalizzati all’estensione delle reti verso aree non ancora raggiunte dal servizio, al potenziamento e alla digitalizzazione delle infrastrutture esistenti, all’ulteriore impulso al miglioramento della qualità e della sicurezza del servizio.
Gli investimenti previsti nell’offerta di gara genereranno un forte stimolo all’economia locale, con effetti positivi anche in termini occupazionali. Inoltre, l’estensione del servizio in nuovi territori consentirà ai consumatori che saranno raggiunti dal servizio importanti risparmi in bolletta quantificabili complessivamente, nei 12 anni di durata della concessione, in alcune decine di milioni di euro, grazie al minor costo del gas naturale rispetto agli altri combustibili oggi utilizzati nell’Ambito in questione.
Tra gli interventi previsti nel piano Italgas si segnalano, in particolare: il completo ammodernamento di 180 chilometri di reti e l’installazione di circa 1.000 impianti intermedi di nuova generazione dotati di sistemi di monitoraggio e telecontrollo; la posa di oltre 150 chilometri di nuove condotte per raggiungere aree non ancora servite dalla rete al fine di rendere disponibile il servizio a migliaia di famiglie e imprese; l’installazione, in coerenza con il Piano Industriale Italgas 2018-2024, dei contatori di ultima generazione (smart meters) in sostituzione della totalità di quelli tradizionali, entro i primi sei mesi del 2020; la realizzazione di progetti di efficientamento energetico in oltre 90 strutture di proprietà degli enti locali (scuole, municipi, biblioteche, ecc.).
L’aggiudicazione dell’Ambito Torino 2 – ha commentato l’amministratore delegato di Italgas, il torinese Paolo Gallo – è un risultato importante, che dimostra che le amministrazioni che si dotano delle giuste competenze riescono a portare a compimento anche processi complessi come quello delle gare gas, creando quindi le premesse per la realizzazione di importanti investimenti, che vanno a beneficio del territorio e dei residenti anche con significativi risparmi sul costo della bolletta energetica. Sul piano della sostenibilità va sottolineato che, grazie all’estensione del servizio nei territori al momento sprovvisti, nell’arco dei prossimi 12 anni assisteremo alla riduzione delle emissioni inquinanti per circa 100.000 tonnellate di CO2 e soprattutto oltre 1.300 tonnellate di polveri sottili”.

L'Orso infierisce sulla Juventus (-5,56%) ma attacca anche Ubi e Intesa Sanpaolo

Orso scatenato contro diverse big piemontesi della Borsa, oggi, 24 aprile. Tanto che i tre maggiori ribassi del listino Ftse Mib, che rappresenta le 40 principali quotate in Piazza Affari, sono stati fatti segnare da tre società che fanno riferimento al Piemonte. E, come ieri, la peggiore è risultata la Juventus, che ha chiuso a 1,189 euro, ancora il 5,56% in meno rispetto alla seduta precedente. Si tratta del quinto calo consecutivo, tale da portare a quasi il 32% la perdita del periodo. Così, fra l'altro, la capitalizzazione della Juve è scesa a 1,198 miliardi. In un giorno altri 70 milioni svaniti, almeno potenzialmente.
Le altre due blue chip piemontesi che hanno perso di più sono Ubi Banca (-3,58%) , che ha come maggiore azionista singolo la Fondazione Crc di Cuneo, la quale ha anche designato due consiglieri di amministrazione, e Diasorin (-2,33%), l'impresa di Saluggia controllata e presieduta dal torinese Gustavo Denegri.
Comunque, oggi, hanno terminato le contrattazioni in rosso anche altre grandi piemontesi, quali Fca (-1,13%, che si aggiunge al -4,46% di ieri), Exor (-0,935), Intesa Sanpaolo (-1,98%), Iren (-1,32%), Italgas (-0,72%). Più dell'indice Ftse Mib (-0,79%), hanno perso anche Cofide (-1,35%), Fidia (-1,51%), Ki Group (-6,82%), Prima Industrie (-2,17%), Pininfarina (-0,92%) e Visibilia Editore (-3,49%).
Invece, nonostante tutto, hanno fatto registrare rialzi Autogrill (+1,17%), Borgosesia (+4,84%), Buzzi Unicem (+1,16%), Cdr Advance Capital (+1,74%), Centrale del Latte d'Italia (+0,36%), Guala Closures (+3,15%) e Tinexta (+4,05%). Per quest'ultima si è trattato di un recupero, come per tutte le altre, tranne Autogrill e Borgosesia, i cui prezzi erano saliti anche ieri.

Diasorin: dieci piemontesi nel nuovo Cda confermati al vertice Denegri e Carlo Rosa

Carlo Rosa, confermato ad Diasorin
Confermato in pieno il vertice di Diasorin: presidente Gustavo Denegri, vice presidente il figlio Michele, amministratore delegato Carlo Rosa. Le nomine sono state decise dal nuovo Consiglio di amministrazione, riunitosi subito dopo la sua elezione da parte dell'assemblea. Gli altri consiglieri sono Giancarlo Boschetti, Chen Menachem Even, Franco Moscetti, Giuseppe Alessandria, Roberta Somati, Francesca Pasinelli, Monica Tardivo, Fiorella Altruda, Luca Melindo, Stefano Altara, Tullia Todros ed Elisa Corghi. Proprio quest'ultima e Luca Melindo solo le sole novità.
Tranne Elisa Corghi, presentata dalla lista dei soci di minoranza (numerosi fondi comuni d'investimento) tutti gli altri consiglieri sono stati tratti dalla lista di maggioranza presentata da Ip Investimenti e Partecipazioni, titolare del 41,109% del capitale sociale.
Una particolarità del nuovo Cda di Diasorin è che dei 15 componenti ben dieci sono piemontesi: in particolare nove torinesi (lo è anche Luca Melindo, classe 1970) e un cuneese, Giuseppe Alessandria.
Oltre a prendere atto dei risultati consolidati conseguiti dal Gruppo nel 2018 (fatturato di 669,2 milioni di euro, margine operativo lordo pari a 255,4 milioni ed equivalente al 38,2% del fatturato, utile netto di 158,1 milioni) l’assemblea ha approvato il bilancio della capogruppo, chiuso con l'utile netto di 100,1 milioni e la distribuzione di un dividendo di 0,90 per azione.

Il debito degli enti pubblici del Piemonte ancora pari a 2.600 euro per ogni abitante

Chiara Appendino e Sergio Chiamparino
“E' sceso di altri 390 milioni, l'anno scorso, il debito consolidato delle Amministrazioni pubbliche locali piemontesi”. Lo ha scritto il Corriere Torino, edizione locale del Corriere della Sera, precisando subito che al 31 dicembre 2018, infatti, l'indebitamento complessivo di Regione, più Città Metropolitana di Torino, le altre Province, Comuni e i restanti enti pubblici, è risultato pari a 11,396 miliardi, a fronte degli 11,786 emersi alla stessa data del 2017.
“E rispetto a fine 2013, il calo del debito delle Amministrazioni pubbliche piemontesi è di 3,591 miliardi, perché allora sfiorava i 15 miliardi” si è letto sul Corriere Torino che, guidato da Umberto La Rocca, si sta diffondendo sempre più, acquistando progressivamente lettori, consensi e prestigio.
Il fenomeno positivo della riduzione dell'indebitamento pubblico piemontese è stato riscontrato dalla Banca d'Italia, dalla cui rilevazione è anche emerso che si è ridotta la perdita virtuale conseguente alle operazioni in derivati finanziari fatte dalle Amministrazioni pubbliche piemontesi con banche operanti nel nostro Paese. La perdita, a valori di mercato, è diminuita a 398 milioni dai 427 del 31 dicembre 2017 e i 546 milioni di fine 2014.
Comunque, il Piemonte resta nettamente la prima regione più in rosso per i derivati finanziari contratti (secondo è il Veneto con 112 milioni, uno in più della Lombardia).
Tornando all'indebitamento, la disaggregazione dei dati di Banca Italia mostra che degli 11,4 miliardi delle Amministrazioni locali piemontesi 8,5 sono da restituire a istituzioni finanziarie italiane e alla Cdp (Cassa Depositi e Prestiti), 1,931 miliardi sono rappresentati da titoli emessi all'estero e 824 milioni a titoli emessi nel nostro Paese.
Comunque, il debito consolidato delle Amministrazioni pubbliche piemontesi resta il secondo più pesante a livello nazionale (è inferiore unicamente ai 14,658 miliardi del Lazio, che però ha 1,6 milioni di abitanti in più) ed è pari al 13,31% di tutte le Amministrazioni locali d'Italia, che, al 31 dicembre scorso ammontava a 85,624 miliardi, imputabili per 31,6 miliardi a Regioni e Province autonome, per 37,7 miliardi ai Comuni, per 6,9 miliardi a Province e Città metropolitane e per i restanti 9,5 miliardi ad altri enti.
Dividendo il debito degli enti pubblici piemontesi per il numero di residenti emerge che questo debito è pari a 260 euro per ogni persona che abita in regione, dal neonato all'ultracentenario.
In Piemonte, nel secondo semestre 2018, il debito delle Amministrazioni pubbliche locali si è ridotto mediamente di quasi 2 milioni al giorno, confermando la tendenza positiva in atto da tempo e tale, fra l'altro, da far ritenere che prossimamente la regione potrebbe perdere la non invidiabile seconda posizione, venendo scavalcata dalla Lombardia, che, alla fine dell'anno scorso, presentava un indebitamento delle sue Amministrazioni pari a 10,498 miliardi.

