Piemontesità dei prosciutti Raspini e Rosa

I prosciutti cotti alta qualità a marchio Raspini e Rosa saranno firmati dagli Agricoltori Italiani con il marchio Fdai, per garantire al consumatore, l'italianità di tutti gli attori della filiera. Lo riporta l'Ansa Piemonte, aggiungendo che il primo prodotto che si fregia di questa importante distintività è il Gran Paradiso Raspini, prosciutto cotto ottenuto con l'impiego di sole carni italiane, accuratamente selezionate. “Questo accordo commerciale è un primo importante strumento che segue il decreto a livello interministeriale per il via libera all'etichetta d'origine dei salumi Made in Italy – hanno spiegato Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti Piemonte e Bruno Rivarossa, delegato confederale - e testimonia il nostro impegno e quello di chi crede nel territorio, come Raspini, per valorizzare le produzioni locali. In questo modo, l'azienda si impegna ad utilizzare e valorizzare ulteriormente i suini piemontesi".
La filiera suinicola piemontese conta circa tremila aziende, un fatturato di quasi 400 milioni di euro e 1,2 milioni di capi destinati, soprattutto, ai circuiti tutelati delle principali Dop italiane per la preparazione della miglior salumeria nazionale. “La nostra azienda si fonda su una filosofia che mette al primo posto la qualità della materia prima, il valore del territorio nel quale lavoriamo e i suoi prodotti” ha detto all'Ansa, Umberto Raspini, presidente e amministratore delegato della Raspini.

Guala, debito netto sceso a 483 milioni

Il gruppo Guala Closures di Spinetta Marengo, leader mondiale nella produzione di chiusure di sicurezza per alcolici e in alluminio per vino, nonché uno dei maggiori attori mondiali nella produzione e vendita di chiusure in alluminio per l’industria delle bevande nel primo semestre ha registrato ricavi netti pari a 272,3 milioni di euro (-6.4% al primo semestre 2019). Il buon risultato del fatturato è stato ottenuto grazie alla forte resilienza del business, alla diversificazione geografica, di prodotto e dei clienti, rendendo la società meno esposta ai mercati asiatici e al global travel retail. Al 30 giugno, il debito finanziario netto è risultato di 483,3 milioni, in calo rispetto al primo trimestre 2020 (490,1 milioni) e al primo semestre 2019 (486,2 milioni), dimostrando il forte focus del management sulla generazione di cassa mediante una gestione attenta del working capital e degli investimenti.

Il gruppo Guala Closures conta oltre 4.700 dipendenti e opera in 5 continenti attraverso 29 stabilimenti produttivi e una commercializzazione dei suoi prodotti in oltre 100 paesi. Il gruppo vende quasi 20 miliardi di chiusure annue e nel 2019 ha fatturato 607 milioni.

Castelli direttore sanitario Usl valdostana

Maurizio Castelli è il nuovo direttore sanitario dell’Azienda Usl della Valle d’Aosta. Subentra a Pier Eugenio Nebiolo, che ha lasciato l'incarico per raggiunti limiti di età. Classe 1962, Maurizio Castelli si è laureato in Medicina a Pavia, dove si è poi specializzato in Medicina legale e delle assicurazioni sociali. E' gdirettore della Struttura di Medicina legale della stessa Usl, per la quale ha incoinciato a lavorare nel 1992. L'Usl della Valle d'Aosta ha come commissario Angelo Michele Pescarmona, che ha confermato Marco Ottonello direttore amministrativo.

Liguria, Its per il turismo e per l'Imperiese

La Giunta della Regione Liguria, su proposta dell’assessore alla Formazione, Ilaria Cavo, ha approvato la pubblicazione dell’avviso pubblico per la presentazione delle candidature di nuove fondazioni per gli Istituti Tecnici Superiori (Its). L’avviso, pubblicato sul sito di Regione Liguria, sarà aperto fino al 14 settembre e ha l'obiettivo di dare una maggiore copertura dell'offerta formativa di Istruzione tecnica superiore, istituendo due nuovi Its: uno "settoriale", nel settore del turismo e uno "territoriale", nella provincia di Imperia, non ancora coperta da fondazioni Its. Le nuove fondazioni che presenteranno la propria candidatura dovranno proporre un piano delle attività proprio per queste due tipologie di progetto.
Grazie alle risorse già stanziate negli ultimi cinque anni, quasi 11 milioni di euro del Fondo Sociale Europeo (Fse), sono stati 29 i corsi Its realizzati nel triennio 2016/2018 che hanno coinvolto 288 allievi, con esiti occupazionali relativi ai percorsi conclusi molto positivi e saranno 389 gli allievi coinvolti nel biennio 2019/ 2020. Un successo come attesta anche il recentissimo monitoraggio dell’Istituto nazionale documentazione innovazione ricerca educativa, secondo cui ha trovato lavoro più del 85% degli allievi formati attraverso percorsi Its e per cui la Liguria si colloca ai primissimi posti tra le regioni italiane.

Messina vede la conquista di Ubi Banca Juve, il nono scudetto non paga in Borsa

Oggi, 27 luglio, Consob ha comunicato che le adesioni all'offerta della banca che ha la Fondazione Compagnia di San Paolo come azionista di riferimento, sono risultate pari al 43,481%, tante da far ritenere che l'iniziativa di Carlo Messina avrà successo. Fra l'altro, proprio oggi l'azione di Ubi Banca è stata quella che ha subito il maggior ribasso non soltanto fra le blue chip ma di tutta Piazza Affari. Il titolo Ubi, infatti, ha chiuso a 3,308 euro, l'8,82% in meno rispetto a ieri. Invece, l'azione di Intesa Sanpaolo ha finito le negoziazioni a 1,8014 euro, evidenziando la perdita dello 0,77%.

La stessa Consob, sempre oggi, ha disposto d’ufficio una proroga fino al 30 luglio (compreso) del periodo di adesione all’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria avente ad oggetto massime n. 1.144.285.146 azioni ordinarie di Ubi,  Intesa Sanpaolo ha presa atto del provvedimento che l’Autorità ha adottato per garantire il corretto svolgimento dell’Offerta e la tutela degli investitori. Le ragioni di tale provvedimento, come risulta dalla comunicazione della Consob e dal comunicato emesso da Ubi Banca su richiesta della Consob, sono da ricondurre a taluni comportamenti tenuti da Ubi Banca nel corso dell’offerta e configurabili nella diffusione da parte di Ubi Banca di messaggi non idonei a fornire una completa e corretta informativa ai propri azionisti.

