Torino tra le dodici province specializzate nel business dei cosmetici made in Italy


E’ alta la competitività delle imprese italiane della cosmetica. Emerge dall’analisi della direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo effettuata su più di mille imprese italiane specializzate nella produzione e distribuzione all’ingrosso di cosmetica, con un fatturato complessivo vicino agli 11,6 miliardi di euro. Il settore presente un buon numero di imprese di dimensioni medie e grandi; infatti, sono 115 le aziende con un fatturato compreso tra 10 e 50 milioni di euro e 43 quelle con un giro d’affari superiore ai 50 milioni di euro.
Nel triennio tra il 2016 e il 2018 il fatturato del settore è salito del 14%. Trainanti i mercati esteri dove l’export è salito del 30% circa. In pochi anni, la cosmetica italiana ha portato il proprio avanzo commerciale sopra i 2,5 miliardi di euro: si tratta di un risultato eccezionale, soprattutto se siconsidera che si partiva da un saldo lievemente negativo nella prima metà degli anni Novanta.Spiccano i livelli di eccellenza espressi dalle aziende del settore in termini di redditività: nel 2017 l’ebit margin per le imprese di produzione di cosmetici è stato pari all’8,8%, 2,7 punti percentuali in più rispetto al manifatturiero italiano. Solo la farmaceutica ha fatto meglio, col 9,6%. Gli elevati margini unitari hanno consentito alle imprese del settore di rafforzare la propria patrimonializzazione, salita al 30% circa, cinque punti percentuali in più rispetto al 2015.L’eccellenza del settore è confermata dell’elevato numero di imprese champion per crescita e redditività: più di 130 imprese della cosmetica, nel triennio 2015-20717 hanno registrato un aumento del fatturato superiore al 15%, creando occupazione e mostrando un margine operativo lordo 2017 superiore all’8%.
Giovanni Foresti della direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo e curatore dello studio, ha commentato: Questi risultati non sono casuali, ma il frutto di mirati investimenti in comunicazione, qualità, sostenibilità, sicurezza, internazionalizzazione, tecnologia e capitale umano. La quota di imprese della cosmetica con marchi registrati a livello internazionale, certificati di qualità, brevetti, partecipate estere e certificati ambientali è significativamente più alta rispetto al complesso del manifatturiero italiano. Non a caso in questo comparto il peso delle immobilizzazioni immateriali è quattro volte tanto il dato medio italiano”.
Sono dodici le province italiane altamente specializzate nella cosmetica: nell’ordine, Lodi, Cremona, Parma, Roma, Bergamo, Milano, Firenze, Monza e Brianza, Como, Bologna, Torino e Padova. E’ alta la concentrazione delle imprese del settore in Lombardia dove una serie di fattori ha favorito la nascita di un meta-distretto altamente specializzato, forte di alte competenze chimiche, contaminazione creativa con altri comparti del Made in Italy (come moda e design), capacità di anticipare le tendenze, di proporre prodotti innovativi, di altissima qualità, fortemente personalizzati e personalizzabili e corredati da packaging accattivanti.


La diffusione di imprese champion sul totale delle aziende del settore è pari a circa il 20%, il doppio circa rispetto alla media manifatturiera, con punte superiori al 30% tra le imprese medie e grandi.

Il debito pubblico calato di 28,6 miliardi ma stranieri e banche lasciano Btp e Cct

Frenata del debito pubblico italiano. Al 31 dicembre è risultato di 2.316,697 miliardi il debito delle Amministrazioni pubbliche, somma inferiore di 28,666 miliardi rispetto alla fine di novembre 2018; ma superiore di 53,218 rispetto al 31 dicembre 2017. Nessun trionfo, dunque. Comunque, bisogna risalire al 30 aprile scorso per trovare un valore del debito pubblico italiano minore di quello emerso al termine dell'anno appena passato.
Dai dati freschi freschi della Banca d'Italia, fra l'altro, emerge che l'indebitamento delle Amministrazioni pubbliche locali è ancora calato, precisamente a 85,624 miliardi (era a 87,102 miliardi al 31 dicembre 2017). Ma non grazie alle Regioni e alle Province autonome, le quali hanno invece aumentato i loro debiti, saliti a 31,632 miliardi, circa un miliardo in più rispetto a fine novembre.
Al contrario, l'indebitamento delle Province e delle Città metropolitane è diminuito a 6,887 miliardi e a 37,668 miliardi quello dei Comuni.
L'analisi degli ultimi dati di Banca d'Italia, inoltre, evidenzia che i soggetti non residenti nel nostro Paese (Stati esteri, fondi sovrani, banche, fondi comuni d'investimento, imprese e singoli individui), al 30 novembre, hanno crediti nei confronti delle Amministrazioni pubbliche italiane per 697,154 miliardi, pari al 29,72% del debito pubblico italiano, mentre al 31 dicembre 2017 la loro quota del nostro debito pubblico era del 32,27%, corrispondente a 730,507 miliardi.
In particolare, in portafoglio i soggetti esteri avevano titoli pubblici italiani per 646,883 miliardi al 30 novembre (27,58%), a fronte dei 651,883 miliardi di 31 giorni prima (27,91%) e dei 687,385 miliardi di dodici mesi prima (30,12%).
Ancora in merito al debito pubblico va rilevato che le banche attive nel nostro Paese possedevano direttamente titoli di Stato italiani per 20,394 miliardi al termine del terzo trimestre 2018, mentre ne avevano per 22,802 miliardi un anno prima e per 29,199 miliardi due anni prima. Quindi, in 24 mesi, si sono alleggerite di Bot, Btp e Cct per 8,805 miliardi, un po' più del 30%.

Anfia: ecco tutti i numeri sull'e-commerce in Italia acquisti online per 27,4 miliardi

Secondo le indagini Eurostat, nell'Unione Europea, il 69% degli utenti (individuali) di Internet, (il 47% in Italia), nel 2018 ha fatto un ordine/acquisto di beni e/o servizi online per uso privato. Lo shopping online è molto popolare nella Ue. La percentuale di individui tra 16 e 74 anni che hanno effettuato acquisti online, nei 12 mesi precedenti l'indagine del 2018, si è attestata al 60%. Nel 2018, l’89% degli ordini/acquisti è stato fatta dagli e-buyer nel proprio Paese, il 36% degli e-buyer ha effettuato acquisti da venditori in altri paesi dell'Ue e il 26% in Paesi extra Ue. Complessivamente – lo riporta l'Anfia, l'associazione della filiera automobilistica italiana - la quota di e-shopper è in crescita, con le percentuali più elevate tra i gruppi di età 16-24 e 25-54 anni (73% ciascuno). La percentuale di e-shopper varia considerevolmente tra i paesi Ue, dal 26% degli utenti di Internet in Romania all'87% nel Regno Unito.
I consumatori apprezzano la comodità di poter acquistare sempre e ovunque, avendo accesso a una gamma più ampia di prodotti, confrontando i prezzi e condividendo la propria opinione sulle merci con altri consumatori. Genere, età, livello di istruzione e situazione occupazionale incidono tutti sull'attività di e-commerce.
Il prodotto più popolare di beni e servizi acquistati online nell'Ue è l’abbigliamento con gli articoli sportivi (64% degli acquirenti elettronici), seguito da viaggi e alloggi per le vacanze (53%). Gli e-shopper di età compresa tra 16 e 24 anni sono la fascia di età più elevata quando si tratta di acquisti di abbigliamento e articoli sportivi (72%), quelli di età compresa tra 25 e 54 anni nell'acquisto di beni per la casa (50%) e quelli di età avanzata (55-74 anni) negli acquisti online di viaggi e vacanze, insieme a quelli di età compresa tra 25 e 54 anni (entrambi i gruppi hanno il 55% quota).
L'e-shopping cresce costantemente, con il maggiore aumento tra i giovani utenti di Internet. In Italia, la percentuale degli internauti è del 77% (era del 58% nel 2012 e del 41% nel 2007) e quella dei cittadini che hanno fatto acquisti è del 36%.
Nel 2018, le imprese con più di 10 addetti hanno realizzato il 20% di e-sales (17% del fatturato). La quota sale al 42% (24% del fatturato) per le imprese con più di 250 addetti. Il 12,1% delle imprese italiane (con almeno 10 addetti) vende via web e il 10,7% del fatturato proviene dalle vendite online (fonte Istat).
Il commercio elettronico, con il moltiplicarsi delle piccole consegne punto-punto, ha una valenza particolarmente importante sull’organizzazione della logistica e dei trasporti, in particolare sulla distribuzione dell’ultimo miglio e sulle modalità di consegna. La consegna a domicilio (home delivery), che caratterizza la distribuzione dei prodotti acquistati on line, rappresenta la principale modalità di consegna ed è effettuata utilizzando principalmente la rete dei corrieri.
L’e-commerce è considerato un fattore di sviluppo e crescita della city logistics. Ottimizzare la distribuzione urbana delle merci (punti di ritiro e spedizioni, colli modulari, consegne notturne ai punti vendita), migliorare l’efficienza nel trasporto (furgoni a basse emissioni o elettrici, noleggio veicoli elettrici, cargo bike, intermodalità, corsie preferenziali) e ridurre l’impatto ambientale, sono fattori fondamentali per migliorare le richieste del mercato e ridurre costi e inefficienze, quali bassi tassi di riempimento dei mezzi, viaggi a vuoto, anzianità e qualità dei veicoli – anche se con grosse differenze tra una filiera e l’altra.
Nel 2018 il valore degli acquisti online a livello mondiale si stima che abbia superato i 2.500 miliardi di euro (+20% rispetto al 2017). La Cina si conferma il primo mercato, con oltre 1.000 miliardi di euro (+19% rispetto al 2017) e un tasso di penetrazione dell’online sul totale retail pari al 18%. Seguono gli USA con 620 miliardi di euro (+12%) e 17% di penetrazione e l’Europa con 600 miliardi di euro (+12%) e 10% di penetrazione.
In Italia il valore degli acquisti online nel 2018 supera i 27,4 miliardi di euro, con un incremento del 16% rispetto al 2017. La crescita del mercato in valore assoluto, pari a 3,8 miliardi di euro, è la più alta di sempre. Gli acquisti online di prodotto valgono 15 miliardi di euro (+25%), mentre i servizi 12 miliardi (+6%). Il turismo (9,8 miliardi di euro, +6%), si conferma il primo comparto dell’eommerce.
Tra i prodotti, si consolidano informatica ed elettronica di consumo (4,6 miliardi di euro +18%) e abbigliamento (2,9 miliardi, +20%) e crescono a ritmi molto interessanti arredamento (1,4 miliardi, +53%) e food&grocery (1,1 miliardi, +34%).
Il tasso di penetrazione degli acquisti online sul totale retail, grazie alla crescita più sostenuta rispetto al canale fisico, guadagna anche nel 2018 un punto percentuale, raggiungendo il 6,5%: l’ecommerce, pur avendo un peso assoluto ancora ridotto, si sta appropriando quasi integralmente dell’aumento dei consumi. La penetrazione media passa dal 4% (2017) al 5% (2018) nei prodotti, mentre si avvicina al 10% nei servizi.
Nel 2018 l’export, inteso come il valore delle vendite da siti italiani a consumatori stranieri, vale 3,9 miliardi di euro e rappresenta il 16% delle vendite ecommerce totali.

