I Fondi comuni con meno titoli di Stato agli stranieri il 30,3% del debito pubblico

I portafogli dei fondi comuni aperti di diritto italiano hanno fatto registrare, in ottobre, una nuova perdita di peso dei titoli di Stato e delle azioni. Il fenomeno emerge dall'ultima rilevazione della Banca d'Italia. Il valore dei titoli di Stato posseduti dai fondi comuni d'investimento di diritto italiano alla fine di ottobre era di 50,613 miliardi di euro, 2,036 miliardi in meno rispetto al 30 settembre. E il valore delle azioni in portafoglio è sceso a 39,309 miliardi dai 41,380 miliardi registrati a fine settembre.
In particolare, per quanto riguarda i titoli di debito delle Amministrazioni pubbliche, la disaggregazione dei dati consente di scoprire che il peso dei Btp posseduti dai fondi comuni di diritto italiano è sceso dai 38,230 miliardi del 30 settembre ai 36,865 miliardi del 31 ottobre e quello dei Bot da 8,015 a 7,650 miliardi. In calo anche il valore dei Cct, da 2,343 a 2,019 miliardi; mentre è rimasto stabile sui 3,7 miliardi quello dei Ctz.
E' diminiuito, inoltre, il valore delle quote dei fondi in portafoglio, da 62,558 a 60,200 miliardi; invece, è cresciuto quello delle altre attività finanziarie possedute, da 52,036 a 58,567 miliardi. Ecco perchè il valore totale delle attività dei fondi comuni di diritto italiano alla fine di ottobre è rimasto sostanziamente uguale rispetto al mese prima: 305,7 miliardi, un centinaio di milioni in meno.
Nel terzo trimestre, la raccolta netta dei fondi comuni di diritto italiano è risulta negativa per quasi 1,7 miliardi (differenza tra il valore dei riscatti e quello delle nuove sottoscrizioni) mentre è stata positiva per 447 milioni la raccolta netta dei fondi comuni di diritto estero.
Ancora a proposito dei titoli di debito delle Amministrazioni pubbliche, Banca d'Italia ha comunicato che in ottobre sono ne sono stati emessi per 36,303 miliardi, la metà dei quali sotto forma di Btp (per la precsione 18,007 miliardi), mentre sono stati emessi Bot per 12 miliardi, Ctz per 3,9, Cct per 1,250 e Btp indicizzati per 1,146.
Al 31 ottobre, pertanto, la consistenza dei titoli di debito delle Amministrazioni pubbliche era pari a 1.984,169 miliardi, dei quali 1.409,288 rappresentati da Btp, 208,516 da Btp indicizzati, 139,346 da Cct, 1127,863 da Bot 55,615 da Ctz e 17,857 da titoli delle Amministrazioni locali.
L'intero debito pubblico italiano al 31 ottobre è risultato di 2.334,401 miliardi, mentre ammontava a 2.331,245 miliardi al 30 settembre, quando gli stranieri ( i “non residenti” come li definisce Banca d'Italia) ne possedevano poco meno del 30,3%, quota corrispondente a 705,812 miliardi.

Tutti i record della Fonti di Vinadio Spa

Alberto Bertone, numero 1 della Fonti di Vinadio
E’ una delle acque più amate dagli italiani, una delle poche che sta incrementando le vendite in un mercato – quello delle acque minerali confezionate – che negli ultimi mesi è rallentato. L’acqua Sant’Anna di Vinadio, prodotta dall’azienda piemontese Fonti di Vinadio, fondata appena dieci anni fa e già tra le grandi realtà del Food&Beverage italiano, vanta anche un recente e particolare record: in occasione del Black Friday di Amazon, è stato il prodotto di largo consumo più ordinato su Prime Now. La definitiva affermazione di un marchio 100% italiano, gestito da un’azienda familiare in un contesto dominato dalle grandi multinazionali”.
Incomincia così l'articolo che First&Food, portale di enogastronomia e dell'eccellenza agro-alimentare edito da Firstonline, ha dedicato alla Sant'Anna di Vinadio.
La scommessa vincente – continua First&Food, nuova creatura di Ernesto Auci e Franco Locatelli, fondatori e guide dell'autorevole e indipendente giornale web - è infatti opera della famiglia Bertone, che negli anni Cinquanta però si occupava di tutt’altro: edilizia. Il pioniere è stato Giuseppe Bertone, scomparso nel 2008, che, partito da Rifreddo, un piccolo paese nella provincia di Cuneo, è riuscito negli anni a creare un vero e proprio gruppo specializzato nell’edilizia residenziale, che dalla provincia di Torino si è via via ampliato al basso Piemonte, alla Liguria, alla Costa Azzurra. Negli anni ’90 scendono in campo anche i figli Fabrizio e Alberto, che si lanciano su un mercato completamente diverso: quello dell’acqua minerale”.
La fonte individuata è quella appunto di Vinadio, nel Cuneese, dove le sorgenti scorrono di fianco al santuario più alto d’Europa, dedicato a Sant’Anna, protettrice delle mamme. La fama di questa acqua risale al Cinquecento, grazie ai racconti delle migliaia di pellegrini che frequentavano il santuario, a oltre 2.000 metri di altitudine: famosa per i suoi valori di leggerezza (ha un residuo fisso bassissimo, a 22,0 mg/l), è indicata per neonati e per diete povere di sodio. Ed è garantita grazie a un impianto all’avanguardia, che sorge a 1.000 metri di altitudine, al confine con la Francia: un gioiello hi-tech, costruito secondo i principi della bio-architettura e della bio-edilizia.
E ultra-produttivo; infatti, Fonti di Vinadio Spa può vantare il più grande impianto produttivo al mondo, con 13 linee di imbottigliamento per l’acqua. Le tre più recenti producono fino a 54.000 bottiglie ogni ora (sono le più grandi al mondo) e sono in grado di lavorare tutti i formati, dal mezzo litro ai due litri: un’impresa tecnologica davvero complessa, sviluppata ad hoc con il leader del settore. Gli investimenti in corso permetteranno alla capacità produttiva globale dello stabilimento di arrivare ad un potenziale di circa tre miliardi di bottiglie/anno.
I risultati sono conseguenti: il gruppo ha chiuso il 2017 con un fatturato di circa 300 milioni di euro e vendite di un miliardo di bottiglie di acqua minerale, oltre che di 100 milioni di bicchierini di the freddo e nettari di frutta. E c’è un dato, che rende l’idea della diffusione di un’acqua ormai familiare nelle case degli italiani: nei primi anni di attività Fonti di Vinadio Spa vendeva tante bottiglie quanti sono gli italiani (50-60 milioni l’anno), mentre oggi le bottiglie vendute in un anno sono addirittura tante quanti tutti gli abitanti d’Europa, ovvero centinaia di milioni.

Fondazione Crc: ecco i Comuni cuneesi premiati per l'alto livello di "smartness"


Giandomenico Genta, presidente Fondazione Crc
La provincia di Cuneo presenta un livello di smartness (la capacità di adattarsi e rinnovarsi attraverso l’intelligenza di tutti i suoi attori) diffuso e in sensibile crescita. E' quanto emerge dal rapporto “Premio Comune Smart 2018”, presentato oggi, 14 dicembre, dalla locale Fondazione Crc, in seguito alla mappatura promossa dal Centro Studi e Innovazione della stessa Fondazione e realizzata , tra maggio e settembre scorsi, con la collaborazione di Giorgio Gallo, esperto di innovazione.
L’analisi ha coinvolto i 250 comuni della provincia di Cuneo, attraverso un questionario online che ha valutato, a due anni di distanza, le variazioni rispetto alla situazione mappata dal Quaderno 32 della Fondazione Crc “Granda e Smart. Esperienze smart in provincia di Cuneo”, pubblicato a luglio 2017.
I comuni sono stati suddivisi in cinque fasce in base alla popolazione: i comuni maggiori (con popolazione superiore ai 15 mila abitanti), i grandi (popolazione tra i 9 mila e i 15 mila), i medi (popolazione tra 4.500 e 9 mila), i piccoli (popolazione tra 1.000 e 4.500 abitanti) e i molto piccoli (popolazione inferiore a 1.000 abitanti).
Dai dati forniti dai 177 Comuni che hanno risposto al questionario emerge l’evoluzione realizzata in questi due anni in provincia di Cuneo e vengono sottolineati tre ingredienti fondamentali che potrebbero ulteriormente favorire l’evoluzione della provincia in chiave smart: diffusione della cultura dell’innovazione, del digitale e della smartness; diffusione di capacità e competenze progettuali; comunicazione e condivisione delle esperienze realizzate e replicabilità delle buone pratiche.
Proprio per dare evidenza ai risultati più significativi prodotti dai Comuni dal 2016 a oggi e per stimolare le Amministrazioni comunali nella direzione di uno sforzo condiviso sul tema della smartness, a conclusione della giornata è stato consegnato il Premio Comune Smart 2018, promosso dalla Fondazione Crc con il patrocinio di Anci e Uncem, alle diverse categorie.
Primi quattro classificati i Comuni di Cuneo (per i Comuni maggiori), Dronero (per i Comuni grandi e medi), Beinette (per i Comuni piccoli) e Niella Belbo (per i Comuni molto piccoli); tra i primi tre, per la categoria Comuni grandi e medi, i Comuni di Cavallermaggiore e Verzuolo; tra i primi sette, per la categoria Comuni piccoli: Castagnito, Frabosa Sottana, La Morra, Roccaforte Mondovì, Roccavione e Roddi; tra i primi nove, per la categoria Comuni molto piccoli: Bergolo, Lequio Berria, Moiola, Montaldo di Mondovì, Nucetto, Ostana, Serralunga d’Alba, Villanova Solaro.
Infine, sono state assegnate cinque menzioni particolari, su alcuni ambiti individuati, per iniziative particolarmente interessanti, anche in una logica di diffusione di buone pratiche ai Comuni di Alba (ambito Mobility), Bernezzo (ambito People), Borgo San Dalmazzo (ambito Energy), Mondovì (ambito Culture) e Novello (ambito Economy).
“La mappatura che ora mettiamo a disposizione di tutti ha raccolto tanti spunti su temi diversi e di grande interesse. Siamo sicuri che queste sollecitazioni sapranno essere di stimolo per le amministrazioni pubbliche, per far sì che la provincia di Cuneo possa diventare un territorio smart riconosciuto a livello nazionale” ha commentato Giandomenico Genta, presidente della Fondazione Crc.
“Diventare smart non è semplicemente una questione tecnica, ma un problema sociale, culturale e politico” ha commentato Aldo Bonomi, sociologo, aggiungendo che “Il punto oggi non è fare di Cuneo una smart city, ma il nodo di rete della smart land, per promuovere un benessere equo e sostenibile di tutta la provincia Granda. Questo territorio è un laboratorio di innovazione, dove si può sperimentare un nuovo modello di sviluppo”.