In conseguenza della proroga disposta dalla Consob, i risultati provvisori dell’Offerta saranno comunicati al mercato entro le ore 7.59 del 31 luglio 2020 e quelli definitivi entro le ore 7.59 del 4 agosto 2020; mentre la data di pagamento del corrispettivo sarà il 5 agosto 2020. Da parte di Intesa Sanpaolo non sono previste ulteriori modifiche ai termini e alle condizioni dell’Offerta a seguito della proroga del periodo di adesione.

Comunque, sulla base delle adesioni ottenute e, più in generale, tenendo conto degli orientamenti emersi da parte dell’azionariato di Ubi, Intesa Sanpaolo considera l’operazione di acquisto e scambio rivolta agli azionisti Ubi avviata a pieno successo. Ubi è stata costretta da Consob a evidenziare sul proprio sito Internet come il prezzo dell'azione Ubi incorpori il premio implicito offerto da Intesa Sanpaolo.  

La seduta borsistica odierna è terminata con l'indice Ftse Mib a 20.020 punti, lo 0,28% in meno rispetto a quella precedente. Fra le azioni che hanno denunciato i maggiori ribassi si trovano quelle della Juventus e di Autogrill. Nonostante la vittoria sulla Sampdoria e la conquista matematica del nono scudetto consecutivo, la società bianconera presieduta da Andrea Agnelli ha perso il 5,73% (l'ultimo prezzo è stato di 0,937 euro), quarto calo più pesante della Borsa Italiana e la novarese Autogrill, che fa capo alla famiglia Benetton, ha evidenziato la flessione del 6,57%, la terza maggiore.

Gran frenata delle aspiranti imprenditrici per la pandemia meno aziende "rosa"

Resilienti, tenaci, pronte a mettersi in gioco anche più di quelle machili. E’ la foto del milione e 340mila imprese guidate da donne, che emerge dal quarto Rapporto sull’imprenditoria femminile, realizzato da Unioncamere. Queste imprese, che sono il 22% del totale, negli ultimi cinque anni sono cresciute a un ritmo molto più intenso di quelle maschili: +2,9% contro +0,3%. In valori assoluti l’aumento delle imprese femminili è stato più del triplo rispetto a quello delle imprese maschili: +38.080 contro +12.704. In pratica, le imprese femminili hanno contribuito a ben il 75% dell’incremento complessivo di tutte le imprese in Italia, pari a +50.784 unità.

Anche se ancora fortemente concentrate nei settori più tradizionali, le imprese di donne stanno crescendo soprattutto in settori più innovativi e con una intensità maggiore delle imprese maschili. E’ il caso delle attività professionali scientifiche e tecniche (+17,4% contro +9,3% di quelle maschili) e dell’Itc-Informatica e telecomunicazioni (+9,1%,contro il +8,9% delle maschili). Lazio (+7,1%), Campania (+5,4%), Calabria (+5,3%), Trentino (+5%), Sicilia (+4,9%), Lombardia (+4%) e Sardegna (+3,8%) sono le regioni in cui le aziende al femminile aumentano oltre la media.

Di fronte al Covid, però, molte aspiranti imprenditrici devono aver ritenuto opportuno fermarsi e attendere un momento più propizio. Tra aprile e giugno, infatti, le iscrizioni di nuove aziende guidate da donne sono oltre 10mila in meno rispetto allo stesso trimestre del 2019. Questo calo, pari al -42,3%, è superiore a quello registrato dalle attività maschili (-35,2%). Anche per effetto di questo rallentamento delle iscrizioni, sul quale ha inciso il lockdown, a fine giugno l’universo delle imprese femminili conta quasi 5mila unità in meno rispetto allo scorso anno. Nelle regioni del Centro-Nord si registra la riduzione più consistente del numero di nuove imprese femminili (-47,0%). In valori assoluti, le iscrizioni rallentano soprattutto in Lombardia (-1.776), Lazio (-1.222), Campania (-965), Piemonte (-913), Toscana (-911), Emilia-Romagna (-789), Veneto (-732). Il forte calo delle iscrizioni rischia anche di rallentare quel processo di rinnovamento che si sta realizzando in questi anni nelle generazioni più giovani.

Infatti, le giovani donne d’impresa hanno una minore propensione all’innovazione rispetto ai coetanei uomini (il 56% delle imprese giovanili femminili ha introdotto innovazioni nella propria attività contro il 59% imprese giovanili maschili); investono meno nelle tecnologie digitali di Industria 4.0 (19% contro il 25% delle imprese giovanili maschili); sono meno internazionalizzate (il 9% contro il 13%); hanno un rapporto difficile con il credito (il 46% delle imprese femminili di under 35 si finanzia con capitale proprio o della famiglia). Inoltre, solo il 20% delle imprese di giovani donne ricorre in misura notevole al credito bancario e, tra tutte le imprese under 35 che lo richiedono, sono più le giovani imprese femminili, rispetto a quelle maschili, a lamentarsi di non aver visto accolta la richiesta o di averla vista soddisfatta solo in parte dalle istituzioni bancarie (8% vs 4%).

Questi elementi di fragilità peraltro si inquadrano all’interno di un sistema di “buona” giovane impresa che condivide una serie di valori fondanti. L’impresa giovanile femminile, infatti, è più attenta all’ambiente, guidata soprattutto dall’etica e dalla responsabilità sociale: la quota delle giovani imprese rosa che investono nel green, mosse dalla consapevolezza dei rischi legati al cambiamento climatico. è superiore a quella dei giovani imprenditori maschili (31% vs 26%). L’attenzione al welfare aziendale è decisamente elevata tra le giovani imprese femminili, che, ad esempio, offrono maggiori possibilità di smart working ai propri dipendenti (50% tra le femminili contro il 43% di quelle maschili); hanno adottato in misura maggiore iniziative volte a sostenere la salute e il benessere dei propri lavoratori (72% contro 67%) e sono più propense a sviluppare ulteriormente attività di welfare aziendale nei prossimi tre anni (69% contro 60%).