Molesini: Fideuram (Intesa Sanpaolo) pronta a crescere anche in nuovi mercati

Paolo Molesini, numero 1 operativo di Fideuram
Paolo Molesini, amministratore delegato e direttore generale di Fideuram – Intesa Sanpaolo Private Banking, società con sede legale a Torino, ha così commentato i risultati conseguiti nel 2018 dalla società che ha la sede legale a Torino ed è la prima private bank in Italia: “l’utile lordo di circa 1,3 miliardi e la raccolta netta superiore ai 10 miliardi confermano la validità del nostro modello di servizio, resiliente, sostenibile e basato sulla relazione con il cliente, gestita grazie ai migliori professionisti della consulenza”.
“Essere riusciti a mantenere la rotta in questa fase di tensione economica e finanziaria – ha aggiunto Molesini - conferma la qualità del lavoro svolto ogni giorno dalle nostre persone: private banker, manager, personale di sede e delle società controllate. Abbiamo investito in modo particolare nella formazione delle nostre reti, perché in fasi complesse come quella attuale chi è più solido deve puntare sul miglioramento continuo delle competenze, sull’innovazione e sulla professionalità, per garantire un servizio capace di anticipare e guidare le scelte di investimento”.
“Grazie allo sviluppo internazionale intrapreso dal nostro Gruppo – ha concluso il suo numero uno operativo - siamo in grado di perseguire nuove opportunità di crescita, in nuovi mercati e con nuovi strumenti di gestione, contribuendo così al disegno strategico delineato nel Piano d’Impresa 2018 – 2021”.
Fideuram, che ha una rete di 5.995 private banker, al 31 dicembre 2018 aveva masse amministrate pari a 213,1 miliardi, il 2% in meno rispetto alla stessa data 2017 a causa della performance negativa dei mercati finanziari, che ha inciso in misura sfavorevole sui patrimoni per circa 13,7 miliardi, parzialmente compensata dall’ottimo risultato di raccolta netta, ammontata a 10,2 miliardi. ( la componente di risparmio gestito, pari a 147 miliardi, rappresentava quasi il 70% delle masse amministrate).
L’analisi per aggregati mostra che la raccolta netta di risparmio gestito si è attestata a 3,6 miliardi (11,6 miliardi nel 2017) mentre quella di risparmio amministrato è risultata pari a 6,6 miliardi (€0,6 miliardi nel 2017), riflettendo un orientamento più conservativo dei flussi di risparmio legato alla congiuntura di mercato.
Il conto economico evidenzia che nel 2018 le commissioni nette sono risultate pari a 1,701 miliardi, in linea con l’esercizio precedente. Le spese di funzionamento, pari a 596 milioni, hanno evidenziato un incremento del 4%. Il cost/income ratio è risultato pari a 32% a fronte del 30% registrato nel 2017.
L’utile netto consolidato si è attestato a 834 milioni, il 4% in meno rispetto agli 871 milioni del 2017; ma sostanzialmente in linea con il precedente al netto delle componenti non ricorrenti, che nel 2018 includono un onere straordinario di 25 milioni sostenuto per la definizione di una controversia fiscale.
I coefficienti patrimoniali consolidati di Fideuram – Intesa Sanpaolo Private Banking si confermano ampiamente al di sopra dei livelli minimi richiesti dalla normativa. In particolare, al 31 dicembre 2018 il Common Equity Tier 1 ratio è risultato pari a 20,1 %.