Piemonte, nel 2017 tolte dalla circolazione 12.882 banconote false (per 528.140 euro)

Che la crisi economica a Torino e in Piemonte sia più grave che altrove lo conferma anche un fatto curioso: l'anno scorso, il numero delle banconote da 20 euro sequestrate e/o ritirate dalla circolazione per sospetta contraffazione è stato più alto di quelle false da 50 euro, a differenza dell'Italia nel suo insieme. Anche i falsari sanno che nella regione subalpina è meno difficile spacciare tagli da 20 euro, perché è più alta l'attenzione verso le banconote da 50, date le minori disponibilità finanziarie e, perciò, la maggiore cura del denaro.
In provincia di Torino, sono state 4.280 le banconote da 20 euro tolte di circolazione, nel 2017, perché ritenute false, a fronte delle 2.625 da 50 euro. In tutt'Italia, invece, sono state 71.649 le banconote da 50 euro sequestrate e/o ritirate e 69.120 quelle da 20 euro.
Come a Torino, è successo in tutte le altre province piemontesi: ad Alessandria 658 le banconote false da 20 euro tolte dalla circolazione contro le 386 da 50 euro, a Cuneo rispettivamente 681 e 287, a Novara 622 e 301, ad Asti 265 e 168, a Vercelli 249 e 142, nel Verbano-Cusio-Ossola 185 e 126, nel Biellese 169 e 83.
A livello regionale, le banconote dei diversi tagli sequestrate e/o ritirate nel 2017 sono state complessivamente 12.882, delle quali 7.109 da venti euro, 4.118 da cinquanta euro, 1.175 da cento euro, 188 da dieci euro, 116 da cinque euro, 93 da duecento euro e ottantatré da 500 euro. Per un controvalore totale di 528.140 euro, a fronte dei 605.640 euro del 2016, quando erano state eliminate 13.072 banconote. Cifre tutte inferiori a quelle del biennio precedente. 
Dalla disaggregazione dei dati pubblicati dal Mef, il ministero dell'Economia e delle Finanze, fra l'altro, si ricava il numero delle banconote tolte dalla circolazione, l'anno scorso, in ogni singola provincia: 7.803 a Torino, 1.194 ad Alessandria,1.117 a Cuneo, 1.073 a Novara, 512 ad Asti, 466 a Vercelli, 404 a Verbania e 313 a Biella.
Rispetto al 2016, il numero delle banconote false sequestrate e/o ritirate è aumentato soltanto nelle province di Cuneo e Alessandria; mentre è diminuito in tutte le altre.
Il progressivo contenimento del fenomeno della sospetta contraffazione di banconote e monete è nazionale, come risulta dall’ultimo Rapporto sulla falsificazione dell’euro, curato dall’Ufficio Centrale Antifrode dei Mezzi di Pagamento, presso la Direzione V del Dipartimento del Tesoro competente per l’antiriciclaggio e, in generale, la prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario per fini illegali.
A conferma che il calo del 2017 è sostanziale e non dovuto a fenomeni occasionali, il Rapporto osserva che, relativamente alle banconote, le incidenze dei sospetti di frode sono in calo per valore, sia rispetto alla popolazione italiana (-3%) sia rispetto all’ammontare di banconote totali circolanti in Italia (-7%).
Comunque, nel 2017, nel Paese, sono state sequestrate 163.114 banconote sospette false, il 4% in meno rispetto ai dati consolidati del 2016 e 92.191 monete metalliche, in questo caso, il 43% in più, aumento che però è interamente riconducibile a un unico, importante sequestro, avvenuto, prima ancora della messa in circolazione del denaro, nella provincia di Prato e che ha interessato 27.982 pezzi di monete da 2 euro.
Per le banconote, in termini di valore nominale complessivo, sono state oggetto di sequestro prima della circolazione e/o di ritiro durante la circolazione circa sette milioni di euro (-9% rispetto al 2016), mentre per le monete, sempre a causa dell’episodio citato, il valore nominale complessivo di sospetto falso è stato di circa 148 mila euro (+64% rispetto al 2016).
Dal Rapporto del Mef, fra l'altro, emerge che il Piemonte è al quinto posto nella graduatoria delle regioni per numero e importo di banconote sequestrate o ritirate dalla circolazione in quanto sospette di contraffazione; al primo si trova la Lombardia, seguita, nell'ordine, da Lazio, Veneto e Toscana. 

Equiter investe tre milioni del Fondo Rif puntando su un'azienda di stampanti 3D

Carla Ferrari, presidente di Equiter
La torinese Equiter, investitore e advisor nel settore delle infrastrutture e dell’innovazione a sostegno delle economie locali (azionisti sono Compagnia di San Paolo, Fondazione Crt, Fondazione Crc di Cuneo e Intesa Sanpaolo) ha realizzato il primo investimento del Fondo Rif, dedicato alla ricerca e all’innovazione nelle regioni del Mezzogiorno, nell'ambito del Programma operativo nazionale (Pon) Ricerca e Innovazione 2014-2020.
Il Fondo Rif ha investito, sotto forma di equity e quasi equity, tre milioni di euro nella Roboze, azienda di Bari che opera nel settore delle stampanti 3D con la tecnologia del Fused Deposition Modelling. Il progetto di Roboze è stato valutato e approvato da Equiter, selezionata nel dicembre 2017 dalla Banca Europea per gli Investimenti (Bei) per la gestione di 124 milioni di euro destinati dal Miur (ministero dell'istruzione, università e ricerca) all’azione II.3 “Progetti di ricerca su tecnologie abilitanti”.
Carla Ferrari, presidente di Equiter, ha sottolioneato che “oltre all’investimento in Roboze, nei primi otto mesi di operatività del Fondo Rif, il team di Equiter ha vagliato circa 100 progetti di ricerca e innovazione presentati da potenziali beneficiari che operano sia nel Sud che nel resto d’Italia. È la conferma che lo strumento del Fondo è particolarmente efficace per offrire sostegno finanziario ai progetti innovativi”.
“Considerato il forte interesse che il Fondo sta riscontrando sul mercato a livello nazionale – ha aggiunto Carla Ferrari - si presenta l’opportunità di allargare l’ambito di intervento anche nelle regioni complementari a quelle oggetto del Pon attraverso la raccolta di ulteriori risorse presso investitori istituzionali interessati allo sviluppo della ricerca e dell’innovazione.”
Il fondatore di Roboze, Alessio Lorusso - 28enne inserito da Forbes nella lista "30 under 30 Europe Industry" dei giovani imprenditori più innovativi d'Europa e premiato quest’anno Imprenditore dell’anno Ernst & Young nella categoria Startup, ha sottolineato: “con l’intervento del fondo Rif svilupperemo la nuova linea di stampanti , che permetterà la stampa di materiali ad alta temperatura a matrice termoplastica rinforzata con fibra di carbonio (e non solo), che potranno essere utilizzate per la realizzazione di componenti strutturali in applicazioni a estreme performance meccaniche e termiche come Aerospazio, Difesa e Motorsport. L’obiettivo di Roboze è diventare market leader nel settore stampa 3D “.
Equiter seleziona, struttura, realizza e gestisce investimenti in capitale di rischio finalizzati allo sviluppo socio-economico dei territori in cui opera. Svolge attività di investimento diretto e indiretto in infrastrutture, in progetti di rigenerazione urbana, di ricerca e innovazione e attività di consulenza per la gestione di fondi chiusi di investimento, di fondi comunitari e per la promozione di progetti di rigenerazione territoriale. A fine 2017 il patrimonio gestito supera gli 800 milioni di euro tra risorse gestite direttamente e fondi di terzi per i quali Equiter svolge il ruolo di consulente.

