Storia & storie | 08 marzo 2023, 07:41

I Roberti, famiglia di eroi

Giuseppe Maria Roberti

Giuseppe Maria Roberti

di Gustavo Mola di Nomaglio*

I ghiacci dell’Adamello, nel lento loro ritirarsi sotto l’azione del riscaldamento globale, hanno restituito nell’agosto del 2005 i resti umani di Vittorio Roberti di Castelvero, rimasti imprigionati a oltre 3.200 metri d’altitudine quasi esattamente sessant’anni prima. Vittorio, quando di lui si perse ogni notizia, aveva ventun’anni. 

La guerra era appena finita, ma se ne registravano ancora i sussulti. Lui, nonostante tutti lo sconsigliassero dal salire da solo lungo le pendici di quelle montagne, non voleva sentire ragioni: intendeva riabbracciare al più presto dei parenti ancora in armi che vi si trovavano. Avanzò finché le mulattiere glielo consentirono con la sua bicicletta. Poi l’abbandonò e proseguì a piedi. Da quel momento scomparve. 

Quando iniziarono a cercarlo trovarono la bicicletta non lontano dalla casa di un contadino che gli aveva offerto una tazza di latte fresco e al quale la figura di quel giovane gentiluomo con gemelli stemmati ai polsi e lo sguardo inquieto, ansioso di salire sulla montagna, era rimasta bene impressa nella memoria. 

Ogni ricerca fu inutile e ora il ritrovamento da parte di due alpinisti dei resti di un uomo che portava una camicia - ormai a brandelli ma con i polsini ancora chiusi da gemelli d’oro smaltati - e di un portamonete che con ogni probabilità gli apparteneva, sembrano finalmente avere fatto luce sulla scomparsa di Vittorio, anche se nessuno aveva dubbi su quale potesse essere stata la sua sorte. L’arma dipinta sui gemelli, al contrario di quanto dissero inizialmente i giornali, non era quella dei Roberti, ma apparteneva piuttosto a un reggimento, probabilmente al 17° Fanteria di Pinerolo, cosa che non esclude in alcun modo, come qualcuno congetturò, che i resti ritrovati fossero proprio di Vittorio.

Si accennò anche all’ipotesi di effettuare un test del Dna ma non abbiamo notizie precise se sia poi stato fatto. Lo stesso Edmondo Schmidt Müller di Friedberg, marito di una sorella di Vittorio, non ebbe dubbi, di fronte alle indicazioni diffuse dai media (che tra il 22 e il 25 agosto del 2005 diedero ampio risalto alla notizia del ritrovamento) nel ritenere che fossero stati ritrovati proprio i resti di suo cognato.

Ogni anno, nei giorni dell’anniversario della scomparsa, nella Chiesa di Pinzolo (Madonna di Campiglio) si celebra una messa in suffragio e ricordo di Vittorio e il suo nome è ricordato anche dal vecchio rifugio della Presanella che, col nome di “Bivacco Roberti”, gli fu intitolato nel 1986, in seguito a radicale ristrutturazione.

Ma il nome dei Roberti di Castelvero in generale è di quelli destinati a essere a lungo ricordati. Una famiglia certo di gente non comune. I Roberti, pur coerentemente incanalati nel solco della nobiltà piemontese, valorosa nelle occasioni di guerra, forte nella fede cristiana, dotta e intellettuale (nonostante vi sia chi ama propagandarne immagini false, visioni fuorvianti e infondati stereotipi negativi) seppero raggiungere mete riservate a pochi, soprattutto un campo militare. 

Ben lontano dall’essere amore della guerra o risultato di una vocazione guerrafondaia, il valore militare dei popoli sabaudi (accezione riguardante genti savoiarde, liguri, piemontesi, valdostane e nizzarde) è testimoniato – nonostante vi sia chi vorrebbe ridurlo ad una leggenda - da un incalcolabile numero di singoli e collettivi atti di coraggio e sacrifici. 

Nella palestra delle secolari guerre e lotte in difesa della libertà e dell’autonomia contro l’espansionismo franco-spagnolo e nelle battaglie risorgimentali si è costantemente registrata, tra i caduti, i feriti e i destinatari di encomi, promozioni sul campo o decorazioni, una consistente presenza nobiliare, che neppure nella spaventosa carneficina della prima guerra mondiale ha perso la sua rilevanza. Alcune famiglie ne sono uscite addirittura decimate.

È questo il caso dei Roberti di Castelvero, originari dell’Astigiano, divenuti acquesi nel ‘500 e poi torinesi, che meritano in modo particolare, ormai estinti, di essere celebrati, sia per antichi, notevolissimi esponenti sia per i suoi ultimi rappresentanti.