Ignoranza e la furbizia politico-clientelare

Ernesto Auci
di ERNESTO AUCI*
In tutto il mondo occidentale, non solo in Italia, è in atto un’ondata di sentimenti negativi nei confronti del sapere, dell’istruzione, degli esperti e degli intellettuali. Chiunque abbia studiato o fatto esperienze di lavoro significative e formative viene bollato come élite e rifiutato. Siamo orgogliosi di non sapere le cose e siamo arrivati al punto di considerare l’ignoranza, soprattutto per quel che riguarda la conduzione della politica, una virtù.
È un sentimento che probabilmente c’è sempre stato in certi settori della società, ma che, negli ultimi anni. è venuto prepotentemente alla luce fino a essere accettato da una buona maggioranza dei cittadini. E la politica lo ha percepito e cavalcato, tanto che in molti Paesi, primo fra tutti l’Italia, la polemica contro i professoroni, i plurilaureati, i tecnici delle autority indipendenti dai voleri del popolo, è particolarmente accesa.
Ma i politici attuali sono il risultato di questa spontanea emersione dell’ignoranza, oppure la stessa classe politica del passato ha favorito con i suoi comportamenti l’emersione dell’incompetenza quale sentimento prevalente della massa dei cittadini?
Irene Tinagli, deputato nella passata legislatura, un PhD conseguito all’Università di Pittsburgh, prova a sciogliere questo interrogativo in un ampio e interessante saggio pubblicato da Rizzoli “La Grande Ignoranza – L’ascesa dell’incompetenza e il declino dell’ Italia“, dove, tra gustosi episodi che testimoniano la spaventosa avanzata dell’ignoranza tra i nuovi politici e l’ipocrisia di quelli vecchi, si affronta il problema molto serio della crisi delle nostre democrazie occidentali, i danni che ne derivano per gli stessi cittadini, puntando infine ad aprire un serio dibattito su questi temi per individuare alcuni possibili rimedi.
Dopo aver esaminato il progressivo declino del grado di istruzione dei nostri parlamentari, il saggio di Tinagli si addentra nel complesso rapporto tra il mestiere del politico e quello dei tecnici, mettendo in rilievo la grande distanza che esiste tra il rigore dei competenti e la necessità di ricercare il consenso da parte dei politici, passando per il ruolo dei mezzi di informazione, per le modalità operative in base alle quali i partiti tradizionali selezionavano la propria classe dirigente e per le prassi concrete con le quali operano governi e parlamenti.
Tra i tanti episodi che illustrano la crescente separazione tra competenza e politica, Irene Tinagli cita un episodio che mi vede direttamente coinvolto e che si riferisce a quando eravamo colleghi nella commissione Lavoro della Camera dei deputati. Durante una discussione su una proposta di legge che prevedeva il ripristino dell’articolo 18, i deputati di tutti i partiti sostenevano che a causa di quell’abolizione i licenziamenti erano grandemente aumentati. Io intervenni per sostenere che non era vero e che anzi i licenziamenti erano diminuiti, senza avere a disposizione in quel momento i dati precisi. Dati che Tinagli era riuscita nel frattempo a trovare e che quindi descrisse puntualmente agli altri componenti la Commissione e che mi davano pienamente ragione. Ma alla fine il presidente on. Damiano le disse che in certe tematiche non è “questione di dati ma di principi”.
Ma ricordo ancor  un secondo episodio che ci vide schierati dalla stessa parte e che riguardava la riforma della governance dell’Inps e dell’Inail. La riforma predisposta da Damiano e appoggiata sia dalla sinistra che dai 5 Stelle oltre che, almeno in parte dalle destre, prevedeva tra l’altro la costituzione di un Consiglio di amministrazione di cinque componenti, tutti a tempo pieno. Io sostenevo che in quel caso si sarebbe creata una governance inefficiente, dato che i consiglieri si sarebbero trasformati presto in altrettanti amministratori delegati, che si soprapponevano al presidente ed al direttore generale, rendendo la gestione dell’Istituto quantomeno inefficiente, se non impossibile.
Ma anche in questo caso prevalse la necessità di accontentare gli appetiti di politici e sindacalisti rispetto alle più elementari regole di una corretta governance raccomandate da tutti gli esperti della materia. Per fortuna allora non se ne fece nulla perché il governo Gentiloni si oppose fermamente a una simile riforma. Ora però è stata pari pari ripresa da Di Maio e Salvini e inserita nel decreto per il Reddito di cittadinanza e Quota 100. C’è continuità nell’incompetenza!
Ma si tratta veramente di ignoranza o è furbizia politico-clientelare? Sicuramente l’incompetenza gioca brutti scherzi quando si varano delle leggi allo scopo di ottenere certi risultati (ad esempio maggiore occupazione), ma poi si vanno a toccare meccanismi che, in realtà, portano a risultati opposti a quelli voluti. Più in generale questo capita quando si propongono ricette semplici per uscire dalla crisi (spendere più denaro pubblico preso a prestito) e non ci si accorge che a causa della sfiducia che questo ingenera nei mercati, il risultato non sarà l’uscita dalla crisi, ma, al contrario, il ritorno alle fasi più nere della recessione. Come sta appunto succedendo.
Ma le difficoltà oggettive per un più equilibrato rapporto tra politici ed esperti sono numerose. Bisogna dire, in generale, che la persona ignorante o incompetente risulta quasi sempre più simpatica, più naturale, più fresca nel modo di porgersi e di comunicare, insomma più vicina alla gente comune. Sa trasmettere, con naturalezza, messaggi semplici, apparentemente efficaci, additare colpevoli e proporre soluzioni, magari irrealizzabili, ma chiare, senza tentennamenti o dubbi. Là dove il dubbio è il pane quotidiano dell’esperto, che tende a fare ragionamenti sfumati, probabilistici, privi di quelle certezze che il pubblico, specie quello televisivo, vuole sentirsi raccontare.
Si crea così un circolo vizioso tra il politico ignorante che non prova vergogna a raccontare balle perché non ne è consapevole e il pubblico poco competente, ma disilluso o arrabbiato, che spera che qualcuno tagli i nodi che imbrigliano la propria esistenza anche con metodi sbrigativi.
Uscire dai rischi che l’era dell’incompetenza comporta per la democrazia (è il titolo di un famoso saggio del professore americano Tom Nichols) non sarà facile.
Tinagli esclude che la soluzione sia quella di sostituire i politici incompetenti con i tecnici. È una strada che l’Italia ha già sperimentato e non ha funzionato. Occorre, probabilmente, una serie di modifiche nelle istituzioni e nel loro funzionamento,con una riduzione del ruolo dello stato centrale a favore di enti locali e non le Regioni ma i Comuni, che sono più vicini ai cittadini e non possono aspirare a ruoli di indirizzo politico generale.
Bisognerà riformare i compiti del Parlamento, puntando molto di più sul controllo dell’operato del Governo e sul monitoraggio dell’efficacia delle leggi approvate, aumentare la trasparenza da parte di chi è chiamato a ricoprire incarichi politici, esaminando non solo lo stato patrimoniale del candidato, come già avviene, ma anche il suo curriculum di studi e le sue esperienze professionali.
Bisogna poi puntare sulla riforma dell’istruzione, rendendola continua, non solo per le esigenze del mercato del lavoro, ma anche per avere cittadini consapevoli delle implicazioni a medio termine dei loro comportamenti.
Deve tornare in auge per i politici la vecchia massima einaudiana del “conoscere per deliberare”, mentre gli elettori devono chiedere ai loro rappresentanti più che piccoli favori, una maggiore lungimiranza dal preservarli dai grossi rischi di crisi come quella nella quale siamo finiti dopo il 2009 e da cui non siamo ancora completamente usciti.
Forse qualcosa si muove – conclude Tinagli – perché ci stiamo gradualmente rendendo conto che se pure le persone competenti commettono errori, gli incompetenti ne commettono di più e più dannosi.

* Ernesto Auci, presidente di Firstonline, giornale web indipendente di economia e finanza, è stato, fra l'altro, direttore resposabile e amministratore delegato de Il Sole 24 Ore

Alleanza Compagnia San Paolo Cdc Torino per l'economia sociale e finanza d'impatto

Francesco Profumo e Vincenzo Ilotte
Nel capoluogo piemontese è stata firmata la convenzione tra la Camera di commercio di Torino e la Compagnia di San Paolo per il finanziamento delle attività di Torino Social Impact (Tsi), la piattaforma progettuale che riunisce oltre 50 attori attivi sul territorio nell’ambito dell’economia sociale e della finanza di impatto.
La convenzione prevede l’impegno da parte dei due soggetti sottoscrittori a stanziare, ciascuno, un contributo annuale pari a 100.000 euro per gli anni 2019, 2020 e, sulla base di una positiva valutazione delle attività svolte, anche nel 2021, per la realizzazione degli obiettivi strategici di Torino Social Impact.
Scendiamo in campo con un impegno finanziario consistente e duraturo, per concretizzare gli obiettivi di Tsi” ha detto Vincenzo Ilotte, presidente della Camera di commercio di Torino e ha aggiunto che tra le iniziative su stanno già lavorando spicca “la nascita di un Centro di competenza per la misurazione dell’impatto sociale, realizzato con il supporto di Human Foundation, a disposizione di tutte le realtà del territorio che sempre più spesso hanno necessità di presentarsi con una misurazione oggettiva dell’impatto generato dai propri progetti”.
Con il nostro Comitato per l’imprenditorialità sociale – ha detto ancora Vincenzo Ilotte - siamo da poco entrati a far parte della Social Impact Agenda per l’Italia (Sia) con un duplice obiettivo: dare impulso al mercato dell’Impact investing e candidare Torino a ospitare, nel 2020, il prossimo Global Steering Group for Impact Investment, l’evento internazionale che riunisce i player mondiali impegnati negli investimenti a impatto sociale”.
Da queste attività partiamo, dunque, per confermare Torino quale punto di riferimento,anche a livello mondiale, nel campo dell’economia sociale, convinti che in questo ambito non bastino più le imprese singole, ma ci sia bisogno di un vero ecosistema favorevole” ha concluso il presidente della Camera di Commercio di Torino.
Secondo Francesco Profumo, presidente della Compagnia di San Paolo: “la Compagnia lavora sull’esperienza e l’innovazione. Quella di Tsi è una politica di sistema, che raccoglie il meglio di quanto a Torino si sia fatto nell’ambito dell’innovazione sociale e gli fa fare un salto di qualità. Sappiamo che, soprattutto in questo campo, gli investitori guardano agli ecosistemi tanto quanto, e forse, più guardano alle singole esperienze di impresa o alle idee brillanti. Ci vuole quindi un approccio integrato”.
La Compagnia di San Paolo – ha riferito il suo presidente - ha costruito una propria filiera di sviluppo di impresa sociale e impact, che mette a disposizione del sistema; ma sin dall’inizio è stata promotrice di un’azione ecosistemica che migliori il funzionamento della comunità degli innovatori locali e lo inserisca nella geografia dell’innovazione che conta, europea e mondiale. Per la Compagnia filantropia e sviluppo sono fortemente collegati e il campo d’azione di Tsi è interamente nelle nostre corde”.
Nato a fine 2017 con la firma di un Memorandum of Understanding, Torino Social Impact è una piattaforma aperta a tutti i soggetti che operano nell’area metropolitana torinese nel campo dell’innovazione sociale e della finanza a impatto sociale. L’iniziativa nasce dall’osservazione che si stia affermando, a livello globale, una nuova generazione di innovatori, imprese e investitori finanziari che, sfruttando le nuove opportunità tecnologiche, sanno coniugare la capacità di produrre intenzionalmente impatti sociali positivi con la sostenibilità e la redditività economica e finanziaria delle loro iniziative. Produrre intenzionalmente impatti sociali significa concretamente saper trovare risposte e soluzioni a bisogni sociali emergenti, cambiando in modo significativo e permanente le condizioni di vita delle persone.
Secondo i promotori dell'iniziativa, Torino è una città nella quale sono compresenti tutte le risorse necessarie per intercettare questa opportunità: un robusto sistema di competenze scientifiche e tecnologiche, un terzo settore che coniuga una consolidata vocazione sociale civile e religiosa con significative capacità imprenditoriali, un sistema industriale ancora fortemente caratterizzato dal saper fare e profondamente radicato nella società, una nuova generazione di incubatori e acceleratori sociali e, infine, importanti capitali orientati all’impatto sociale. Ciò grazie alla presenza di un sistema finanziario unico rispetto alla capacità di orientare gli investimenti alla missione di impatto sociale: fondazioni di origine bancaria, banche specializzate, fondi di investimento ad impatto sociale, filantropi.
Il piano operativo di Torino Social Impact si articola lungo due assi di intervento: rafforzare l’ecosistema metropolitano; rappresentarlo e promuoverlo a livello internazionale, attraverso diverse azioni finalizzate a mettere a disposizione infrastrutture a servizio della comunità, promuovere e sperimentare progettualità condivisa, promuovere la visibilità del brand e attrarre risorse e imprese. Si tratta di un ambizioso progetto che punterà molto sul coordinamento e sulla collaborazione tra gli attori del territorio per promuovere Torino e il sistema regionale nella dimensione internazionale, al fini di posizionare Torino nella mappa dell’impact investing globale.

