Imprese innovative, la radiografia torinese fatta da Camera di commercio e dal "Poli"


Vincenzo Ilotte, presidente
Camera di commercio di Torino
Sono oltre 1.800 le imprese innovative torinesi e sono aumentate del 10% in un anno. Ecco uno dei risultati della quinta edizione dell’Osservatorio sulle imprese innovative della provincia di Torino, indagine realizzata dalla Camera di commercio e dal Politecnico, uno studio che rappresenta una fotografia completa sulle aziende, grandi piuttosto che Pmi o start up, che nel territorio creano e fanno business con prodotti e servizi innovativi, attraverso strategie, investimenti e modelli di business differenti.
L’innovazione torinese ha un volto e un nome in queste 1.800 aziende, di dimensioni diverse che, grazie ai loro investimenti in R&S (ricerca e sviluppo), riescono a essere competitive nei mercati nazionali e internazionali, dove il successo si gioca sulla qualità e l’affidabilità di prodotti e servizi, più che sul prezzo” ha osservato Vincenzo Ilotte, presidente della Camera di commercio di Torino.
Ilotte ha aggiunto: “In questo vivace panorama non mancano criticità importanti, che, tuttavia, possono, trasformarsi in sfide per il futuro: la scarsa consapevolezza sull’utilità dei sistemi 4.0, il ricorso limitato alla brevettazione, la difficoltà nell’accesso al credito, la necessità di risorse umane con specifiche competenze. Proprio su questi temi il nostro ente può fornire molte risposte: per questo, lanciamo il nostro Desk Start Up, un servizio completo che può aiutare l’impresa innovativa in tutti gli stadi di sviluppo, dalla start up in fase di definizione fino all’azienda già avviata che vuole continuare a crescere anche a livello internazionale”.
Il Desk Start Up della Camera di commercio di Torino mira a essere il punto di approdo per tutte le imprese innovative torinesi: dalla messa a punto dell’idea imprenditoriale, con la definizione di mercato, concorrenti e business plan, passando per l’iscrizione al Registro Imprese, fino alle opportunità di sviluppo e crescita, per esempio con la partecipazione a bandi europei, l’accesso a opportunità di alta formazione o a servizi di valutazione e management dell’innovazione. Il tutto messo gratuitamente a disposizione dell’imprenditore dall’ente camerale torinese, attraverso una serie di professionisti specializzati sul tema dell’innovazione, capaci di intervenire e offrire consulenza anche personalizzata in tutti le fasi di sviluppo dell’impresa (Informazioni e contatti su:www.to.camcom.it/deskstartup).
Le informazioni raccolte dall’Osservatorio monitorano oltre 1.800 aziende, di cui 176 inserite per la prima volta quest’anno. Le imprese devono rispondere a particolari criteri come l’appartenenza a settori high-tech, la presenza di attività brevettuale in anni recenti, l’iscrizione nella sezione speciale del Registro Imprese, la collocazione in incubatori e parchi scientifici, la partecipazione a Poli di Innovazione del Piemonte o a progetti speciali di innovazione della Camera di commercio, l’assegnazione di progetti di ricerca cofinanziati da soggetti pubblici.
Il campione - 420 imprese rispondenti - è costituito per il 48,8% da Pmi e per il 13% da startup. La maggioranza opera in settori ad intensità tecnologica media o alta, con una elevata incidenza di imprese operanti nell’Ict (22,5%). Circa il 54% opera a livello internazionale. dove i prodotti e i servizi realizzati sono soggetti a rapida evoluzione tecnologica.
Rispetto alla precedente indagine del 2014, si registra un aumento nella percentuale di imprese che ha realizzato innovazioni nei processi produttivi/operativi (dal 22,3 al 29,3%). A spiegare questa tendenza è la disponibilità delle agevolazioni fiscali previste dai piani nazionali di Impresa 4.0. lanciati nel 2016 e 2017, aspetto che spiega, inoltre, un significativo aumento nella percentuale di imprese che dichiara di aver usufruito di finanziamenti e agevolazioni pubbliche per l’innovazione (dall’8% del 2014 al 23,5% del campione attualmente esaminato).
Il 68,6% delle imprese dichiara di aver investito in ricerca e sviluppo nel biennio 2016-17, con cifre superiori a 100mila euro/anno nel 49% dei casi. L’innovazione si è concentrata sia sul miglioramento delle caratteristiche e delle prestazioni di prodotti già esistenti (60,5%), sia sull’introduzione di prodotti radicalmente innovativi (42,1%).
L’elevato livello di innovazione si riflette anche nelle caratteristiche del personale impiegato: ben il 32% degli addetti (che in circa il 50% delle imprese è inferiore alle 20 unità) si distribuisce nelle aree di sviluppo prodotto e il 37% ha un titolo di studio pari o superiore alla laurea.
Al di fuori delle grandi aziende, complessivamente emergono limitati livelli di investimenti nelle tecnologie di Impresa 4.0: il 31% delle imprese ritiene che Internet of Things e Big Data non siano applicabili alle proprie attività. Tra le imprese che hanno effettuato investimenti in chiave Impresa 4.0, le tecnologie maggiormente sperimentate e/o utilizzate sono lacyber-security (29,4%), l’Internet of Things (il 22%) e la gestione dei Big Data (21,8%), tutte tecnologie su cui le imprese affermano che concentreranno anche i loro investimenti futuri.
Le agevolazioni fiscali del piano Industria 4.0 hanno favorito in buona parte tali investimenti: il 44,4% delle imprese ha utilizzato almeno una misura e quasi il 70% dichiara che senza tali agevolazioni gli investimenti non sarebbero stati realizzati o lo sarebbero stati in misura minore.
La misura più utilizzata è il credito di imposta per Ricerca e Sviluppo (33,5%), mentre si registra una limitata propensione nell’investire in beni strumentali (solo il 12,8% ha utilizzato l’iper-ammortamento) e software (solo l’8,7% ha utilizzato il super ammortamento), e una tendenza quasi assente verso la brevettazione (il 2,5% ha utilizzato il patent box) e la formazione continua sull’impiego delle nuove tecnologie digitali (il 2,2% ha utilizzato il credito d’imposta per la formazione).
Particolarmente rilevante il ruolo dei clienti nei processi di innovazione di prodotto: il 64,2% delle imprese ritiene che abbiano un ruolo importante nella definizione delle specifiche per i prodotti e le soluzioni innovative. Più marginale è invece l’apporto dei consulenti (27,2%) e dei distributori (18,3%). Le altre fonti di conoscenza innovativa, quali Università o consulenti, sono invece generalmente localizzate sul territorio regionale o nazionale. In particolare, il 28,6% delle imprese ha contratti di collaborazione con Università; decisamente più limitata è l’incidenza di consorzi di imprese (12%), joint venture (7%) o contratti di licensing-out (4%) per la cessione di diritti su proprie tecnologie.
Per quanto concerne le strategie per proteggere il valore economico delle attività di innovazione, i dati confermano la prevalenza di quelle volte a trattenere in azienda le risorse umane depositarie del know-how tecnico e quelle finalizzate a fidelizzare i clienti (59%). Il 31% considera i brevetti una strategia efficace per la valorizzazione dell’innovazione. Il 14% ha depositato in anni recenti domande di brevetto a livello nazionale e l’11% a livello internazionale, valore in diminuzione rispetto al passato.
La mancanza di risorse finanziarie (42%), la carenza di finanziamenti pubblici (42%) e l’incertezza sulla domanda di mercato (19%) sono indicati dalle imprese con maggiore frequenza come fattori che hanno ostacolato nuovi investimenti in R&S nel periodo 2016-2017. Di conseguenza l’autofinanziamento derivante da risorse interne è la fonte finanziaria predominante per la copertura di investimenti in innovazione, per il 60% delle imprese. A questo canale di finanziamento seguono come importanza il credito bancario a lungo termine (25%), le agevolazioni fiscali (23%), il credito bancario a breve (19%), e l’apporto di capitale di rischio da soci preesistenti (17%). I settori del venture capital e del private equity mostrano in questo campione un ruolo assolutamente marginale.
Un terzo delle imprese ha beneficiato di fondi pubblici per sostenere i propri progetti di innovazione: il 36% ha avuto finanziamenti su leggi regionali, il 31% nazionali e il 33% europee. Nel 54,8% dei casi i progetti sarebbero stati realizzati anche in assenza del contributo pubblico, ma con un budget o obiettivi inferiori.