Nuova sventola di Piazza Affari alla Juve che ha perso 451 milioni in quattro sedute

Massimiliano Allegri, allenatore della Juventus
Nuova sventola alla Juve in Borsa, oggi, 23 aprile. L'azione della società bianconera ha chiuso la seduta a 1,2585 euro, il 5,55% in meno rispetto a giovedì scorso, ultima giornata di contrattazioni della settimana appena passata. Nessun altro titolo dell'indice Ftse Mib, che rappresenta le 40 principali quotate in Piazza Affari, ha perso di più ed è risultato il quarto maggior ribasso in assoluto. Non solo: quello odierno è il quarto segno negativo consecutivo. La conquista dell'ottavo scudetto di seguito non è bastata a far invertire la rotta.
Dal 15 aprile, quando l'azione della Juventus ha chiuso a 1,706 euro (nuovo massimo storico), il valore borsistico della è sceso del 26,23%, corrispondente a 451 milioni. La perdita è conseguente ancora all'eliminazione dalla Champions, certamente dannosa per il conto economico. Comunque, al prezzo odierno, la Juve in Borsa vale ancora un po' più di 1,268 miliardi.
Un prezzo pesante, questa volta per lo stacco della cedola, che ha penalizzato anche altre quotate, è stato pagato oggi da Fca, la cui azione è scesa del 4,46% a 14 euro.
Le altre piemontesi che oggi hanno perso più dello 0,27% dell'indice Ftse Mib sono state: Bim (-2,42%), Basicnet (-1,06%), Buzzi Unicem (-2,24%), Cdr Advance Capital (-0,86%), Centrale del Latte d'Italia (-0,36%), Conafi (-2,06%), Dea Capital (-0,66%), Exor (-0,53%), Guala Closures (-0,31%), Intesa Sanpaolo (-0,49%), Ki Group (-1,49%) e Ubi Banca (-1,03%).
Con lo stesso prezzo precedente hanno terminato Cover 50, Damiani, Italia Independent, Prima Industrie e Tinexta.
Invece, hanno fatto segnare rialzi entrambe le quotate del gruppo Gavio, cioè Astm (+2,04%) e Sias (+1.74%), oltre che Autogrill (+0,06%), Borgosesia (+0,40%), Cofide (+1,56%), Diasorin (+1,09%), Fidia (+0,92%), Iren (+0,19%), Italgas (+0,69%), Reply (+1,64%) e Visibilia Editore (+4,88%), controllata da Daniela Santanchè.

Più azioni quotate italiane ma meno Btp nel portafoglio dei nostri fondi comuni

Più azioni quotate italiane e meno Btp, più quote di fondi comuni emesse da residenti e meno da soggetti esteri. Ecco cosa emerge dal confronto dei portafogli dei gestori dei fondi comuni d''investimento aperti di diritto italiano a fine febbraio rispetto a fine gennaio.
Per quanto riguarda le azioni quotate di società residenti nel nostro Paese, Banca d'Italia ha rilevato che al 28 febbraio i fondi aperti di diritto italiano ne avevano in portafoglio per 9,486 miliardi, a fronte degli 8,897 miliardi del 31 gennaio e gli 8,592 miliardi del 31 dicembre 2018. Così, aggiungendo i 29,711 miliardi relativi alle azioni estere, è salito a 39,568 miliardi il valore di tutte le azioni in loro possesso, mentre era di 38,645 miliardi alla fine di gennaio e di 36,429 miliardi il mese ancora precedente.
Invece, è rimasto sostanzialmente invariato a 53,6 miliardi il valore dell'insieme dei titoli delle Amministrazioni pubbliche in portafoglio al 28 febbraio, ma non quello specifico dei Btp, sceso a 38,836 miliardi dai 39,411 miliardi del 31 gennaio.
Relativamente alle quote di fondi comuni, il censimento di Banca d'Italia mostra che, a fine febbraio, il valore totale è sceso dai 57,592 miliardi di fine gennaio a 56,879 miliardi, ma solo per il calo del valore delle quote emesse da non residenti (da 47,812 a 46,976 miliardi) perché, al contrario, è aumentato quello delle quote emesse da soggetti italiani, da 9,780 a 9,903 miliardi.
Il totale del valore delle attività nel portafoglio dei fondi comuni aperti di diritto italiano a fine febbario è risultato di 306,727 miliardi, dei quali 22,534 costituiti da depositi e prestiti, 68,766 da titoli emessi da residenti, 58,516 da titoli emessi da non residenti, 56,879 appunto da quote di fondi comuni e 59,471 da altre attività finanziarie.
In febbraio, il valore delle attività dei fondi comuni aperti di diritto italiano è cresciuto di 8,422 miliardi rispetto alla fine di gennaio e di 20,727 miliardi rispetto al 31 dicembre 2018.

Borsa: al via lo stacco delle cedole 2019 pole position Fca, Ferrari e Cnh Industrial

Oggi, 23 aprile, per la Borsa, parte ufficialmente la stagione dei dividendi 2019, il periodo preferito dagli azionisti perché é quello in cui le società remunerano i soci rimasti “fedeli” (in totale, le quotate appartenenti al listino Ftse Mib, formato dalle 40 principali società trattate in Piazza Affari, distribuiranno 23 miliardi, il 7% in più dello scorso anno).
Questo, infatti, è il giorno di stacco della cedola, data che sancisce il diritto al dividendo per chi possiede l'azione, di tre controllate della famiglia Agnelli-Elkann-Nasi, cioè Fca, Ferrari e Cnh Industriale, oltre che di Unicredit, Recordati (saldo), Campari e Finecobank, più alcune quotate sul Mid Cap e sull'Aim.
Unicredit, del quale è azionista anche la Fondazione Crt, paga il dividendo (27 centesimi per azione) il 25 aprile, mentre Fca, Cnh Industrial e Ferrari lo pagano il 2 maggio.
In particolare, oggi Fca che stacca la cedola pari a 65 centesimi per azione, per un dividendo complessivo di un miliardo di euro (ma è previsto che la società guidata da Mike Manley distribuirà, nei prossiimi mesi, un dividendo straordinarioconseguente alla cessione di Magneti Marelli; per cui, secondo gli analisti di Intermonte, la cedola complessiva di Fca arriverà a 1,92 euro per azione, con un rendimento del 13,1%).
A staccare la cedola, oggi, sono, appunto, anche Ferrari (1,03 euro per azione) e Cnh Industrial (18 centesimi per azione), il cui pagamento però avverrà giovedì 2 maggio; mentre Finecobank (0,303 euro) paga giovedì 25 aprile, così come Campari (0,05 euro) e Recordati (saldo di 0,47 euro per un totale di 0,92 euro per azione).
Tra le società del Mid Cap, con stacci della cedola il 23 aprile spiccano Banca Mediolanum (saldo di 0,2 euro e totale di 0,4 euro), Coimares (saldo di 0,2 euro e totale di 0,3 euro), Piaggio (0,09 euro); invecem pPer quanto riguarda l’Aim Italia: Fope ( 0,35 euro), Italian Wine Brands (0,4 euro) e Notoriuos Pictures (0,082 euro).
Tornando alle blue chip, il 22 maggio pagheranno il dividendo le piemontesi Buzzi Unicem (0,125 euro per azione ordinaria), Diasorin (0,9 euro), Intesa Sanpaolo (0,197 euro), Italgas (0,234 euro) e Ubi Banca (0,12), della quale è il maggior azionista singolo la Fondazione Crc di Cuneo. Invece Exor, la holding che controlla Fca, Ferrari, Cnh Industrial e Juventus, pagherà il dividendo (0,43 euro) il 26 giugno.