Borsa: Ki Group al nuovo minimo storico nella terza seduta consecutiva di rialzi


Daniela Santanché, presidente della torinese Ki Group
Nella terza giornata consecutiva di Toro, oggi, 13 febbraio, quando l'indice Fste Mib, che rappresenta le 40 principali società trattate alla Borsa di Milano, ha sfiorato i 20.000 punti, facendo segnare un incremento dello 0,93% rispetto a ieri (per la precisione ha chiuso a 19.990 punti), una quotata piemontese ha subito il maggior ribasso di tutta Piazza Affari. Si tratta della torinese Ki Group, presieduta da Daniela Garnero Santanché. L'ultimo prezzo dell'azione Ki Group è stato di 1,12 euro, non soltanto inferiore dell'8,2% al precedente ma anche il più basso degli ultimi cinque anni almeno.
Ki Group, comunque, non è stata l'unica piemontese a terminare la seduta in rosso. Lo hanno fatto anche Borgosesia (-2,83%) e Tinexta (-01,13%).
Invece, con rialzi superiori a quello dell'indice Ftse Mib hanno chiuso Autogrill (+1,72%), Bim Banca Intermobiliare (+3,08%), Buzzi Unicem (+1,06%), Conafi (+3,44%), Cover50 (+1,40%), Exor (+1,98%), Fca (+1,57%), Fidia (+1,15%), Guala (+4,28%), Pininfarina (+2,61%) e Prima Industrie (+1,92%).
Con lo stesso prezzo di ieri sono terminate le contrattazione delle azioni di Basicnet, Cdr Advance Capital, Damiani e Reply.

Imprese della moda, in Piemonte 12.000

Vanessa Incontrada, modella per Miroglio 
Moda. Un settore importante per il Piemonte, molto importante per l'Italia. Lo confermano i dati appena pubblicati dalla Camera di commercio di Milano e da Mediobanca.
Il freschissimo rapporto R&S Mediobanca riporta che, nel 2017, il fatturato aggregato del settore, pari a 70,4 miliardi, è cresciuto del 4,5% rispetto all'anno precedente (l'aumento diventa del 28,9% se si confronta con il 2013), rappresentando l'1,3% del Pil nazionale (1,1% nel 2013). Il fatturato estero nel 2017 si è attestato al 63% delle vendite totali (+22,9% sul 2013), quota superiore a quella registrata dalle principali società manifatturiere italiane (56,7%).
Complessivamente, nel 2013-2017, il sistema produttivo Moda Italia ha visto crescere le proprie vendite annuali mediamente del 6,6%, ma con un lieve calo della redditività. A livello generale, i profitti netti cumulati nel periodo sono stati pari a 15,8 miliardi, in costante progressione. In particolare, il 2017 ha fatto registrare la cifra record di 3,8 miliardi, con utili netti medi giornalieri per azienda pari a 63.000 euro (38.000 nel 2013).
Le ottime performance del settore moda hanno trainato la forza lavoro che, nel 2017, grazie ai 59.800 nuovi dipendenti (+19,7% sul 2013 e +4% sul 2016), può contare su quasi 363.000 occupati. Infine, la bassa incidenza del debito finanziario sui mezzi propri (33,7% nel 2017) rende le imprese italiane del settore moda molto solide. Il settore si distingue anche per liquidità
Dallo studio di R&S Mediobanca, che ha preso in esame le dinamiche delle 163 Aziende Moda Italia con un fatturato superiore a 100 milioni nel 2017, oltre ai principali gruppi europei del settore, fra l'al'altro, è emerso che i comparti più orientati ai mercati esteri sono l’occhialeria (89,8%), il tessile (72,5%) e la pelletteria (66,1%). Inoltre, i dati relativi all’affidabilità creditizia dimostrano come la disparità fra le aziende del sistema moda Italia sia in affievolimento: tra il 2013 e il 2017 è diminuita del 32% la quota di aziende fragili e aumentata del 15% quella delle imprese ‘investment grade’. La probabilità di fallimento delle imprese fragili è diminuita (-20%), mentre quella delle imprese ‘investment grade’ è aumentata del 12%.
Il confronto con il resto d’Europa conferma la supremazia dell’Italia a livello numerico (con le sue big 15 rappresenta oltre un terzo del totale), ma anche il primato della Francia in termini di giro d’affari. I gruppi francesi, favoriti anche dal formidabile apporto dei marchi italiani acquistati dai colossi d’Oltralpe, contano infatti per il 30,3% del fatturato aggregato, doppiando Italia (13,4%) e Spagna (13%).
Tra i gruppi principali, il gigante francese Lvmh si conferma leader assoluto per dimensioni (42,6 miliardi). Inseguono, a grande distanza, il gruppo spagnolo Inditex ,che controlla Zara (25,3 miliardi), il tedesco Adidas (21,2), lo svedese H&M (20,3) e l'altro francese Kering, proprietario anche di Gucci e Bottega Veneta (15,5 miliardi). Luxottica (9,2 miliardi), primo tra gli operatori italiani, si posiziona al settimo posto, mentre il gruppo Prada (3,1 mld) è quattordicesimo.
La crescita media annua del fatturato nel 2013-2017 premia le aziende italiane: Valentino (+22,2%) e Moncler (+19,7%) sono rispettivamente seconda e quarta nella classifica, dominata dalla danese Pandora (+26,1%).
A sua volta, la Camera di commercio di Milano ha rilevato che in Italia, nel 2018, si contavano 221.191 imprese attive nel settore moda, delle quali 11.701 in Piemonte. Un numero superiore a quello del Piemonte lo possono vantare sette altre regioni, a partire da quelle sul podio: Lombardia (33.600), Campania (32.026) e Toscana (27.970).
A livello provinciale, Torino è risultata settima con 6.209, preceduta dalle province di Bari (6.339), Prato (7.940), Firenze (9.070), Milano (13.196), Roma (14.746) e Napoli, prima con 21.197. A sua volta, Torino si trova davanti a Padova (4.331), Caserta (4.222) e Modena (3.826), che chiude la top ten.
Per quanto riguarda le imprese della moda nelle altre province piemontesi ecco i dati: 901 nell'Alessandrino, 432 nell'Astigiano, 1.028 nel Biellese, 1.192 nel Cuneese, 1.064 nel Novarese, 363 nel Verbano-Cusio-Ossola e 522 nel Vercellese.
L'analisi specifica della Camera di commercio di Milano ha attribuito a Torino la medaglia d'argento in Italia per il numero di imprese attive nel settore del design”. Alla fine dell'anno scorso, infatti, la provincia del capoluogo piemontese ne contava 1.201 (1.197 nel 2017), meno soltanto della provincia di Milano (1.957), ma più di quella di Roma (937). Sul totale nazionale di 18.409 e, perciò, con la quota del 6,5%, a fronte del 10,6% della provincia con il Biscione.
In tutto il Piemonte, a fine 2018, sono risultate 1.891 le imprese del design (+1,2% rispetto a dodici mesi prima), numero che vale il quarto posto nella graduatoria nazionale, che vede in testa, naturalmente, la Lombardia con 4.498, seguita dal Veneto con 2.182 e dall'Emilia-Romagna con 2.049. Quinta è la Toscana con 1.284.