Dalla Compagnia San Paolo 900.000 euro per i patrimoni artistici di Confraternite

Si è concluso il bando di restauro 2018 “I Patrimoni artistici delle Confraternite – I beni immobili”, dedicato alle iniziative di restauro su beni immobili di Confraternite in Piemonte e Liguria. Bando promosso dalla Compagnia di San Paolo con l’obbiettivo di contribuire, attraverso il restauro di questo particolare tipo di patrimonio architettonico, sia alla salvaguardia e alla valorizzazione di tali beni, sia alla conoscenza della storia delle Confraternite e della rilevanza del loro ruolo in ambito culturale e sociale.
Hanno aderito al bando 94 enti e sono risultati selezionati 22 progetti, per i quali la Compagnia ha stanziato complessivamente 900.000 euro. In considerazione dell’elevato numero delle iniziative proposte di grande qualità, la Compagnia di San Paolo si riserva di valutare. nel corso del 2019, la destinazione di ulteriori fondi a favore di altri progetti non compresi nella selezione 2018 e risultati meritevoli di sostegno.
Ecco l'elenco dei tredici vincitori in Piemonte:
Confraternita di Santa Croce detta dei “Battuti Bianchi” - Cavallermaggiore (CN) Chiesa di Santa Croce: restauro dell’apparato decorativo delle pareti interne (65.000 euro); Confraternita del SS. Nome di Gesù – Moncalieri (TO) Confraternita del SS. Nome di Gesù: restauro delle superfici decorate del presbiterio (45.000); Parrocchia Natività di Maria Vergine – Arona (NO) Chiesa di Santa Maria di Loreto detta Santa Marta: restauro degli intonaci interni e del coro ligneo (70.000): Parrocchia SS. Giacomo e Cristoforo – Malesco (VB) Chiesa Confraternita di Santa Marta in Craveggia: restauro della copertura (70.000);
Confraternita della Santissima Trinità – Fossano (CN) Chiesa della SS. Trinità: restauro dei dipinti murali e degli stucchi della cupola (30.000); Parrocchia San Gaudenzio – Varallo (VC) Chiesa di San Giacomo: restauro paramenti, altare, dipinto su tela, balaustra e statue (20.000); Parrocchia di San Brizio – Cossogno (VB) Chiesa di San Brizio: restauro dell’apparato decorativo della Cappella della Madonna del Rosario (25.000); Parrocchia SS. Pietro, Paolo e Antonio Abate – Boccioleto (VC) Chiesa parrocchiale SS. Pietro, Paolo e Antonio Abate: restauro dell’apparato decorativo e degli stucchi della Cappella della Madonna del Rosario (20.000)
Arcidiocesi di Vercelli Chiesa confraternale di Santo Spirito: restauro delle coperture della chiesa e del campanile (55.000); Parrocchia di San Secondo – Cortazzone (AT) Confraternita di San Rocco: restauro delle pareti interne e del portone (12.000); Confraternita della Santissima Trinità – Biella Chiesa della SS. Trinità: restauro dell’organo, della cassa e della cantoria (13.000); Confraternita di San Giovanni Decollato – Carmagnola (TO) Chiesa di San Giovanni Decollato: restauro della facciata principale e laterale (70.000); Confraternita di San Bernardino – Vercelli Chiesa Confraternita di San Bernardino: restauro della copertura (35.000).

La cuneese Santanché scende al 35,8% della Visibilia Editore sempre più araba

Daniela Santanché
La cuneese Daniela Garnero Santanché, imprenditrice, politica, personaggio ben noto, non è più azionista di maggioranza assoluta di Visibila Editore, società milanese quotata in Borsa e proprietaria di alcuni periodici, fra i quali VilleGiardiani, Ciak, Pc Professional e Visto Tv.
In seguito alla conversione di 30 obbligazioni in 14,750 milioni di nuove azioni da parte di Bracknor, finanziaria di investimenti con sede a Dubai, il capitale sociale di Visibilia Editore è diventato di 54.136.375 azioni, delle quali 19.403.041 posseduta dalla Visibilia Editore Holding di Daniela Santanchè. Pertanto, la quota della Santanchè, che resta presidente della società, è scesa al 35,84% di Visibila Editore, a fronte del 3,23% della Alevi srl e del 60,93% degli altri azionisti.
Bracknor Investment ha partecipazioni in diversi Paese e, in Italia, anche in Casta Diva e Bioera, quotate entrambe in Piazza Affari. Di Bioera è presidente la stessa Santanchè, come lo è pure di Ki Group, società torinese quotata alla Borsa di Milano.

Guala Closures punta su Scozia e whisky compra impresa di tappi per superalcolici

Marco Giovannini, presidente
Guala Closures
Guala Closures, l'impresa alessandrina di Spinetta Marengo, leader mondiale nella produzione e vendita di chiusure in plastica e alluminio per l’industria delle bevande, ha acquisito dal gruppo inglese Rpc l’intero capitale sociale di United Closures and Plastics (Ucp), produttore scozzese di chiusure specializzato, in particolare, nel settore dei superalcoolici.
Questa operazione consente al gruppo Guala Closures di ampliare la propria presenza nel mercato scozzese estendendo le attività commerciali e i processi di innovazione e produzione. Infatti, potrà consolidare la propria collaborazione con le multinazionali degli spirits che operano in Scozia e, in particolare, con quelle del whisky, uno dei segmenti più importanti nel mercato dei superalcolici. La transazione, inoltre, accelererà il processo di riorganizzazione degli assetti industriali avviato dal Gruppo nel 2018, per conseguire una maggiore efficienza produttiva.
“Dopo la conclusione delle attività corporate che hanno coinvolto Guala Closures nel 2018 e il rafforzamento della struttura patrimoniale attraverso il rifinanziamento, il Gruppo torna a focalizzare la propria attenzione sul core business, lavorando sia per supportare il trend di crescita del fatturato sia per migliorare la profittabilità e, attraverso questa, la generazione di cassa” ha sottolineato Marco Giovannini, presidente e azionista del Gruppo.
Ucp è, da sempre, fornitore dei brands Johnnie Walker Red e Black, vantando rapporti consolidati con altre grandi marche quali Buchanan’s, Beefeater e Captain Morgan. Con circa 330 dipendenti, Ucp è in grado di produrre annualmente circa 1,3 miliardi di pezzi, di cui 1,2 miliardi di chiusure e 0,1 miliardi di flaconi in pet, grazie allo stabilimento di Bridge of Allan, nelle vicinanze di Edimburgo, oggetto della transazione. Quest'anno i suoi ricavi ammontano a 44,8 milioni di sterline ( +9,3% rispetto ai 40,9 milioni dell’esercizio precedente) e il suo mol risulta di 3,5 milioni.
Il closing dell’operazione è avvenuto il 12 dicembre e l’impegno finanziario di 17,8 milioni di sterline è stato finanziato, per un importo pari a 10 milioni, attraverso la rcf multicurrency a disposizione del Gruppo, non ancora utilizzata e, per l’ammontare residuo, attraverso l’impiego di parte delle disponibilità di cassa.

Borsa, nel giorno della ripresa (+1,9%) Italia Independent al minimo storico

Lapo Elkann, azionista di controllo
e presidente di Italia Independent
Colpo di reni della Borsa, oggi, 12 dicembre. Piazza Affari ha beneficiato del calo dello spread, delle voci di un avvicinamento tra Ue e Governo italiano per un accordo sul deficit e di alcuni fattori positivi internazionali, a partire da un raffreddamento della guerra sui dazi. Sta di fatto che l'indice Ftse Mib, che rappresenta le 40 azioni principali trattate, ha chiuso con l'aumento dell'1,91%, a quasi 19.000 punti.
Il segno più, però, non ha riguardato tutte le quotate piemontesi. Infatti, hanno denunciato perdite di valore, rispetto a ieri, Italia Independent (-8,93%), Fidia (-5,56%), Cdr Advance Capital (-3,67%), Damiani (-3,53%), Bim (-1,3%), Cover50 (-1,22%) e Basicnet (-0,11%).
L'ultimo prezzo dell'azione Italia Independent, la società torinese controllata da Lapo Elkann e partecipata dal fratello John, è stato di 2,55 euro, che rappresenta il suo nuovo minimo storico. Fra l'altro, Italia Independent è stata sospesa per eccesso di ribasso. Il punto più basso è stato toccato anche dal titolo Bim, che ha chiuso a 0,1668 euro.
Incrementi superiori a quello dell'indice Ftse Mib, invece, sono stati fatti registrare da Iren (+4,84%), Reply (+4,49%), Intesa Sanpaolo (+4,08%), Tinexta (+2,44%), Pininfarina (+2,37%), Centrale del Latte d'Italia (+2,25%), Astm (+2,14%), Italgas (+2,03%), Exor (+1,98%) e Fca Fiat Chrysler Automobiles (+1,96%).