Economia, protagonisti torinesi alla ribalta

MARCO GAY E STEFANO MOLINO 
CONFERME AL VERTICE DIGITAL MAGICS
Marco Gay 
E' il numero 2 della prima lista dei candidati al nuovo Consiglio di amministrazione della Digital Magics, il torinese Marco Gay, da quasi un anno e mezzo amministratore delegato dell'incubatore di start up innovative, oltre che azionista con il 4,33% del capitale (socio maggiore è Star Tip del finanziere Tamburi con il 22,72%). Nella lista, Gay è preceduto unicamente da Alberto Fioravanti, presidente, fondatore e secondo maggior azionista con l'11,24%: posizione che fa pensare immediatamente alla conferma dell'incarico.
Marco Gay, laurea in Amministrazione aziendale a Torino, sposato, tre figli, ha incominciato la carriera manageriale nella Proma, azienda di famiglia poi venduta alla Saint-Gobain. Dal 2000 è cofondatore e amministratore delegato di WebWorking, dal 2015 consigliere di amministrazione di Online Sim, incarichi ai quali aggiunge, negli anni seguenti, quelli di componente del cda della Luiss e del Sole 24 Ore, di presidente di Anitec-Assinform e vice presidente di Confindustria Digitale. Dal 2014 al 2017 è stato presidente nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria.
Stefano Molino
Un altro torinese candidato alla riconferma nel nuovo Cda di Digital Magics è Stefano Molino, laurea in Ingegneria gestionale al Politecnico subalpino, dove ha conseguito anche un master in E-business, prima del dottorato al Politecnico di Milano. Stefano Molino è partner di Innogest Sgr, mentre in precedenza è stato investment manager in Piemonte Hight Technology e business development manager della Fondazione Torino Wireless, il primo distretto tecnologico in Italia.
Digital Magics, fondata nel 2003 e quotata in Borsa dieci anni dopo, nel listino Aim, ha nove sedi (una a Torino) e in portafoglio 62 fra startup e pmi innovative. Nel 2018 ha registrato ricavi per 2,6 milioni (+27% rispetto al 2017) e un utile netto di 0,4 milioni (perdita di 6,8 milioni nell'esercizio precedente), per cui distribuirà un dividendo di 0,05 euro per azione.
Al 31 dicembre 2018 la posizione finanziaria netta era positiva per 3 milioni (2,4 milioni alla stessa data 2017), le disponibilità liquide ammontavano a 6,7 milioni (6,2) e il patrimonio netto era pari a 19,8 milioni, circa un milione in più rispetto all'anno prima. Al 29 marzo, la capitalizzazione borsistica di Digital Magics era di 44,4 milioni.

PIETRO PASSERIN D'ENTREVES PRESIDENTE
FONDAZIONE COMUNITARIA DELLA VALLE D'AOSTA
Pietro Passerin d'Entrèves
Pietro Passerin d'Entrèves, classe 1946, professore di Zoologia all'Università di Torino, dove si è laureato in Scienze biologiche, è il nuovo presidente della Fondazione comunitaria della Valle d'Aosta, costituita dieci anni fa per iniziativa della Compagnia di San Paolo, che continua a sostenerla generosamente e che ha designato nel nuovo Consiglio di amministrazione anche Massimo Coda, suo alto dirigente.
Pietro Passerin d'Entrèves ha numerosi incarichi, anche a livello internazionale: fra l'altro collabora con i principali musei europei di Storia naturale, con istituzioni ed enti valdostani e piemontesi, è presidente del parco naturale del Mont Avic ed è stato rettore dell'Università della Valle d'Aosta e direttore della Scuola universitaria interfacoltà di Scienze motorie di Torino). La sua attività scientifica è documentata da oltre 200 pubblicazioni.

GIOVANNI QUAGLIA RECORDMAN 
PER LE CITTADINANZE ONORARIE
Giovanni Quaglia 
Se non lo è già, è destinato a diventarlo presto il recordman delle cittadinanze onorarie, Giovanni Quaglia, non soltanto nella provincia di Cuneo, dove è nato nel 1947 (a Genola). Infatti, Giovanni Quaglia, diventato torinese (abita in Crocetta), ha già ricevuto sette cittadinanze onorarie, rispettivamente da Fossano, Benevagienna, Novello, Cherasco, Paroldo e Villafalletto. Elenco che dovrebbe presto allungarsi. A conferma dei grandi meriti pubblici che gli vengono attribuiti.
Presidente della Fondazione Crt, prossimo alla conferma, Giovanni Quaglia, laurea in Lettere moderne a Torino, dove è professore di Economia e direzione delle imprese al dipartimento di management, revisore legale dei conti, medaglia d'oro di prima classe concessagli dal ministro della Pubblica istruzione per meriti particolari nel settore della cultura, dell'arte e dell'istruzione, è anche presidente dell'Associazione delle fondazioni bancarie del Piemonte, di Ream Sgr, Ogr-Crt, del Comitato di supporto di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), oltre che dell'Autostrada Asti-Cuneo. Inoltre, è consigliere di amministrazione della Sias, quotata del gruppo Gavio, dell'Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo e vice presidente di Equiter (gruppo Intesa Sanpaolo). E' stato consigliere di amministrazione di Unicredit, sindaco di Genola per 11 anni, presidente della Provincia di Cuneo dal 1988 al 2004, consigliere della Regione Piemonte.

PAOLO PININFARINA CONSIGLIERE ASI RAFFORZA
IL RECUPERO DELLA COLLEZIONE BERTONE
Paolo Pininfarina 
A complimentarsi con Paolo Pininfarina per la sua elezione a consigliere dell'Asi (Automotoclub storico italiano) sono stati anche i soci del “Subalpino”, il prestigioso ed esclusivo circolo torinese che raggruppa diverse eccellenze piemontesi dell'imprenditoria, della finanza, dell'accademia, della medicina, dell'avvocatura, del top managament e delle libere professioni.
L'Asi, costituita nel 1966, è una federazione composta da quasi 330 club con oltre 200.000 appassionati di veicoli storici e rappresenta, istituzionalmente, il motorismo storico italiano.
Con la nomina di Paolo Pininfarina si rafforza il progetto di riportare a Torino, dove ha sede l'Asi, le 76 auto della collezione Bertone, attualmente al museo di Volandia, vicino all'aeroporto di Malpensa. Anche Alberto Scuro, neo presidente dell'Asi, ha confermato che sono in corso colloqui con Chiara Appendino e con il vertice del Mauto-Museo nazionale dell'auto (presidente è Benedetto Camerana, socio del Subalpino anche lui; direttrice Mengozzi), per fare in modo che la preziosa e significativa collezione Bertone torni nella città del famoso carrozziere, firma di tanti gioielli a quattro ruote come la Pininfarina, che continua a crearli e a diffonderli nel mondo.

I rischi che corre quel 30% di popolazione senza le conoscenze finanziarie adeguate