Le giovani imprenditrici, la cui spinta a fare impresa deriva in misura maggiore rispetto agli uomini dal desiderio di valorizzare le proprie competenze ed esperienze professionali (24% contro 21%), danno lavoro di più ai laureati (41% contro 38%) e intessono rapporti più stretti e frequenti con la comunità territoriale (il numero medio di stakeholder con i quali l’impresa giovanile femminile intrattiene rapporti è pari a 3,81, contro 3,58 dei coetanei uomini).

La Fondazione Crt fa ripartire 122 eventi rilanciando musica, teatro e danza

Nella Fase 3 vanno in scena in Piemonte e Valle d’Aosta 122 eventi di musica, teatro e danza, sostenuti da Fondazione Crt nell’ambito della prima sessione di Not&Sipari 2020: il bando dedicato alle rassegne culturali e agli spettacoli dal vivo, quest’anno anche in digitale. A beneficiare delle risorse sono associazioni non profit, enti locali e istituti didattici di alta formazione, che promuovono sia grandi rassegne sia eventi di rilevanza locale. Una seconda tranche di contributi sarà assegnata dalla Fondazione Crt alle iniziative in programma da novembre 2020 ad aprile 2021. Il bando è online fino al 15 settembre sul sito www.fondazionecrt.it

Far ripartire la cultura vuol dire ‘riaccendere’ finalmente le comunità e innescare meccanismi virtuosi di crescita e sviluppo, ancora più strategici oggi, dopo la drammatica emergenza sanitaria – afferma il presidente della Fondazione Crt. Giovanni Quaglia– Con Not&Sipari Fondazione Crt investe in centinaia di eventi di musica, teatro e danza, che arricchiscono l’offerta di spettacoli dal vivo sul territorio e rappresentano occasioni di partecipazione e inclusione sociale, anche grazie al prezioso lavoro di ‘tessitura’ svolto dalle associazioni, dalle istituzioni locali e dagli enti non profit”.

A sua volta, Massimo Lapucci, Segretario generale della Fondazione torinese di via XX Settembre ha detto: “Sostenere lo spettacolo dal vivo e, più in generale, la cultura, continua a essere una priorità per Fondazione Crt: si tratta di un comparto fondamentale non solo per la formazione e la crescita delle comunità ma anche, va ricordato, come settore rilevante dell'economia le cui professionalità vanno supportate specie nell'emergenza attuale determinata dal Covid, in cui l'intera filiera è stata oggetto di tutele decisamente limitate rispetto ad altri settori. Oltre all’erogazione di risorse, il contributo di Fondazione Crt con il progetto Not&Sipari va nella direzione di accompagnare gli enti verso un approccio maggiormente sostenibile, attraverso il capacity building, lo sviluppo di network e l'arricchimento dell’offerta anche sul digitale”.

Nel Torinese hanno vinto il bando della Fondazione Crt, in particolare, il Flower Festival, quest’anno trasferito all'Hiroshima Sound Garden, Borgate dal vivo, il festival delle borgate e dei piccoli comuni alpini, il Festival Teatro & Letteratura 2020, Exilles- Fenestrelle i due forti.

Nel Cuneese, tra i tanti eventi sostenuti, si segnalano “Collisioni”, il festival internazionale di circo Mirabilia e l’Anima Festival, che riporta la musica live in Granda, nella massima sicurezza. Nella provincia di Alessandria, i contributi vanno al progetto Stagione Musicale “Armonie in Valcerrina 2020” e alla XXII edizione del Festival Internazionale itinerante “Echos 2020. I Luoghi e la Musica”, che ambienta concerti di altissima qualità in chiese, castelli, pievi, abbazie, teatri e palazzi storici, musei.

Tra le proposte nell’Astigiano si segnalano Saltinpiazza 2020 di Viarigi, il Festival di arte di strada e circo contemporaneo più antico del Piemonte e la Rassegna Musicale Monferrato On Stage ad Aramengo. Nel Biellese, Note&Sipari sostiene “Piemonte in musica” di Tigliole e il decennale di Reload Sound Festival, evento protagonista dell’estate musicale nella zona. Nella provincia di Novara ricevono un contributo la XVI edizione del Novara Gospel Festival, il Teatro sull’acqua di Arona e il NovaraJazz. Nel Verbano-Cusio-Ossola, Fondazione Crt finanzia il Festival di Stresa e Tones on the Stones, che trasforma le cave d’estrazione in maestosi teatri. Nel Vercellese il sostegno va al Concorso Internazionale Valsesia Musica 2020 e al Jazzrefound Festival 2020.

In Valle d’Aosta, ricevono contributi della Fondazione Crt, tra gli altri, il progetto Festival T*Danse - Danse et technologie - Festival Internazionale della Nuova Danza di Aosta, la XXII edizione del Festival del Castello di Introd_Spazi di Ascolto.

Consorzio di tutela di Barolo e Barbaresco i benefici dell'accordo con Intesa Sanpaolo

La consolidata collaborazione tra Intesa Sanpaolo e Consorzio di Tutela Barolo e Barbaresco Alba Langhe e Dogliani è stata formalizzata con un accordo siglato dal presidente del Consorzio, Matteo Ascheri e dal direttore regionale Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria di Intesa Sanpaolo, Teresio Testa. Le oltre 500 aziende associate ne avranno benefici in termini di accesso immediato al credito, servizi per la formazione, digitalizzazione, welfare aziendale e sviluppo commerciale. A disposizione delle aziende agricole finanziamenti dedicati per l’acquisto terreni, reimpianti vigneti, ciclo d’invecchiamento del vino e per sostenere gli investimenti nel settore.

Strada aperta anche agli accordi di filiera, che la Banca sostiene dal 2015 attraverso un progetto particolarmente innovativo, al quale ha appena destinato ulteriori 10 miliardi di euro. L’obiettivo è creare sinergie tra aziende fornitrici trasferendo loro il merito creditizio del capofiliera. In Piemonte ne beneficiano attualmente 3.000 imprese, organizzate in 74 filiere, per un giro d’affari di oltre sei miliardi di euro.

L’accordo di collaborazione renderà immediatamente fruibili le misure per imprese e famiglie messe a punto da Intesa Sanpaolo per far fronte all’emergenza Covid-19 e agevolare la ripartenza, come moratoria prestiti e mutui, anticipo cassa integrazione in deroga, linee di liquidità, plafond per i settori più colpiti, per esempio il turismo, con rimborsi posticipati. Sul fronte dell’e-commerce, che nel solo settore Food con il lockdown è cresciuto del 55% rispetto al 2019, Intesa Sanpaolo offre l’accesso a Destination Gusto, piattaforma online per la valorizzazione e la vendita delle eccellenze enogastronomiche del Made in Italy.