Reale Group in accelerazione e si rafforza nel 2018 polizze per oltre cinque miliardi

Luigi Lana, presidente di Reale Mutua
«Sono molto soddisfatto per i risultati ottenuti e di come siano state gestite le operazioni di integrazione delle compagnie Uniqa in Reale Group e di avvio dell’attività in Cile. Abbiamo la garanzia di avvalerci nel Gruppo di persone di grande qualità, che hanno rispetto per tutti i nostri Soci/Assicurati, e la sicurezza di aver ben strutturato i presidi di controllo. Tutto ciò nel rispetto dei principi mutualistici, che, da 190 anni, guidano la nostra Società e che dimostrano di continuare a essere più che validi anche nell’attuale contesto».
Così Luigi Lana, presidente di Reale Mutua, si è espresso dopo l'assemblea dei Delegati della Società Reale Mutua di Assicurazioni, da lui presieduta per la prima volta, in seguito alla sua elezione al vertice della storica Compagnia torinese, dove è subentrato al mitico Iti Mihalich. Assemblea che, ieri, 11 dicembre, ha esaminato il preconsuntivo 2018 e ha approvato il bilancio preventivo 2019 con i benefici di mutualità.
L’esercizio in chiusura ha visto Reale Group impegnato nel percorso di integrazione delle società Uniqa Assicurazioni, Uniqa Previdenza e Uniqa Life che, acquisite nel 2017, a fine anno saranno incorporate in Italiana Assicurazioni, con ciò permettendo di creare sinergie tra il modello distributivo di Italiana, caratterizzato da una rete di vendita agenziale di tipo tradizionale, e quello di Uniqa, forte dei positivi rapporti consolidati con i promotori finanziari.
Il Gruppo Reale si avvia chiudere il 2018 con una raccolta premi superiore ai cinque miliardi di euro (+12,1% rispetto al 2017) e con un miglioramento di oltre 3 p.p. del combined ratio Danni. L’utile del 2018 risulterà pari a 120,6 milioni (147,5 milioni nel 2017), con risultati positivi in tutte le società del Gruppo, fatta eccezione per Reale Chile, ancora in fase di “start up”. L’indice di solvibilità, calcolato con il Modello Interno Parziale, ammonta al 303%, valore tra i più elevati in Europa.
Per il 2019 sono previsti premi in crescita (+1,6%), un ulteriore miglioramento del combined ratio Danni (-1 p.p.), un utile di € 126,7 milioni, nonché un rafforzamento del patrimonio netto e dell’indice di solvibilità, che è stimato in aumento al 310%.
In particolare, Reale Mutua nel 2018 evidenzia una redditività tecnica nel complesso positiva, con una crescita dell’1,8% dei premi di lavoro diretto (2,3 miliardi circa), con sostanziale stabilità nei rami Vita e sviluppo sostenuto nei rami Danni (+2,9%), trainato sia dalla componente non Auto (+2,0%) sia da quella Auto (+4,3%), e un combined ratio Danni in netto miglioramento al 95,3%, contro il 98,1% del 2017. L’utile di esercizio del 2018, calcolato secondo i principi contabili nazionali, è in aumento a 93,0 milioni, contro € 70,7 milioni del 2017. Il risultato di esercizio, determinato utilizzando i principi contabili internazionali, sale a 122,2 milioni (69,4 milioni a consuntivo 2017) e l’indice di solvibilità, calcolato con il Modello Interno Parziale, ammonta al 370%, confermandosi anche per la Capogruppo tra i più elevati a livello europeo.
Per il 2019 i premi di lavoro diretto sono attesi in crescita dell’1,2%, con sviluppo sia nei rami Vita (+1,0%) sia nei rami Danni (+1,3%), questi ultimi sospinti dalla componente non Auto, con un +1,8%, e da quella Auto, con un +0,4%. Il combined ratio Danni dovrebbe scendere di quasi un punto percentuale, attestandosi al 94,4%, a testimonianza del buon andamento tecnico della Società. Reale Mutua, se le previsioni di trend saranno confermate, chiuderà l’esercizio 2019 con un utile civilistico di 51,0 milioni (78,3 milioni, con i principi contabili internazionali) e un indice di solvibilità del 377%.
Luca Filippone, direttore generale Reale Mutua
Luca Filippone, direttore generale di Reale Mutua, ha commentato: «I risultati raggiunti nel 2018 testimoniano, ancora una volta la solidità, la resilienza e il dinamismo di un Gruppo, che, grazie alle sue persone, dipendenti e agenti, agisce con grande impegno e professionalità, in un contesto sempre più competitivo, volatile, tecnologicamente avanzato e sottoposto a normative via via più complesse”
“Nell’ultimo decennio – ha concluso Luca Filippone - Reale Group si è significativamente rafforzato, in termini di dimensioni, diversificazione geografica e di business, patrimonializzazione, riuscendo a far fronte alle avversità del contesto economico e finanziario. In vista del traguardo dei due secoli di vita della nostra Mutua e forti del consolidamento raggiunto, nei prossimi anni il nostro impegno si focalizzerà su una fase di profonda trasformazione e modernizzazione del Gruppo, supportata da investimenti importanti, necessari per mantenere il nostro posizionamento competitivo sul mercato, senza intaccare i nostri valori originari, che da sempre portiamo avanti orgogliosamente».

Intesa Sanpaolo con meno titoli di Stato per redditività al terzo posto in Europa

Carlo Messina, amministratore delegato Intesa Sanpaolo
E' sceso a 74,034 miliardi di euro il valore di bilancio dei titoli di Stato italiani detenuti da Intesa Sanpaolo al 30 settembre 2018. E' la somma più bassa dal 2012 e corrisponde al 9,3% del totale dell'attivo del colosso finanziario guidato da Carlo Messina. Il dato emerge da un fresco studio di Mediobanca, che evidenzia il progressivo calo dei titoli di Stato italiani nel portafoglio di Intesa Sanpaolo, in termini sia di valore sia della loro quota sul totale dell'attivo della Banca.
Al 31 dicembre 2013, Intesa Sanpaolo possedeva titoli di Stato italiani per 103,353 miliardi, pari al 16,6% di tutto il suo attivo e sei mesi dopo questo tasso era arrivato al 17,4%, nonostante il calo del valore dei titoli a 100,258 miliardi. Da allora, l'esposizione è diminuita progressivamente sia in valore sia in percentuale dell'attivo: 93,532 miliardi e 14,5% a fine 2014, poi 88,026 miliardi e 13% esattamente un anno dopo, 75,978 miliardi e 9,5% al 31 dicembre 2017.
Delle nove grandi banche italiane esaminate da Mediobanca, al 30 settembre scorso, Intesa Sanpaolo è risultata prima per valore di titoli di Stato italiano in portafoglio, ma quarta per la percentuale sull'attivo totale. Quote superiori sono state evidenziate dalla Popolare di Sondrio (20,3%, pari a 8,462 miliardi di euro), dalla Popolare di Milano (14%, pari a 18,546 miliardi) e dal Banco Bpm (11,1%, pari a 18,2 miliardi).
Un altro dato significativo che si trova nello studio di Mediobanca, appena pubblicato, è quello relativo alla redditività (roe) delle principali banche europee, a partire dal 2015.
Con un roe medio annuo dell'11,8% Intesa Sanpaolo ha conquistato il terzo posto, la medaglia di bronzo. Meglio hanno fatto soltanto due banche del Nord Europa: Danske Bank con il 12,3% e Nordea con il 12%. Intesa Sanpaolo ha battuto anche l'olandese Ing Group (10,4%), la spagnola Bbva (8,9%), la svizzera Ubs (8,5%) e la francese Bnp Paribas (8,3%).
Il risultato dell'istituto presieduto dal torinese Gian Maria Gros-Pietro e con la Compagnia di San Paolo ancora maggior azionista, assume un significato ancora maggiore se si considera che Deutsche Bank ha denunciato una redditività negativa dell'1,6% e il Crédit Suisse dello 0,8%, l'inglese Rbs non ha guadagnato nulla e il roe della Barclays è stato dello 0,2%. E di poco superiore all'1% è stata la redditività di Unicredit (1,1%) come di Commerzbank (1,3%).

