Notizie - 05 aprile 2023, 11:35

Perché non riusciremo a spendere tutti i soldi del Pnrr

Sorpresi che, molto probabilmente, non riusciremo a spendere tutti i soldi previsti dal Pnrr? L’Ufficio studi Cgia non lo è e questa “consapevolezza” trae origine da un assunto: la storica difficoltà del nostro Paese a utilizzare tutti i soldi che ci giungono da Bruxelles.

In riferimento ai fondi di coesione, ad esempio, non sono pochi quelli riferiti al settennio 2014-2020 che, entro la fine di quest’anno, rischiamo di perdere, sebbene la spesa ipotetica annuale necessaria per mettere a terra tutte le risorse disponibili ammonti solo a 9 miliardi di euro.

Affrontando con lo stesso approccio appena illustrato anche il Pnrr, tra il 2023 e il 2026 dobbiamo spendere mediamente 42 miliardi di euro all’anno per poter realizzare tutti i progetti previsti dal piano. Una cifra, quest’ultima, 4,5 volte superiore alla precedente. E’ evidente che raggiungere questo obbiettivo sarà quasi impossibile.

Dei 64,8 miliardi di euro di fondi europei di coesione messi a disposizione dell’Italia nel periodo 2014-2020, di cui 17 di cofinanziamento nazionale, poco meno della metà (29,8) dobbiamo ancora spenderli. Se non lo faremo entro la fine di quest’anno, la parte non utilizzata dovrà essere restituita. Questa è l’ennesima dimostrazione che il nostro Paese fatica moltissimo a spendere entro i termini stabiliti i soldi che ci vengono messi a disposizione dall’Ue. Se, invece, riusciremo a farlo, in linea puramente teorica è come se ogni anno di questo settennio avessimo speso 9 miliardi di euro.

Con il Pnrr, invece, tra il 2021 e il 2026 dovremo investirne 191,5, pari a una spesa media che ne consenta l’utilizzo complessivo di 42 miliardi di euro l’anno nel periodo 2023-2026. Ebbene, se stiamo arrancando nel metterne a terra 9 di fondi Ue all’anno, come faremo a spenderne addirittura 42 col Pnrr, ovvero 4,5 volte tanto?

Secondo la Banca d’Italia, a fronte di un investimento mediano di 300 mila euro, nel nostro Paese la durata mediana per la realizzazione di un’opera è pari a 4 anni e 10 mesi. La fase di progettazione dura poco più di 2 anni (pari al 40% della durata complessiva), l’affidamento dei lavori dura 6 mesi e sono necessari oltre 2 anni per l’esecuzione e il collaudo.

Per un investimento di cinque milioni di euro, invece, il tempo di realizzazione è di ben 11 anni. Auspicando che il nuovo codice degli appalti e le riforme che interesseranno la nostra Pubblica Amministrazione riducano in misura significativa queste tempistiche, appare comunque evidente che difficilmente entro i prossimi 44 mesi riusciremo a mettere a terra tutti i progetti previsti dal Pnrr.

Insomma, nel nostro Paese rispettare il cronoprogramma per la realizzazione delle grandi infrastrutture è un’operazione sempre molto difficile. Inoltre, gli aumenti dei costi delle materie prime e dell’inflazione hanno peggiorato la situazione; spesso il ritardo accumulato in questi ultimi due anni è riconducibile anche a questi rincari che non hanno permesso l’assegnazione dei lavori o lo stato di avanzamento degli stessi e quindi l’avvio o l’ultimazione dei cantieri nei tempi prestabiliti.

Il nostro Pnrr è costituito da 235,6 miliardi di euro, di cui 191,5 riconducibili al Recovery Found, 30,6 a un fondo complementare e gli altri 13,5 miliardi di euro al React-Eu. Di questi 235,6 miliardi, 52,6 verranno investiti per “progetti in essere”, ovvero già previsti, mentre i restanti 183 andranno a finanziare “nuovi progetti”.

Pertanto, nel 2026 la crescita del Pil, anno in cui si concluderà l’azione del Piano, dovrebbe essere più alta di 3,6 punti percentuali rispetto allo scenario che si verificherebbe senza l’effetto degli investimenti aggiuntivi. Una previsione, quest’ultima, che viene prefigurata nello scenario ottimale, ovvero che gli investimenti vengano spesi in maniera efficiente, che le condizioni monetarie siano favorevoli e che non vi siano ripercussioni negative sul premio del rischio sovrano. Condizioni che, ovviamente, nessuno può confermarci che si verificheranno.

Se, rispetto a quanto riportato, il quadro generale fosse meno ottimistico, il nostro Pnrr ipotizza altri due scenari: uno medio con una crescita del Pil del 2,7% e uno basso con un incremento dell’1,8%. Analizzando solo lo scenario ottimale, l’Ufficio studi della Cgia segnala che a fronte di 183 miliardi di investimenti, nel 2026 avremo un aumento strutturale del Pil di circa 70 miliardi, determinando un moltiplicatore del Pil pari a 1,2. Un risultato non particolarmente esaltante,ù se si tiene conto che, secondo uno studio della Banca d’Italia, la realizzazione delle opere pubbliche può avere ripercussioni importanti sulla crescita economica di un Paese se il moltiplicatore della spesa pubblica per investimenti è compreso tra l’1 e il 2.

E'’ vero che l’1,2% previsto dal Governo Draghi nel Pnrr ricadrebbe nella forchetta indicata dalla Banca d’Italia, ma è altrettanto vero che raggiungeremo questo obbiettivo solo se tutto andrà per il verso giusto; cosa che molti osservatori dubitano, vista la cronica inefficienza che caratterizza buona parte della nostra Pubblica Amministrazione, la mole di burocrazia che attanaglia il Paese, l’incapacità storica di spendere tutti i fondi europei.

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