Poche settimane fa, Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d'Italia e presidente dell'Ivass, intervenendo a una tavola rotonda, ha ricordato che in Italia solo poco più del 30% degli adulti ha conoscenze finanziarie “adeguate”, meno della metà della media degli altri Paesi avanzati (la situazione è emersa da un'indagine fatta dalla stessa Banca d'Italia nel 2017, con una metodologia internazionale).
Questa inadeguatezza è un problema grave. Per il singolo individuo, ma anche per il Paese. Non per nulla, la tutela del risparmio è addirittura prevista dalla Costituzione e l'attività d'intermediazione finanziaria è rigorosamente regolata e controllata anche da specifiche Autorità.
D'altra parte, la buona gestione del denaro è fondamentale per la persona, per le famiglie, per la nazione. I soldi sono indispensabili, per tutti, sempre: a livello individuale, per far fronte alle necessità e ai doveri, ad assicurarsi beni e piaceri, a garantirsi un tenore di vita soddisfacente, per cogliere opportunità e, fra l'altro, per aiutare gli altri.
A livello pubblico, i soldi servono per finanziare i servizi alla popolazione: dall'istruzione, alla salute, alla giustizia, alla difesa, all'assistenza, alla sicurezza. Servono, inoltre, per finanziare gli investimenti, senza i quali non si cresce e non si migliora.
Proprio gli investimenti evocano immediatamente il risparmio, che, a sua volta, richiama subito
il principio basilare della buona gestione del denaro.
Per una buona gestione, però, occorrono consapevolezza, conoscenze e senso di responsabilità. Insomma, un'educazione adeguata. Quanto mai in un Paese come il nostro, dove la scuola non insegna quasi nulla di economico-finanziario. Queste materie, infatti, sono escluse dai programmi ministeriali di quasi tutti gli ordini scolastici. Così, nozioni basilari per la nostra vita sono lasciate alla buona volontà di apprendimento dei singoli. Per di più, con i rischi dovuti alla crescita della complessità, della disinformazione, della manipolazione.
Un cittadino che deve prendere decisioni cruciali su quanto risparmiare per il domani, su quanto e come investire – in una casa, in un elettrodomestico, in una piccola attività imprenditoriale – su come orientarsi nel ginepraio delle offerte di prodotti finanziari e previdenziali che gli vengono proposti, incontra serie difficoltà, se manca di nozioni elementari come la distinzione fra rendimenti nominali e reali, la relazione rischio/rendimento o l’importanza della diversificazione del proprio risparmio.
Però, qui, la situazione è ancora peggiore. Lo sanno bene i volontari delle Fondazioni anti usura, come La Scialuppa Crt Onlus, che fa parte della famiglia Fondazione Crt. Ogni giorno, si trovano di fronte persone tanto sovra indebitate da rischiare di finire nelle grinfie degli strozzini, perché incapaci di valutare le loro entrate e uscite economiche, perché non sanno fare e tenere un bilancio familiare, perché spendono più di quanto incassano, perché non considerano la possibilità dell'arrivo di una grande spesa imprevista e inderogabile, perché confidano nella continuità dello stipendio e del posto di lavoro.
Tanti si lasciano tentare dalle carte di credito, s'indebitano con finanziarie dai tassi vicini alla soglia dell'usura, ricorrono alla cessione del quinto. Consumano troppo rispetto al reddito disponibile. E non risparmiano, quando, invece, il risparmio è alla base del benessere individuale e dello sviluppo economico sociale.
Questa consapevolezza sta crescendo. Nel triennio 2015.2017, sono state contate circa 200 iniziative finalizzate alla diffusione dell'educazione e della cultura economico-finanziaria. Anche la Banca d’Italia è impegnata, da tempo, nello sforzo di innalzare le conoscenze finanziarie di tutti. In particolare, per gli studenti, adulti di domani, il suo approccio è formare gli insegnanti perché trasmettano conoscenze agli alunni. L'anno scorso sono stati raggiunti così quasi 115.000 studenti, di circa 5.000 classi.
Rivolgersi agli adulti è molto più difficile: occorre superare diffidenze e false consapevolezze. Comunque, per loro, Banca d’Italia e Ivass hanno realizzato la collana “Le guide in parole semplici” sui conti correnti, sui mutui, sul credito al consumo, sulle polizze assicurative, sulla centrale dei rischi. E, dopo il portale per l’educazione assicurativa, stanno lavorando a uno per l’educazione finanziaria, ispirato alle migliori esperienze internazionali.
Perché è così importante avere un'adeguata conoscenza finanziaria? Non basta affidarsi agli addetti ai lavori? No. Perché avere una cultura finanziaria vuol dire impostare meglio il proprio bilancio domestico, sapere come stipulare un mutuo per comprare casa, decidere se investire il proprio risparmio in una moneta d’oro piuttosto che in un’obbligazione.
Fra l'altro, una gestione consapevole del denaro e l’abitudine a non sprecare aiutano a rendere lo sviluppo macroeconomico sostenibile.
In ogni caso, l’educazione finanziaria non può e non deve, neanche in parte, soppiantare la tutela dei risparmiatori affidata alle autorità indipendenti e agli organi dello Stato. E non solo perché questa tutela è voluta dalla legge, ma per una ragione di logica economica e istituzionale.
Il rapporto commerciale fra un risparmiatore singolo e chi gli offre un prodotto finanziario – che sia un conto corrente bancario o un fondo comune - è per sua natura squilibrato a favore del venditore, che ne sa di più del suo cliente su quello che gli sta offrendo. Questa è una ragione della tutela pubblica che molti Paesi riservano ai risparmiatori.
Certo, la tutela è più efficace se il risparmiatore è messo in condizione di difendersi da solo perché ha una cultura finanziaria. “Però – citando ancora Salvatore Rossi - chiunque di noi ha comunque e sempre bisogno di forze dell’ordine che tutelino i suoi beni privati, ma se mette il suo portafoglio in una tasca interna anziché lasciarlo penzolare dal pantalone o se mette le inferriate alle finestre di casa, i crimini contro la proprietà scemano”.

Ecco i bilanci 2018 di due quotate torinesi Conafi e Ki Group (presidente Santanchè)

Nunzio Chiolo
Conafi, holding torinese di partecipazioni, quotata in Borsa, che possiede il 100% di Prestitò (prestiti su cessione del quinto), di Alba Finanziaria e di Servizievalore, ha chiuso il bilancio 2018 con un utile netto consolidato di 0,8 milioni, inferiore ai 1,9 milioni nel 2017, ma, comunque, tale da consentire al Consiglio di amministrazione di proporre all'assemblea dei soci, in programma il 29 maggio, la distribuzione di un dividendo di 0,08 euro per azione, per un totale di quasi 3 milioni.
Il risultato operativo lordo del passato esercizio è stato negativo per 3,4 milioni (3,6 milioni nel 2017), i ricavi sono ammontati a 2,7 milioni (12,7 milioni) e i costi operativi a 6,1 milioni (16,3 milioni). La posizione finanziaria netta consolidata al 31 dicembre 2018 è risultata positiva per 18,2 milioni, a fronte dei 13,4 milioni alla stessa data dell'anno precedente.
Conafi è stata fondata, sotto la Mole, nel 1988, da Nunzio Chiolo, che ne è l'amministratore delegato e l'azionista di maggioranza assoluta con il 70,5% del capitale, attraverso le società Nusia (66,507%) e Alite (9,184%), Infatti, Chiolo ha il 100% di Nusia che, a sua volta, detiene il 100% di Alite. Terzo maggior azionista é Maria Laperchia con il 7,114%.
Presidente di Conafi, che a fine marzo capitalizzava 10,72 milioni, è Gaetano Caputi e direttore generale Claudio Forti.


Daniela Santanchè
Rispetto al 2017, l'anno scorso Ki Group ha più che dimezzato la perdita consolidata (1 milione, mentre era stata di 2,5 milioni nell'esercizio precedente); ma l'ha aumentata molto a livello di capogruppo, dove è risultata di 8,4 milioni, inclusiva di svalutazioni di partecipazioni, a fronte del milione ne 2017.
Ki Group, quotata torinese presieduta da Daniela Garnero Santanchè, ha registrato il calo anche dei ricavi a 39,2 milioni a livello consolidato (45,8 nel 2017) e a 35,8 milioni come capogruppo (41,9), la quale ha però migliorato il margine operativo lordo (ebitda), salito a 1,8 milioni dai 0,7 precedenti (a livello di gruppo è stato di 0,8 milioni, sostanzialmente invariato).
Il patrimonio netto della capogruppo, negativo per circa 5 milioni a fine 2018, è stato ricostituito ed è tornato positivo per 6,9 milioni al 28 febbraio 2019. Le perdite pregresse sono state integralmente ripianate; “pertanto – ha comunicato la società – allo stato non è necessario intraprendere alcuna ulteriore iniziativa finalizzata al risanamento della gestione o al mantenimento della continuità aziendale”.
Ki Group è attiva, tramite le proprie controllate, nel settore della distribuzione all'ingrosso, commercializzazione, produzione e vendita al dettaglio di prodotti biologici e naturali.
Al 29 marzo, la società era valutata da Piazza Affari 6,4 milioni.

Borsa, l'ultima settimana tutta in "rosso" per Iren, Tinexta e Sias (gruppo Gavio)