Tra quelli antichi si può citare, ma è solo un esempio Giuseppe [Giovanni] Maria, (nato Asti, 10 dicembre 1775; † Incisa Belbo, 28 - o 27 - ottobre 1844, nella sua villa di Cerreto). Durante l’occupazione francese fu al servizio cesareo; luogotenente negli Usseri di Lichtenstein nel 1804 -1805. Dopo la Restaurazione divenne colonnello comandante dei cavalleggeri di Savoia, poi maggior generale, generale delle armi in Sardegna e governatore di Cagliari (1825, marzo), facente funzione di Viceré (1830); tenente generale (1831); governatore di Cuneo (1835, 13 novembre); di Novara (1842); cavaliere professo di grazia (1822) di Giustizia (1834) e Gran Cordone SS. Maurizio e Lazzaro; commendatore dell’Ordine della Corona Ferrea d’Austria.

Venendo a tempi a noi più vicini, al momento dello scoppio della prima guerra mondiale la famiglia era rappresentata dai figli del generale Vittorio Emanuele (così chiamato in onore del Re, suo padrino): cinque maschi e una femmina. Il primogenito, Edmondo (Torino, 1876-Roma, 1942), ingegnere civile, dopo avere risieduto a lungo in Siam, rientrò in patria in tempo per partire per il fronte. Ne tornò “Grande invalido di guerra” per le ferite ricevute ed ebbe una medaglia di bronzo al Valore. 

Beppe, nato nel 1886, comandante della 76.a Batteria Bombarde, cadde sul San Marco il 14 maggio 1917, meritando una medaglia d’argento; è sepolto a Gorizia. Non lontano combatteva anche Vittorio, tenente d’Artiglieria; pur mettendo a repentaglio più volte la propria vita riuscì a tornare a casa.

Per quanto riguarda Gigi, il più giovane (1896-1916), decorato di due medaglie d’argento: un suo necrologio recita «tornato volontario in guerra dopo otto mesi di degenza in Ospedale per grave ferita imperfettamente sanata, fece olocausto dei suoi vent’anni alla Patria, sulla quota 208 Nord (Carso)». Le mitragliatrici austriache lo falciarono mentre precedeva i suoi uomini in un rischiosissimo attacco. La sorella Maria Vittoria, infermiera volontaria della Croce Rossa al fronte (decorata della Croce di guerra e della Croce d’argento della C.R.I.) vegliò sul suo corpo prima della sepoltura nel cimitero di San Canziano. 

Rimane da dire qualcosa di un altro fratello, Giovanni Francesco, un personaggio straordinario di cui i corrispondenti di guerra narrarono più volte le imprese; un suggestivo monumento lo ricorda nel Comune di Castel Boglione. Nato a Torino nel 1883, aveva studiato in Accademia Navale, uscendone nel 1903 col grado di guardiamarina. Di qui in avanti prestò servizio su ogni tipo di unità, sommergibili compresi.

Nel 1908 portò soccorsi alle popolazioni di Messina e di Reggio Calabria colpite dal terremoto. Nei primi mesi del 1911 partecipò a corsi di pilotaggio. Conseguì i brevetti di pilota civile e militare, divenne a sua volta istruttore di volo nel campo di Mirafiori a Torino. Nell’agosto di quell’anno prese parte a voli sperimentali che portarono alla decisione di dotare l’esercito italiano di reparti aerei.

Le sue osservazioni e studi contribuirono al progresso della nostra aeronautica. Si guadagnò una prima medaglia d’argento nel conflitto italo-turco, eseguendo ricognizioni che fecero, tra l’altro, risparmiare vite umane e crearono, con lo sgancio di bombe, danni alle postazioni e armamenti arabi.

Durante una ricognizione il suo aereo fu colpito in quello che è passato alla storia – ricorda Michele Pasqua in un cenno biografico del Roberti (“Quaderni dell’Èrca”, 8) - come il primo combattimento tra terra e cielo. Già il nemico esultava, nella convinzione d’averlo abbattuto, quand’egli ne sorvolò nuovamente il campo, lasciando dapprima cadere su di esso, quasi a congratularsi per la precisione del tiro – suggerisce Aldo di Ricaldone - non bombe ma i propri biglietti di visita.

La seconda medaglia d’argento giunse nel 1916, per un’incursione in territorio nemico. Lui e altri tre ufficiali raggiunsero Punta Somana (costa albanese) per mezzo di idrovolanti: scesi a terra incendiarono magazzini di munizioni, depositi di carbone, la stazione ferroviaria, provocarono la fuga di un nutrito presidio militare e riuscirono a tornare incolumi con i loro velivoli.

Ancora nel ’16 gli fu concessa una terza medaglia, per un’operazione di bombardamento nell’Alto Adriatico, durante la quale il suo idrovolante fu colpito più volte. Fu in seguito creato cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia e, per le ferite ricevute in varie occasioni, gli fu conferita una croce di guerra.

* Storico, scrittore, vice presidente del Centro Studi Piemontesi