Nuovo bando Compagnia di San Paolo: 620.000 euro per fondazioni comunitarie

Alberto Anfossi, Segretario generale Compagnia di Sanpaolo
con il presidente Francesco Profuno
La Compagnia di San Paolo ha deciso di aiutare le fondazioni di comunità di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta, quest'anno con 620.000 euro. A tanto, infatti, ammonta la somma dei contributi previsti per sostenere le fondazioni già in attività (530.000 euro) e i comitati promotori di nuove fondazioni comunitarie (90.000 euro).
Le fondazioni di comunità rappresentano per la Compagnia di San Paolo uno strumento di mobilitazione o di organizzazione della società civile di un territorio, come pure, più direttamente, del potenziale di “generosità privata” che quel territorio può esprimere.
Il gruppo di fondazioni di comunità sostenute dalla Compagnia comprende, oggi, diversi soggetti che operano a Torino, in Piemonte e nella Valle d’Aosta (in passato anche nella Liguria di Ponente) e presentano marcate differenze di bacino geografico/demografico e di contesto socio-economico, spazianti dalla dimensione di quartiere popolare a quella di vallata alpina.
Tra queste fondazioni alcune un'esperienza ormai consolidata, altre sono giovani o giovanissime, con le comprensibili differenze in quanto a dotazione di staff, capacità di raccolta fondi, riconoscibilità e ruolo sociale sul territorio. Alcune di queste fondazioni rappresentano il risultato di un’innovazione, di filosofia, pratica e metodologia, introdotta sulla struttura di enti preesistenti.
La Compagnia di San Paolo sostiene le fondazioni comunitarie, in quanto enti in sintonia con i sui valori e la sua visione strategica, che consiste nell’attivazione della capacità dei territori di affrontare originalmente le esigenze della comunità, oltreché di mobilitazione dei bacini di generosità privata; proprio per questa ragione, apprezza che le fondazioni sviluppino piena autonomia sotto il profilo dei fini e dell’operatività (allocazione delle risorse, scelte tematiche di bandi o altri strumenti, governance, gestione amministrativa).
Con le linee guida 2019, la Compagnia di San Paolo si propone di dare piena esplicitazione e, al contempo, ordinare, presupposti e metodi della propria azione di sostegno alle esperienze di filantropia comunitaria, verso i soggetti esistenti ma anche verso nuovi progetti.
Possono presentare domanda, a sostegno dell’attività per il 2019: A) le fondazioni di comunità già operanti in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, che riportino nel loro statuto la dizione “Fondazione di comunità” o affine, entro l’11 marzo 2019; B)  i comitati promotori o affini, portatori di progetti di fondazioni di comunità da costituirsi in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, entro il 31 agosto 2019.

Nel Biellese il costo minore dell'Rc auto 315 euro contro i 431,9 euro del Torinese

E' Biella la provincia piemontese dove l'automobilista medio paga meno l'assicurazione Rca, quella obbligatoria per chiunque guidi una vetture. Nel Biellese, infatti, è risultato di 315 euro esatti il premio medio dell'Rca Auto nel terzo trimestre dell'anno scorso (dato più recente disponibile).
Lo si legge nell'ultimo rapporto dell'Ivass, l'istituto nazionale per la vigilanza sulle assicurazioni, che contiene almeno due buone notizie per il Piemonte.
Una è che nel terzo trimestre 2018 è aumentato il numero dei contratti di Rca auto tra Compagnie e assicurati (sono stati 137.886, il 7,6% del totale nazionale). E più assicurati vuol dire meno vetture prive di copertura in circolazione.
L'altra: il premio medio annuo dell'Rc Auto pagato in Piemonte è risultato di 379,8 euro, lo 0,7% in più rispetto al terzo trimestre 2017, comunque l'ottavo meno caro in Italia (in Campania è di 538,6 euro, il più alto; il più basso – 303 euro - in Valle d'Aosta).
Il prezzo medio italiano per la garanzia r.c.auto, nel terzo trimestre 2018, era di 419 euro; ma il 50% degli assicurati pagava meno di 376 euro. A livello nazionale, la media era di 400,1 euro nei piccoli centri, 441,4 euro nelle città medie e 495,7 euro nelle grandi.
In tutt'Italia, l'Ivass ha censito 1.810.894 contratti Rc Auto stipulati nel terzo trimestre dell'anno scorso. In particolare, ecco quanti sono stati nelle province piemontesi (tra parentesi il prezzo medio): Alessandria 14.099 (euro 347,9), Asti 7.455 (euro 336,1), Biella 6.330 (euro 315,0), Cuneo 21.133 (euro 328,5), Novara 11.958 (euro 333,2), Torino 65.798 (euro 431,9), Verbania 5.367 (euro 330,1), Vercelli 5.756 (euro 320,4).

In Piemonte quasi 58.000 coinvolti dal Rei il reddito di inclusione contro la povertà

In Piemonte, l'anno scorso, sono stati quasi 24.000 (per la precisione 23.891) i nuclei familiari percettori di Rei (Reddito di inclusione), misura di contrasto alla povertà, che consiste in un beneficio economico erogato mensilmente, abbinato a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa, predisposto sotto la regia dei servizi sociali del Comune e volto, appunto, al superamento della condizione di povertà.
“Complessivamente, nel 2018, in Piemonte sono risultate 57.839 le persone coinvolte dal Rei, il cui importo medio mensile è stato di 258,65 euro, quindi inferiore alla media nazionale di 295,88” ha riportato il Corriere Torino, aggiungendo che in tutto il Paese i nuclei familiari percettori di Rei sono stati 462,170 e 1.329.325 gli individui coinvolti. Le quote piemontesi, pertanto, sono state rispettivamente del 5,17 e del 4,35%, nettamente più basse del peso specifico della popolazione regionale.
Alla fine di settembre 2018, le persone coinvolte dal Rei in Piemonte erano 46.727 (quasi 19.000 i nuclei familiari) e l'importo medio mensile era risultato di 265,98 euro. Allora, la quota piemontese dei nuclei percettori di Rei sfiorava il 5% dei 378.557 emersi in tutta l'Italia e del 4,2% quella delle persone coinvolte, che a livello nazionale ammontavano a 1.114.896.
Sempre al 30 settembre dell'anno appena passato, il 47% dei nuclei beneficiari di Rei nel nostro Paese risultava risiedere in due sole regioni: Campania (90.525) e Sicilia (87.568). Entrambe precedevano Puglia (27.198), Lazio (26.779), Lombardia (26.446) e Calabria (26.290). Settimo era il Piemonte, seguito da Sardegna (17.389), Veneto (8.526) ed Emilia-Romagna (8.170).
Per beneficiare del Rei, il nucleo familiare deve soddisfare determinati requisiti reddituali (Isee non superiore ai 6.000 euro, un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore ai 20.000 euro e un valore del patrimonio mobiliare non superiore a 10.000 euro, ridotto a 8.000 per la coppia e a 6.000 per la persona singola), oltre che di cittadinanza, residenza e compatibilità (i componenti del nucleo non devono essere percettori di prestazioni di disoccupazione).
“A proposito di prestazioni di disoccupazione – ha riportato ancora il Corriere Torino, edizione locale del Corriere della Sera, guidata da Umberto La Rocca - l'Inps ha comunicato di aver ricevuto in Piemonte 104.298 domande di Naspi (indennità di disoccupazione) nei primi 11 mesi 2018, a fronte delle 103.577 dell'intero 2017 e le 95.825 del 2016”.

Borsa: il "mistero" Intesa Sanpaolo

Carlo Messina, amministratore delegato Intesa Sanpaolo
con il presidente Gian Maria Gros-Pietro
Mistero Intesa Sanpaolo. Martedì scorso, il vertice del colosso, guidato da Carlo Messina e presieduto dal torinese Gian Maria Gros-Pietro, annuncia i brillanti risultati 2018, tra i quali l'utile netto di 4,050 miliardi, il più elevato degli ultimi dieci anni e tale da consentire di proporre un dividendo complessivo di 3,449 miliardi, superiore dell'1% al precedente ed equivalente a 0,2 euro per azione.
A Piazza Affari, quel giorno, il titolo Intesa Sanpaolo chiude con un rialzo dell'1,59% e del 2,39% il giorno seguente. Però, giovedì perde il 2,75% e venerdì lo 0,45%. Così, la settimana è finita con il prezzo di 1,9754 euro, inferiore a 1,999 euro del venerdì precedente e corrispondente alla capitalizzazione di 34,588 miliardi, 9,348 miliardi meno che alla fine del 2017.
Con il dividendo di quest'anno salgono a 13,4 i miliardi distribuiti da Intesa Sanpaolo agli azionisti, dal 2015, come remunerazione del loro investimento. E Carlo Messina ha già anticipato sia che l'utile netto 2019 risulterà superiore a quello 2018 sia che l'80% sarà destinato agli azionisti (particolare non irrilevante: “Messina è uno che mantiene le promesse” ha commentato Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, socio secondo solo alla Compagnia di San Paolo).
Perché, allora, il valore dell'azione resta intorno ai due euro, cioè un euro e mezzo meno che a luglio del 2015? Perché non c'è la corsa all'acquisto di un titolo che, ai prezzi attuali, rende quasi il 10%? Ed è rappresentativo della terza società a maggiore capitalizzazione borsistica in Italia - prima delle private - che presenta un elevato indice di solidità patrimoniale (Cet1 del 13,6%), capitale di 430 milioni in eccesso rispetto ai requisiti richiesti e, fra l'altro, utili in crescita progressiva e ininterrotta dal 2013? Perché tanta freddezza e indecisione da parte dei potenziali investitori nei confronti di una società che assicura payout così elevati da suscitare persino la critica di chi ritiene siano eccessivi?
L'interrogativo se lo pongono anche all'interno del mondo Intesa Sanpaolo; ma la risposta convincente non emerge. Uno dei misteri della Borsa italiana.

Ps: Questo articolo è stato pubblicato oggi, 10 febbraio, dal Corriere di Torino, edizione locale del Corriere della sera, nella consueta rubrica domenicale dedicata alle quotate piemontesi. La ripresa è stata consentita in seguito a gentile autorizzazione. 