Paolo Peveraro, presidente di Iren a fine mandato
Riguardo alle quotate piemontesi, la settimana borsistica conclusasi anticipatamente giovedì 18, per le festività pasquali, ha evidenziato due fenomeni, contrastanti: il primo rappresentato dalla chiusura negativa di tre società – Iren, Tinexta e Sisa - per tutte le ultime quattro sedute di contrattazioni; il secondo, al contrario, dei quattro rialzi consecutivi di Dea Capital, controllata della novarese De Agostini, che, fra l'altro, ha fatto segnare il suo nuovo prezzo più alto.
In particolare, Iren ha pagato le polemiche torinesi sulle nomine del prossimo consiglio di amministrazione, che verrà eletto dall'assemblea in calendario il 22 maggio: la sua azione, giovedì, ha chiuso a 2,118 euro, il 6,7% in meno rispetto al 10 di aprile, ultimo giorno prima di sei ribassi consecutivi del suo valore. dell'azione della multiutility tripolare, dalla governance complessa e in discussione.
La serie negativa della multiutility tripolare, dove il Comune di Torino conta sempre meno, non è stata interrotta neppure dal comunicato del 12 aprile, quando il Consiglio di amministrazione ha approvato il progetto di bilancio 2018 con i risultati “migliori di sempre nella storia di Iren” (parole di Paolo Peveraro, presidente uscente): ricavi di oltre 4 miliardi e utile netto di 242 milioni, tale da consentire la proposta di un dividendo di 8,4 centesimi per azione (+20% rispetto a quello dell'anno scorso).
La settimana corta della Borsa, però, è stata tutta in rosso anche per altre due quotate riferibili al Piemonte: appunto Tinexta e Sias. Nelle quattro sedute, la società guidata da Pier Andrea Chevallard ha perso il 6,66% (il prezzo è sceso a 10,36 euro) e del 3% è sceso il valore di Sias (gruppo Gavio), che non presenta un segno positivo dall'8 di aprile. Allora la sua azione valeva 15,05 euro, a fronte dei 14,37 di giovedì.
Invece, l'unica piemontese a mostrare rialzi continui è stata Dea Capital, la società della De Agostini (famiglia Boroli-Drago), operante come private equity e nel comparto dell'alternative asset management (al 31 dicembre aveva attivi per 466,5 milioni). Il prezzo finale dell'azione Dea Capital è stato di 1,51 euro, superiore del 3,14% a quello di venerdì 12 e nuovo record.
Controllata dalla De Agostini, che ne possiede il 58,3%, Dea Capital ha chiuso il bilancio 2018 con un utile netto di 17,3 milioni, mentre ne aveva persi 36,6 nel 2017. L'utile è stato interamente destinato alla riduzione delle perdite progresse; ma, la società guidata dal torinese Paolo Ceretti, distribuirà comunque un dividendo di 31,2 milioni, in ragione di 0,12 euro per azione, attingendo alla liquidità disponibile.
Il titolo Dea Capital è stato premiato anche per la decisione di annullare 40 milioni di azioni proprie in portafoglio, che così diventeranno 6,6 milioni, pari al 2,5% del nuovo capitale.
Un po' su e un po giù sono andati gli altri titoli subalpini. Rispetto a venerdì 12 aprile, hanno chiuso l'ultima settimana con un confronto positivo Basicnet (5,65 il prezzo di govedì 18), Buzzi Unicem (19,85 euro), Conafi (0,388), Exor (60,30), Fca (14,656), Fidia (4,915), Intesa Sanpaolo (2,3325), Italia Independent (3,02), Ki Group (1,34), Reply (58,00) e Ubi Banca (2,819).
Invece, in rosso hanno terminato Astm (22,50 euro), Autogrill (8,575), Bim Banca Intermobiliare (0,1655), Borgosesia (0,494), Cdr Advance Capital (0,58), Centrale del Latte d'Italia (2,81), Diasorin (86,85), Guala Closures (6,36), Italgas (5,526), Juventus (1,333), Pininfarina (2,17), Prima Industrie (20,70) e Visibilia Editore (1,64)
Lo stesso prezzo dell'ultima seduta della settimana precedente, infine, è stato registrato da Cofide (0,512 euro), Damiani (0,854) e M&C (0,0412).

In Piemonte crollo dei protesti nel 2018 unica pecora nera la provincia di Novara

In Piemonte, l'anno scorso, sono stati contati 19.285 protesti, per un valore complessivo di 16,681 milioni di euro. Cifre nettamente inferiori a quelle del 2017, quando i protesti erano stati 22.116 e il loro valore pari a 23,273 milioni. Le diminuzioni sono rispettivamente del 12,8% e del 28,8%.
A censire l'andamento dei protesti (il protesto è l'atto pubblico con il quale si attesta l'avvenuta presentazione di una cambiale o di un assegno al debitore – il protestato – e il suo rifiuto di pagare o accettare il titolo) sono state Infocamere e Unioncamere.
Dalla disaggregazione dei dati rilevati da Infocamere e Unioncamere emerge, fra l'altro, che è stata
Novara pecora l'unica provincia piemontese che, l'anno scorso, ha avuto un aumento dei protesti, sia come numero (2.029, lo 0,7% in più rispetto al 2017) sia per valore (+ 0,6% a 1,677 milioni di euro). Invece, nel Verbano-Cusio-Ossola i protesti sono cresciuti di numero, essendo risultati 791 a fronte dei 752 del 2017, ma non di valore, sceso a 546,667 euro dai 757.830 dell'anno precedente).
Il calo record dei protesti 2018, però, è della provincia di Biella: -34,7% come numero (sono stati 676) e – 53% per valore (370.446 euro).
Nella provincia di Torino sono stati censiti 10.457 protesti (-14,2%) per il totale di 8,146 milioni di euro (-35,2%), nell'Alessandrino 2.520 (-5,2%) per 2,608 milioni (-5,3%), nell'Astigiano 688 (-21,5%) per 537.249 euro (-26,5%), nel Cuneese 1.496 (-14,6%) per 2,153 milioni (-29%) e nel Vercellese 628 (-25,5%) per 542.211 euro (-43,7%).

Marco Boglione: Basicnet con il nuovo Cda punta a fare il grande salto dimensionale

Alessandro Boglione
Lorenzo Boglione
 Con oggi si apre un nuovo ciclo per la Basicnet”: lo ha dichiarato il fondatore e presidente, Marco Boglione, subito dopo l'assemblea dei soci, che ha approvato il bilancio 2018, la distribuzione di un dividendo di 6,5 milioni (0,12 euro per azione) e ha eletto i nuovi amministratori. “L’obiettivo del nuovo Consiglio di amministrazione – ha aggiunto Boglione- è quello di lavorare con passione affinché Basicnet possa allungare il passo intrapreso con successo nello scorso triennio e continui a essere un'azienda sempre più giovane, competente, creativa, ambiziosa e tenace, per poter fare quel grande salto di dimensione che si merita.”
Il nuovo Consiglio di amministrazione è composto da Marco Boglione, Alessandro Boglione, Lorenzo Boglione, Veerle Bouckaert, Paola Bruschi, Cristiano Fiorio, Francesco Genovese, Renate Marianne Hendlmeier, Alessandro Jorio, Adriano Marconetto, Daniela Ovazza, Carlo Pavesio, Federico Trono, tutti presentati da BasicWorl, che ha il 33,128% del capitale di Basicnet; oltre che da Elisa Corghi, presentata da una lista di soci detentori del 12,33% delle azioni.
Il nuovo Consiglio di amministrazione, riunitosi dopo l’assemblea, ha riconfermato a Daniela Ovazza la carica di vice presidente e nominato Federico Trono amministratore delegato.
Alessandro e Lorenzo Boglione sono figli del presidente Marco. Entrambi nati a Torino (Lorenzo nel 1986 e Alessandro due anni dopo), laureati in Economia aziendale sotto la Mole, poi master in management all'Escp Europe. Alessandro è presidente di diverse società del gruppo della famiglia e amministratore delegato di Basic Italia, Lorenzo è vice presidente sales di Basicnet. Torinese è anche Federico Trono, classe 1973, laurea in Ingegneria gestionale al “Poli”.
Nel primo trimestre di quest'anno il gruppo Basicnet ha registrato vendite aggregate per 241,653 milioni (+16,1%) e un fatturato consolidato di 74,610 milioni (+38,9%). Nell'ultima seduta di Borsa l'azione ha quotato 5,65 euro, prezzo inferiore dell'1,40% al precedente. La società è valutata da Piazza Affari 344.6 milioni.

Gedi Gruppo Editoriale in retromarcia confronti negativi nel primo trimestre

Marco De Benedetti
presidente Gedi Gruppo Editoriale
E' incominciato non bene, il 2019, per Gedi Gruppo Editoriale, l'impresa controllata dalla Cir dei Fratelli De Benedetti con il 43,78% del capitale e partecipata dalla Exor della Giovanni Agnelli Bv con il 5,992%. Il primo trimestre, infatti, si è chiuso con risultati inferiori a quelli del corrispondente periodo dell'anno scorso: il fatturato consolidato è sceso a 145,6 milioni (155,8 milioni nel gennaio-marzo 2018), il margine operativo lordo a 8,4 milioni (11,4), il risultato operativo a 0,5 milioni (6,6) e l'utile netto a 2 milioni, dai 3 milioni precedenti. Inoltre, è salito a 124,7 milioni l'indebitamento finanziario netto al 31 marzo, dai 103,2 milioni del 31 dicembre 2018, quando i dipendenti erano 2.359, ancora 64 in più rispetto alla fine del mese scorso.
I dati della trimestrale sono stati comunicati lo stesso giorno dell'assemblea che ha approvato il bilancio 2018, chiuso con ricavi netti per 648,7 milioni e la perdita di 32,2 milioni, coperta interamente con l'utilizzo delle riserve disponibili.
Per quanto riguarda specificatamente i ricavi dei primi tre mesi, quelli diffusionali sono ammontati a 67,1 milioni (-6,5% rispetto a gennaio-marzo 2018, a causa del calo del 7,1% delle vendite dei quotidiani in edicola e in abbonamento) e quelli pubblicitari sono stati pari a 67,5 milioni (-8% e del 12,7%, in particolare, quella della raccolta per i giornali).
Gedi Gruppo Editoriale pubblica i quotidiani la Repubblica, La Stampa, il Secolo XIX più 13 testate locali, oltre che il settimanale L'Espresso. Possiede anche tre radio: Radio Deejay, Radio Capital e m2o. La capogruppo, quotata in Borsa, che la valuta circa 185 milioni, ha come presidente Marco De Benedetti, vice John Elkann e amministratore delegato Laura Cioli. Del Consiglio di amministrazione fa parte anche Silvia Merlo, amministratore delegato dell'omonima impresa cuneese (1.200 dipendenti), classe 1968, sposata, due figli, laurea in Economia aziendale alla Liuc di Castellanza.