Auto, nuovo calo della produzione italiana a ottobre fabbricate 55.000 vetture (-18%)

Secondo i dati preliminari dell'Anfia, l'associazione italiana dell'industria automotive, in ottobre la produzione domestica di autovetture è risultata di poco più di 55.000 esemplari, in calo del 18% rispetto allo stesso mese del 2017. Così, è diventata di quasi 585.000 vetture la produzione nazionale nei primi dieci mesi dell’anno in corso e dell'8% la diminuzione rispetto allo stesso periodo precedente.
Dall'Anfia, inoltre, è stato comunicato che, in settembre, il valore delle esportazioni di autoveicoli (autovetture più veicoli commerciali, industriali e autobus) dall’Italia è stato di due miliardi di euro, il 3,4% in meno. L’import, invece, è ammontato a 2,5 miliardi (-2,9% rispetto a settembre 2017), somma pari al 7% del valore di tutto l'import italiano.
Comunque, in valore, gli Stati Uniti continuano a rappresentare il primo Paese di destinazione per l’export di autoveicoli dall’Italia, con una quota del 22%, seguiti da Germania e Francia, rispettivamente con una quota del 15% e del 13%.
“La produzione dell’industria automotive italiana nel suo insieme, registra a ottobre 2018 un calo tendenziale dell’8,9%, che fa seguito alle flessioni già riportate nei precedenti tre mesi – ha detto Gianmarco Giorda, diirettore di Angia, precisando che “anche la produzione italiana di parti e accessori per autoveicoli e loro motori riporta un segno negativo sia nel mese (-5,7%), sia nel cumulato (-1%)”.
A settembre, secondo gli ultimi dati disponibili, gli ordinativi di questo specifico comparto risultano in calo del 6,5%, per effetto del decremento degli ordinativi interni (-12,2%), mentre gli ordinativi esteri aumentano dello 0,6%. Nei primi nove mesi dell’anno, gli ordinativi registrano una lieve flessione, dello 0,5% (-5,8% e +5,2% le rispettive componenti interna ed estera). Il fatturato delle parti, infine, presenta una diminuzione del 6% nel mese, a causa della componente interna in calo del 12,1%, mentre la componente estera chiude a +1,2%.
Nel periodo gennaio-settembre 2018 l’indice del fatturato registra un incremento dello 0,7%, con una componente interna in diminuzione del 5,4% (+7,8% il fatturato estero). Gli ordinativi per il settore automotive nel suo complesso risultano in calo del 15% a settembre (risultato di una componente interna in diminuzione del 12,3% e di una componente estera in diminuzione del 18,7%). Nei primi nove mesi del 2018 gli ordinativi aumentano dello 0,6% (-1,2% nel mercato interno e +2,9% nell'estero).
Nell'intero 2017, in Italia sono state fabbricate 742.642 vetture, il 56,3% delle quali sono state esportate. In particolare, l'anno scorso, sono state costruite 349.499 Fiat, 179.883 Jeep, 147.245 Alfa Romeo, 53.125 Maserati, 8.956 Ferrari e 3.934 Lamborghini (gruppo Volkswagen). Come precisato dall'Anfia, nel decennio 2008-2017 la produzione nazionale di vetture si è ridotta del 48% rispetto al decennio precedente.
Comunque, nel 2017, Fiat ha fabbricato anche 181.429 veicoli commerciali, mentre di mezzi di questo tipo, nelle diverse fabbriche italiane, ne hanno prodotti 128.588 il gruppo Psa (Peugeot-Citroen), 18.342 Iveco e 3.753 la Piaggio.
Aggiungendo i 67.066 camion usciti dalle linee di montaggio dell'Iveco e i 390 autobus, si arriva alla produzione totale italiana 2017 di 1.142.210 autoveicoli, il 65% dei quali venduti all'estero. A livello di Unione Europea, l'Italia risulta il sesto maggior produttore del settore, preceduta da Germania, Spagna, Francia, Regno Unito e Repubblica Ceca.
Come l'Anfia ha ricordato nel suo ultimo rapporto annuale, con l'aggiunta che il fatturato 2017 derivante dalla produzione, diretta e indiretta, dell'industria italiana dell'automotive è stato di 93 miliardi, 46,5 dei quali realizzati dal solo comporto della componentistica, che ha fatto registrare esportazioni per 21,2 miliardi.
Gli addetti diretti alla produzione, nell'industria automotive, in Italia, all'inizio del 2017 erano 162.035, dei quali 66.647 dedicati agli autoveicoli, 10.314 alle carrozzerie e 85.074 alla componentistica, che diventano più di 156.000 comprendendo gli indiretti (tra gli uni e gli altri 58.570 in Piemonte).
Le imprese della componentistica attive nel nostro Paese sono sono 2.190 (in Piemonte, 762),
In particolare, per quanto riguarda gli stabilimenti italiani del gruppo Fca Fiat Chrysler Automobiles, i dipendenti risultano attualmente circa 2.500 a Mirafiori Carrozzerie (produzione della Maserati Levante), 2.700 a Grugliasco (Maserati 4 porte e Ghibli), 4.500 a Cassino (Alfa Romeo Giulietta e Alfa Romeo Stelvio), 4.700 a Pomigliano d'Arco (Fiat Panda) e 7.500 a Melfi (Fiat 500X e Jeep Renegade).

Serie A della Borsa un po' più piemontese Diasorin e Juventus nel paniere Ftse Mib

Andrea Agmelli, presidente Juventus
“Un po' più piemontese la serie A della Borsa Italiana, quella formata dalle azioni delle 40 principali società trattate in Piazza Affari. Infatti, nel listino Ftse Mib, è appena entrata Diasorin (è successo martedì scorso) e il 27 dicembre vi entrerà la Juventus. Da quel giorno saranno sette le quotate piemontesi, il 17,5% dell'indice borsistico nazionale più importante, quello che misura le performance dei titoli rappresentativi delle imprese con maggiore capitalizzazione, flottante e liquidità. Le altre “blue chip” nostrane sono Intesa Sanpaolo, Fca Fiat Chrysler Automobiles, Exor, Italgas e Buzzi Unicem”.
Così incomincia la rubrica settimanale dedicata alle quotate piemontesi e pubblicata dal Corriere Torino, oggi, 9 dicembre, come ogni domenica.
Nell'articolo dell'edizione locale del Corriere della Sera, si legge poi che “La Juventus entra nel paniere Ftse Mib, pur avendo una capitalizzazione (1,227 miliardi di euro alla fine della seduta di venerdì) inferiore a quella di diverse big piemontesi, che Piazza Affari valuta di più della società bianconera presieduta da Andrea Agnelli: dalla coppia Astm-Sias del gruppo Gavio a Iren, Autogrill e Reply”.
Comunque, la Juve ha chiuso la settimana con la sua azione a 1,2 euro (+9,79% rispetto al 30 novembre), mentre l'ultimo prezzo del titolo Diasorin (capitalizzazione di 4,134 miliardi) è stato di 73,8 euro, diminuito dell'1,73% rispetto ai 75,1 euro del venerdì precedente.
Con Diasorin sono calate anche tutte le altre piemontesi con capitalizzazione superiore al miliardo, con l'eccezione di Italgas, la cui azione, nella settimana, ha guadagnato il 3,38%, chiudendo a 4,887 euro.
Analizzando l'intero “listino piemontese”, emerge che, da un venerdì all'altro, hanno registrato un aumento del prezzo delle rispettive azioni anche Guala Closures (+2,06%), Basicnet (+0,34%), Pininfarina (+1,4%), Damiani (+3,16%), Cover50 (+2,89%) Italia Independent (+2,12%) e Ki Group (+3,2%).
Invece, si sono ridotte le quotazioni di Tinexta, Prima Industrie, Bim, Centrale del Latte d'Italia, M&C, Fidia, Cdr Advance Capital, Conafi e Borgosesia. Oltre, appunto, a quelle, di Intesa Sanpaolo (-3,22%), Fca (-5,56%), Exor (-2,89%), Buzzi Unicem (-6,3%), Sias (-2,52%), Iren (-0,26%), Autogrill (-4,74%), Reply (-3,41%) e Astm (-0,12%).
L'indice Ftse Mib venerdì ha segnato 18.741,98 punti, mentre i punti erano risultati 19.188,97 sette giorni prima. Una causa della perdita è stato l'arresto della vice presidente di Huawei, che ha avuto conseguenze negative su tutte le Borse.