Il premio di Alba a Giandomenico Genta per il sostegno della Fondazione Crc

Giandomenico Genta premiato dalla Famija Albeisa 
Sabato 8 dicembre, la Famija Albeisa ha consegnato a Giandomenico Genta, presidente della Fondazione Crc, l’attestato di socio onorario 2018, per l’attenzione e la vicinanza che la Fondazione cuneese ha dimostrato nei confronti del territorio albese in questi anni. Inoltre, è stato presentato, in anteprima, il cortometraggio “Dalla Malora all’Unesco”, realizzato da Bruno Murialdo, Marcello Pasquero e Daniele Ferrero, con la consulenza storiografica di Luigi Cabutto.
Il video intende lanciare il progetto “Uomini e saperi per una custodia di immagini e racconti sulle colline Unesco” che, anche con il sostegno della Fondazione Crc, sta raccogliendo le testimonianze di coloro che hanno contribuito personalmente a trasformare le Langhe e il Roero da territorio periferico e arretrato a zona di eccellenza, riconosciuta internazionalmente e ora anche dall’Unesco. Tra i personaggi che hanno arricchito con il loro personale contributo questo progetto ci sono i barolisti Beppe Colla, Mauro Mascarello, Gigi Rosso e Giacomo Oddero, il pasticcere Giuseppe Canobbio, la regina della gastronomia roerina Rita Cordero, le produttrici Maria Teresa Mascarello, Franca Brezza e Rosy Pio.
«Ritiro con grande piacere questo importante riconoscimento, trent'anni dopo Giacomo Oddero, primo presidente della Fondazione Crc. Un onore che conferma il sostegno sempre garantito dalla nostra istituzione a un territorio che non a caso è diventato Patrimonio Unesco» ha commentato Giandomenico Genta, presidente della Fondazione Crc.
«Sono sicuro – ha aggiunto Giandomenico Genta . che il progetto di recupero delle storie dei personaggi simbolo della Langa e del Roero potrà diventare un veicolo efficace e innovativo per farne conoscere la storia e l’evoluzione. E fin da ora confermo la disponibilità della Fondazione per organizzare nei prossimi mesi appuntamenti dedicati a farlo conoscere a un pubblico ampio e differenziato».
A sua volta, Giacomo Oddero, ha detto: «Sono contento che il sostegno della Fondazione Crca favore della Famija Albeisa continui e sia riconosciuto anche dal titolo di socio onorario al presidente Genta. La Fondazione è da sempre a fianco della Famija Albeisa, istituzione che ha saputo scrivere pagine importanti per la cultura e la difesa del patrimonio storico di Alba e delle sue colline».
«Le attività promosse dalla Famija Albeisa hanno sempre avuto un’attenzione particolare da parte della Fondazione Crc – ha ribadito Antonio Tibaldi, presidente della Famija Albeisa – Il restauro della Monumentale di San Domenico e tante altre iniziative, tra cui il progetto di recupero della memoria delle colline Unesco appena presentato, non sarebbero stati possibili senza questa sinergia».

Turismo, l'avanzata di Torino e Piemonte

Sestriere
Recentemente, l'Istat, l'istituto nazionale di statistica, ha comunicato i dati sul movimento turistico dell'anno scorso nel nostro Paese e alcuni di questi possono essere gratificanti per Torino e per il Piemonte. Uno è che Torino è entrata nella top ten dei Comuni italiani con il maggior numero di presenze negli esercizi ricettivi. A Torino, per il 2017, l'Istat ha attribuito 3.717.634 presenze negli esercizi ricettivi, numero che vale proprio la decima posizione e lo 0,5% del totale nazionale che è stato di 420,629 milioni (+4,4% rispetto al 2016).
Il comune di Torino è stato preceduto, nell'ordine, da quelli di Caorle (3.717.634), Jesolo (5.664.409), San Michele al Tagliamento (5.719.54) e Cavallino-Treporti (6.310.266), tutti e quattro della provincia di Venezia; oltre che da Rimini (7.376.990), Firenze (10.056.157), Venezia (11.685.819), Milano (11.685.819) e Roma (26.944.569, corrispondenti alla quota nazionale del 6,4%).
Altro risultato positivo, questo per l'intera regione: le presenze negli esercizi ricettivi del Piemonte l'anno scorso sono cresciute del 6,3% rispetto al 2016. Un incremento maggiore è stato registrato esclusivamente dalla Sicilia (+7,3%) e dalla Basilicata (+6,5%). Perciò, il Piemonte è salito sul podio nazionale, avendo la meglio anche sull'Emilia-Romagna (+6%), sulla Lombardia (+5,9%) e sul Veneto (+5,8%).
Non solo. Due comuni piemontesi si sono classificati tra i primi cinquanta per pressione turistica, cioè per numero di presenze negli esercizi ricettivi del posto ogni mille abitanti. Si tratta di Sestriere, quattordicesimo con il rapporto di 423.665 presenze ogni mille abitanti (le presenze effettive sono state 393.585) e di Claviere, trentunesimo con 60.981 presenze e il rapporto di 272.237. Questa graduatoria 2017 ha al primo posto Limone sul Garda con 1.012.960 presenze ogni mille residenti. Completano il podio Andalo (Trento) e Corvara in Badia (Bolzano).
L'Istat ha censito che nel 2017 l'Italia ha avuto negli esercizi alberghieri 275,1 milioni di presenze (+2,8% sul 2016) e 93,8 milioni di arrivi (+3,9%); in media, la permanenza negli alberghi è stata di 29 notti ogni dieci clienti, mentre è stata di 49 notti ogni dieci clienti negli esercizi extra-alberghieri, che hanno contato 145,5 milioni di presenze e (+7,5%) e 29,4 milioni di arrivi (+10,2%).
Per la prima volta, le presenze dei clienti stranieri (210,7 milioni, il 5,6% in più rispetto al 2016) sono risultate superiori a quelle dei clienti italiani, nonostante l'aumento del 3,2% a 210 milioni.
I dato dell'Istat confermano che l'industria del turismo pesa in modo sempre più significativo nello sviluppo del Nord Ovest ed è chiamata a promuovere e valorizzare il territorio, con le sue caratteristiche e le produzioni di eccellenza, come emerso anche dal recente convegno sul tema promosso dalle Confindustrie di Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia, insieme a Federturismo.
Fra l'altro, secondo Ires Piemonte, il settore turistico nel Nord Ovest genera annualmente un valore aggiunto pari a 14,628 miliardi di euro(3% del valore aggiunto totale) e occupa 338 mila persone.

Imprese innovative, la radiografia torinese fatta da Camera di commercio e dal "Poli"