Farmacie, in Piemonte calo delle ricette mercato italiano ridotto a 24,4 miliardi

Interno della storica farmacia Busatti di via Monginevro a Torino
Il mercato italiano dei prodotti venduti in farmacia, anche per l'igiene e la bellezza, oltre che, naturalmente, per la salute, nel 2018 ha fatto registrare un fatturato totale di 24,4 miliardi di euro, cifra inferiore dell'1,3% all'anno precedente”. Lo ha scritto L'Economia del Nord Ovest, supplemento pubblicato, ogni lunedì, dal Corriere Torino, edizione locale del Corriere della Sera guidata da Umberto La Rocca.
Nello stesso articolo si è letto che, in particolare, “per il Piemonte si può stimare che i ricavi delle farmacie attive in regione, circa 1.700, siano risultati pari a 2 miliardi”. Quanto alle ricette ne sono state registrate 41,584 milioni, l'1,7% in meno rispetto al 2018 (in Italia il calo medio è stato dello 0,7%) e il 5,8% in meno rispetto ai 44,148 milioni di cinque anni fa.
In Piemonte, risultano attive 1.688 farmacie (oltre 1.550 sono private): 763 nella provincia di Torino, 240 nel Cuneese, 195 nell'Alessandrino, 148 nel Novarese, 91 nel Vercellese, 89 nell'Astigiano e 82 nel Verbano-Cusio-Ossola. La media regionale è di una farmacia ogni 2.602 abitanti, però con differenze che vanno da una farmacia ogni 2.985 abitanti in provincia di Torino (ma in città il rapporto si dimezza abbondantemente) ai 1.911 abitanti per farmacia nella provincia di Vercelli.
In Piemonte operano, inoltre, 375 parafarmacie.
Dei 2,504 miliardi di prodotti venduti l'anno scorso nelle farmacie italiane e che hanno generato il fatturato di 24,395 miliardi di euro, il 62% si deve ai farmaci etici (valore di 14,380 miliardi), il 10% a farmaci di autocura (2,257 miliardi), il 9,9% a integratori/notificati (3,707 miliardi), il 3,4% a nutrizionali (401,6 milioni), il 7,5% ai parafarmaceutici (1,687 miliardi) e il 7,1% a prodotti per l'igiene e la bellezza (1,963 miliardi).
A livello nazionale, la spesa farmaceutica netta del Servizio sanitario nazionale nel 2018 è diminuita del 4,1%, soprattutto per il calo del prezzo medio dei farmaci prescritti in regime convenzionale.

Componentistica auto: salito a 6,8 miliardi il saldo positivo della bilancia commerciale

Marco Stella, presidente Gruppo Componentisti Anfia
Nel 2018, l’export italiano della filiera dei componenti per autoveicoli ha raggiunto 22,4 miliardi di euro, con una crescita del 5% rispetto al 2017. Nello stesso periodo, si registra anche un incremento dello 0,5% delle importazioni do componentistica, per un valore di 15,6 miliardi, così che la bilancia commerciale riporta un saldo positivo di circa 6,8 miliardi, superiore del 17% rispetto al 2017. Invece, è negativo per circa 12 miliardi il saldo commerciale 2018 del comparto autoveicoli, perché a fronte di esportazioni per 19,4 miliardi (-7,9% rispetto al 2017), le importazioni sono ammontate a 31,4 miliardi, stesso valore dell'anno precedente.
Tornando alla componentica, l'Anfia, l'associazione dell'industria italiana dell'automotive, ha precisato che le esportazioni del settore rappresentano il 4,8% di tutto l’export italiano 2018, mentre le importazioni valgono il 3,7% circa, quote che salgono rispettivamente al 5% e al 4,2% se si esclude il comparto energia dal totale dei flussi commerciali.
Marco Stella, presidente del Gruppo Componenti dell'Anfia ha detto.“L’export della componentistica italiana conferma un trend crescente anche nel 2018, chiudendo con ottimi risultati nonostante il rallentamento della crescita. A partire da luglio, pwrò, anche gli indici della produzione, degli ordinativi e del fatturato delle parti e accessori per autoveicoli e loro motori hanno registrato una frenata. E a fine 2018, l’indice della produzione segna un -2,3% e quello del fatturato è in flessione dello 0,9%. Questa tendenza negativa è proseguita nel mese di gennaio 2019, quando gli ordinativi del mercato interno sono risultati in calo del 14,4% per la componentistica, in un contesto di forte contrazione (-25%) della produzione nazionale di autovetture”.
“D’altra parte – ha aggiunto Marco Stella - tutta l’industria automotive sta attraversando una fase di grandi trasformazioni, spinta soprattutto dalle politiche comunitarie per l’abbattimento delle emissioni, che hanno imposto una rapida virata verso l’elettrificazione dei veicoli, la quale richiede, per molte aziende, una riconversione produttiva e quindi ingenti investimenti. Lo scenario internazionale, inoltre, è in questo momento caratterizzato da molti fattori di incertezza, dai cambiamenti nella politica commerciale statunitense al rallentamento dell’economia cinese, per citarne un paio”.
“Fino ad oggi – ha detto ancora il presidente del Gruppo Anfia - la componentistica italiana ha sempre dimostrato di saper stare al passo con l’evoluzione globale del settore, anche grazie alla sua elevata propensione all’innovazione di prodotto e di processo e alla capacità di rispondere in maniera flessibile alla domanda e ha, quindi, tutte le carte in regola per affrontare queste ulteriori sfide, continuando ad investire in ricerca e sviluppo nelle nuove tecnologie”.
!Risulta comunque indispensabile, in questo percorso verso la mobilità del futuro – ha concluso Stella - il supporto di una politica industriale che accompagni le imprese, salvaguardandone i livelli occupazionali e incoraggiando l’adeguamento delle competenze del personale, attraverso il sostegno alla formazione. Occorre, infine, favorire l’aggregazione e la crescita dimensionale delle Pmi, anche mettendo a disposizione strumenti finanziari, che ne sostengano i piani di crescita, la solidità patrimoniale e gli investimenti”.
La componentistica automotive è un comparto chiave dell’economia italiana: conta circa 2.200 imprese, con un fatturato di 46,5 miliardi e 156.000 addetti diretti, compresi gli operatori del ramo della subfornitura). Inoltre, mentre la bilancia commerciale dell’intero settore automotive italiano ha un saldo negativo, guardando alla sola componentistica il saldo è positivo da oltre 20 anni (il valore medio dell’avanzo commerciale degli ultimi 10 anni è stato di 6,5 miliardi).
L’export della componentistica verso i 28 Paesi Ue vale 15,9 miliardi (+6,7% rispetto al 2017) e quello verso i Paesi extra Ue è di 6,4 miliardi (+1,1%). La classifica dell'export per Paesi di destinazione vede al primo posto sempre la Germania con 4,5 miliardi e una quota del 20% ; seguono Francia (quota dell'11%), Regno Unito (7,8%), Spagna (6,8%), Usa (6,4%), Polonia (5,7%) e Turchia (4,5%), Austria (3%), Messico (2,75%) che supera la Repubblica Ceca (2,7%).
Nel 2018 si è rilevata una contrazione dell’export di componenti verso i Paesi in cui è radicata la presenza produttiva del Gruppo Fca: Turchia -16,3%, Serbia -14,3%, Polonia - 4,8% e Brasile -24,4%. Invece, le aziende italiane hanno esportano verso l'area Nafta componenti per un valore di 2,14 miliardi, in aumento del 29%. In particolare, il valore dell’export è cresciuto del 38% verso gli Usa, del 10% verso il Canada e del 15% verso il Messico. Le esportazioni italiane di componenti verso l'area Mercosur valgono 505 milioni di euro, in calo del 22%.
Il primo mercato asiatico è la Cina (esportazioni 2018 per 454 milioni, +3% rispetto al 2017 ma un saldo negativo di 633 milioni), seguita dal Giappone (293 milioni di Euro, -6% e un saldo positivo di 32 milioni). Tra i Paesi europei al di fuori dell’Ue, crescono le esportazioni verso la Russia (+2%, con un saldo attivo di 157 milioni ), mentre cala l’export verso la Turchia (-16,3%, pur mantenendo un saldo positivo di 366 milioni di euro) e verso la Serbia (-14,3%).

