Storia & storie | 31 marzo 2023, 08:18

Quel poliedrico Ancina di Fossano

Quel poliedrico Ancina di Fossano

di Gustavo Mola di Nomaglio*

Negli annali di Fossano compare, tra le famiglie più influenti e significative durante un lungo arco di tempo, quella degli Ancina, originaria, secondo alcuni storici, della Spagna.

Le prime memorie certe del cognome attestano in realtà una remota presenza nel Fossanese, ma non suffragano in alcun modo l’esistenza di radici spagnole. Gli Ancina erano, almeno dalla prima metà del XIII secolo, consignori di Motta e della Mellea e di porzioni di Villa (poi Villa Falletto).

Verso il 1260 cedettero i propri diritti di giurisdizione su questi luoghi al comune di Fossano, ricevendo in cambio una casa turrita e merlata nel centro abitato della città, in cui fissarono la propria definitiva dimora sino all’estinzione, registratasi nel corso del ‘600.

Sin dal tempo del loro “abitacolo”, gli Ancina figurano costantemente tra i membri del “Consiglio di credenza” (comunale), quasi formante un patriziato civico, mentre alcuni personaggi ricoprivano importanti cariche in campo civile e militare nello Stato sabaudo, come Giorgio e Martino, entrambi governatori di Mondovì nel ‘500, il secondo dei quali, capitano e proprietario di una compagnia di fanti, divenne famoso per i successi conseguiti nel 1561 nelle campagne militari in Valle d’Angrogna.

Un Giovenale Ancina è ricordato quale prezioso benefattore dell’Ospedale di Fossano, in particolare per sue elargizioni risalenti al 1598.

Di Giovanni Matteo, morto in Fossano il 3 aprile 1638 in fama di santità, fratello del Beato Giovanni Giovenale ,del quale si dirà poco, anch’egli religioso, autore di una Dottrina spirituale in L sentenze, lo storico Pietro Paserio scrive, nella sua storia rara e ricercata di Fossano, che fu «compagno a S. Filippo nel fondare in Roma la Congregazione dell’Oratorio e n’ebbe da quel santo grandissimi elogi» (vol. IV, Torino, 1867, p. 109).

Il maggiore esponente della famiglia fu l’appena ricordato Giovanni Giovenale, una delle personalità più fascinose e poliedriche non solo del Piemonte cinquecentesco ma dell’Italia intera di quegli anni.

Nato a Fossano il 19 ottobre 1545 da Durante, magistrato e da Lucia Araudini, Giovenale andò quattordicenne a compiere studi di letterari, filosofici e di medicina a Montpellier. 

Al momento della restaurazione sabauda, dopo l’ennesimo tentativo francese d’impossessarsi degli Stati sabaudi, Giovanni Giovenale, ottemperando agli ordini con cui Emanuele Filiberto richiamò negli Stati appena recuperati tutti i sudditi residenti all’estero, rientrò in patria, dove s’iscrisse all’Università di Mondovì, compiendovi studi di retorica, matematica, filosofia e medicina e pubblicando, con i tipi di stampatori locali, le proprie prime opere letterarie, una delle quali dedicata al proprio sovrano, per celebrarne il ruolo, non solo nella rigenerazione sociale, economica, militare, del Piemonte ma anche nel ristabilimento, con le sue strategie e vittorie, della pace in Europa.

All’età di vent’anni, discusse nella propria tesi 118 argomenti assai diversificati, che già ne rivelavano la molteplicità di interessi e di competenze, anche in campo musicale. 

Nel 1566 si recò all’Università di Padova per perfezionare gli studi di medicina. Mentre si trovava nella città veneta scrisse il breve poema in versi sciolti Naumachia Christianorum Principum, dedicato al doge di Venezia, Girolamo Priuli, con cui intendeva sollecitare i principi cristiani a prendere le armi in difesa dell’integrità e libertà dell’Europa, gravemente e costantemente minacciata dalle mire espansionistiche e dai successi militari della Turchia.

Sul finire del gennaio 1567 era di nuovo in Piemonte, pronto a laurearsi brillantemente «in artibus et medicina» nell’appena ristabilita Università torinese, nella quale avrebbe avuto quasi immediatamente la cattedra di “teorica straordinaria” e la qualifica di “dottore collegiato”. Bastarono tre anni d’insegnamento, la pubblicazione di alcuni studi scientifici e successi nella professione medica (che in alcuni casi sembrarono miracolosi e inspiegabili) per renderlo famoso, non solo in patria. Anche viaggiando attraverso l’Italia ed esercitando significative influenze specialmente in Roma e in Napoli, fu in relazione con numerosi notevoli intellettuali del suo tempo.

Una profonda vocazione religiosa lo allontanò presto dall’insegnamento della medicina. Nel 1574, seguendo a Roma, come medico, l’ambasciatore sabaudo Giovanni Federico Madruzzo, fu in contatto con grandi uomini di Chiesa, come i cardinali Roberto Bellarmino e Guglielmo Sirleto, studiando, sotto la loro influenza, teologia e scienze sacre.

Nel 1576, dopo avere frequentato gli “esercizi” istituiti a Roma da S. Filippo Neri, entrò a far parte della Congregazione dell’Oratorio e fu ordinato sacerdote nel 1582. Dal 1586 al 1596 fu a Napoli, travolgente predicatore della Congregazione e realizzatore di capillari reti di beneficenza e assistenza, nonché promotore di durevoli iniziative culturali.

Vinte le sue resistenze (addirittura fuggì da Roma per evitare la consacrazione), il Pontefice lo nominò vescovo di Saluzzo, dove lo attendeva una difficile opera di restaurazione e rigenerazione delle locali istituzioni ecclesiali che compì con determinazione, senza scendere a compromessi. 

La sua morte è ancor oggi avvolta nel mistero. Quasi certamente fu avvelenato, probabilmente da qualcuno che mal tollerava la sua opera moralizzatrice (si sono fatte varie congetture, in particolare che fosse stato vittima di mano ugonotta o valdese, che non possono essere provate).

Subito ne fu auspicata e sostenuta la canonizzazione con propulsori a Fossano, in Piemonte in generale e a Napoli. In seguito a un processo formalmente iniziato nel ‘700 fu dichiarato venerabile nel 1870 e beato nel 1889. Ciò nonostante il suo nome non è ricordato soprattutto per essere stato grande predicatore, vescovo, benefattore, poeta, teologo o medico famoso.

Esso è legato soprattutto alla storia della musica. Le 122 composizioni a tre voci raccolte nella sua antologia Tempio armonico della Beata Vergine (1599) costituiscono a livello europeo uno dei documenti più importanti dell’evoluzione musicale del suo tempo.

Superfluo dire che per il suo sommo rigore religioso e per un’aderenza a modelli giudicati non innovativi, fu poi anche oggetto di critiche quale scrittore, poeta e musicista ma squarciati i veli interpretativi verosimilmente ideologici, anche la moderna critica ne ha riconosciuto e ne riconosce il valore e i molti meriti e pregi.

* Storico, scrittore, vice presidente del Centro Studi Piemontesi