Sfumature | 27 dicembre 2021

Quando i piemontesi erano campioni di solidarietà

Giulia di Barolo

Giulia di Barolo

di Gustavo Mola di Nomaglio*

Gli indisturbati posteggiatori abusivi che pretendono una taglia aggiuntiva ai balzelli sui parcheggi imposti dall'amministrazione comunale, i lavavetri e i venditori di cianfrusaglie giunti da lontano, presidiano, sempre più numerosi, le città.

Le tradizioni della nostra società e una diffusa sensibilità ci spingono ad aiutare i poveri, tuttavia la crescita di questi mendicanti, non sempre credibilmente indigenti, conferisce al fenomeno dell'accattonaggio da loro praticato -particolarmente odioso quando sfrutta i bambini- dimensioni e risvolti preoccupanti. La questione è molto complessa, ma il problema della mendicità non è certo nuovo e può essere interessante osservare come in passato lo seppero affrontare e risolvere per quanto riguarda il Piemonte gli amministratori dello Stato sabaudo.

Di secolo in secolo. i Savoia si sono ispirati a principi di equità, di cui hanno dato prova coi programmi politici e coi fatti. In ogni epoca, i principi hanno ribadito che il bene del popolo, la tutela dei poveri e dei deboli erano uno dei valori cardinali della dinastia e dei suoi ministri. Vittorio Amedeo II, ad esempio, al momento di abdicare, invitò il figlio ad assolvere con intransigenza all'obbligo, primario tra quelli di un sovrano, “...di far amministrare - come si legge nell'atto di abdicazione- a tutti una retta ed incorrotta giustizia e soprattutto ai deboli e poveri, dovendo essere il principe padre e protettore degli oppressi e il vendicatore e il nemico dei prepotenti”. 

Nel 1821, al momento di prendere le redini del Regno, Carlo Felice non si discostò dal pensiero dell'avo, rivolgendo ai magistrati l'invito di essere: “...i difensori dell'innocenza, e il terrore dei colpevoli” esortandoli con queste espressioni: “il povero al pari del ricco trovi in voi assistenza e sostegno, e lo spirito di cupidigia e di prepotenza s'arresti e tremi al vostro cospetto”. 

I Savoia, per spirito caritativo e anche concretamente intenzionati a tutelare l'ordine pubblico, diedero vita ad articolati programmi di assistenza. Promossero o incoraggiarono la creazione sia di istituti operanti come vere e proprie banche -ma senza fini di lucro- sia di ospizi e ospedali dei poveri; sostennero le iniziative benefiche pubbliche e private più meritevoli, vollero che restassero distinti tra loro i poveri e i cosiddetti poveri vergognosi (che ricevevano l'elemosina in forma segreta) e che fossero smascherati gli impostori che praticavano l'accattonaggio solo perché trovavano comodo che altri lavorassero per loro.

Le iniziative intese a trasformare -volenti o nolenti- i vagabondi in artigiani (in certi periodi vediamo i ricoveri configurarsi come vere e proprie manifatture) o a riportare le prostitute nell'alveo di una vita normale ebbero sempre l'appoggio della dinastia e si inquadrarono all'interno di un progetto organico e articolato che diede eccellenti risultati.

A partire dall'800, i Savoia decisero, tra l'altro, che una delle strade che portavano alla nobiltà -essendo ormai del tutto superati gli antichi schemi- potesse essere rappresentata da un'elargizione considerevole in beneficenza.

A fianco dei loro consorti o fratelli, le principesse destinarono tempo e tesori ad attività benefiche. Per averne esempi, anche limitatamente al secolo passato, non è indispensabile ricorrere al nome della venerabile principessa Maria Cristina, la “Santa Reginella”, come la chiamavano i napoletani, poiché a molte attività a favore di istituti di beneficenza, degli indigenti, dei carcerati, degli orfani, può essere collegato il nome di parecchie altre principesse, come Maria Felicita (che fondò e dotò il Convitto delle Vedove e Nubili, che pur essendo di “civil condizione”, come si diceva una volta, erano in difficoltà economiche) o Clotilde, terziaria domenicana e interamente dedita ad attività benefiche negli ultimi decenni della sua vita. 

Sulla scia dei loro sovrani e sotto la guida della Chiesa. i piemontesi, e la nobiltà in prima linea, diedero nel campo della beneficenza, come nel promuovere la diffusione dell'istruzione e nel creare scuole diurne e serali e asili infantili, prova di grande sensibilità e attivismo, al punto che è difficile parlarne senza apparire retorici. È davvero impressionante l'impegno profuso dalla nobiltà piemontese (che, come è noto, non era smisuratamente ricca) impressionante per le attività svolte in prima persona, per numero di lasciti e per il loro complessivo ammontare. 

Con riferimento alla Torino di metà '800 è nota soprattutto l'opera di Giulia di Barolo, che ebbe nel marito Tancredi un sostegno senza riserve, ma tanti altri nobili meno noti o ormai del tutto dimenticati profusero il loro impegno e il loro patrimonio per la rigenerazione dei ceti meno abbienti. Sarebbe impossibile ricordare tutti benefattori (anche perché nella maggior parte dei casi la beneficenza si faceva in modo quanto più possibile silenzioso). Basti dire, per rendere l'idea, che il Cottolengo può ancor oggi svolgere il suo ruolo prezioso grazie a lasciti quale quello, enorme, dei Birago di Vische (col quale si costruì anche l'omonimo sanatorio), mentre col patrimonio dei Tapparelli d'Azeglio si costruirono asili, scuole, ospedali e si costituirono raccolte museali e con quello dei Piossasco, Roero, Alfieri e di tante altre famiglie si diede vita a opere pie che in qualche caso sono tuttora operanti.

Ai giorni nostri, non si può pretendere che l'esempio di tante spontanee attività assistenziali e benefiche svolte un tempo dai privati (di cui qualche esempio attuale peraltro non manca) possa essere seguito indiscriminatamente nei confronti di tutte le persone bisognose. I presupposti odierni sono completamente mutati. Nelle comunità del passato, infatti, lo stimolo dell'azione benefica era costituito da sentimenti di fraternità reciproci, mentre oggi, in nome di un difficilmente spiegabile "buonismo" a tutto campo, quasi si pretenderebbe che la beneficenza sia praticata a senso unico da parte del "benefattore", lasciando al "beneficiato" non solo la libertà di non esprimere riconoscenza ma anche di adottare comportamenti prepotenti e ostili.

Parte del vuoto lasciato dai privati è oggi colmato dall'assistenza pubblica che è assai più capillare di quanto fosse in passato (d'altronde il gettito del prelievo fiscale operato dagli Stati moderni, di gran lunga superiore -da qualunque angolazione si guardi- a quello ricavabile anticamente, lo consente). Tuttavia i nostri attuali governanti, potrebbero, per limitare i danni (crescendo di episodi criminosi e via dicendo) derivanti dalla loro incapacità di regolamentare il flusso immigratorio, mutuare dai vecchi amministratori del Piemonte sabaudo molte iniziative concrete per contribuire a migliorare la qualità della vita di tutti.

* Scrittore, storico, vice presidente Centro Studi Piemontesi

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