Il patrimonio di Compagnia di San Paolo salito a 6,8 miliardi (valore di mercato)

Alberto Anfossi e Francesco Profumo
Il Consiglio Generale della Compagnia di San Paolo ha approvato , all’unanimità, il bilancio 2018, chiuso con un avanzo di gestione(utile netto) di 253,9 milioni di euro, superiore del 16% al budget. In seguito a questo risultato, è stato deliberato l’accantonamento di 33,94 milioni ai fondi per le erogazioni nei settori rilevanti in attesa di destinazione ( la dotazione complessiva sale a 83 milioni, a fronte di impegni pluriennali per 40 milioni; l’accantonamento di 10 milioni al fondo di stabilizzazione delle erogazioni, che raggiunge così, con un anno di anticipo, la consistenza complessiva di 350 milioni e l’accantonamento di 6,77 milioni al fondo per il volontariato.
Francesco Profumo, presidente della fondazione torinese di corso Vittorio Emanuele II ha commentato: “La Compagnia ha adottato, anche per il 2018, criteri di massima trasparenza e prudenza. Pur con l’applicazione di criteri prudenziali, il risultato della gestione del portafoglio di attività finanziarie e il costante controllo dei costi, hanno consentito alla Fondazione di raggiungere e superare gli obiettivi di budget e garantire un volume di erogazioni in crescita rispetto ai due precedenti esercizi senza ricorrere all’utilizzo del fondo di stabilizzazione delle erogazioni.”
La struttura dei proventi si è confermata positiva anche nel 2018” ha aggiunto Alberto Anfossi, il Segretario generale, precisando che i proventi netti totali sono ammontati a 309,5 milioni, “dunque sostanzialmente in linea con l’esercizio precedente e superiori a quanto indicato nel Documento Programmatico”. Gli oneri ordinari sono stati pari a 17,1 milioni e sono diminuiti di circa il 2% rispetto all’anno precedente, “ponendoci tra le fondazioni più virtuose nel rapporto oneri/erogazioni e/o oneri/patrimonio”. Le imposte, in crescita, sono state pari a € 37,2 milioni.
Nel 2018, la Compagnia ha stanziato 151,3 milioni per erogazioni a valere sulle risorse 2018 e 28,4 milioni a valere su risorse accantonate su esercizi precedenti, per un totale di 179,7 milioni, (somma che comprende 16,8 milioni di euro per il Fondo nazionale per il contrasto della povertà educativa minorile), con un incremento dell’1,3% rispetto a quanto erogato nel 2017 (177,4 milioni) e del +8,7% rispetto al 2016 (165,4 milioni).
In particolare, gli stanziamenti per i settori di attività istituzionale sono stati così suddivisi: 72 milioni per le Politiche Sociali (40%); 48,85 milioni per Ricerca e Sanità (27%); 34 milioni per Arte, attività e beni culturali (19%,); 12,2 milioni per Filantropia e Territorio (7%); 8,18 milioni per l’Innovazione culturale (5%) e 4,35 milioni per i Programmi intersettoriali (2%).
Alla fine del 201, il valore di mercato complessivo del portafoglio di attività finanziarie detenuto dalla Compagnia di San Paolo ammontava a 6,3 miliardi di euro, rappresentato per il 36,7% dalla partecipazione in Intesa Sanpaolo e per il 50,4% dal portafoglio diversificato, ai quali vanno aggiunte altre attività (6,5%), la partecipazione in CDP (2,8%), la partecipazione in Banca d’Italia (1,2%) e i Mission Related Investment (SocialFare Seed, Ream Sgr, Equiter e Fondi di social housing 2,4%).
Da inizio anno, grazie a una buona ripresa dei mercati finanziari – si legge nel comunicato della Fondazione presieduta da Francesco Profumo - la consistenza del patrimonio complessivo della Compagnia ha raggiunto il valore di circa 6,8 miliardi”.

Dea Capital: Paolo Ceretti confermato ad Busso è presidente del Comitato rischi

Paolo Ceretti, ad Dea Capital 
Presieduta da Lorenzo Pellicioli, l'assemblea dei soci di Dea Capital, quotata controllata dalla novarese De Agostini della famiglia Boroli-Drago, oltre all'annullamento di 40 milioni di azioni proprie in portafoglio, con relativa riduzione del capitale sociale, da 306,612 milioni a 266,612, ha approvato il bilancio 2018 dell'omonima capogruppo, chiuso con un utile netto positivo per 17,3 milioni (rispetto alla perdita di 36,6 milioni nel 2017), portato integralmente a riduzione delle perdite pregresse.
Inoltre, l’assemblea ha approvato la distribuzione parziale della Riserva sovrapprezzo nella misura di 0,12 euro per azione, a titolo di dividendo straordinario, per un ammontare complessivo di circa 31,2 milioni. Per la distribuzione, la società attingerà alla liquidità disponibile. E' stato anche preso atto del bilancio consolidato 2018 del Gruppo, che ha evidenziato un utile di competenza pari a 11,1 milioni (rispetto alla perdita di 11,7 milioni nel 2017).
L' assemblea ha poi nominato il nuovo Consiglio di Amministrazione che resterà in carica per tre esercizi, sino all’approvazione del bilancio 2021. E' composto da 11 membri, tratti dalla lista presentata dall’azionista di maggioranza De Agostini, titolare del 58,313% del capitale sociale e del 67,46% dei diritti di voto: Lorenzo Pellicioli (confermato presidente), Marco Emilio Boroli, Donatella Busso, Paolo Ceretti, Marco Drago, Carlo Enrico Ferrari Ardicini, Dario Frigerio, Francesca Golfetto, Davide Mereghetti, Daniela Toscani, Elena Vasco.
Il nuovo Consiglio di amministrazione, riunitosi a valle dell’assemblea, ha confermato Paolo Ceretti nella carica di amministratore delegato e ha nominato la cuneese Donatella Busso presidente del comitato Controllo e rischi. Donatella Busso, nata a Savigliano nel 1973, laurea in Economia e commercio a Torino, dove è docente e ha diversi incarichi, è anche consigliere di amministrazione di Prima Industrie e di Banca 5 (gruppo Intesa Sanpaolo). Quanto a Paolo Ceretti, torinese, classe 1955, è anche azionista di Dea Capital con 2,077 milioni di titoli.
Il nuovo Cda è anche stato autorizzato ad acquistare azioni proprie per non più del 20% del capitale,
ovvero fino a 53,3 milioni di azioni, tenuto conto della riduzione del capitale sociale deliberata dall’assemblea straordinaria. In seguito all'annullamento deliberato, il numero complessivo di azioni proprie in portafoglio detenute dalla società si ridurrà a 6.636.485, pari al 2,5% del capitale.