Il Piemonte è in testa all’Indice di reputazione enologica italiano. La tutela garantita dal Consorzio e il valore dei suoi vini pregiati hanno consentito di affrontare con determinazione la crisi legata alla pandemia, non di meno occorre ora un forte slancio per la ripresa. Uno studio di settore della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo evidenzia come la Regione, seconda esportatrice di vini dopo il Veneto, sia riuscita a mantenere le esportazioni in territorio positivo nel primo trimestre 2020 (+1,4% per il Piemonte; +5,2% per il solo distretto delle Langhe, Roero e Monferrato).

Dati più severi sono attesi per il secondo trimestre dell’anno. Nel mese di aprile il fatturato del settore bevande in Italia è sceso del 30%. Più penalizzate le imprese non esportatrici, soprattutto quelle legate al canale Ho.re.ca., che intermedia circa il 42% del vino destinato ai consumatori finali; il Covid-19 ha impattato meno sulla Gdo, che ne intermedia circa il 37%; mentre le cantine esportatrici hanno subito l’effetto delle chiusure imposte dall’emergenza sanitaria.

Matteo Ascheri, residente del Consorzio, ha dettto: “Siamo molto soddisfatti dell’accordo raggiunto con Intesa Sanpaolo, perché mette a disposizione delle cantine provvedimenti importanti per superare un momento complicato. Particolarmente interessante lo strumento di finanziamento delle scorte di magazzino, una misura pensata appositamente per i grandi vini da invecchiamento come Barolo e Barbaresco”. E il direttore Nord Ovest di Intesa Sanpaolo, Teresio Testa, ha sottolineato: “Sono convinto che l’aver formalizzato questa nostra storica collaborazione ci permetterà di realizzare, in tempi brevi, molti progetti che abbiamo in cantiere, rafforzando un meccanismo distrettuale già molto ben avviato, motore dell’economia del territorio. Abbiamo ben chiare le esigenze delle aziende consociate: crescita, innovazione, export, gestione del magazzino. Esse potranno, inoltre, disporre del pieno supporto della rete Intesa Sanpaolo, che mette in campo gestori competenti e un gruppo di specialisti del settore attvi ad Alba, Canelli e Fossano”.

Premi prestigiosi a due docenti torinesi: Walter Barberis vince il Benedetto Croce Vincenzo Ferrone l'Antonio Feltrinelli

Walter Barberis, docente di Storia Moderna all'Università di Torino e presidente della Casa Editrice Einaudi ha vinto il Premio nazionale di cultura Benedetto Croce per la saggistica con il volume “Storia senza perdono”, edito da Einaudi. Di fronte al pericolo dell’oblio, ha scritto l’autore, “si impone un deciso ricorso alla storia, disciplina chiave per la trasmissione del sapere e per una solida comprensione di ciò che è stato”. Quest’anno il Premio ha coinvolto 35 case editrici, che hanno sottoposto 72 opere. Le 32 giurie popolari del Premio, composte da 26 scuole superiori, due penitenziari, quello di Sulmona e di Pescara, tre università della libera età e l’Università di Chieti, hanno letto i libri in gara e collegati con i loro insegnanti da casa, hanno segnalato le loro preferenze alla giuria istituzionale del Premio Croce.

L'Università di Torino ha avuto un altro risultato di grandissimo prestigio: Vincenzo Ferrone, professore ordinario di Storia moderna del Dipartimento di Studi Storici, ha vinto il premio Antonio Feltrinelli, attribuito dall’Accademia dei Lincei. “Tutta la nostra comunità scientifica – dichiarano insieme il rettore Stefano Geuna e la prorettrice Giulia Carluccio – si congratulano con Enzo Ferrone per il risultato straordinario che premia l’eccellenza nella ricerca e l’intensità di impegno accademico che sempre il premiato ha espresso ed esprime”.

Il premio nasce dalla volontà di Antonio Feltrinelli (1887-1942), figura di notevole rilievo nel campo economico e finanziario italiano. Quando, dopo la morte dei fratelli, rimane solo, decide di disporre della sua fortuna personale per fondare una grande istituzione culturale italiana "sul tipo della Fondazione Nobel ". Pertanto, nel testamento pubblicato nel 1942 dispone che venga costituito un fondo inalienabile e perpetuo destinato a "premiare il lavoro, lo studio, l'intelligenza, quegli uomini insomma che maggiormente si distinguono in alte opere, nelle arti, nelle scienze, poiché essi sono i veri benefattori del proprio paese e dell'umanità". Il "Fondo Antonio Feltrinelli" è un patrimonio autonomo e inalienabile, gestito dall'Accademia Nazionale dei Lincei che assegna i premi alternando annualmente le Scienze morali e storiche, le Scienze fisiche, matematiche e naturali, le Lettere, le Arti, la Medicina.

Pochissimi gli storici che nel tempo hanno ricevuto il riconoscimento (nell’albo del premio troviamo, tra gli altri, gli storici Federico Chabod, Gaetano Salvemini, Arnaldo Momigliano, Franco Venturi, Renzo De FeliceCarlo Ginzburg) e sono proprio loro a segnalare l’altissimo prestigio del premio ora attribuito a Vincenzo Ferrone: di lui le motivazioni del premio sottolineano notorietà e rilievo internazionale con un’intensa pubblicazione di volumi e di articoli (non pochi dei quali tradotti nelle principali lingue europee e anche in cinese) su un tema e su un periodo-chiave: l’illuminismo, specie sulla cultura scientifica e sulla rivoluzione culturale che l’illuminismo ha ispirato.

L’edizione 2020 del Premio Feltrinelli vede poi un altro storico di formazione torinese premiato nella sezione dei giovani ricercatori: Guillaume Alonge, che nei corsi di laurea di Storia dell’Università di Torino ha studiato e si è laureato. Infine il premio per un’impresa eccezionale di alto valore morale e umanitario è stato attribuito al Gruppo Abele, sia per l'operato storico del gruppo sia per l’originalità del progetto “Fuori di casa, dentro al mondo. Progetto di inclusione sociale rivolto a ragazzi ritirati sociali (Hikikomori)”.