Tredicesima a 2,67 milioni di piemontesi ma una buona parte se la prenderà il fisco

Con l’arrivo delle tredicesime, sarà anche il fisco a festeggiare sotto l’albero di Natale. Infatti, a fronte di circa 47 miliardi costituenti il totale della mensilità aggiuntiva di dicembre per 33,7 milioni di beneficiari fra pensionati e lavoratori dipendenti, il fisco, attraverso le ritenute Irpef, ne preleverà 11 e, perciò, alla fine, in tasca agli aventi diritto alla tredicesima rimarranno circa 36 miliardi.
Lo ha previsto la Cgia di Mestre, l'associazione locale degli artigiani e delle piccole imprese, precisando che in Piemonte sono stimati in 2,670 milioni i beneficiari della prossima tredicesima, dei quali 1,273 milioni pensionati e 1,397 milioni lavoratori dipendenti.
“Grazie alla gratifica natalizia – è stato riferito dalla Cgia - si spera che a far festa siano anche i piccoli commercianti e le botteghe artigiane. Perché se è vero che una buona parte di questa mensilità sarà spesa in dicembre per pagare la rata del mutuo, bollette, il saldo dell’Imu/Tasi sulla seconda abitazione e la Tari (tributo per l’asporto e lo smaltimento dei rifiuti), è altrettanto auspicabile che la rimanente parte venga utilizzata per far ripartire i consumi interni”.
“Negli ultimi dieci anni – ha ricordato Paolo Zabeo, il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia – gli acquisti natalizi sono crollati di circa il 50 per cento, con una spesa complessiva che, l’anno scorso, si è attestata attorno ai 10 miliardi di euro. Questa contrazione ha penalizzato soprattutto i negozi di vicinato, mentre gli outlet e la grande distribuzione organizzata sono riusciti ad ammortizzare il colpo. Speriamo che anche grazie alle tredicesime, in questo ultimo mese dell’anno si torni a spendere intelligentemente, ridando così fiato alla domanda interna che in Italia rimane ancora troppo debole”.
Oltre ai consumi, un’altra voce importante che incide sulla ricchezza prodotta nel Paese sono gli investimenti. Se rispetto al 2007 (anno pre-crisi) questi sono ancora inferiori del 22 per cento, nel 2018 dovrebbero registrare una crescita del 4 per cento, in buona parte riconducibile alle misure messe in campo per favorire la diffusione della digitalizzazione nel nostro sistema produttivo.
“Pur essendo uno strumento intelligente – ha affermato Renato Mason, il Segretario dell'associazione mestrina - il piano 4.0 rimane tarato sulle esigenze delle medie e delle grandi aziende. Ragion per cui è indispensabile rivedere questo strumento per allargarne la platea dei beneficiari. E’ necessario, inoltre, che nella rivoluzione digitale, che dovremo affrontare nei prossimi anni, non siano coinvolte solo le aziende, ma anche la Pubblica amministrazione, la scuola e le maestranze. Questa sfida si vince se, tutti assieme, saremo in grado di fare squadra, giocando questa partita con la consapevolezza che chi rimarrà indietro avrà poche possibilità di stare al passo con le principali potenze economiche del mondo”.
A livello territoriale la regione che presenta il più alto numero di beneficiari della tredicesima mensilità è la Lombardia: le persone interessate saranno poco più di 6 milioni. Seguono i 3.255.000 residenti nel Lazio, i 2.923.000 del Veneto, i 2.770.000 dell'Emilia-Romagna, l'ultima a precedere il Piemonte.

Auci svela i rischi del gioco delle tre carte che il Governo fa con la Ue sulla manovra

Ernesto Auci, presidente
ed editorialista di Firstonline

Di ERNESTO AUCI*
Le voci si susseguono superando ogni formale smentita: il ministro dell’Economia,Giovanni Tria, è stufo di essere considerato irrilevante dai due caporioni che guidano l’attuale Governo. Il premier Conte che, fino ad un certo punto, era sembrato attento ai ragionamenti del professore, ha improvvisamente deciso di metterlo da parte e trattare direttamente con Bruxelles, sperando di fare breccia nel cuore democristiano di Juncker.
Si dice addirittura che Tria abbia confidato all’amico Brunetta di non poterne più delle brutte figure e delle umiliazioni che ogni giorno deve subire. A questo punto cosa aspetta il ministro a dimettersi e così separare le proprie responsabilità da quelle del governo giallo-verde, che sta portando avanti una manovra economica sconclusionata e soprattutto dannosa per l’economia italiana e per la stessa possibilità di alleviare la povertà e creare lavoro?
Finora la collaborazione di Tria e di altri tecnici con questo governo, nato dalla somma di due populismi che hanno ingannato gli italiani, seminando a piene mani illusioni sulla facile soluzione dei problemi che da anni attanagliano il nostro Paese, si basava sulla generosa convinzione di poter dare una mano a ricondurre le “promesse elettorali” in misure coerenti con gli equilibri di bilancio e con la necessità di confermare la fiducia dei mercati nella sostenibilità del nostro debito.
Insomma, diceva Tria, i politici fanno un po’ di propaganda, ma poi, in concreto, dovranno capire che certi provvedimenti, come la riforma della Fornero e il reddito di cittadinanza, dovranno essere attuati in tempi piuttosto lunghi – l’intera legislatura – ma mano che la crescita dell’economia italiana si sarà rafforzata, grazie al rilancio degli investimenti pubblici e alle altre misure di semplificazione previste.
E, invece, Salvini e Di Maio non hanno accettato questo ragionamento di buon senso e si sono scatenati in una rincorsa a chi era più bravo a mantenere le promesse elettorali. Al grido “il popolo lo vuole”, Di Maio ha annunciato l’eliminazione della povertà, mentre Salvini ha dato soddisfazione ai suoi elettori del Nord mandandoli in pensione anticipata a 62 anni, come era sempre avvenuto prima del crack del 2011.
Tria, che pure aveva rassicurato gli investitori edi partners di Bruxelles che il nostro deficit nel 2019 si sarebbe attestato tra l’1,6% e l’1,9%, si è trovato improvvisamente a dover difendere un 2,4% basato solo su spese correnti e non sugli investimenti, sui quali il ministro aveva puntato tutte le sue carte per far passare quello che, comunque, era uno scostamento rispetto al percorso che il governo italiano aveva accettato, appena nel giugno scorso.
A questo punto, gli investitori, già in allarme per numerose improvvide dichiarazioni sia di Di Maio che di Salvini sull’euro, sulla assurda decisione di indebitare ulteriormente il nostro Paese già schiacciato da un debito che supera il 130% del Pil, hanno gradualmente abbandonato i nostri titoli pubblici facendo salire lo spread fino a oltre 300 punti e mettendo in difficoltà le banche e gli altri emittenti di obbligazioni italiane. Basti pensare che Unicredit ha dovuto rinnovare un proprio bond in scadenza pagando un interesse di oltre il 4,5%.
Questa politica di annunci ha già portato perdite, per i risparmiatori, per oltre 100 miliardi di euro, mentre gli investimenti privati si sono fermati e i consumi hanno rallentato, dato che la gente teme di dover pagare in futuro più tasse per coprire i buchi di bilancio. Il Pil ha smesso di crescere ed, anzi, per la prima volta dopo quattro anni, è arretrato dello 0,1% già nel terzo trimestre dell’anno in corso. Infine, più grave di tutto, la disoccupazione ha ripreso a salire e si preannuncia per il prossimo anno una vera e propria ecatombe dei contratti a termine, grazie al catastrofico “decreto dignità” di Di Maio.
Ora il premier Conte dovrebbe volare a Bruxelles per proporre una rivisitazione della manovra di bilancio, secondo le indicazioni della Commissione europea. Difficile che questo avvenga. La manovra, infatti, è totalmente sbagliata e andrebbe riscritta da capo a fondo, puntando sulla competitività, sulla discesa dello spread, sugli investimenti pubblici e privati, in modo da evitare l’incombente recessione e dare sostegno al mercato del lavoro. Invece ,si punta a qualche scorrimento nel tempo dell’applicazione di quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza. Misure che, forse, servirebbero ad aggiustare un po’ i conti nel 2019, ma che metterebbero in grave crisi i bilanci degli anni seguenti.
Tutti i numeri, del resto, sono sballati, a cominciare da quelli sulla crescita, dato che nessuno crede veramente che l’Italia possa registrare un aumento del Pil dell’1,5% il prossimo anno. Bene che vada saremo tra lo 0,5 e l’1%.
Su tutti questi numeri aleggia il sospetto di una costruzione truffaldina, avvallata anche da vari deputati della maggioranza , i quali sostengono che si può dare ragione a Bruxelles sui numeri del deficit, tanto si tratta di previsioni che poi, a consuntivo, possono essere superate. E quando sorgeranno problemi con la Ue si vedrà, tra un anno, come gestirli.
Se così stanno le cose ,appare improbabile che Bruxelles possa accettare un rattoppo così banale della manovra, che, comunque, dovrebbe portare anche la firma di Tria. E allora il ministro cosa aspetta a svelare il gioco delle tre carte, tentato dagli illusionisti che ci governano e fare così una operazione verità di fronte alla pubblica opinione? E quindi andarsene di corsa.
La parabola del ministro tecnico dell’economia dimostra come, per gente assennata, sia impossibile collaborare con questi movimenti politici che, come i 5 Stelle non sono democratici, o come la Lega, sono stupidamente sovranisti. Un sovranismo che non produce un vantaggio per gli italiani, ma che sta precipitando il nostro Paese in una nuova profonda crisi economica e sociale.
* Ernesto Auci è il presidente e fondatore di Firstonline, giornale web indipendente di economia, finanza e Borsa, diretto dall'amico e co-fondatore Franco Locatelli. Giornalista dal 1970, Ernesto Auci è stato anche direttore responsabile del Sole 24 Ore, oltre che suo amministratore delegato, direttore delle Relazioni esterne di Confindustria, responsabile Fiat prima della Comunicazione e poi delle Relazioni istituzionali, amministratore delegato di Itedi e de La Stampa.