Unicamente la Sunino di Castellamonte tra le 25 nuove imprese entrate in Elite

Laura Sunino, direttore generale
dell'omonimo gruppo di Castellamonte
Delusione. Delle 25 nuove società appena entrate a far parte di Elite, il networ dedicato alle imprese ad alto potenziale di crescita e possibili candidate alla quotazione in Borsa, soltanto una è piemontese: la Sunino di Castellamonte, a capo di un gruppo di sette aziende specializzate nella trasformazione di materie plastiche.
Le nuove aziende italiane che iniziano il proprio percorso in Elite provengono da 11 regioni e operano in 15 diversi settori, tra i quali l'industria, la salute e l'alimentare, a ulteriore conferma della capacità del network di rappresentare l’economia reale del Paese. Insieme, hanno un fatturato aggregato di oltre 2,2 miliardi di Euro e impiegano oltre 9.000 addetti.
Elite è la piattaforma internazionale del London Stock Exchange Group nata in Borsa Italiana nel 2012 in collaborazione con Confindustria – con la quale condivide l’obiettivo di sostenere in modo sempre più sinergico le migliori aziende italiane – e che si propone di accelerare la crescita delle società attraverso un innovativo percorso di sviluppo organizzativo e manageriale volto a rendere imprese, già meritevoli, ancora più competitive, più visibili e più attraenti nei confronti degli investitori a livello globale.
A livello internazionale, Elite comprende gia più di 1.100 imprese provenienti, di 41 Paesi.
Il gruppo Sunino ha due società produttive in Piemonte – Plastic Legno a Castellamonte, sede centrale, e Falomo Termoplastici a Villavernia, nell'Alessandrino – tre in Romania, una nella Repubblica Molfdava e una in India:
Il gruppo Sunino, fondato nel 1968 da Carlo Sunino, ha rapporti di collaborazione con innovativi studi di design in grado di collaborare, quando richiesto, con il marketing delle aziende, per sviluppare eventuali nuovi progetti legati al packaging, al promozionale/oggettistica e all’articolo sportivo. I principali clienti sono: Artsana, Bauli, Bialetti, Bustaffa, Campagnolo, Caseificio Longo, Caseificio Merlo, Caseificio Pugliese, Gruppo Ferrero, Lindt & Sprungli Italy, Linea Verde, Majani 1796, Melegatti, Mga Entertainment, Monini, Nestlè, Newlat, Officine Meccano Plastiche per il marchio Bticino, Rossignol Lange, Smoby.
Al vertice dell'impresa si trovano Paolo e Laura Sunino, figli del fondatore mancato un anno e mezzo fa. Paolo Sunion è amministratore delegato e la sorella Laura direttore generale.

Radiografia del design in Piemonte

Licia Mattioli, ad dell'omonima impresa di gioielli
e vice presidente di Confindustria per l'internazionalizzazione
Design, un'attività che per l'Italia vale esportazioni per quasi 22 miliardi di euro all'anno e circa mille nuovi brevetti all'anno. E che vede Alessandria al secondo posto assoluto nella graduatoria nazionale delle province con più ricavi all'estero per le vendite di beni di design made in Italy (il settore comprende oggetti di arredamento, illuminazione, articoli in ceramica e porcellana, vetro e gioielleria, comparto, quest'ultimo, che spiega la medaglia d'argento alla provincia di Alessandria, per la sua Valenza).
L'export alessandrino di design nel 2018 è stato pari a 2,113 miliardi (+2,2% rispetto al 2017), importo inferiore soltanto ai 2,217 miliardi della provincia di Treviso, prima in Italia. Alessandria ha preceduto anche le altre due capitali nazionali del gioiello e dell'oro: Arezzo, terza con due miliardi e Vicenza con 1,839. Milano è quarta con 1,769 miliardi.
Tra le prime venti per le esportazioni 2018 di design si trova anche la provincia di Torino, quattordicesima con 410 milioni. Torino che, comunque, può vantare la medaglia di bronzo per i prodotti di design in vetro e per apparecchiature di illuminazione (ricavi all'estero per 217 milioni).
Invece, nel comparto formato da gioielleria, bigiotteria, pietre preziose lavorate e articoli commessi, Alessandria batte tutte le altre province con esportazioni per 2,102 miliardi, grazie soprattutto a Valenza, leader del gioiello non soltanto a livello italiano.
Per quanto riguarda le esportazioni di design delle altre province piemontesi nel 2018, si registrano 148,2 milioni per Cuneo (+15,3% sul 2017), 69,9 milioni per Novara (-1,4%), 46.5 milioni per Biella (-20%), 33,6 milioni per Asti (+140,3%), 13,9 milioni per Vercelli (+5,7%) e 12,4 milioni per Verbania (+6,8%).
In Piemonte, a fine 2018, risultano attive nel settore del design 10.049 imprese, delle quali il 26,9% sono femminili (2.734), il 10,3% di stranieri (1.033) e il 6,5% di giovani (844).
In particolare, Torino conta 4.542 aziende di design (sesta provincia che ne ha di più in Italia), con 13.767 addetti: di queste, 1.058 operano nel comparto della confezione di abbigliamento. Ed ecco i numeri di imprese di design nelle altre province piemontesi: Alessandria 1.339, Asti 419, Biella 910, Cuneo 1.191, Novara 878, Verbania 311 e Vercelli 399.

Juventus: la sconfitta costata 300 milioni in Borsa il valore risceso a 1,401 miliardi

Trecento milioni di euro. Tanto è costata alla Juventus, oggi in Borsa, la sconfitta subita da parte dell'Ajax e la conseguente uscita dalla Champions. Infatti, oggi, 17 aprile, giorno in cui l'indice Ftse Mib è tornato sopra i 22.000 punti, al termine delle contrattazioni, il prezzo dell'azione della società bianconera è risultato di 1,39 euro, corrispondente alla capitalizzazione di 1,401 miliardi, 299,8 milioni in meno rispetto a ieri, quando il titolo aveva terminato la seduta a 1,6875 euro e il valore riconosciuto da Piazza Affari alla Juventus ammontava a 1,701 miliardi.
Rispetto al giorno della partita, l'azione della Juve ha perso il 17,63%, più di tutte le altre quotate alla Borsa di Milano. Il secondo maggior ribasso, però del solo listino Ftse Mib, è stato di Diasorin , che ha chiuso a 87,65 euro (-3,68%).
Comunque, le altre piemontesi che hanno finito la seduta con una perdita superiore all'1% sono state Astm (-1,49%), Borgosesia (-2,91%), Cdr Advance Capital (-1,69%), Conafi (-2,52%), Fidia (-1,22%) e Tinexta (-3,45%).
Sempre tra le quotate considerate subalpine, per diverse ragioni, hanno invece registrato i maggiori rialzi Ki Group (+21,31%, il terzo più alto di tutta Piazza Affari), Visibilia Editore (+4,29%), entrambe presiedute dalla cuneese Daniela Garnero Santanchè; oltre che Ubi Banca (+3,67%), che ha la Fondazione Crc di Cuneo come azionista singolo con più azioni.

Mercato auto europeo: Fca buca di nuovo in marzo perde l'11,7% e torna al 7° posto

Un'altra foratura di Fca in Europa. Nel mese appena passato, il gruppo guidato da Mike Manley è di nuovo sceso al settimo posto nella graduatoria dei Costruttori per vendite di vetture. A Fca sono state attribuite 106.680 nuove immatricolazioni, l'11,7% in meno rispetto a marzo 2018. Il calo dell'intero mercato continentale, invece, è stato del 3,6% (1.770.849 immatricolazioni, 66.392 meno che nello stesso mese dell'anno scorso).
La quota di Fca è scesa così al 6%, dal 6,6% precedente e inferiore al 6,4% di Ford, al 6,5% del gruppo Hyundai-Kia, al 6,8% di Bmw-Mini, al 10,2% del gruppo Renault, che comprende anche Dacia, Lada e Alpine; al 16,1% del gruppo Psa (Peugeot, Citroen, Ds e Opel-Vauxhall) e al 23,3% del gruppo Vw (Volkswagen, Audi, Seat, Skoda, Porsche, Lamborghini, Bentley e Bugatti).
Rispetto a marzo 2018, hanno venduto più vetture soltanto il gruppo Renault (+2,1%), Volvo (+2,8%), Jaguar e Land Rover (+4,6%) e Mitsubishi (+17%).
Invece, pur avendo fatto registrare meno immatricolazioni che nel marzo 2018, hanno comunque aumentato le loro quote di mercato i gruppi Vw, Psa, Hyundai, Toyota e la Mazda.
Per quanto riguarda le singole marche, i dati dell'Acea, l'associazione europea dei produttori del settore, mostrano che Maserati e Alfa Romeo, entrambe di Fca, sono quelle che, nel mese scorso, hanno perso percentualmente più di tutte: il 49,6% Maserati (531 le vetture vendute in marzo in Europa) e il 44,8% l'Alfa Romeo (5.504). Il terzo peggior risultato è stato della Nissan (-29,4%), il quarto della Ds (-27,4%) e il quianto della Honda (-21,1%), seguita da Porsche (-20,6%).
Al contrario, i maggiori incrementi rispetto a marzo 2018 sono stati evidenziati da Dacia con 59.475 nuobve immatricolazioni (+21,6%), Mitsubishi con 17.072 (+17%) e Lancia-Chrysler con 6.088 (+15,3%), che ha preceduto Jaguar con 14.426 (+12%).
Fiat ha avuto 77.320 acquirenti (-12,1%), e Jeep 17.237 (+3,9%).
Sul podio mensile delle marche con più immatricolazioni nel mese scorso di sono piazzate Volkwagen (185.925), Renault (120.958) e Opel-Vauxhall (106.734). Questo trio ha preceduto, nell'ordine, Peugeot (102.448), Bmw (92.350); Audi (91.577), Mercedes (87.327), Fiat (appunto 77.320), Toyota (76.711) e Skoda (75.606), che chiude la top ten.