Italgas, utile di 153,4 milioni nel semestre

“Le performance del primo semestre 2020 dimostrano la capacità di Italgas di reagire di fronte a situazioni eccezionali – come quelle che stiamo vivendo a causa del Covid-19 – continuando a produrre solidi risultati”: lo ha detto l'amministratore delegato della storica società torinese, Paolo Gallo, sottolineando che “nonostante la nuova regolazione tariffaria in vigore dal 1° gennaio, abbiamo conseguito un ebitda di 462,7 milioni, in crescita di quasi il 7% rispetto allo scorso anno e un utile netto di Gruppo di 153,4 milioni, la cui leggera flessione rispetto allo stesso periodo del 2019 è attribuibile ai pesanti effetti economici della nuova regolazione, mitigati da tutte le azioni messe in campo dalla società”.

“I nostri investimenti – ha aggiunto il torinese Paolo Gallo - si confermano in crescita attestandosi attorno ai 370 milioni di euro, la gran parte dei quali concentrati sulla trasformazione digitale e sul continuo sviluppo e rinnovamento delle reti. Grazie alla trasformazione digitale realizzata negli ultimi tre anni e al grande impegno delle nostre persone, abbiamo garantito la sicurezza e la continuità del servizio durante il lungo lockdown e siamo riusciti a far ripartire rapidamente i nostri cantieri a inizio maggio. Una ripartenza resa possibile dalle tecnologie proprietarie, sviluppate e realizzate in house nella nostra digital factory, come «WorkOnSite», l’applicazione che grazie all’intelligenza artificiale e all’operatività da remoto ha reso estremamente efficiente il processo di verifica della conformità dei cantieri e dei lavori”.

“Completato il 65% dei 1.100 chilometri di reti del piano di metanizzazione della Sardegna - ha aggiunto Paolo Gallo - ci prepariamo a mettere in esercizio alcune di esse, con immediati benefici per l'economia e la popolazione locale; benefici sostenibili nel tempo, che richiedono, però, anche una chiara regolazione dell'intera filiera del gas e l’applicazione della perequazione tariffaria analogamente a quanto avviene nel resto dell’Italia. Sul fronte delle gare Atem auspichiamo una grande accelerazione, per sbloccare, nel nostro settore, nuovi investimenti di oltre tre miliardi l'anno, vitali per la ripartenza del Paese. Nell'attesa, raccogliamo i frutti del lavoro svolto con l'assegnazione a Italgas anche dell’Atem Belluno e ci prepariamo a avviare nei prossimi mesi – su questo e su gli altri Atem che ci sono stati assegnati – tutti gli investimenti da noi pianificati”.

I fabbisogni connessi agli investimenti netti del primo semestre sono stati integralmente coperti dal positivo flusso di cassa da attività operativa, pari a 388,8 milioni di euro. La posizione finanziaria netta al 30 giugno 2020 è pari a 4,626 miliardi (4,411 al 31 dicembre 2019).

Sogefi va in rosso a causa del Covid-19

Nel primo semestre 2020, i ricavi di Sogefi (gruppo Fratelli De Benedetti) sono ammontati a 519,5 milioni di euro, in flessione del 33,2% rispetto al primo semestre 2019. Dopo i primi due mesi dell’anno con ricavi in crescita dell’1%, gli effetti della pandemia Covid-19 sono stati registrati a partire da marzo e sono divenuti particolarmente gravi in aprile (-79,5%) e maggio (-64,5%), mentre in giugno si è registrato un significativo recupero, con un notevole contenimento del calo rispetto al corrispondente periodo del 2019 (-24,9%).

La drastica riduzione dei volumi, a seguito della pandemia Covid-19, ha avuto effetti molto significativi sui risultati economici del gruppo, nonostante l’incisività delle misure di mitigazione adottate. L’ebitda è, infatti, ammontato a 47 milioni rispetto agli 86,4 nel corrispondente periodo del 2019 e il risultato netto di gruppo è stato negativo per 28,8 milioni rispetto a un utile di 6,9 milioni nel primo semestre 2019. L’indebitamento finanziario netto ante Ifrs 16 al 30 giugno è aumentato a 327 milioni, dai 256,2 milioni di fine 2019 e i 267,3 milioni adifine giugno 2019. Includendo i debiti finanziari per diritti d’uso, secondo il principio Ifrs 16, l’indebitamento finanziario netto al 30 giugno 2020 ammontava a 382,9 milioni rispetto a 318,9 milioni al 31 dicembre 2019.

Nel primo semestre 2020 la capogruppo Sogefi ha registrato una perdita netta di 5,8 milioni rispetto all’utile netto di 32,7 milioni nel corrispondente periodo dell’esercizio precedente. A fronte del quadro particolarmente incerto in quasi tutti i paesi di operatività del gruppo, è stata sospesa la distribuzione di dividendi dalle società controllate a Sogefi.

Sogefi, pur disponendo ad oggi di risorse finanziarie in eccesso rispetto all’attuale fabbisogno e pur non prevedendo un incremento del debito rispetto a quello registrato a fine giugno 2020, alla luce dell’incertezza sull’evoluzione del mercato e in previsione delle naturali scadenze dei finanziamenti in essere, ha avviato trattative con i suoi partner finanziari, con cui sono in essere rapporti consolidati, per ottenere rinnovi e nuovi prestiti a medio termine per un valore complessivo nell’ordine di 100 milioni.

Bim, nuova sede e ricerca del rilancio

Banca Intermobiliare di Investimenti e Gestioni (Bim) ha trasferito la propria sede nel prestigioso Palazzo Vallese di Martiniana, sempre a Torino, in via San Dalmazzo 15. Il cambio di sede si inserisce tra le iniziative previste dal piano strategico 2019 – 2024 approvato lo scorso 26 settembre dal consiglio di amministrazione che, anche facendo leva sulla storia della Bim quale operatore indipendente e specializzato, punta al rilancio del Gruppo attraverso l’implementazione di un nuovo modello strategico-operativo.

Il Palazzo Vallesa di Martiniana è un edificio nobiliare di fine Settecento commissionato dalla contessa Giuliana della Martiniana e realizzato su progetto di Luigi Michele Barberis. Colpito dai bombardamenti aerei nell’estate del 1943, l’edificio è stato oggetto di restauro a opera dell’architetto Ottorino Aloisio nel 1949 – 1950. I mobili e gli arredi della vecchia e storica sede di via Gramsci sono stati devoluti in beneficenza alla Croce Rossa.