Vincenzo Ilotte, presidente
Camera di commercio di Torino
Sono oltre 1.800 le imprese innovative torinesi e sono aumentate del 10% in un anno. Ecco uno dei risultati della quinta edizione dell’Osservatorio sulle imprese innovative della provincia di Torino, indagine realizzata dalla Camera di commercio e dal Politecnico, uno studio che rappresenta una fotografia completa sulle aziende, grandi piuttosto che Pmi o start up, che nel territorio creano e fanno business con prodotti e servizi innovativi, attraverso strategie, investimenti e modelli di business differenti.
L’innovazione torinese ha un volto e un nome in queste 1.800 aziende, di dimensioni diverse che, grazie ai loro investimenti in R&S (ricerca e sviluppo), riescono a essere competitive nei mercati nazionali e internazionali, dove il successo si gioca sulla qualità e l’affidabilità di prodotti e servizi, più che sul prezzo” ha osservato Vincenzo Ilotte, presidente della Camera di commercio di Torino.
Ilotte ha aggiunto: “In questo vivace panorama non mancano criticità importanti, che, tuttavia, possono, trasformarsi in sfide per il futuro: la scarsa consapevolezza sull’utilità dei sistemi 4.0, il ricorso limitato alla brevettazione, la difficoltà nell’accesso al credito, la necessità di risorse umane con specifiche competenze. Proprio su questi temi il nostro ente può fornire molte risposte: per questo, lanciamo il nostro Desk Start Up, un servizio completo che può aiutare l’impresa innovativa in tutti gli stadi di sviluppo, dalla start up in fase di definizione fino all’azienda già avviata che vuole continuare a crescere anche a livello internazionale”.
Il Desk Start Up della Camera di commercio di Torino mira a essere il punto di approdo per tutte le imprese innovative torinesi: dalla messa a punto dell’idea imprenditoriale, con la definizione di mercato, concorrenti e business plan, passando per l’iscrizione al Registro Imprese, fino alle opportunità di sviluppo e crescita, per esempio con la partecipazione a bandi europei, l’accesso a opportunità di alta formazione o a servizi di valutazione e management dell’innovazione. Il tutto messo gratuitamente a disposizione dell’imprenditore dall’ente camerale torinese, attraverso una serie di professionisti specializzati sul tema dell’innovazione, capaci di intervenire e offrire consulenza anche personalizzata in tutti le fasi di sviluppo dell’impresa (Informazioni e contatti su:www.to.camcom.it/deskstartup).
Le informazioni raccolte dall’Osservatorio monitorano oltre 1.800 aziende, di cui 176 inserite per la prima volta quest’anno. Le imprese devono rispondere a particolari criteri come l’appartenenza a settori high-tech, la presenza di attività brevettuale in anni recenti, l’iscrizione nella sezione speciale del Registro Imprese, la collocazione in incubatori e parchi scientifici, la partecipazione a Poli di Innovazione del Piemonte o a progetti speciali di innovazione della Camera di commercio, l’assegnazione di progetti di ricerca cofinanziati da soggetti pubblici.
Il campione - 420 imprese rispondenti - è costituito per il 48,8% da Pmi e per il 13% da startup. La maggioranza opera in settori ad intensità tecnologica media o alta, con una elevata incidenza di imprese operanti nell’Ict (22,5%). Circa il 54% opera a livello internazionale. dove i prodotti e i servizi realizzati sono soggetti a rapida evoluzione tecnologica.
Rispetto alla precedente indagine del 2014, si registra un aumento nella percentuale di imprese che ha realizzato innovazioni nei processi produttivi/operativi (dal 22,3 al 29,3%). A spiegare questa tendenza è la disponibilità delle agevolazioni fiscali previste dai piani nazionali di Impresa 4.0. lanciati nel 2016 e 2017, aspetto che spiega, inoltre, un significativo aumento nella percentuale di imprese che dichiara di aver usufruito di finanziamenti e agevolazioni pubbliche per l’innovazione (dall’8% del 2014 al 23,5% del campione attualmente esaminato).
Il 68,6% delle imprese dichiara di aver investito in ricerca e sviluppo nel biennio 2016-17, con cifre superiori a 100mila euro/anno nel 49% dei casi. L’innovazione si è concentrata sia sul miglioramento delle caratteristiche e delle prestazioni di prodotti già esistenti (60,5%), sia sull’introduzione di prodotti radicalmente innovativi (42,1%).
L’elevato livello di innovazione si riflette anche nelle caratteristiche del personale impiegato: ben il 32% degli addetti (che in circa il 50% delle imprese è inferiore alle 20 unità) si distribuisce nelle aree di sviluppo prodotto e il 37% ha un titolo di studio pari o superiore alla laurea.
Al di fuori delle grandi aziende, complessivamente emergono limitati livelli di investimenti nelle tecnologie di Impresa 4.0: il 31% delle imprese ritiene che Internet of Things e Big Data non siano applicabili alle proprie attività. Tra le imprese che hanno effettuato investimenti in chiave Impresa 4.0, le tecnologie maggiormente sperimentate e/o utilizzate sono lacyber-security (29,4%), l’Internet of Things (il 22%) e la gestione dei Big Data (21,8%), tutte tecnologie su cui le imprese affermano che concentreranno anche i loro investimenti futuri.
Le agevolazioni fiscali del piano Industria 4.0 hanno favorito in buona parte tali investimenti: il 44,4% delle imprese ha utilizzato almeno una misura e quasi il 70% dichiara che senza tali agevolazioni gli investimenti non sarebbero stati realizzati o lo sarebbero stati in misura minore.
La misura più utilizzata è il credito di imposta per Ricerca e Sviluppo (33,5%), mentre si registra una limitata propensione nell’investire in beni strumentali (solo il 12,8% ha utilizzato l’iper-ammortamento) e software (solo l’8,7% ha utilizzato il super ammortamento), e una tendenza quasi assente verso la brevettazione (il 2,5% ha utilizzato il patent box) e la formazione continua sull’impiego delle nuove tecnologie digitali (il 2,2% ha utilizzato il credito d’imposta per la formazione).
Particolarmente rilevante il ruolo dei clienti nei processi di innovazione di prodotto: il 64,2% delle imprese ritiene che abbiano un ruolo importante nella definizione delle specifiche per i prodotti e le soluzioni innovative. Più marginale è invece l’apporto dei consulenti (27,2%) e dei distributori (18,3%). Le altre fonti di conoscenza innovativa, quali Università o consulenti, sono invece generalmente localizzate sul territorio regionale o nazionale. In particolare, il 28,6% delle imprese ha contratti di collaborazione con Università; decisamente più limitata è l’incidenza di consorzi di imprese (12%), joint venture (7%) o contratti di licensing-out (4%) per la cessione di diritti su proprie tecnologie.
Per quanto concerne le strategie per proteggere il valore economico delle attività di innovazione, i dati confermano la prevalenza di quelle volte a trattenere in azienda le risorse umane depositarie del know-how tecnico e quelle finalizzate a fidelizzare i clienti (59%). Il 31% considera i brevetti una strategia efficace per la valorizzazione dell’innovazione. Il 14% ha depositato in anni recenti domande di brevetto a livello nazionale e l’11% a livello internazionale, valore in diminuzione rispetto al passato.
La mancanza di risorse finanziarie (42%), la carenza di finanziamenti pubblici (42%) e l’incertezza sulla domanda di mercato (19%) sono indicati dalle imprese con maggiore frequenza come fattori che hanno ostacolato nuovi investimenti in R&S nel periodo 2016-2017. Di conseguenza l’autofinanziamento derivante da risorse interne è la fonte finanziaria predominante per la copertura di investimenti in innovazione, per il 60% delle imprese. A questo canale di finanziamento seguono come importanza il credito bancario a lungo termine (25%), le agevolazioni fiscali (23%), il credito bancario a breve (19%), e l’apporto di capitale di rischio da soci preesistenti (17%). I settori del venture capital e del private equity mostrano in questo campione un ruolo assolutamente marginale.
Un terzo delle imprese ha beneficiato di fondi pubblici per sostenere i propri progetti di innovazione: il 36% ha avuto finanziamenti su leggi regionali, il 31% nazionali e il 33% europee. Nel 54,8% dei casi i progetti sarebbero stati realizzati anche in assenza del contributo pubblico, ma con un budget o obiettivi inferiori.

Auto, nuovo calo della produzione italiana a ottobre fabbricate 55.000 vetture (-18%)

Secondo i dati preliminari dell'Anfia, l'associazione italiana dell'industria automotive, in ottobre la produzione domestica di autovetture è risultata di poco più di 55.000 esemplari, in calo del 18% rispetto allo stesso mese del 2017. Così, è diventata di quasi 585.000 vetture la produzione nazionale nei primi dieci mesi dell’anno in corso e dell'8% la diminuzione rispetto allo stesso periodo precedente.
Dall'Anfia, inoltre, è stato comunicato che, in settembre, il valore delle esportazioni di autoveicoli (autovetture più veicoli commerciali, industriali e autobus) dall’Italia è stato di due miliardi di euro, il 3,4% in meno. L’import, invece, è ammontato a 2,5 miliardi (-2,9% rispetto a settembre 2017), somma pari al 7% del valore di tutto l'import italiano.
Comunque, in valore, gli Stati Uniti continuano a rappresentare il primo Paese di destinazione per l’export di autoveicoli dall’Italia, con una quota del 22%, seguiti da Germania e Francia, rispettivamente con una quota del 15% e del 13%.
“La produzione dell’industria automotive italiana nel suo insieme, registra a ottobre 2018 un calo tendenziale dell’8,9%, che fa seguito alle flessioni già riportate nei precedenti tre mesi – ha detto Gianmarco Giorda, diirettore di Angia, precisando che “anche la produzione italiana di parti e accessori per autoveicoli e loro motori riporta un segno negativo sia nel mese (-5,7%), sia nel cumulato (-1%)”.
A settembre, secondo gli ultimi dati disponibili, gli ordinativi di questo specifico comparto risultano in calo del 6,5%, per effetto del decremento degli ordinativi interni (-12,2%), mentre gli ordinativi esteri aumentano dello 0,6%. Nei primi nove mesi dell’anno, gli ordinativi registrano una lieve flessione, dello 0,5% (-5,8% e +5,2% le rispettive componenti interna ed estera). Il fatturato delle parti, infine, presenta una diminuzione del 6% nel mese, a causa della componente interna in calo del 12,1%, mentre la componente estera chiude a +1,2%.
Nel periodo gennaio-settembre 2018 l’indice del fatturato registra un incremento dello 0,7%, con una componente interna in diminuzione del 5,4% (+7,8% il fatturato estero). Gli ordinativi per il settore automotive nel suo complesso risultano in calo del 15% a settembre (risultato di una componente interna in diminuzione del 12,3% e di una componente estera in diminuzione del 18,7%). Nei primi nove mesi del 2018 gli ordinativi aumentano dello 0,6% (-1,2% nel mercato interno e +2,9% nell'estero).
Nell'intero 2017, in Italia sono state fabbricate 742.642 vetture, il 56,3% delle quali sono state esportate. In particolare, l'anno scorso, sono state costruite 349.499 Fiat, 179.883 Jeep, 147.245 Alfa Romeo, 53.125 Maserati, 8.956 Ferrari e 3.934 Lamborghini (gruppo Volkswagen). Come precisato dall'Anfia, nel decennio 2008-2017 la produzione nazionale di vetture si è ridotta del 48% rispetto al decennio precedente.
Comunque, nel 2017, Fiat ha fabbricato anche 181.429 veicoli commerciali, mentre di mezzi di questo tipo, nelle diverse fabbriche italiane, ne hanno prodotti 128.588 il gruppo Psa (Peugeot-Citroen), 18.342 Iveco e 3.753 la Piaggio.
Aggiungendo i 67.066 camion usciti dalle linee di montaggio dell'Iveco e i 390 autobus, si arriva alla produzione totale italiana 2017 di 1.142.210 autoveicoli, il 65% dei quali venduti all'estero. A livello di Unione Europea, l'Italia risulta il sesto maggior produttore del settore, preceduta da Germania, Spagna, Francia, Regno Unito e Repubblica Ceca.
Come l'Anfia ha ricordato nel suo ultimo rapporto annuale, con l'aggiunta che il fatturato 2017 derivante dalla produzione, diretta e indiretta, dell'industria italiana dell'automotive è stato di 93 miliardi, 46,5 dei quali realizzati dal solo comporto della componentistica, che ha fatto registrare esportazioni per 21,2 miliardi.
Gli addetti diretti alla produzione, nell'industria automotive, in Italia, all'inizio del 2017 erano 162.035, dei quali 66.647 dedicati agli autoveicoli, 10.314 alle carrozzerie e 85.074 alla componentistica, che diventano più di 156.000 comprendendo gli indiretti (tra gli uni e gli altri 58.570 in Piemonte).
Le imprese della componentistica attive nel nostro Paese sono sono 2.190 (in Piemonte, 762),
In particolare, per quanto riguarda gli stabilimenti italiani del gruppo Fca Fiat Chrysler Automobiles, i dipendenti risultano attualmente circa 2.500 a Mirafiori Carrozzerie (produzione della Maserati Levante), 2.700 a Grugliasco (Maserati 4 porte e Ghibli), 4.500 a Cassino (Alfa Romeo Giulietta e Alfa Romeo Stelvio), 4.700 a Pomigliano d'Arco (Fiat Panda) e 7.500 a Melfi (Fiat 500X e Jeep Renegade).