Genta: Cuneo provincia più smart d'Italia un obiettivo della Fondazione per il 2020

Giandomenico Genta, presidente Fondazione Crc
Quanto è smart la provincia di Cuneo nel 2018? A questa domanda si risponderà nel corso dell'evento “Premio Comune Smart 2018. Le migliori esperienze smart in provincia di Cuneo per uno sviluppo diffuso”, promosso dalla Fondazione Crc e in programma venerdì 14 dicembre, alle 14,30, nel Centro Incontri della Provincia di Cuneo, in Corso Dante 42, dove verrà restituita una fotografia del livello di innovazione della provincia, attraverso la presentazione di una mappatura della smartness dei 250 Comuni cuneesi dove verranno assegnati premi e riconoscimenti alle Amministrazioni distinte per i migliori risultati ottenuti.
Il Premio Comune Smart, promosso dalla Fondazione Crc con il patrocinio di Anci e Uncem, nasce dai risultati della ricerca Granda e Smart, pubblicata a luglio 2017 come Quaderno 32 della collana della Fondazione Crc. L’analisi aveva fornito, per la prima volta, un quadro della situazione della provincia di Cuneo in chiave smart, evidenziando i punti di forza e le criticità dei Comuni e dei territori a rispondere in modo innovativo e intelligente alla principali side attuali, in ambito ambientale, tecnologico, economico, ma anche culturale, sociale, partecipativo.
Da quella prima fotografia è emersa l’idea di produrre un aggiornamento periodico del livello di smartness dei Comuni, per cogliere l’evoluzione provinciale e dare un contributo nell’orientare strategie e azioni, ma anche per individuare e valorizzare i Comuni che stanno più lavorando per implementare servizi e interventi innovativi e smart.
Nel frattempo, la Fondazione Crc, anche sulla base dei risultati della ricerca del 2017, ha promosso il programma Cuneo Provincia Smart, in corso di realizzazione, con una serie di progetti e bandi volti a sostenere gli attori locali in questa direzione.
L’incontro del 14 dicembre sarà l’occasione per conoscere gli esiti dell’aggiornamento della mappatura, coordinata dal Centro Studi e Innovazione della Fondazione Crc e realizzata in collaborazione con Giorgio Gallo, esperto di progetti complessi, a cui hanno partecipato attivamente circa 180 Comuni. Il programma del pomeriggio sarà arricchito dall’intervento di Aldo Bonomi, direttore di Aaster.
“Il tema della smart city è sempre più al centro del dibattito e costituisce uno degli ingredienti essenziali per il futuro non solo dei centri urbani più grandi, ma anche dei territori come quello della nostra provincia” ha affermato Giandomenico Genta, presidente della Fondazione Crc, aggiungendo che “il premio intende stimolare nelle amministrazioni comunali della provincia di Cuneo,e nelle loro possibili aggregazioni, lo sviluppo di iniziative innovative e intelligenti, con l’obiettivo di rendere, per il 2020, la nostra provincia la più smart d’Italia”.
“Premiare le buone pratiche smart dei tanti Comuni attivi su questa tematica sottolinea l’importanza di lavorare insieme: è necessario che quanto realizzato dagli enti più attivi possa avere ricadute positive ampie, in un’ottica di crescita e progresso che supera i confini comunali e coinvolge le Unioni e i distretti” ha sottolineato Marco Bussone, presidente di Uncem.
E Michele Pianetta, vice presidente di Anci Piemonte per l'Innovazione ha detto:“Quando si parla di crescita e di progresso, diventa fondamentale individuare obiettivi coerenti. Anci Piemonte è convinta che l’innovazione costituisca una leva strategica per lo sviluppo dei territori. In quest’ottica, la condivisione di esperienze positive e di buone pratiche diventa una condizione irrinunciabile per il miglioramento a cui tutti vogliamo tendere. Ben vengano la mappatura della smartness e il Premio Comune Smart”.

Iniziative della Compagnia di San Paolo per bambini e ragazzi del ponte Morandi


Alberto Anfossi e Francesco Profumo
Segreterario generale e presidente Compagnia di San Paolo
 Interventi a favore della popolazione colpita dal crollo del Ponte Morandi, in particolare rivolti ai bambini e ai ragazzi (da 0 a 18 anni), saranno realizzati dal Comune di Genova e dalla Compagnia di San Paolo, in collaborazione la Fondazione per la Scuola, ente strumentale della Compagnia. L'iniziativa è stata manifestata, nel capoluogo ligure, nel corso di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato, per la Compagnia di San Paolo, Alberto Anfossi, Segretario generale e Roberto Timossi, componente del Comitato di gestione e per la Fondazione per la Scuola, il suo direttore, Nicola Crepax.