Ancora pochissime a Torino e in Piemonte le startup innovative costituite on line

A fine 2018, le startup innovative costituite, in Italia, mediante la nuova modalità digitale sono 2.023. È quanto emerge dalla decima edizione del rapporto trimestrale di monitoraggio pubblicato dal ministero dello Sviluppo economico (Mise), in collaborazione con InfoCamere e Unioncamere. La misura consente un risparmio medio stimato di duemila euro per il solo atto di avvio.
Nel 2018 sono state costituite online 953 startup innovative, contro le 896 del 2017, per un incremento del 6,4% su base annua. Tra le imprese innovative create nell’ultimo trimestre, oltre quattro su dieci hanno optato per la nuova modalità (42,8%, in crescita rispetto al 40,0% dell’intero 2018 e al 39% del 2017).
In termini assoluti, Milano si conferma la provincia con più startup costituite online (319) il 16% del totale nazionale, seguita da Roma (218 e 10,9%). Chiudono la top five tre province del nord: Padova (77), Verona (58) e Bergamo (50). Queste province si distinguono anche per un elevato tasso di adozione della nuova modalità, che in tutti i casi sfiora o supera il 50%.
Per contro, province con una popolazione anche importante di startup innovative, come Torino, presentano tassi di adozione molto bassi, talvolta inferiori al 20%. In particolare, Torino rappresenta un caso emblematico in questo senso, in quanto quarta provincia in Italia per popolazione di startup innovative (319), ma con sole 23 costituite on line. Nell'intero Piemonte le startup costituite on line sono risultate 70, solo il 3,5%.
Anche la durata media delle pratiche varia significativamente tra provincia e provincia: un indicatore dell’efficienza della Camera di Commercio nella gestione della procedura. A fronte di un tempo d’attesa medio di 25,1 giorni tra la costituzione e l’iscrizione nella sezione dedicata del Registro delle Imprese (peraltro in rapida diminuzione col passare dei mesi), in diverse province italiane, la procedura viene completata mediamente in meno di una settimana e non di rado in un solo giorno.

Quest'anno per pagare tutte le tasse l'italiano deve lavorare un giorno in più

“A seguito dell’aumento della pressione fiscale che, secondo il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), nel 2019 è destinata ad attestarsi al 42,3% (+0,4 rispetto l’anno prima), solo il prossimo 4 giugno gli italiani celebreranno il tanto sospirato giorno di liberazione fiscale o tax freedom day”. Lo riferiscono dalla Cgia di Mestre, l'associazione degli artigiani e delle piccole imprese locali, aggiungendo che il contribuente medio italiano quest'anno lavora un giorno in più per assolvere a tutti gli obblighi fiscali (Irpef, accise, Imu, Tasi, Iva, Tari, addizionali varie, Irap, Ires, etc.) e per iniziare a guadagnare per se stesso e per la propria famiglia
“Se, invece, consideriamo che la giornata lavorativa inizia convenzionalmente alle 8 – precisano dalla Cgia - ogni giorno, ciascun italiano medio lavora per pagare le tasse e i contributi fiscali sino alle 11,23, vale a dire quasi 3 ore e mezza al dì; mentre gli rimangono solo quattro ore e mezza per “costruirsi” il reddito o la retribuzione netta”.
Qesta analisi dà la dimensione, quando la si compara con i risultati degli altri paesi europei, di quanto sia smisurato il prelievo fiscale e contributivo in capo agli italiani.
“Nonostante i correttivi apportati, in zona Cesarini, con il maxiemendamento – ha affermato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo - la manovra di Bilancio del 2019 non ha introdotto quello shock fiscale che tutti si attendevano. Anzi, stando alle previsioni elaborate dal Mef, la pressione fiscale per l’anno in corso è destinata addirittura ad aumentare, dopo cinque anni in cui non accadeva. Oltre a ciò, va segnalato che, con la rimozione del blocco dei tributi locali prevista dalla manovra, c’è il pericolo che torni a salire anche il peso delle tasse locali, che erano bloccate dal 2016. Senza contare che è necessario disinnescare le clausole di salvaguardia, altrimenti dall’inizio del 2020 subiremo un aumento dell’Iva da far tremare i polsi”.
Guardando la serie storica, negli ultimi 25 anni il giorno di liberazione fiscale più “precoce” si è verificato nel 2005. In quell’occasione, con il Governo Berlusconi II, la pressione fiscale si attestò al 39,1% e ai contribuenti italiani bastò raggiungere il 24 maggio (143 giorni lavorativi) per scrollarsi di dosso il giogo fiscale.
Osservando sempre il calendario, quello più in “ritardo“, invece, si è registrato nel 2012 (anno bisestile) e nel 2013. In quel biennio, la pressione fiscale raggiunse il record storico del 43,6% e, di conseguenza, il “giorno di liberazione fiscale” si celebrò “solo” il 9 giugno.
“Con le tasse in aumento e con una platea di servizi erogati dal pubblico che, negli ultimi anni, è diminuita sia in qualità sia in quantità – ha evidenziato Renato Mason, il segretario della Cgia – si sono sacrificati i consumi e gli investimenti. Inoltre, è diventato sempre più difficile fare impresa, creare lavoro e redistribuire ricchezza. Alle piccole e piccolissime imprese, in particolar modo, il calo dei consumi delle famiglie ha creato non pochi problemi finanziari, costringendo molte partite Iva a chiudere i battenti”.
Dal confronto con gli altri Paesi europei non emerge un risultato particolarmente entusiasmante. Nel 2017 (ultimo anno in cui è possibile effettuare una comparazione) i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 4 giugno (154 giorni lavorativi), vale a dire quattro giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro e otto se, invece, il confronto è realizzato con la media dei 28 Paesi che compongono l’Unione europea.
Se confrontiamo il “tax freedom day” italiano con quello dei nostri principali competitori economici, solo la Francia presenta un numero di giorni di lavoro necessari per pagare le tasse nettamente superiore (+23), mentre tutti gli altri hanno potuto festeggiare la liberazione fiscale con un netto anticipo. In Germania, ad esempio, questo avviene sette giorni prima che da noi, in Olanda 13, nel Regno Unito 25 e in Spagna 28. In Irlanda, dove la pressione fiscale è del 23,4%, i contribuenti assolvono gli obblighi fiscali in soli 85 giorni lavorativi, cominciando lavorare per se stessi il 27 marzo, 69 giorni prima rispetto al nostro “tax freedom day”.

Quaglia: "Investito mezzo miliardo di euro per i giovani di Piemonte e Valle d'Aosta"

Il primo focus group degli "Stati Generali" della Fondazione Crt
Circa mezzo miliardo di euro, in 25 anni, è stato investito dalla Fondazione Crt per promuovere la ricerca, l’innovazione e la formazione del capitale umano, asset fondamentali per costruire il futuro su basi solide”. Lo ha detto Giovanni Quaglia, il presidente della Fondazione Crt alla vigilia della seconda tappa pubblica degli “Stati Generali”, la grande operazione sistemica, basata sull’ascolto, per ridefinire mission, vision e strategie della Fondazione per il prossimo decennio e rilanciarne il ruolo di “motore” della crescita e dello sviluppo del territorio anche in una dimensione internazionale.
Quaglia ha aggiunto: “Siamo stati pionieri nel creare una comunità di 5.500 talenti, offrendo loro borse di studi ed esperienze all’estero capaci di sviluppare competenze e capacità anche imprenditoriali. Abbiamo sostenuto oltre 700 giovani ricercatori e dato l’opportunità a 880.000 studenti di integrare il programma didattico con contenuti sempre più innovativi e di respiro internazionale con il progetto Diderot. È a partire da questi importanti risultati che vogliamo continuare ad accompagnare al meglio il processo di trasformazione tecnologica, sociale e culturale del territorio”.
Una cinquantina tra ricercatori, startupper, giovani talenti, rappresentanti di parchi scientifico-tecnologici ed eco-industriali, imprese innovative, esponenti del mondo universitario e formativo, saranno presenti, mercoledì 13 febbraio, alle ore 10.30, nella sede della Fondazione Crt, in via XX Settembre 31, a Torino. Parteciperanno al focus group sulla ricerca, l’innovazione e la formazione nell’ambito, appunto, degli “Stati Generali” della Fondazione.
I successivi focus group in Fondazione Crt (tutti dalle ore 10.30) si terranno giovedì 21 febbraio sull’educazione alla cittadinanza; venerdì 1 marzo sulla produzione artistica e culturale, l’heritage e la valorizzazione del territorio.