Serie A della Borsa un po' più piemontese Diasorin e Juventus nel paniere Ftse Mib

Andrea Agmelli, presidente Juventus
“Un po' più piemontese la serie A della Borsa Italiana, quella formata dalle azioni delle 40 principali società trattate in Piazza Affari. Infatti, nel listino Ftse Mib, è appena entrata Diasorin (è successo martedì scorso) e il 27 dicembre vi entrerà la Juventus. Da quel giorno saranno sette le quotate piemontesi, il 17,5% dell'indice borsistico nazionale più importante, quello che misura le performance dei titoli rappresentativi delle imprese con maggiore capitalizzazione, flottante e liquidità. Le altre “blue chip” nostrane sono Intesa Sanpaolo, Fca Fiat Chrysler Automobiles, Exor, Italgas e Buzzi Unicem”.
Così incomincia la rubrica settimanale dedicata alle quotate piemontesi e pubblicata dal Corriere Torino, oggi, 9 dicembre, come ogni domenica.
Nell'articolo dell'edizione locale del Corriere della Sera, si legge poi che “La Juventus entra nel paniere Ftse Mib, pur avendo una capitalizzazione (1,227 miliardi di euro alla fine della seduta di venerdì) inferiore a quella di diverse big piemontesi, che Piazza Affari valuta di più della società bianconera presieduta da Andrea Agnelli: dalla coppia Astm-Sias del gruppo Gavio a Iren, Autogrill e Reply”.
Comunque, la Juve ha chiuso la settimana con la sua azione a 1,2 euro (+9,79% rispetto al 30 novembre), mentre l'ultimo prezzo del titolo Diasorin (capitalizzazione di 4,134 miliardi) è stato di 73,8 euro, diminuito dell'1,73% rispetto ai 75,1 euro del venerdì precedente.
Con Diasorin sono calate anche tutte le altre piemontesi con capitalizzazione superiore al miliardo, con l'eccezione di Italgas, la cui azione, nella settimana, ha guadagnato il 3,38%, chiudendo a 4,887 euro.
Analizzando l'intero “listino piemontese”, emerge che, da un venerdì all'altro, hanno registrato un aumento del prezzo delle rispettive azioni anche Guala Closures (+2,06%), Basicnet (+0,34%), Pininfarina (+1,4%), Damiani (+3,16%), Cover50 (+2,89%) Italia Independent (+2,12%) e Ki Group (+3,2%).
Invece, si sono ridotte le quotazioni di Tinexta, Prima Industrie, Bim, Centrale del Latte d'Italia, M&C, Fidia, Cdr Advance Capital, Conafi e Borgosesia. Oltre, appunto, a quelle, di Intesa Sanpaolo (-3,22%), Fca (-5,56%), Exor (-2,89%), Buzzi Unicem (-6,3%), Sias (-2,52%), Iren (-0,26%), Autogrill (-4,74%), Reply (-3,41%) e Astm (-0,12%).
L'indice Ftse Mib venerdì ha segnato 18.741,98 punti, mentre i punti erano risultati 19.188,97 sette giorni prima. Una causa della perdita è stato l'arresto della vice presidente di Huawei, che ha avuto conseguenze negative su tutte le Borse.

Tredicesima a 2,67 milioni di piemontesi ma una buona parte se la prenderà il fisco

Con l’arrivo delle tredicesime, sarà anche il fisco a festeggiare sotto l’albero di Natale. Infatti, a fronte di circa 47 miliardi costituenti il totale della mensilità aggiuntiva di dicembre per 33,7 milioni di beneficiari fra pensionati e lavoratori dipendenti, il fisco, attraverso le ritenute Irpef, ne preleverà 11 e, perciò, alla fine, in tasca agli aventi diritto alla tredicesima rimarranno circa 36 miliardi.
Lo ha previsto la Cgia di Mestre, l'associazione locale degli artigiani e delle piccole imprese, precisando che in Piemonte sono stimati in 2,670 milioni i beneficiari della prossima tredicesima, dei quali 1,273 milioni pensionati e 1,397 milioni lavoratori dipendenti.
“Grazie alla gratifica natalizia – è stato riferito dalla Cgia - si spera che a far festa siano anche i piccoli commercianti e le botteghe artigiane. Perché se è vero che una buona parte di questa mensilità sarà spesa in dicembre per pagare la rata del mutuo, bollette, il saldo dell’Imu/Tasi sulla seconda abitazione e la Tari (tributo per l’asporto e lo smaltimento dei rifiuti), è altrettanto auspicabile che la rimanente parte venga utilizzata per far ripartire i consumi interni”.
“Negli ultimi dieci anni – ha ricordato Paolo Zabeo, il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia – gli acquisti natalizi sono crollati di circa il 50 per cento, con una spesa complessiva che, l’anno scorso, si è attestata attorno ai 10 miliardi di euro. Questa contrazione ha penalizzato soprattutto i negozi di vicinato, mentre gli outlet e la grande distribuzione organizzata sono riusciti ad ammortizzare il colpo. Speriamo che anche grazie alle tredicesime, in questo ultimo mese dell’anno si torni a spendere intelligentemente, ridando così fiato alla domanda interna che in Italia rimane ancora troppo debole”.
Oltre ai consumi, un’altra voce importante che incide sulla ricchezza prodotta nel Paese sono gli investimenti. Se rispetto al 2007 (anno pre-crisi) questi sono ancora inferiori del 22 per cento, nel 2018 dovrebbero registrare una crescita del 4 per cento, in buona parte riconducibile alle misure messe in campo per favorire la diffusione della digitalizzazione nel nostro sistema produttivo.
“Pur essendo uno strumento intelligente – ha affermato Renato Mason, il Segretario dell'associazione mestrina - il piano 4.0 rimane tarato sulle esigenze delle medie e delle grandi aziende. Ragion per cui è indispensabile rivedere questo strumento per allargarne la platea dei beneficiari. E’ necessario, inoltre, che nella rivoluzione digitale, che dovremo affrontare nei prossimi anni, non siano coinvolte solo le aziende, ma anche la Pubblica amministrazione, la scuola e le maestranze. Questa sfida si vince se, tutti assieme, saremo in grado di fare squadra, giocando questa partita con la consapevolezza che chi rimarrà indietro avrà poche possibilità di stare al passo con le principali potenze economiche del mondo”.
A livello territoriale la regione che presenta il più alto numero di beneficiari della tredicesima mensilità è la Lombardia: le persone interessate saranno poco più di 6 milioni. Seguono i 3.255.000 residenti nel Lazio, i 2.923.000 del Veneto, i 2.770.000 dell'Emilia-Romagna, l'ultima a precedere il Piemonte.

Auci svela i rischi del gioco delle tre carte che il Governo fa con la Ue sulla manovra