Le azioni si indirizzano sia alle famiglie sfollate dalla cosiddetta “zona rossa”, alle quali appartengono 119 minori, sia alla comunità della zona della Valpolcevera, che raccoglie la popolazione più giovane della città, con il reddito pro-capite più basso e caratterizzata da una forte dispersione scolastica.
Le attività partiranno in questo mese e proseguiranno per un anno.
A nome di tutta la città siamo molto grati per il sostegno che la Compagnia di San Paolo riserva, in modo sistematico, al nostro territorio” – ha sottolineato Giancarlo Vinacci, assessore allo Sviluppo economico del Comune di Genova – “e siamo allineati sugli indirizzi culturali e sociali che rappresentano la base dello sviluppo delle linee programmatiche della città e che non possono non tenere in considerazione la qualità della vita, quindi anche arte e cultura e l’attenzione a chi ha bisogno di un supporto sociale per vivere al meglio la città.”
Ringrazio la Compagnia di San Paolo” – ha aggiunto Francesca Fassio, assessore alle Politiche educative e dell’istruzione e alle Politiche socio-sanitarie - che ci permette di potenziare i servizi educativi in essere e di intraprendere iniziative sperimentali nate dall’emergenza del ponte, come ad esempio un centro, in rete con le scuole del territorio interessate dall’emergenza, dove fare doposcuola e aggregazione giovanile. Iniziative che mi auspico diventeranno strutturali.”
A sua volta, Alberto Anfossi, Segretario generale della Compagnia di San Paolo ha sottolineato che “la Compagnia di San Paolo opera come agente di sviluppo in campo educativo investendo da anni sul benessere e l’educazione di bambini e adolescenti e sull’empowerment dei giovani. Quando abbiamo saputo della tragedia che ha colpito la città di Genova, insieme al Comune e alla Fondazione per la Scuola, abbiamo progettato un'iniziativa integrata rivolta ai bambini e ai ragazzi colpiti, con le loro famiglie, dal crollo del ponte. Il progetto, sviluppato secondo l’approccio che mette al centro la persona, uno dei segni distintivi che caratterizza molti dei nostri interventi, è dedicato anche ai ragazzi che vivono nelle zone limitrofe alla zona rossa”.
Per quanto riguarda i minori fino ai sei anni e le loro famiglie, la Compagnia intende avviare laboratori creativi per i bambini e laboratori per i genitori, allo scopo di fornire strumenti di supporto alla genitorialità, con un’attenzione particolare al coordinamento dei progetti già attivi e finanziati con le risorse del Fondo per il Contrasto alla Povertà Educativa.
Invece, per quanto concerne invece i bambini e i ragazzi del primo ciclo scolastico, in collaborazione con le scuole e associazioni locali, la Fondazione si propone di potenziare l’offerta di attività extra-scolastiche, realizzare percorsi culturali e creare gemellaggi tra le scuole della Valpolcevera e altre scuole genovesi.
Infine, per i ragazzi delle scuole secondarie di secondo grado, verranno attivati percorsi di cittadinanza attiva, di valorizzazione, cura e animazione del territorio, ove i ragazzi stessi potranno essere i protagonisti dello sviluppo della propria comunità nella logica dell’empowerment giovanile.
La Compagnia e la Fondazione per la Scuola intendono affideranno il coordinamento operativo locale al Consorzio sociale Agorà, soggetto attivo da lungo tempo nel ponente genovese e nei territori interessati dal progetto e già partner dei due enti torinesi, oltre che dello stesso Comune di Genova.

Giovedì nero in Borsa: salve 3 piemontesi Astm e Sias (gruppo Gavio) più Cover50

Pierangelo e Alberto Edoardo Fassino
In uno dei più neri giovedì della Borsa Italiana, quello di oggi, 6 dicembre, quando l'indice Ftse Mib, che rappresenta le 40 principali azioni trattate in Piazza Affari, ha perso il 3,54% precipitando sotto i 18.644 punti, tre piemontesi hanno chiuso con segno positivo. A farlo sono state le due quotate del gruppo Gavio a capo delle concessionarie autostradali, Astm e Sias, più la piccola Cover50.
Rispetto a ieri, Astm ha fatto registrare un incremento dello 0,94% del prezzo della sua azione e dello 0,52% la Sias.
Quanto alla torinese Cover50, controllata dalla famiglia Fassino (nessuna parentela con il parlamentare, sindaco di Torino prima di Chiara Appendino), l'ultimo prezzo odierno è stato di 9,72 euro, superiore dello 0,21% a quello di ieri.
L'aumento dell'azione Cover50 è risultato concomitante con la pubblicazione dei dati dei primi nove mesi della società: i ricavi sono ammontati a 24,7 milioni (+6,2% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso), per il 53% dovuti alle esportazioni (vende in una quarantina di Paesi); il margine operativo lordo è stato di 6,6 milioni (+4,8%). La posizione finanziaria netta al 30 settembre è positiva per 11,4 milioni.
Cover50 ha come marchio principale PT – Pantaloni Torino. Il fondatore, Pierangelo Fassino, è presidente e amministratore delegato, incarico quest'ultimo che condivide con il figlio Alberto Edoardo. Terzo e ultimo consigliere di amministrazione è Valter Cantino, direttore del Dipartimento di Management dell'Università di Torino.
Cover50 capitalizza circa 43 milioni di euro, valore riconosciuto alla società dalla Borsa di Milano.
Oggi, le quotate piemontesi che hanno perso di più sono state Prima Industrie (-6,86%), Diasorin (-6,34%), M&C (-5,88%), Intesa Sanpaolo (-5,15%), Fca Fiat Chrysler Automobiles (-5,1%), Autogrill (-4,7%) ed Exor (-4,36%).

La Stampa, Malaguti nuovo vice direttore


Andrea Malaguti, neo vice direttore de La Stampa
Andrea Malaguti è il nuovo vice direttore de La Stampa, il quotidiano torinese della Gedi Gruppo Editoriale, impresa quotata in Borsa, controllata dai figli di Carlo De Benedetti e partecipata dalla Exor, la holding della famiglia Agnelli-Elkann-Nasi. Bolognese, gran giornalista, Andrea Malaguti ha incominciato la sua carriera alla Stampa come capo delle pagine dello sport, poi è diventato capocronista e, successivamente, corrispondente da Londra.
Prima di assumere la responsabilità della vice direzione, con il pieno gradimento della redazione, Andrea Malaguti è stato coordinatore del team delle inchieste, a Roma.
Ora, nella gerenza del giornale affianca gli altri due vice direttori: Marco Zatterin e Massimo Vincenzi (ad personam). A lasciargli il posto è stato il novese Luca Ubaldeschi, promosso direttore del genovese il Secolo XIX, altra testata portata in dote alla Gedi Gruppo Editoriale dalla Itedi, che pubblicava La Stampa, il cui direttore responsabile è Maurizio Molinari.
La Gedi Gruppo Editoriale, presieduta da Marco De Benedetti (vice presidenti sono John Elkann e Monica Mondardini, amministratore delegato Laura Cioli e, fra i consiglieri di amministrazione si trova anche la cuneese Silvia Merlo, che guida l'industria metalmeccanica di famiglia, specializzata nella produzione di sollevatori a braccio telescopico, ma anche di betoniere auto-caricanti, trattori forestali, mezzi cingolati e piattaforme semoventi) pubblica anche la Repubblica, l'Espresso, 13 giornali locali, ha tre emittenti radiofoniche nazionali – Radio Deejay, Radio Capital, m2o – e possiede la Manzoni, concessionaria pubblicitaria.

Boom di Cassa integrazione in Piemonte ad ottobre la regione con il record delle ore

Gianni Cortese, Segretario generale Uil PIemonte 
Nuova, grande impennata della cassa integrazione in Piemonte. In ottobre, infatti, la regione ha fatto registrare la richiesta di 3.355.124 ore, in crescita del 340,9% rispetto a settembre (+186,7% l'ordinaria e +480,5% la straordinaria, mentre è diminuita del 97,1% quella in deroga). In particolare, Torino, con 2.675.607 ore autorizzate, è la provincia che ha fatto maggior uso di ammortizzatori sociali. E, comunque, il Piemonte è risultato al primo posto tra le regioni.
In tutta l'Italia, in ottobre sono state autorizzate 19.212.764 ore di cassa integrazione, con un aumento del 69,7% rispetto al mese precedente (+34,2% l'ordinaria, +102,9% la straordinaria e +185,2% la cassa in deroga).
Quanto ai primi dieci mesi di quest'anno, a livello nazionale, come evidenziano i dati del Servizio politiche attive e passive del lavoro della Uil, sono state richieste 181.251.327 ore di cassa integrazione, in calo del 39,8% rispetto allo stesso periodo del 2017.
In Piemonte, dall'inizio di gennaio alla fine di ottobre, la richiesta è stata di 23.735.999 ore, in diminuzione del 19,1% (-1,4% l'ordinaria, -27,6% la straordinaria, -100% quella in deroga).
La media mensile dei lavoratori piemontesi tutelati è stata di 13.951, con un calo di 3.057 unità rispetto all’anno precedente.
Nei dieci mesi, il Piemonte si è confermato al secondo posto nella graduatoria nazionale per richieste di ore di cassa integrazione, preceduto soltanto dalla Lombardia.
L’andamento delle ore nelle province piemontesi, nel confronto tra primi dieci mesi del 2018 e del 2017, è stato il seguente: Verbania +92,9%, Cuneo +55%, Torino -16,1%, Alessandria -31,5%, Vercelli -41,7%, Asti -48,8%, Novara -58,2%, Biella -61,6%. Torino, con 13.665.802 ore richieste nei primi dieci mesi dell’anno si colloca al secondo posto tra le province più cassaintegrate d’Italia, dopo Roma.
Gianni Cortese, Segretario generale della Uil Piemonte, ha commentato: “Dalla rilevazione dei dati relativi alle richieste di cassa integrazione si evince che le difficoltà provocate dalla grande crisi decennale sono lungi dall’essere superate. In particolar, nel mese di ottobre si è registrata una forte recrudescenza che, coniugata con gli aumenti sensibili delle richieste di Naspi, non lasciano tranquilli per lo svolgimento dei prossimi mesi dal punto di vista occupazionale. Bisogna, perciò, apportare correttivi al sistema di ammortizzatori sociali, falcidiato dagli interventi degli scorsi anni. Inoltre, come richiesto unitariamente dal Sindacato servirebbero, nella manovra di bilancio, investimenti pubblici ed interventi fiscali volti ad alleggerire la pressione sul lavoro dipendente e sulle pensioni”.