Casa Torino, prezzo medio sceso dell'1,6%

Aumentate le compravendite, diminuiti i prezzi. In estrema sintesi, è questo che dice il mercato 2018 torinese della casa. In attesa del consuntivo dell'Osservatorio immobiliare della Agenzia delle Entrate relativo ai passaggi di proprietà nell'intero anno passato (2.882 nel terzo trimestre, il 4,5% in più rispetto allo stesso periodo 2017), vanno rilevati i risultati dell'ultimo rapporto di Immobiliare.it sull'evoluzione dei prezzi.
A Torino, il prezzo medio delle abitazioni, a dicembre 2018, è sceso a 1.681 euro a metro quadrato, l'1,6% in meno rispetto a 12 mesi prima. La percentuale del calo è esattamente doppia rispetto a quella media dell'Italia, dove il prezzo medio della casa è risultato di 1.883 euro a metro quadrato. In particolare, il prezzo è sceso dell,1,1% nelle città con meno di 250.000 abitanti (1.635 euro), mentre è salito dello 0,4% quello medio delle città con oltre 250.000 abitanti (2.551 euro).
Dei 20 capoluoghi di regione, otto hanno evidenziato rincari delle abitazioni, in uno (Cagliari) il prezzo medio richiesto è rimasto uguale a dicembre 2017, mentre è diminuito in tutti gli altri. Oltre che a Torino, il prezzo medio si è ridotto a Campobasso (-9,3%), Ancona (6,9%), Potenza (6,8%), L'Aquila (6,5%), Genova (4,7%), Catanzaro (4,2%), Palermo (2,3%), Perugia (2,2%), Bari (2,1%) e Roma (1,8%).
Invece, è aumentato a Firenze (5,2%), Venezia (5%), Trento (3,8), Bologna (3,7), Milano (2,7), Trieste (2,6), Aosta (1,5) e Napoli (0,1).
Firenze è il capoluogo regionale che presenta il prezzo medio delle case più alto in Italia: 3.705 euro a metro quadrato, superiore anche ai 3.332 euro di Milano e i 3.173 di Roma. Torino è undicesima.

Produzione di auto, nel 2018 calo del 10%

Un'Alfa Romeo Stelvio 
L'industria automobilistica italiana ha scalato un'altra marcia. Secondo i dati preliminari raccolti dall'Anfia, l'associazione del settore, tra le aziende costruttrici, la produzione di vetture è stata di un po' più di 39.000 esemplari, il 13% in meno rispetto a dicembre 2017. Così le vetture fabbricate nel nostro Paese nell'intero 2018 risultano circa 671.000, il 10% in meno rispetto al 2017 (il 57% è stato esportato).
Complessivamente, la produzione nazionale di tutti i tipi di autoveicoli (commerciali, industriali, autobus) in dicembre è diminuita del 16,6% rispetto allo stesso mese del 2017 e del 7% nell'intero 2018, quando il totale è ammontato a 1,06 milioni, per il 66% destinato all'export.
Comunque, negli ultimi cinque anni, la produzione media annua di autoveicoli è stata superiore al milione, il 32% in più rispetto alla produzione del quinquennio precedente (media annua di 760.000 dal 2009 al 2013).
Come rilevato dall'Istat, la fabbricazione di autoveicoli e loro motori conta in Italia oltre 66.600 occupati, un fatturato superiore ai 51 miliardi di euro e investimenti annui per 2,2 miliardi di euro. Per numero di addetti diretti nel settore automotive, l'Italia è al sesto posto nella Ue, dopo Germania, Francia, Polonia, Romania, Repubblica ceca ed seguita da Regno Unito e Spagna. Se si considerano anche gli addetti indiretti, gli occupati del settore automotive salgono a 258.000.
Il fatturato del settore è diminuito del 9,5% in novembre e dell'1,8% nei primi undici mesi del 2018 (-2,9% l'interno e -0,2% quello estero).
Dall'inizio di gennaio alla fine di novembre del 2018, l’export di autoveicoli ha avuto un valore di 20,8 miliardi, in calo del 5,8%, mentre l’import è ammonta a 30,59 miliardi, in aumento dello 0,1%. Il saldo negativo è risultato così di 9,8 miliardi, determinato dal saldo negativo di 13 miliardi verso i Paesi della Ue e positivo di 3,2 miliardi verso i paesi extra-Ue.
L’indagine Istat sulle intenzioni di acquisto di un’autovettura, nei prossimi 12 mesi, nel mese scorso ha evidenzia un aumento di risposte “certamente sì” e probabilmente sì”, salite all'11,3% dal 9,2% de gennaio 2018 e dall’11% di ottobre. La percentuale di risposte “certamente no”, dall’80,4% di gennaio 2018 è scesa al 78,5% di gennaio 2019.

Solo 12 le piemontesi tra le prime cento per capitalizzazione 2018 in Piazza Affari

Meno male che c'è Intesa Sanpaolo. Il colosso bancario-finanziario-assicurativo, che a Torino ha almeno la sede legale e il bel grattacielo di Renzo Piano, salva l'onore del Piemonte piazzandosi sul podio delle società quotate alla Borsa di Milano per capitalizzazione a fine 2018. Intesa Sanpaolo è risultata terza con 34 miliardi, preceduta soltanto da Eni (49,9 miliardi) e da Enel (51,4 miliardi), entrambe controllate pubbliche”.
E' il commento pubblicato su L'Economia del Nord Ovest, supplemento di ogni lunedì edito dal Corriere Torino, alla notizia che sono soltanto due le quotate piemontesi nella top ten 2018 per capitalizzazione e, soprattutto, soltanto dodici quelle finite tra le prime cento.
La seconda classificata nella top ten è Fca, settima con 19,7 miliardi; ma considerare Fiat Chrysler Automobiles piemontese può essere discutibile perché se è vero che le sue origini sono indiscutibilmente torinesi è altrettanto vero che la sede legale ormai è ad Amsterdam e il domicilio fiscale a Londra.
E un discorso analogo vale per Exor, undicesima nella gradutaria per capitalizzazione borsistica con 11,3 miliardi. Anche la finanziaria a capo del gruppo Agnelli-Elkann-Nasi, nata a Torino come Ifi, ora ha la sede legale e fiscale nella capitale olandese.
Comunque, per trovare un'altra piemontese, pur non del tutto tale (la sede legale è a Milano), bisogna scendere alla posizione numero 28, dato che il valore attribuito da Piazza Affari a Italgas era di 4 miliardi al 28 dicembre 2018.
A quella data, Diasorin era trentesima con 3,9 miliardi, Buzzi Unicem quarantesima con quasi 2,9 miliardi, Sias nella posizione numero 43 con poco più di 2,75 miliardi e Iren nella successiva con 2,72. Le altre subalpine che figurano nelle prime cento per capitalizzazione sono Autogrill (53.ma con 1,882 miliardi), Astm (55.ma con 1,715 miliardi), Reply (58.ma con 1,649 miliardi)) e la Juventus (73.ma con 1,091 miliardi).
Le altre piemontesi meglio piazzate sono risultate Guala Closures centosettesima con un valore di 349,6 milioni attribuito dalla Borsa, Cofide centodecima (332,3 milioni), Tinexta centoquindicesima con 291 milioni, Basicnet 119.ma con 268,2 milioni, 140.ma Prima Industrie con 179,2 milioni, Pininfarina 167.ma con 122,6 milioni.

Fca "buca" in Borsa proprio nel giorno dell'annuncio dei risultati record 2018

Mike Manley
amministratore delegato Fca
Clamorosa “foratura” borsistica di Fca, oggi, 7 febbraio. L'azione di Fiat Chrysler Automobiles ha chiuso a 13,38 euro, il 12,2% in meno rispetto a ieri. Nessun altro titolo di Piazza Affari ha perso tanto. Fca ha pagato sia l'andamento negativo generale, conseguente alle nuove previsioni di ribasso del Pil italiano 2019 e al balzo dello spread, sia la delusione degli analisti e dei grandi investitori per i risultati attesi dal Gruppo per l'esercizio in corso, destinato a risultare durissimo per tutta l'industria automobilistica.
L'azione Fca è precipitata nonostante i risultati record 2018 del Gruppo guidato da Mike Manley: utile netto di 3,6 miliardi(+3%), che diventa di 5 miliardi (+34%) “adjusted” , cioè rettificato dalle componenti straordinarie; 4.842.000 veicoli consegnati, 102.000 più che nel 2017; ricavi netti pari a 115,4 miliardi (+4%) e liquidità netta industriale a 1,9 miliardi, mentre al 31 dicembre precedente si registrava un indebitamento netto industriale di 2,4 miliardi.
In seguito al crollo Fca, la sua controllante Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli-Elkann-Nasi, ha perso il 4,73% terminando la seduta a 54,38 euro.
Ribassi superiori al 2,59% dell'indice Fste Mib, che rappresenta le 40 principali società trattate alla Borsa di Milano, sono stati subiti dalle piemontesi Italia Independent (-4,52%), Cofide (-4,18%), Bim (-3,9%), Prima Industrie (-3,09%) Buzzi Unicem (-2,71%) e Intesa Sanpaolo (-2,75%).
Invece, hanno terminato la seduta con prezzi superiori a quelli di ieri Cover50 (+5%), Borgosesia (+1,75%), Diasorin (+1,73%), Sias (+1,1%) M&C (+0,51%), Cdr Advance Capital (+0,33%), Reply (+0,2%).
In particolare, l'incremento di Diasorin è stato il maggiore di tutto il listino Ftse Mib e ha portato l'azione della società controllata e presieduta da Gustavo Denegri a 85,1 euro.