“Il trasferimento nella nuova sede rappresenta un ulteriore passo nel processo di rafforzamento, trasformazione e rilancio del Gruppo Bim” ha commentato Claudio Moro, amministrare delegato, aggiungendo che la prestigiosa nuova sede “è uno dei simboli del nostro progetto di forte rinnovamento. Intendiamo in questo modo dare anche un senso di discontinuità con il passato, valorizzando comunque le radici, la storia, le competenze e le qualità distintive che hanno reso Banca Intermobiliare un punto di riferimento del mercato”.

Cr Bra e Saluzzo ormai sono Bper Banca

L’atto di fusione per incorporazione di Cassa di Risparmio di Bra e di Cassa di Risparmio di Saluzzo in Bper Banca è efficace da oggi, 27 luglio (gli effetti contabili e fiscali della fusione decorrono invece dal 1° gennaio 2020). Per effetto dell’incorporazione di Cr Bra, il capitale sociale di Bper aumenta di 3.712.500 euro mediante emissione di 1.237.500 azioni ordinarie Bper, godimento regolare, aventi le stesse caratteristiche delle azioni in circolazione. Nessun effetto sul capitale sociale di Bper deriva invece dalla incorporazione di Cr Saluzzo in quanto già controllata al 100%.

Strutture per l'innovazione delle imprese l'8% in Piemonte, che vanta eccellenze

Sono quasi 600 le strutture italiane che offrono servizi e tecnologie per l’innovazione e la digitalizzazione delle imprese. E 46 di queste si trovano in Piemonte, che, perciò, può vantare di averne quasi l'8%, con eccellenze quali l'incubatore I3P del Politecnico di Torino, la Fondazione Links, Torino Wireless, Emme3 incubatore di imprese del Piemonte Orientale e Socialfare Impresa Sociale.

La mappa di tutti questi soggetti è online su www.atlantei40.it, il primo portale nazionale nato dalla collaborazione tra Unioncamere e ministero dello Sviluppo economico per aiutare gli imprenditori a orientarsi tra le principali strutture esistenti che supportano i processi di trasferimento tecnologico 4.0; ma anche per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di figure altamente specializzate nelle tecnologie avanzate, dato che l’Atlante digitale presenta anche la mappatura di tutti i 104 Istituti Tecnici Superiori (Its) in Italia.

La metà delle strutture censite si trova al Nord. Una su tre fornisce servizi per la stampa 3D; mentre ancora appena l’1% è in grado di sostenere le imprese nelle tecnologie di “frontiera” come la Blockchain e l’intelligenza artificiale. Più in dettaglio, l’Atlante fornisce informazioni su: 8 Competence Center (Centri di Competenza ad alta specializzazione), 263 Digital Innovation Hub e Ecosistema Digitale per l’Innovazione delle Associazioni di categoria, 88 Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio, 27 Centri di Trasferimento Tecnologico certificati da Unioncamere; 161 FabLab per la manifattura additiva; 38 Incubatori Certificati per le startup innovative e, appunto, 104 Istituti Tecnici Superiori.

E' ancora il Settentrione a polarizzare oltre il 60% dei Competence Center e degli Incubatori di impresa e quasi l’80% dei Centri di trasferimento tecnologico. Si tratta di strutture che costituiscono una sorta di “Università” per gli imprenditori che puntano a una digitalizzazione avanzata 4.0 della propria aziende. E forse è anche per questo che proprio al Nord risulta più elevata la presenza di attività di supporto ai progetti di ricerca e sviluppo sperimentale.

Più distribuita su tutto il territorio italiano risulta, invece, la rete dei Punti impresa digitale realizzata dalle Camere di commercio, che rappresenta un riferimento per gli imprenditori che desiderano iniziare un percorso di digitalizzazione e che fa parte del Network Impresa 4.0 insieme ai Competence Center, ai Digital Innovation Hub e all’Ecosistema Digitale per l’Innovazione. Sostanzialmente allineata alla media la ripartizione geografica dei Digital Innovation Hub, che offrono formazione avanzata su tecnologie e soluzioni specifiche per i settori di competenza e dei FabLab, una sorta di “istituti” professionali per la fabbricazione digitale del Made in Italy.

Diffusi su tutto il territorio sono anche gli Istituti Tecnici Superiori, che costituiscono un importante punto di riferimento per le imprese in cerca di figure altamente specializzate a livello tecnologico e che, anche per questo, sono stati censiti all’interno del portale con il duplice scopo di fornire competenze qualificate e avvicinare la domanda e l’offerta di lavoro 4.0.

Non mancano centri in grado di affiancare le imprese nella gestione dei dati: 68 strutture si occupano di Cloud, 68 di big data e analitycs. Ancora ampi, invece, sono i margini di miglioramento per supportare le imprese nelle tecnologie di “frontiera”: solo 9 strutture forniscono assistenza su Blockchain e 16 sull’intelligenza artificiale.

In Italia oltre 560.000 le pensioni baby costano sette miliardi di euro all'anno

Molti esperti sostengono che le cosiddette pensioni baby costano alle casse dello Stato circa sette miliardi di euro all’anno (pari allo 0,4% del Pil nazionale). Praticamente lo stesso importo previsto quest’anno per il reddito/pensione di cittadinanza e addirittura superiore di quasi due miliardi alla spesa necessaria nel 2020 per pagare gli assegni pensionistici a coloro che beneficeranno di quota 100. A fare i conti ci ha pensato l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha “recuperato” i dati Inps riferiti ai pensionati baby presenti nel nostro Paese e li ha confrontati con la dimensione economica del reddito di cittadinanza e di quota 100. Due misure, queste ultime, che sono nel mirino dall’Unione Europea. Non è da escludere, infatti, che Bruxelles ci chieda di rivederle; in caso contrario corriamo il pericolo che una parte degli aiuti previsti dal “Next Generation EU” ci siano negati.