Frenata del mercato immobiliare nel 2018 in tutt'Italia transazioni per 7,5 miliardi

La cuneese Silvia Rovere, presidente Assoimmobilare
Mercato immobiliare in frenata. Secondo la cuneese Silvia Rovere, presidente nazionale di Assoimmobiliare, quest'anno, il valore delle transazioni in tutt'Italia ammonterà a circa 7,5 miliardi di euro, il 35% in meno rispetto al 2017 che, però, era stato un anno record, con transazioni per 11,4 miliardi, somma persino superiore a quella precedente la crisi.
Il calo 2018 – ha spiegato Silvia Rovere, laurea in Economia a Torino, oltre vent'anni di esperienza nel private equity e nella finanza immobiliare, amministratore delegato di Morgan Stanley Sgr, dopo essere stata a lungo direttore generale della subalpina Ream Sgr – è imputabile, almeno nel primo semestre, principalmente alla carenza di offerta di prodotto istituzionale in cosiddetta prime location (affitto in fascia privilegiata), come conferma l’ulteriore compressione degli yield che si assestano sui minimi storici: inferiori al 3,5% a Milano e inferiori al 4% a Roma”.
Silvia Rovere ha ricordato che il settore immobiliare, considerando la filiera, vale il 10% del Pil, ma rischia di essere zavorrato da alcune scelte del nuovo Governo. L’allarme è stato lanciato da Assoimmobiliare in occasione dell’assemblea generale di Milano, la città che, comunque, si conferma la più attrattiva, con il 28% del totale transato in Italia, rispetto al 7% di Roma.
Milano si conferma il traino per la crescita e le Olimpiadi invernali potrebbero rappresentare un’altra opportunità importante”, ha detto la presidente di Assoimmobiliare, l’associazione di categoria legata a Confindustria.
La cautela degli investitori (ancora per il 67% stranieri) riguarda soprattutto gli immobili commerciali e qui entra in gioco il primo segnale critico nei confronti del nuovo Esecutivo. Se, infatti, sul rallentamento dei grandi centri commerciali incide il macrotrend dell’e-commerce, si attende nel 2019 un ulteriore impatto negativo sui fatturati qualora il Governo dovesse decidere, come annunciato, la chiusura domenicale dei negozi.
Assoimmobiliare ha immediatamente reagito: l’impatto sarebbe molto negativo per il comparto, perché la domenica rappresenta il secondo giorno per presenze e fatturato e le chiusure metterebbero a rischio 40.000 posti di lavoro senza considerare l’indotto” ha sostenuto Silvia Rovere.

Risparmio gestito: ottobre tutto "rosso" per Intesa Sanpaolo e le altre piemontesi

Carlo Messina, amministratore delegato Intesa Sanpaolo
Ottobre “rosso” per i gestori piemontesi di fondi aperti e di portafoglio, “rossissimo” per il gruppo Intesa Sanpaolo. Infatti, Eurizon e Fideuram, le due società di Intesa Sanpaolo dedicate al risparmio gestito, in ottobre hanno denunciato, insieme, una raccolta netta negativa per 1,378 miliardi di euro, differenza tra il valore dei riscatti e quello delle nuove sottoscrizioni. Nessun altro gestore aderente ad Assogestioni, l'associazione nazionale dell'industria del risparmio gestito, ha avuto un risultato così pesante.
E se è vero che l'intero settore ha registrato, in ottobre, una raccolta netta negativa per 940 milioni, è altrettanto vero che, nello stesso mese, Poste Italiane ha avuto una raccolta netta positiva per 4,515 miliardi e per quasi 696 milioni il gruppo Generali, leader nazionale.
Comunque, il valore dei riscatti è stato superiore a quello delle nuove sottoscrizioni anche per il gruppo Ersel (raccolta netta negativa per 58,1 milioni), per Sella (-57,3 milioni) e per il gruppo Bim Banca Internobiliare (-57,milioni).
Il gruppo Intesa Sanpaolo, però, ha mantenuto saldamente il secondo posto nella graduatoria relativa ai patrimoni gestiti in Italia con la somma di 386,589 miliardi, inferiore esclusivamente ai 467,002 miliardi del gruppo Generali, presieduta dal piemontese Gabriele Galateri di Genola, il quale potrebbe ricevere il terzo mandato consecutivo al vertice del colosso finanziario triestino.
A fine ottobre, sempre secondo Assogestioni, il gruppo Ersel aveva in gestione patrimoni per 7,1 miliardi, Sella per 6,995 miliardi e Bim Banca Intermobiliare per 1,907 miliardi.
In settembre, il gruppo Intesa Sanpaolo aveva avuto una raccolta positiva per 530,4 milioni di euro, superiore ai 394,517 milioni di agosto ma inferiore alla raccolta netta sia di Amundi Group (un po' più di 1,388 miliardi) sia Poste Italiane (795,8 miliardi). In agosto, invece, Amundi era risultato terzo, come Allianz
; mentre Poste Italiane non erano salite sul podio. La medaglia d'argento era andata ad Axa.
Anche alla fine di settembre, per patrimonio gestito in fondi aperti, gestioni di portafoglio retail e istituzionali, il gruppo Intesa Sanpaolo era al secondo posto in Italia, allora con 395,998 miliardi miliardi, a fronte dei 470,879 miliardi del gruppo Generali, che poteva vantare la quota del 23,6% del mercato italiano contro il 19,9% del gruppo guidato da Carlo Messina.
A proposito di quote, Assogestioni le ultime attribuite da Assogestione sono: 19,7% al gruppo Intesa Sanpaolo, 0,4% sia al gruppo Ersel che a Sella e 0,1% a Bim Banca Intermobiliare. Il gruppo Generali è risalito al 23,8%.
Dall'inizio dell'anno al 31 ottobre, l'insieme dei gestori di fondi aperti e di portafogli ha avuto una raccolta netta di 12,891 miliardi. In particolare, i fondi di diritto estero hanno fatto registrare una raccolta netta di 6,896 miliardi, mentre quelli di diritto italiano una raccolta netta negativa di 1,802 miliardi.
Quanto al patrimonio gestito, Assogestioni ha riferito che a fine ottobre è calato a 2.021 miliardi, in conseguenza della raccolta netta del mese ma, soprattutto, “per effetto della volatilità registrata sui mercati”. In particolare, 971,052 miliardi sono investiti in fondi aperti (48%), 54,644 miliardi in fondi chiusi (2,7%) e 995,237 miliardi in gestioni di portafoglio (49,2%).

