Catonarie | 13 marzo 2023, 09:58

Cosa insegna il caso Svb

Cosa insegna il caso Svb

La settimana scorsa una banca statunitense di dimensioni rilevanti (la sedicesima banca del Paese) è stata chiusa dalle autorità sotto la pressione dei suoi creditori: la Silicon Valley Bank (Svb). I depositanti avevano avviato un massiccio ritiro dei loro soldi, costringendo la banca a vendere titoli e ad accusare perdite. Un tentativo di aumento di capitale per ripianarle era andato a vuoto.

Di fronte all’impossibilità per la banca di rispondere ai suoi impegni verso i depositanti, la Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic) ha disposto il trasferimento delle attività a un altro istituto creato appositamente.

E domenica 12 marzo, il governo, di concerto con la banca centrale, ha annunciato che provvederà a rimborsare tutti i depositi della banca fallita, non solo quelli garantiti dal fondo di assicurazione (cioè quelli fino alla soglia dei 250 mila dollari). Nel frattempo, la stessa sorte è toccata ad un’altra banca: la Signature Bank di New York. 

“All’origine del fallimento della Svb – ha scritto Angelo Baglioni su lavoce.info - c’è un clamoroso errore di gestione. La banca aveva un business molto concentrato: raccolta di depositi ed erogazione di prestiti ad aziende californiane del settore high-tech, molte delle quali nuove start-up. Il bilancio della Svb aveva due particolarità”.

Dal lato del passivo – ha spiegato Baglioni - la raccolta proveniva in larga parte dalle imprese e molti depositi eccedevano il limite dei 250 mila dollari: non erano quindi coperti dall’assicurazione. Dal lato dell’attivo, la banca era molto esposta (per oltre la metà delle sue attività) in titoli a medio-lungo termine e quindi assai vulnerabile di fronte a un aumento dei tassi di interesse: quando questi aumentano, i prezzi dei titoli si riducono.

In effetti, l’aumento dei tassi di interesse attuato dalla Fed da un anno a questa parte ha messo in crisi il modello di business della Svb, che sembrava basato sull’ipotesi che i tassi rimanessero fermi (a livelli molto bassi) all’infinito. Un aumento di 4,5 punti dei tassi di policy ha ridotto i prezzi dei titoli in portafoglio e ha messo in allarme i depositanti, che sapevano di non essere coperti dalla assicurazione.

“Ciò ha scatenato il classico bank run: la corsa al ritiro dei depositi – si legge nell'articolo di Baglioni - che ha fatto precipitare la situazione. Trova qui applicazione il modello economico che ha fruttato ai loro autori (Douglas Diamond e Philip Dybvig) il premio Nobel per l’economia l’anno scorso: per sua natura, l’intermediazione bancaria è esposta al rischio di corse agli sportelli, che amplificano gli effetti di un evento negativo”.

C’è da domandarsi come mai coloro che avevano la responsabilità di gestire la banca non si fossero resi conto che, con il ritorno dell’inflazione e l’inversione della politica monetaria, il mondo era cambiato: occorreva alleggerire l’esposizione al rischio di tasso (oltre a diversificare il modello di business).   

Se il giudizio sulla gestione della banca non può che essere negativo – si legge nell'articolo de lavoce.info - quello sulle autorità di vigilanza è più sfumato”.

Da un lato vi sono state evidenti falle, visto che si è lasciata correre una situazione insostenibile. La riforma del 2018 (sotto l’amministrazione Trump) che ha elevato da 50 a 250 miliardi di dollari la soglia di attività al di sotto della quale le banche sono esentate dalle regole e dai controlli più stringenti, che vengono invece applicati alle grandi banche, ha sicuramente pesato in questa situazione.

Dall’altro, si è intervenuti tempestivamente e nella giusta direzione, una volta che il problema è emerso. La Fdic ha provveduto immediatamente al trasferimento delle attività della Svb a un’altra banca di nuova costituzione. Il governo ha garantito tutti i depositi della Svb (e della Signature Bank).

“Questa mossa – ha sottolineato Baglioni - è molto costosa e foriera di polemiche: non è mai bello vedere che il conto dei danni provocati dai banchieri viene pagato dalla collettività, che sia il settore pubblico o il sistema bancario (come ha promesso Joe Biden). Tuttavia, è l’unica cosa da fare per evitare che la crisi di fiducia, che ha colpito la Svb, si allarghi e coinvolga altre banche esponendole al rischio di subire un bank run”.

Il costo di una crisi generalizzata del sistema bancario sarebbe molto elevato per l’economia reale e per il bilancio pubblico stesso: alla fine il conto sarebbe ancora più salato del rimborso dei depositi della Svb.

L’esperienza di Lehman Brothers è istruttiva: la scelta di lasciarla fallire e imporre ingenti perdite ai suoi creditori, con l’intento di “dare una lezione ai banchieri”, fu il detonatore della trasmissione a macchia d’olio della crisi finanziaria , anche fuori dagli Usa,.
Vi sono peraltro importanti differenze tra questa crisi bancaria e quella del 2007-2008, che portò appunto al fallimento di Lehman Brothers. La grande crisi finanziaria fu causata dalla forte esposizione di molti intermediari, non solo americani ma anche europei, verso il settore delle obbligazioni emesse a valle di operazioni di cartolarizzazioni di prestiti, compresi quelli (spesso immobiliari) concessi a debitori di cattiva qualità creditizia (sub-prime): le famigerate asset backed securities (Abs).

La crisi fu aggravata dalla carenza di informazioni sul settore delle Abs: chi le deteneva e per quali somme? Come veniva determinato il loro prezzo (spesso al di fuori dei mercati organizzati)?

La Svb era invece esposta verso il settore pubblico, detenendo un ampio portafoglio di titoli di Stato: in questo caso, il mercato è molto più trasparente.

“C’è quindi da ritenere che i motivi per un allargamento della crisi, soprattutto in Europa, siano minori adesso di allora. Certo – ha concluso Baglioni - resta da stabilire quali istituzioni finanziarie abbiano sottovalutato il rischio di tasso, come ha fatto la Svb: a giudicare dalle quotazioni di borsa, alcuni altri intermediari americani sono al momento sotto la lente dei mercati”.