In Piemonte i concessionari auto nel 2018 hanno perso fatturato di oltre 900 milioni

E' incominciato con una marcia molto bassa, il 2019, per il mercato automobilistico piemontese. Infatti, nel mese scorso, gli acquisti di vetture nuove nella regione subalpina sono scesi a 12.277, il 32,18% in meno rispetto ai 18.840 del gennaio 2018. E il nuovo calo si aggiunge a quelli dei mesi precedenti, confermando una tendenza destinata a proseguire.
Comunque, tornando ai consuntivi, l'Unrae, l'Unione nazionale dei Costruttori esteri attivi nel nostro Paese, ha appena comunicato che nell'intero 2018, in Piemonte, sono state vendute 178.013 auto nuove, il 19% in meno rispetto alle 219.904 del 2017. Così il fatturato dei concessionari si è ridotto di circa 907 milioni di euro, risultando di poco superiore ai 3,85 miliardi.
Il mercato automobilistico piemontese è quello che ha subito la maggiore contrazione in Italia. Il secondo calo più consistente è stato quello del Molise (-7,5%) e il terzo quello della Liguria (-5,3%). La perdita dell'intera Italia è stata del 3,1%, però con regioni che, nonostante tutto, hanno fatto registrare aumenti dei rispettivi mercati: Veneto (+1,2%), Puglia (+3,8%), Calabria (+0,2%), Sicilia (+1,1%), Sardegna (+2,5%).
Il Piemonte è rimasto il terzo maggior mercato regionale, preceduto da Lombardia (317.142 nuove immatricolazioni) e Trentino-Alto Adige (292.468).
In particolare, il mercato torinese in gennaio è crollato: le vendite di vetture nuove sono risultate 6.560, a fronte delle 13.440 dello stesso mese del 2018. La perdita è del 51,2%, pari a 6.880 auto. E ancora peggiore è stato il risultato per i concessionari del gruppo Fca Fiat Chrysler Automobiles: complessivamente, le diverse marche del gruppo guidato da Mike Manley hanno fatto registrare nel Torinese 2.329 nuove immatricolazioni, circa il 75% in meno rispetto alle 9.268 del gennaio dell'anno scorso.
Le nuove Fiat vendute sono state 1.561 (7.915 nel gennaio 2018), 78 le Alfa Romeo (719), 298 le Jeep (338), 7 le Maserati (8) e 386 le Lancia (288), unica in positivo, grazie alle Ypsilon avviata verso il fine corsa.
In tutto il Piemonte, il gruppo Fca ha venduto 3.559 sue vetture in gennaio, il 65,8% in meno rispetto alle 10.406 dello stesso mese dell'anno scorso. Il dato assume un significato ancora maggiore se si considera che a livello nazionale il calo è stato del 21,68% (39.994 le nuove immatricolazioni in gennaio, a fronte delle 51.062 precedenti). Essendo prevalentemente di origine domestica la differenza può risultare ancora più amara.
Per quanto riguarda le singole marche Fca, la disaggregazione mostra che, il mese scorso, in Piemonte, Fiat ha fatto registrare 2.348 immatricolazioni (8.576 nel gennaio 2018), Lancia 536 (390), Chrysler 530 (598), Alfa Romeo 138 (818) e Maserati 7 (24).
Con Torino soltanto un'altra provincia piemontese ha avuto una contrazione del mercato locale rispetto al gennaio dell'anno scorso. Si tratta di Novara, dove le vendite di auto nuove sono scese da 1.075 a 933. Invece, ad Alessandria il Pra ne ha iscritte 1.140 (1.096 nel gennaio 2018), ad Asti 514 (496), a Biella 499 (496), a Cuneo 1.753 (1.524), a Verbania 372 (356) e a Vercelli 506 (400).

"Campionato" 2018 di Intesa Sanpaolo vince Mauro Micillo, secondo Barrese

Mauro Micillo, responsabile divisione
Corporate e Investment Banking Intesa Sanpaolo
E' Mauro Micillo il vincitore del “campionato” 2018 di Intesa Sanpaolo riservato ai responsabili delle sei maxi-divisioni operative del colosso guidato da Carlo Messina. Responsabile del Corporate e Investment Banking, Mauro Micillo ha ottenuto i migliori risultati in quattro delle cinque “gare” considerate per le graduatorie: proventi operativi netti, costi operativi, risultato della gestione operativa, risultato corrente lordo, risultato netto.
La divisione Corporate e Investment Banking ha fatto registrare il maggiore incremento dei proventi operativi netti (+9,3% a 3,748 miliardi), della gestione operativa (+12,7% a 2,688 miliardi), del risultato corrente lordo (+12,3% a 2,543 miliardi) e del risultato netto (+12,5% a 1,798 miliardi). Ed è finita terza nella gara dei costi operativi, aumentati dell'1,7% a 1,060 miliardi mentre la divisione Banca dei Territori, guidata da Stefano Barrese, li ha ridotti del 6,1% a 5,361 miliardi, ottenendo così la migliore performance specifica.
Oltre che l'oro per la maggiore riduzione dei costi operativi, Banca dei Territori ha conseguito la medaglia d'argento sia per l'incremento del 6,7% del risultato della gestione operativa (3,945 miliardi) sia per il miglioramento del 7,2% del risultato netto, ammontato a 1,547 miliardi. Inoltre, ha avuto il bronzo per l'incremento dello 0,7% del risultato corrente lordo (2,462 miliardi).
Nella classifica assoluta, pertanto, Stefano Barrese figura al secondo posto, precedendo Nicola Maria Fioravanti, responsabile della divisione Insurance, piazzatosi due volte nella posizione d'onore e terzo in altrettante.
La divisione Insurance ha incrementato del 3,7% i proventi operativi netti (1,106 miliardi) e del 3% del risultato corrente lordo (914 milioni); del 5,7% dell'utile netto (648 milioni) e del 3,4% del risultato della gestione operativa (919 milioni).
Le ultime due medaglie in palio sono andate, rispettivamente, a Tommaso Corcos, responsabile della divisione Asset Management e a Paola Angeletti, nuovo numero uno della divisione International Subsidiary Banks.
Tommaso Corcos ha avuto l'argento per la riduzione del 3,8% dei costi operativi a 151 milioni e Paola Angeletti il bronzo per l'aumento dell'1,1% dei proventi operativi netti , saliti a 1,942 miliardi. A secco di medaglie, nel “campionato” 2018 di Intesa Sanpaolo, è rimasto Paolo Molesini, responsabile del Private Banking, che ha chiuso il passato esercizio con proventi operativi netti per 1,878 miliardi (-2,5% rispetto al 2017), costi operativi per 597 milioni (+1,9%), un risultato lordo di gestione operativa pari a 1,281 miliardi (-4,5%), un risultato corrente lordo di 1,284 miliardi (-2,9%) e un risultato netto di 849 milioni (-4,5%).
A proposito di utile netto, la proposta di bilancio2018 del gruppo di Carlo Messina evidenzia che la divisione Corporate e Investment Bankin è quella che ha conseguito il miglior risultato anche in termini assoluti, nonostante che l'incidenza di questo settore di attività rappresenti circa il 21% dei proventi operativi consolidati del Gruppo a fronte del 52% della Banca dei Territori, l'11% delle divisioni International Subsidiary Bank e del Private Banking, il 4% dell'Asset Management e il 6% della divisione Insurance.
La divisione Banca dei Territori include la clientela retail, personal (privati con attività finanziarie da 100.000 euro a 1 milione), imprese con fatturato di gruppo non superiore ai 350 milioni, Banca 5, Banca Prossima e Mediocredito Italiano.
La divisione Corporate e Investment Banking comprende global corporate (imprese con fatturato superiore ai 350 milioni), le società estere corporate, le istituzioni finanziarie, la gestione dei servizi transnazionali e Banca Imi.
La divisione International Subsidiary Bank presidia l'attività del Gruppo sui mercati esteri nei quali è attivo tramite banche controllate e partecipate che svolgono attività di commercial banking: Croazia, Serbia, Bosnia, Erzegovina, Albania, Romania, Slovenia, Slovacchia, Ungheria, Ucraina, Moldavia ed Egitto.
La divisione Private Banking serve il segmento di clientela di fascia alta, tramite Fideuram e le sue controllate Fideuram Investimenti, Intesa Sanpaolo Private Banking, Siref Fiduciaria, Intesa Sanpaolo Private Bank Suisse Morval e Fideuram Asset Management Ireland.
La divisione Asset Management fornisce soluzione di asset management rivolte alla clientela del Gruppo, alle reti commerciali esterne e alla clientela istituzionale tramite Eurizon Capital, alla quale fanno capo diverse società.
La divisione Insurance sviluppa l'offerta dei prodotti assicurativi rivolti alla clientela del Gruppo e include Sanpaolo Intesa Vita (presidente è il torinese Luigi Maranzana), che controlla anche Intesa Sanpaolo Assicura e Fideuram Vita.
A livello consolidato, il gruppo Intesa Sanpaolo ha fatto segnare, nel 2018, un utile netto di 4,050 miliardi (3,816 nel 2017), tale da consentire la distribuzione di un dividendo di 3,449 miliardi, destinati per il 6,79% alla Compagnia di San Paolo, che ne è il maggiore azionista.