Miroglio propone il Black Friday Spring per promuovere le vendite primaverili

Vanessa Incontrada, testimonial Miroglio
Entusiasta del successo dell’ultimo Black Friday, Miroglio Fashion propone di bissare l’appuntamento di sconti anche in primavera, facendo squadra con i principali player di settore italiani. La storia recente – ha spiegato Hans Hoegstedt, amministratore delegato di Miroglio Fashion – indica che le attività promozionali capaci di creare un aumento delle vendite davvero significativo sono soprattutto quelle in cui tutto il mercato si muove all’unisono con iniziative coordinate, come i saldi di fine stagione e il Black Friday autunnale”.
Lo ha scritto Pambianco News, quotidiano online dell'omonima società milanese di consulenza che assiste le aziende della moda, del lusso e del design nelle loro strategie di sviluppo.

Fatta eccezione per i saldi di fine stagione, non esistono eventi coordinati programmati ufficialmente durante la stagione primavera/estate: “Le mid-season sales, organizzate a date non armonizzate, non sortiscono un effetto paragonabile in termini di traffico e vendita. I nostri risultati su un brand come Motivi evidenziano che la crescita di fatturato nel periodo del Black Friday (a parità di giorni e di sconto) è ben otto volte superiore a quella generata dalle mid-season sales” ha aggiunto Hoegstedt a Pambianco News, sostenendo che “il Black Friday è ormai diventato un vero e proprio ‘evento-brand’, con un’offerta di prodotti in stagione per una durata di tempo limitata, che fa registrare dati in forte crescita”.
Da qui la proposta della Miroglio per un’iniziativa di un ‘Black Friday Spring’ tra il 22 e il 27 maggio 2019, che sia un esempio positivo e uno stimolo per tutte le altre aziende moda italiane. “Il nostro obiettivo è coinvolgere tutto il settore facendo sistema in un progetto importante, tutti con lo stesso nome e tutti nello stesso periodo, nella convinzione che sia possibile riuscire a migliorare notevolmente i risultati, nell’interesse di tutti”, ha concluso il manager dell'impresa di Alba.
Il gruppo Miroglio, interamente posseduto dall'omonima famiglia, è formato da una cinquantina di società e opera in più di 30 Paesi. Conta circa 5.500 dipendenti, impegnati nelle due divisioni: tessile e abbigliamento. Recentemente alla sua presidenza è stato chiamato Filippo Ferrua Magliani, già top manager della Burgo e della Ferrero.
Durante il recente Black Friday, Miroglio Fashion ha aderito all’iniziativa con più di 860 negozi diretti dei marchi Motivi, Oltre, Fiorella Rubino, Elena Mirò, Caractère, in piena ottica omnicanale. L’esito del Black Friday è stato molto positivo avendo visto i brand dell’azienda realizzare vendite per 283.500 capi nei soli sei giorni dell’evento.
Secondo Confesercenti, il Black Friday 2018 ha coinvolto in Italia oltre 180mila negozi, 12 milioni di persone e generato un giro d’affari stimato in oltre 1,3 miliardi di euro.

Paolo Scudieri, neo presidente dell'Anfia: l'automotive chiede nuove infrastrutture

Paolo Scudieri, neo presidente Anfia 
Paolo Scudieri è il nuovo presidente dell'Anfia (Associazione nazionale filiera industria automobilistica), che ha sede a Torino. Lo ha eletto l'assemblea generale degli associati. Con lui, sono stati eletti due dei presidenti dei tre Gruppi merceologici Anfia, che assumono anche il ruolo di vice presidenti dell’associazione: Marco Stella (Duerre Tubi Style Group) per il Gruppo Componenti e Massimo Repetto (Piaggio &C.) per il Gruppo Costruttori.
Paolo Scudieri, amministratore delegato di Adler Group, impresa napoletana della famiglia, davanti anche al presidente del Consiglio Conte, ha illustrato lo stato attuale della filiera di fronte alla sfida dell’elettrificazione del veicolo e dell’evoluzione dei sistemi di mobilità, in un contesto che presenta sfide tecnologiche destinate a imporre cambiamenti dirompenti.
“Con oltre 5.000 imprese in Italia, un fatturato annuo superiore ai 100 miliardi di euro (il 6% del Pil) e circa 260.000 addetti, diretti e indiretti (il 7% degli occupati della manifattura) – ha detto il neo presidente dell'Anfia - siamo il settore industriale che investe di più in ricerca e innovazione: quasi 1,7 miliardi di euro in Italia e 53 miliardi in Europa, la metà da parte di aziende della componentistica”.
Scudieri ha aggiunto: “Il primo messaggio che vogliamo dare al Governo riguarda il ruolo centrale che l’industria merita nel programma del Paese: non c’è crescita sociale e occupazionale senza la creazione di condizioni favorevoli per il rafforzamento e l’ampliamento del tessuto imprenditoriale italiano. In secondo luogo, se la strada verso la mobilità a zero emissioni è ormai tracciata e richiede all’industria investimenti e obblighi che, se non raggiunti, comporteranno pesanti sanzioni economiche per i Costruttori, ci aspettiamo un impegno concreto alla realizzazione delle infrastrutture, oggi fortemente carenti sia in Europa che in Italia”.
L'Anfia è una delle maggiori associazioni di categoria aderenti a Confindustria. Nata nel 1912, da oltre 100 anni ha l’obiettivo di rappresentare gli interessi delle associate nei confronti delle istituzioni pubbliche e private, nazionali e internazionali e di provvedere allo studio e alla risoluzione delle problematiche tecniche, economiche, fiscali, legislative, statistiche e di qualità del comparto automotive.
L’associazione è strutturata in tre Gruppi merceologici, ciascuno coordinato da un presidente. Componenti: comprende i produttori di parti e componenti di autoveicoli; Carrozzieri e Progettisti: comprende le aziende operanti nel settore della progettazione, ingegnerizzazione, stile e design di autoveicoli e/o parti e componenti destinati al settore autoveicolistico; Costruttori: comprende i produttori di autoveicoli in genere – inclusi camion, rimorchi, camper, mezzi speciali e/o dedicati a specifici utilizzi - ovvero allestimenti e attrezzature specifiche montati su autoveicoli.

Diasorin nell'Olimpo della Borsa Italiana

Carlo Rosa, amministratore delegato
e secondo maggior azionista Diasorin
Un'altra piemontese nell'Olimpo della Borsa Italiana. Da oggi, 4 dicembre, la vercellese Diasorin (sede a Saluggia), fa parte del listino Ftse Mib, formato dalle 40 azioni più liquide e capitalizzate, definite anche le big o blue chip di Piazza Affari. Diasorin, che il mercato valuta attualmente oltre 4,2 miliardi (ma ha superato anche i 5,5 miliardi), ha chiuso le contrattazioni odierne a 75,4 euro (+0,53% rispetto a ieri). Il prezzo massimo della sua azione – 98,2 euro – è stato registrato il 12 luglio scorso.
Leader mondiale della diagnostica in vitro, Diasorin è un un gruppo italiano multinazionale che da oltre 40 anni sviluppa, produce e commercializza test per la diagnosi di patologie, utilizzati nei laboratori di analisi, nei mercati dell'immunodiagnostica e della diagnosi molecolare. Conta circa 1.800 dipendenti; nei primi nove mesi ha fatturato 494 milioni e ha conseguito un utile netto di 116,8 milioni. Diasorin è presieduta da Gustavo Denegri, che ne è anche il socio di controllo, con il 57% del capitale. Amministratore delegato è Carlo Rosa, secondo maggior azionista con la quota del 10,7%.
A fronte di questa notizia positiva, va registrato che oggi tre quotate piemontesi si sono trovate tra le prime dieci con i maggiori ribassi in assoluto. La M&C di Carlo De Benedetti ha perso il 7,89% (ha fatto peggio unicamente la Visibilia Editore della cuneese Daniela Santanchè con il suo – 8,32%); il prezzo della Bim è sceso del 5,73 a 0,01876 euro (nuovo minimo storico) e quello della biellese Cdr Advance Capital a 0,74 euro (-4,88%).
Comunque, ribassi superiori all'1,37% del Ftse Mib sono stati denunciati anche da Buzzi Unicem (-2,18%), Exor (-1,45%), Fca (-1,97%), Intesa Sanpaolo (-2,3%), Juventus (-2,4%), Prima Industrie (-1,87%), Sias (-1,84%) e Tinexta (-1,81%).