Paolo Zabeo, Il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia dice: “Il termine baby pensionati è ovviamente informale, non ha alcun fondamento legislativo e abbiamo deciso di racchiudere in questa categoria coloro che hanno lasciato il lavoro prima della fine del 1980. In totale sono quasi 562 mila le persone che non timbrano più il cartellino da almeno 40 anni. Di queste, oltre 386 mila sono costituite in massima parte da invalidi o ex dipendenti delle grandi aziende. Se i primi hanno beneficiato di una legislazione che definiva i requisiti in misura molto permissiva, i secondi, a seguito della ristrutturazione industriale avviata nella seconda metà degli anni ’70, hanno usufruito di trattamenti in uscita dal mercato del lavoro molto generosi. Dopodiché, contiamo altri 104 mila ex lavoratori autonomi, oltre la metà proveniente dall’agricoltura e solo una piccola parte, pari al 10,6% del totale che corrisponde a poco meno di 60 mila unità, è formata, invece, da ex dipendenti pubblici. Molti di questi impiegati hanno potuto lasciare definitivamente la scrivania in età giovanissima, grazie alla legge approvata nel 1973 dal governo allora presieduto da Mariano Rumor”.

Sebbene queste 562 mila persone si siano ritirate dal mercato del lavoro prima della fine del 1980, gli effetti economici di queste decisioni politiche si fanno sentire ancora adesso. Tra i pensionati baby sono i dipendenti pubblici ad aver lasciato il posto di lavoro in età più giovane (41,9 anni), mentre nella gestione privata l’età media della decorrenza della pensione è scattata dopo (42,7 anni). In entrambi i casi, comunque, l’abbandono definitivo del posto di lavoro è avvenuto praticamente con 20 anni di età in meno rispetto a chi, oggi, usufruisce di quota 100. Attualmente, le che sono andate in quiescenza prima del 31 dicembre 1980 hanno un’età media di 87,6 anni. Tra i 562 mila pensionati baby presenti in Italia, ben 446 mila sono donne (pari al 79,4 %) e 115.840 uomini (20,6%).

In questo ventennio, nel pieno del regime retributivo, sono stati riconosciuti i requisiti per il pensionamento alle impiegate pubbliche con figli dopo 14 anni, sei mesi e un giorno. Mentre per gli statali era possibile lasciare il servizio dopo 19 anni e mezzo e per i lavoratori degli enti locali dopo 25 anni. Non c’è nulla da stupirsi, dunque, se nello scacchiere europeo l’Italia, anche al netto delle uscite assistenziali, sia da anni tra i Paesi che spendono di più per la previdenza, sacrificando altri settori come quello dell’istruzione, dove siamo tra le realtà che in Europa investono meno.Va comunque ricordato che la spesa previdenziale nel nostro Paese è particolarmente alta, anche perché registriamo un’età media tra le più elevate al mondo. Facciamo pochi figli, ma viviamo meglio e più di un tempo, quindi la popolazione tende ad invecchiare: nel 1981 il numero degli over 80 presenti nel nostro Paese superava di poco il milione; nel giro di 40 anni gli ultra ottantenni sono quasi quadruplicati: all’inizio di quest’anno avevano superato quota 3.900.000.

La burocrazia italiana finisce terz'ultima precede solo quelle di Turchia e Messico

Settanta miliardi di euro. Tanto è costata all'Italia, in dieci anni, la cattiva burocrazia. La denuncia è della Confcommercio, il cui Ufficio studi ha fatto un'analisi sulla qualità dell'attività della pubblica amministrazione e sul suo impatto sull'economia del Paese. “Se l’Italia avesse la stessa qualità dell’amministrazione della Germania, tra il 2009 e il 2018 la crescita cumulata sarebbe stata del 6,2% invece del 2,3% e il livello del prodotto lordo sarebbe più elevato di circa 70 miliardi di euro” è stato sottolineato dall'organizzazione presieduta da Carlo Sangalli, il quale, dopo aver ribadito che “la cattiva burocrazia frena la produttività delle imprese e ne ostacola la crescita” ha evidenziato che “nelle classifiche internazionali sulla qualità dell’amministrazione, l’Italia peggiora”.

In effetti, la classifica relativa al livello della qualità della burocrazia in 36 Paesi Ocse, redatta dall'Università di Goteborg, vede l'Italia nella terz'ultima posizione. Ancora in netto peggioramento rispetto al 2000, quando era finita ventesima. Il Quality of Government Index dell’Università svedese, à composto da tre pilastri: livello di corruzione, caratteristiche della legislazione e osservanza della legge, qualità della burocrazia in senso stretto. Quindi è un indicatore che, oltre alle singole procedure burocratiche, dà conto anche dei loro effetti sui comportamenti e le performance dei legislatori e dei cittadini.

Alla burocrazia italiana, per il 2018, è stato attribuito il punteggio di 0,597 (la scala va da 0 a 1), superiore soltanto a quelli della Turchia (0,458) e del Messico (0,375). Un valore che assume un significato ancora maggiore se si confronta non soltanto con lo 0,972 della Danimarca e della Finlandia, prime a pari merito e con lo 0,968 della Norvegia, anch'essa sul podio; ma anche con quelli dei principali competitori del nostro Paese: Germania e Regno Unito (0,889), Francia (0,750) e Spagna (0,722). Nel 2000, il punteggio dell'Italia era 0,750.

Il livello della qualità della burocrazia italiana è dunque ben lontano dallo standard delle migliori economie avanzate. Un risultato conseguente ai ritardi del nostro Paese sull’innovazione tecnologica e sul capitale umano della Pubblica amministrazione. “Con una migliore burocrazia – ha commentato Confcommercio - si avrebbero evidenti benefici anche per i conti pubblici. Infatti, una maggiore crescita del Pil genererebbe maggiori entrate, minore disavanzo e, dunque, minore debito sia come dimensione dello stock, sia in rapporto al Pil”.

Il Mef rassicurante sul bilancio dello Stato Gli investitori hanno fiducia nell'Italia

Il ministero dell'Economia e delle Finanze (Mef) ha ritenuto “utile puntualizzare” che l’andamento delle disponibilità di cassa e la previsione dei saldi futuri sono del tutto in linea con le aspettative contenute nei documenti di finanza pubblica. Giugno si è chiuso con disponibilità liquide superiori a 60 miliardi di euro mentre per luglio è atteso un saldo superiore agli 80 miliardi. “Come è possibile verificare dal confronto con gli stessi dati del 2019 – ha comunicato il Mef - le disponibilità liquide del Tesoro nel 2020 sono vicine a quelle registrate lo scorso anno, un dato particolarmente significativo tenuto conto dei diversi provvedimenti legislativi adottati per fronteggiare l’emergenza Covid-19, compreso il dilazionamento e la proroga delle scadenze fiscali”. 

