Notizie | 04 marzo 2023, 16:23

Ecco come sono le imprese femminili

Più piccole (il 93% ha meno di 5 dipendenti), il 78% è ditta individuale, ma la costituzione è più recente, sono meno rischiose e più attente alla sostenibilità - I dati del Nord Ovest

Ecco come sono le imprese femminili

Sono circa un milione le imprese con consiglio di amministrazione a maggioranza femminile secondo lo studio effettuato da Cribis sulla totalità di imprese italiane. “Ancora troppo poche rispetto ai quasi cinque milioni di imprese attive sul nostro Paese”. Commenta Cribis, aggiungendo che i numeri parlano chiaro: in sei imprese su dieci solo il 10% del board è ricoperto da donne.

A confermarlo è anche il Global Gender Gap 2022, che misura in 146 Paesi il divario di genere in termini di partecipazione economica e politica, salute e livello di istruzione: l’Italia ha mantenuto la stessa posizione del 2021 (63.a) e ha mostrato gravi ritardi rispetto all’Europa continentale (Spagna, Francia e Germania per esempio).

Lo studio di Cribis fornisce un profilo approfondito sulle caratteristiche delle imprese gestite da donne (da intendersi quelle aziende con quota maggiore del 51% all’interno dei cda). In particolare, i settori che vedono le donne leader continuano a essere quelli legati alla cura della persona (parrucchiere, estetista.) e della ristorazione (bar e ristoranti).

Tuttavia, i settori che incidono maggiormente sul Pil del Paese, cioè ad alta produttività, vedono ancora una presenza minoritaria delle donne nei ruoli decisionali.

Guardando alla distribuzione geografica delle imprese femminili vediamo che riflette quanto accade a livello nazionale, con Lombardia, Campania e Lazio sul podio e Molise e Valle d’Aosta fanalino di coda. In Piemonte si trova il 7,59% delle imprese rosa attive in Italia, in Liguria il 2,77% e in Valle d'Aosta lo 0,23%. La Lombardia ne ospita il 14,18%, la Campania il 10,01% e il Lazio il 9,56%.

Ma se si analizza la presenza percentuale delle imprese femminile sul totale delle imprese per singola Regione emerge come, al contrario, siano il Molise, la Basilicata e l’Abruzzo a occupare i primi tre posti della classifica, dove addirittura un’impresa su quattro è rosa, in virtù dei settori economici che caratterizzano il tessuto imprenditoriale regionale.

Per quanto riguarda le tre regioni del Nord Ovest, emerge che in Valle d'Aosta è femminile il 23% delle imprese attive localmente, mentre la quota è del 22% sia in Piemonte che in Liguria.

Se guardiamo alle dimensioni, le imprese femminili sono principalmente di piccole dimensioni: ben il 93% ha meno di cinque dipendenti; ne consegue che la variabile di genere sia spesso legata anche a una un po’ più complessa crescita aziendale.

La conferma viene anche dall’analisi delle forme legali e dei fatturati. Nel primo caso, infatti, solo il 17% delle imprese femminili riesce a diventare società di capitali (contro il 25% della totalità delle imprese). Il 78% delle imprese a prevalenza “rosa” si costituisce come ditta individuale o società di persone (contro il 70% della totalità delle imprese italiane).

Le piccole dimensioni influenzano anche il valore della produzione, che non riesce a decollare e le imprese femminili restano attività a gestione spesso familiare. La quasi totalità delle imprese (97%), infatti, ha un fatturato annuo non superiore al milione, tre punti percentuali in più rispetto alla situazione italiana (94%).

Alcuni dati in controtendenza rispetto alla situazione nazionale evidenziano peculiarità dell’imprenditoria femminile. Innanzitutto, le imprese femminili sono di recente costituzione: più del 54% ha meno di 15 anni di vita (rispetto al 48% delle imprese italiane). Questo fa ben sperare sugli sviluppi futuri dell’imprenditoria femminile e su un tessuto culturale in trasformazione per quanto riguarda le barriere all’entrata.

Inoltre, le imprese donna insegnano, più di altre, che si può essere attente alla solidità commerciale e finanziaria. La distribuzione del rischio commerciale indica, infatti, che queste imprese sono meno rischiose rispetto alla media italiana: più della metà (52%) presenta un rischio di fallimento minimo o inferiore alla media. Un dato interessante che supera di quattro punti percentuali quello della totalità delle imprese nazionali (48% con rischio minimo o inferiore alla media).

Un'altra importante novità che emerge da questa fotografia è l’attenzione alla sostenibilità, dimensione nella quale le imprese femminili segnano una performance migliore rispetto a quelle maschili.

È quanto emerge da un’analisi su un campione rappresentativo di imprese italiane analizzate attraverso l’indicatore esclusivo Crif Esg Score. Lo Studio mostra, infatti, che le imprese femminili dall’elevato grado di sostenibilità – ovvero con score 1 e 2 su una scala da 1 a 5 – superano di ben l'8% quelle maschili. In particolare, è nella componente ambientale (E) dove le imprese femminili si segnalano per avere performance migliori; sono infatti il 44% rispetto al 41% delle imprese maschili quelle che ricadono nelle classi di score 1 e 2.

Tuttavia, vi è ancora ampio spazio di miglioramento ed è proprio in questo contesto che i player finanziari possono contribuire a diffondere una nuova consapevolezza circolare con soluzioni di finanza verde e un percorso di transizione.

Quanto più le banche saranno in grado di valutare l’impatto ambientale, sociale e di governance delle iniziative promosse dalle controparti, tanto più potranno premiare i progetti realmente meritevoli.

Dati alla mano, le analisi Crif su portafogli business mostrano che le aziende “green” hanno un livello di rischio di circa il 44% inferiore rispetto alla media. Inoltre, da uniulteriore analisi Crif mostra come le pmi e le aziende corporate che investono strategicamente nella sostenibilità possano ridurre i loro consumi del 10-30% all'anno, senza diminuire il servizio e la qualità delle operazioni aziendali, contribuendo in modo significativo a una minore emissione di gas serra.


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