Top manager: John Elkann perde il podio Gros-Pietro guadagna cinque posizioni

John Elkann con Andrea Agnelli
Meno piemontese il podio nazionale della “Top Manager Reputation” di novembre, la classifica mensile relativa alla reputazione web dei cento soggetti apicali delle principali imprese attive in Italia. Urbano Cairo ha mantenuto il primo posto; ma John Elkann ha perso il terzo, che invece aveva conquistato in ottobre.
Nel mese appena passato, infatti, Top Manager ha attribuito la medaglia d'oro della reputazione all'alessandrino Urbano Cairo, numero uno di Rcs Mediagroup e della Cairo Communication, società entrambe quotate alla Borsa di Milano, oltre che patron del Torino Calcio. Il punteggio di Urbano Cairo è stato di 77,2, inferiore agli 80,2 punti ottenuti in ottobre, ma ancora 8,8 in più di quelli assegnati a Francesco Starace (Enel), secondo in classifica e 12,9 in più di Claudio Descalzi (Eni), che ha sottratto il terzo gradino del podio a John Elkann, sceso al quarto posto.
A John Elkann, presidente e amministratore delegato di Exor, la holding degli eredi di Giovanni Agnelli, che controlla anche Fca Fiat Chrysler Automobiles, Ferrari, Cnh Industrial e la Juventus, sono stati dati 61,9 punti, a fronte dei 64,3 punti precedenti, sufficienti comunque a restare davanti a Carlo Messina, l'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo.
Carlo Messina è rimasto quinto, però ha guadagnato ancora punti, che sono stati 61,3, mentre erano 57,5 in ottobre e un po' meno in settembre, quando era finito sesto.
Di nuovo quindicesimo in graduatoria si è confermato Andrea Agnelli, il presidente della Juventus, con 51,1 punti (51,2 in ottobre e 1,6 in meno rispetto a settembre, quando aveva conquistato, di colpo, la dodicesima posizione, grazie anche al “colpaccio” dell'acquisto di Cristiano Ronaldo e del conseguente balzo del valore della società bianconera, la cui capitalizzazione ha subito superato il miliardo di euro.
Gian Maria Gros-Pietro
Altri top manager riferibili, per varie ragioni, al Piemonte che figurano nella classifica dei primi cento per reputazione web sono: Mike Manley, neo amministratore delegato di Fca, trentaquattresimo con 48,1 punti (in ottobre era trentaduesimo con 47,9 punti); Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo e, fra l'altro, di Astm Autostrada Torino Milano, trentasettesimo con 47,4 punti. Gian Maria Gros-Pietro, ha guadagnato cinque posizioni rispetto a ottobre, quando ha avuto 46,6 punti.
Invece, di posizioni ne ha perse sette Gabriele Galateri di Genola, presidente delle Generali, sceso così al cinquantasettesimo posto con 44,5 punti, contro i 44,8 della novarese Catia Bastioli, presidente di Terna, che l'ha di nuovo scavalcato e si è ripiazzata cinquantatreesima.
In classifica sono calati anche Lapo Civiletti (Ferrero) settantaduesimo con 40,3 punti (in ottobre era finito sessantottesimo) e Rodolfo De Benedetti, leader del gruppo Cofide-Cir, ottantasettesimo con 37,5 punti, mentre era ottantacinquesimo nel mese precedente.
La graduatoria Top Manager Reputation comprende le prime cento figure apicali delle imprese attive in Italia e viene redatta distinguendo la reputazione, istantanea e storica, derivante dall'immagine percepita, dalla presenza digitale e, fra l'altro, dall'impatto reputazionale dalla semplice notorietà.

NOTIZIE PIEMONTESI IN BREVE

AUTOSTRADE, PIU' CAMION MENO AUTO
Più camion e meno auto, sulle autostrade piemontesi. E' quanto emerge dall'ultima relazione della Sias, la società del gruppo Gavio che controlla le concessionarie della A4 (Torino-Milano), A21 (Torino-Piacenza), A5 (Quincinetto-Aosta), A6 (Torino-Savona) e A21 (Asti-Cuneo). Infatti, nei primi nove mesi 2018, il traffico dei mezzi pesanti è aumentato su tutte queste tratte, mentre quello dei veicoli leggeri è cresciuto solo sulla A4 (+0,88% rispetto allo stesso periodo 2017) e sulla A21 (+1,22%).
Dall'inizio di gennaio al 30 settembre, i veicoli pesanti hanno percorso 438milioni di km sulla A4 (+3,55%), 504 milioni di km sulla A21 (+1,09%), 60 milioni di km sulla A5 (+1,42%), 128 milioni di km sulla A6 (+2,8%) e 28 milioni di Km sulla A33 (+4,25%).
Il traffico di tutti i mezzi è aumentato dell'1,5% sulla Torino-Milano (1,707 miliardi di km) e dell'1,95% sulla Asti-Cuneo (114 milioni di km); mentre si è ridotto dello 0,98% sulla Torino-Piacenza (1,525 miliardi di Km), dell'1,66% sulla Quincinetto-Aosta (272 milioni di Km) e dello 0,64% sulla Torino-Savona (737 milioni di km).

GRAN FRENATA DELLA PRODUZIONE AUTOMOTIVE
Gran frenata dell'industria automotive (costruzione di vetture, furgoni, camion, bus, carrozzerie, rimorchi, componentistica e accessori, pneumatici esclusi, realizzata in Piemonte in non poca parte) nel terzo trimestre di quest'anno. La produzione del settore è diminuita del 5,9% in luglio, del 5,5% in agosto e del 4,4% in settembre.
In particolare, le autovetture fabbricate sono state quasi 60.000 in settembre (-8% rispetto allo stesso mese del 2017) e quasi 530.000 nei primi nove mesi (-6%). Quanto all'insieme degli autoveicoli, dall'inizio di gennaio al 30 settembre, dagli stabilimenti italiani ne sono usciti oltre 825.000, il 4% in meno. Il 57% delle vetture è finito all'estero, quota che sale al 65% aggiungendo veicoli commerciali e industriali.
Nell'intero 2017, in Italia sono state fabbricate 742.642 vetture: 349.499 Fiat, 179.883 Jeep, 147.245 Alfa Romeo, 53.125 Maserati, 8.956 Ferrari e 3.934 Lamborghini (gruppo Volkswagen). Il 56% è stato esportato. La Fiat ha fabbricato anche 181.429 veicoli commerciali e mezzi di questo tipo, nelle diverse fabbriche italiane, ne hanno prodotti 128.588 il gruppo Psa (Peugeot-Citroen), 18.342 Iveco e 3.753 la Piaggio.

AEROPORTO CASELLE TREDICESIMO PER CARGO
Il “Sandro Pertini”, l'aeroporto di Torino-Caselle, sta perdendo non soltanto passeggeri e movimenti – somma di voli in partenza e in arrivo – ma anche volumi di merci trasportate con cargo. Infatti, in ottobre sono risultate 485,3 le tonnellate di merci per la cui movimentazione è stato utilizzato lo scalo del capoluogo piemontese. Rispetto allo stesso mese dell'anno scorso, il calo è stato del 29,5%; mentre, a livello nazionale, il traffico aereo di merci è aumentato dello 0,8%, ammontando a 103.547 tonnellate, e, fra l'altro, del 39,3% al “Cristoforo Colombo” di Genova, penalizzata dal tragico crollo del ponte Morandi.
Così, quello di Torino è finito al tredicesimo posto nella graduatoria nazionale degli aeroporti per il trasporto di merci in ottobre. Preceduto anche dagli scali di Catania (567 tonnellate), Ancona (594) e Taranto-Grottaglie (613).
Quanto ai passeggeri che hanno utilizzato il “Sandro Pertini” in ottobre, Assaeroporti, l'associazione dei gestori degli scali italiani, ne ha registrati 347.013 (-0,2% rispetto allo stesso mese 2017), pari al 2,1% dei 16.530.877 imbarcati o sbarcati a livello nazionale. I voli sono stati 3.929 (-6,6%), a fronte dei 141.444 contati in tutto il Paese in ottobre (+4,3%).