Ernesto Auci, presidente
ed editorialista di Firstonline

Di ERNESTO AUCI*
Le voci si susseguono superando ogni formale smentita: il ministro dell’Economia,Giovanni Tria, è stufo di essere considerato irrilevante dai due caporioni che guidano l’attuale Governo. Il premier Conte che, fino ad un certo punto, era sembrato attento ai ragionamenti del professore, ha improvvisamente deciso di metterlo da parte e trattare direttamente con Bruxelles, sperando di fare breccia nel cuore democristiano di Juncker.
Si dice addirittura che Tria abbia confidato all’amico Brunetta di non poterne più delle brutte figure e delle umiliazioni che ogni giorno deve subire. A questo punto cosa aspetta il ministro a dimettersi e così separare le proprie responsabilità da quelle del governo giallo-verde, che sta portando avanti una manovra economica sconclusionata e soprattutto dannosa per l’economia italiana e per la stessa possibilità di alleviare la povertà e creare lavoro?
Finora la collaborazione di Tria e di altri tecnici con questo governo, nato dalla somma di due populismi che hanno ingannato gli italiani, seminando a piene mani illusioni sulla facile soluzione dei problemi che da anni attanagliano il nostro Paese, si basava sulla generosa convinzione di poter dare una mano a ricondurre le “promesse elettorali” in misure coerenti con gli equilibri di bilancio e con la necessità di confermare la fiducia dei mercati nella sostenibilità del nostro debito.
Insomma, diceva Tria, i politici fanno un po’ di propaganda, ma poi, in concreto, dovranno capire che certi provvedimenti, come la riforma della Fornero e il reddito di cittadinanza, dovranno essere attuati in tempi piuttosto lunghi – l’intera legislatura – ma mano che la crescita dell’economia italiana si sarà rafforzata, grazie al rilancio degli investimenti pubblici e alle altre misure di semplificazione previste.
E, invece, Salvini e Di Maio non hanno accettato questo ragionamento di buon senso e si sono scatenati in una rincorsa a chi era più bravo a mantenere le promesse elettorali. Al grido “il popolo lo vuole”, Di Maio ha annunciato l’eliminazione della povertà, mentre Salvini ha dato soddisfazione ai suoi elettori del Nord mandandoli in pensione anticipata a 62 anni, come era sempre avvenuto prima del crack del 2011.
Tria, che pure aveva rassicurato gli investitori edi partners di Bruxelles che il nostro deficit nel 2019 si sarebbe attestato tra l’1,6% e l’1,9%, si è trovato improvvisamente a dover difendere un 2,4% basato solo su spese correnti e non sugli investimenti, sui quali il ministro aveva puntato tutte le sue carte per far passare quello che, comunque, era uno scostamento rispetto al percorso che il governo italiano aveva accettato, appena nel giugno scorso.
A questo punto, gli investitori, già in allarme per numerose improvvide dichiarazioni sia di Di Maio che di Salvini sull’euro, sulla assurda decisione di indebitare ulteriormente il nostro Paese già schiacciato da un debito che supera il 130% del Pil, hanno gradualmente abbandonato i nostri titoli pubblici facendo salire lo spread fino a oltre 300 punti e mettendo in difficoltà le banche e gli altri emittenti di obbligazioni italiane. Basti pensare che Unicredit ha dovuto rinnovare un proprio bond in scadenza pagando un interesse di oltre il 4,5%.
Questa politica di annunci ha già portato perdite, per i risparmiatori, per oltre 100 miliardi di euro, mentre gli investimenti privati si sono fermati e i consumi hanno rallentato, dato che la gente teme di dover pagare in futuro più tasse per coprire i buchi di bilancio. Il Pil ha smesso di crescere ed, anzi, per la prima volta dopo quattro anni, è arretrato dello 0,1% già nel terzo trimestre dell’anno in corso. Infine, più grave di tutto, la disoccupazione ha ripreso a salire e si preannuncia per il prossimo anno una vera e propria ecatombe dei contratti a termine, grazie al catastrofico “decreto dignità” di Di Maio.
Ora il premier Conte dovrebbe volare a Bruxelles per proporre una rivisitazione della manovra di bilancio, secondo le indicazioni della Commissione europea. Difficile che questo avvenga. La manovra, infatti, è totalmente sbagliata e andrebbe riscritta da capo a fondo, puntando sulla competitività, sulla discesa dello spread, sugli investimenti pubblici e privati, in modo da evitare l’incombente recessione e dare sostegno al mercato del lavoro. Invece ,si punta a qualche scorrimento nel tempo dell’applicazione di quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza. Misure che, forse, servirebbero ad aggiustare un po’ i conti nel 2019, ma che metterebbero in grave crisi i bilanci degli anni seguenti.
Tutti i numeri, del resto, sono sballati, a cominciare da quelli sulla crescita, dato che nessuno crede veramente che l’Italia possa registrare un aumento del Pil dell’1,5% il prossimo anno. Bene che vada saremo tra lo 0,5 e l’1%.
Su tutti questi numeri aleggia il sospetto di una costruzione truffaldina, avvallata anche da vari deputati della maggioranza , i quali sostengono che si può dare ragione a Bruxelles sui numeri del deficit, tanto si tratta di previsioni che poi, a consuntivo, possono essere superate. E quando sorgeranno problemi con la Ue si vedrà, tra un anno, come gestirli.
Se così stanno le cose ,appare improbabile che Bruxelles possa accettare un rattoppo così banale della manovra, che, comunque, dovrebbe portare anche la firma di Tria. E allora il ministro cosa aspetta a svelare il gioco delle tre carte, tentato dagli illusionisti che ci governano e fare così una operazione verità di fronte alla pubblica opinione? E quindi andarsene di corsa.
La parabola del ministro tecnico dell’economia dimostra come, per gente assennata, sia impossibile collaborare con questi movimenti politici che, come i 5 Stelle non sono democratici, o come la Lega, sono stupidamente sovranisti. Un sovranismo che non produce un vantaggio per gli italiani, ma che sta precipitando il nostro Paese in una nuova profonda crisi economica e sociale.
* Ernesto Auci è il presidente e fondatore di Firstonline, giornale web indipendente di economia, finanza e Borsa, diretto dall'amico e co-fondatore Franco Locatelli. Giornalista dal 1970, Ernesto Auci è stato anche direttore responsabile del Sole 24 Ore, oltre che suo amministratore delegato, direttore delle Relazioni esterne di Confindustria, responsabile Fiat prima della Comunicazione e poi delle Relazioni istituzionali, amministratore delegato di Itedi e de La Stampa.

Iniziative della Compagnia di San Paolo per bambini e ragazzi del ponte Morandi


Alberto Anfossi e Francesco Profumo
Segreterario generale e presidente Compagnia di San Paolo
 Interventi a favore della popolazione colpita dal crollo del Ponte Morandi, in particolare rivolti ai bambini e ai ragazzi (da 0 a 18 anni), saranno realizzati dal Comune di Genova e dalla Compagnia di San Paolo, in collaborazione la Fondazione per la Scuola, ente strumentale della Compagnia. L'iniziativa è stata manifestata, nel capoluogo ligure, nel corso di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato, per la Compagnia di San Paolo, Alberto Anfossi, Segretario generale e Roberto Timossi, componente del Comitato di gestione e per la Fondazione per la Scuola, il suo direttore, Nicola Crepax.

Le azioni si indirizzano sia alle famiglie sfollate dalla cosiddetta “zona rossa”, alle quali appartengono 119 minori, sia alla comunità della zona della Valpolcevera, che raccoglie la popolazione più giovane della città, con il reddito pro-capite più basso e caratterizzata da una forte dispersione scolastica.
Le attività partiranno in questo mese e proseguiranno per un anno.
A nome di tutta la città siamo molto grati per il sostegno che la Compagnia di San Paolo riserva, in modo sistematico, al nostro territorio” – ha sottolineato Giancarlo Vinacci, assessore allo Sviluppo economico del Comune di Genova – “e siamo allineati sugli indirizzi culturali e sociali che rappresentano la base dello sviluppo delle linee programmatiche della città e che non possono non tenere in considerazione la qualità della vita, quindi anche arte e cultura e l’attenzione a chi ha bisogno di un supporto sociale per vivere al meglio la città.”
Ringrazio la Compagnia di San Paolo” – ha aggiunto Francesca Fassio, assessore alle Politiche educative e dell’istruzione e alle Politiche socio-sanitarie - che ci permette di potenziare i servizi educativi in essere e di intraprendere iniziative sperimentali nate dall’emergenza del ponte, come ad esempio un centro, in rete con le scuole del territorio interessate dall’emergenza, dove fare doposcuola e aggregazione giovanile. Iniziative che mi auspico diventeranno strutturali.”
A sua volta, Alberto Anfossi, Segretario generale della Compagnia di San Paolo ha sottolineato che “la Compagnia di San Paolo opera come agente di sviluppo in campo educativo investendo da anni sul benessere e l’educazione di bambini e adolescenti e sull’empowerment dei giovani. Quando abbiamo saputo della tragedia che ha colpito la città di Genova, insieme al Comune e alla Fondazione per la Scuola, abbiamo progettato un'iniziativa integrata rivolta ai bambini e ai ragazzi colpiti, con le loro famiglie, dal crollo del ponte. Il progetto, sviluppato secondo l’approccio che mette al centro la persona, uno dei segni distintivi che caratterizza molti dei nostri interventi, è dedicato anche ai ragazzi che vivono nelle zone limitrofe alla zona rossa”.
Per quanto riguarda i minori fino ai sei anni e le loro famiglie, la Compagnia intende avviare laboratori creativi per i bambini e laboratori per i genitori, allo scopo di fornire strumenti di supporto alla genitorialità, con un’attenzione particolare al coordinamento dei progetti già attivi e finanziati con le risorse del Fondo per il Contrasto alla Povertà Educativa.
Invece, per quanto concerne invece i bambini e i ragazzi del primo ciclo scolastico, in collaborazione con le scuole e associazioni locali, la Fondazione si propone di potenziare l’offerta di attività extra-scolastiche, realizzare percorsi culturali e creare gemellaggi tra le scuole della Valpolcevera e altre scuole genovesi.
Infine, per i ragazzi delle scuole secondarie di secondo grado, verranno attivati percorsi di cittadinanza attiva, di valorizzazione, cura e animazione del territorio, ove i ragazzi stessi potranno essere i protagonisti dello sviluppo della propria comunità nella logica dell’empowerment giovanile.
La Compagnia e la Fondazione per la Scuola intendono affideranno il coordinamento operativo locale al Consorzio sociale Agorà, soggetto attivo da lungo tempo nel ponente genovese e nei territori interessati dal progetto e già partner dei due enti torinesi, oltre che dello stesso Comune di Genova.