Al momento, quindi, le previsioni dei saldi giornalieri fino alla fine dell’anno “non mostrano alcun elemento di criticità, confermando la storica ampia disponibilità di cassa per far fronte a ogni scadenza o impegno futuro”.Inoltre, i segnali che vengono dalle aste sui titoli pubblici confermano la fiducia dei mercati. L'attività di emissione del Tesoro per far fronte alle maggiori esigenze di finanziamento ha portato, a oggi, a emissioni lorde per oltre 353 miliardi di euro, quasi 100 miliardi più del 2019, che nello stesso periodo vide emissioni per circa 256 miliardi.

L'azione della Bce, la risposta forte e coesa dell'Unione Europea e la fiducia degli investitori domestici e internazionali nei confronti dell'Italia hanno portato a un restringimento dello spread, oggi tornato ai livelli di inizio anno a circa 145 punti base, per un rendimento del btp decennale in area 1%” ha aggiunto il Mef, precisando che iIn questi mesi tutte le emissioni hanno avuto, infatti, “copertura ampiamente soddisfacente, con rendimenti spesso anche inferiori a quelli corrispondenti del mercato secondario”.

Sotto il profilo delle entrate tributarie, dopo i mesi di lockdown emergono, con i versamenti di luglio, segnali particolarmente incoraggianti di ripresa delle attività economiche. In particolare, i primi dati del mese mostrano per l’Iva, indicatore anticipatore del ciclo, una caduta limitata a -4,7% rispetto allo stesso mese dello scorso anno (a giugno la variazione tendenziale era stata del -19,7%, a maggio del -30%, ad aprile del - 33,4%).

Newlat al 67,59% della Centrale del Latte Al 32,6% la quota apportata all'Ops di Isp

L'emiliana Newlat Food ha ora il 67,59% del capitale della Centrale del Latte d'Italia (Cli), società torinese quotata in Borsa, come la sua nuova controllante. Si è concluso, infatti, il periodo di adesione dell’offerta pubblica di acquisto e scambio obbligatoria totalitaria, promossa da Newlat e avente a oggetto le azioni ordinarie di Centrale del Latte d’Italia. Sulla base dei risultati provvisori, risultano portate in adesione all’offerta 2.803.210 azioni ordinarie di Cli, rappresentative del 20,02% del capitale e pari al 38,19% delle azioni ordinarie oggetto dell’Offerta.

Per quanto riguarda, invece, l'Ops promossa da Intesa Sanpaolo nei confronti di Ubi Banca, la Consob ha comunicato che, oggi, 24 luglio, è salita al 32,662% la quota di azioni Ubi apportata all'offerente. A proposito, Intesa Sanpaolo ha chiuso la seduta borsistica odierna a 1,8154 euro (-1,83% rispetto a ieri), mentre l'ultimo prezzo dell'azione Ubi Banca è stato di 3,628 euro (-1,20%).

Cresce la disoccupazione nel Nord Ovest media di 479 richieste di Naspi al giorno

Nel bimestre aprile-maggio di quest'anno, in pieno Covid-19, le tre regioni del Nord Ovest hanno fatto registrare una media di 479 richieste di Naspi (sussidio di disoccupazione) al giorno. Insieme, infatti, ne hanno contate 29.237. Tante da portare a 69.407 il totale dei primi cinque mese. In particolare, dal primo giorno di gennaio all'ultimo di maggio, in Piemonte sono state presentate 49.061 domande di Naspi, in Liguria 16.719 e in Valle d'Aosta 3.627. Il primo trimestre, invece, si era chiuso con 40.170 domande di Naspi nell'intero Nord Ovest: 28.716 presentate in Piemonte, 9.545 in Liguria e 1.909 in Valle d'Aosta. In tutta l'Italia, le domande di Naspi nei primi cinque mesi di quest'anno sono state 733.400.

Terzo Settore, aumentano i finanziamenti garantiti dalle Fondazioni bancarie

Iniziativa Sollievo, la convenzione sottoscritta da Acri e Intesa Sanpaolo per il sostegno agli enti del Terzo settore nell’emergenza Covid-19 che ha già deliberato 4 milioni di euro in poche settimane, amplia l’offerta dei finanziamenti che potranno accedere al Fondo rotativo messo a disposizione dalle Fondazioni di origine bancaria. Intesa Sanpaolo e Acri hanno così risposto agli appelli giunti, in queste settimane, dalle organizzazioni del Terzo settore, che potranno così restituire il credito ottenuto in un numero maggiore di anni.

I nuovi finanziamenti – della durata fino a 60 mesi (con 12 di preammortamento) e 132 mesi (con 36 di preammortamento) – si aggiungono a quelli già esistenti e vanno da un minimo di 10mila a un massimo di 100mila euro. Possono accedere ai finanziamenti dell’Iniziativa Sollievo le organizzazioni di Terzo settore con sede legale e operativa sul territorio italiano, attive al 23 febbraio 2020 e rientranti nelle seguenti categorie: Onlus, Organizzazioni di volontariato e Associazioni di promozione sociale iscritte nei registri nazionali e regionali, Cooperative sociali, Imprese sociali.

L’iniziativa è stata realizzata mettendo in sinergia le risorse e le competenze di Intesa Sanpaolo e Acri per assicurare il sostegno al mondo del non profit, che rischia di trovarsi in grande difficoltà per la sua strutturale fragilità dal punto di vista finanziario.

Francesco Profumo, presidente di Acri e della Fondazione Compagnia di San Paolo, ha dichiarato: “Nei prossimi mesi sarà cruciale sostenere il Terzo settore, che continuerà a svolgere un ruolo determinante per la ripartenza del nostro Paese. Per questo, ascoltando i territori e le organizzazioni non profit, le Fondazioni di origine bancaria, in accordo con Intesa Sanpaolo, hanno stabilito di incrementare le risorse messe a disposizione per Iniziativa Sollievo, così da aumentare le opportunità di finanziamento dedicate al Terzo settore”.

A sua volta, Carlo Messina, ceo e consigliere delegato di Intesa Sanpaolo ha detto: “L’iniziativa realizzata con Acri ha da subito fornito un sostegno concreto al Terzo settore che si è trovato in grande difficoltà per l’emergenza Covid-19. Con le nuove linee di credito vogliamo migliorare ulteriormente questo strumento di crescita e rilancio per gli enti non profit, riconoscendone il ruolo vitale nella nostra società”.