Notizie - 01 dicembre 2022, 17:23

Personale sanitario: confronto Italia-Ue

Personale sanitario: confronto Italia-Ue

“Il personale è uno degli input fondamentali nella produzione di servizi socio-sanitari, un ampio settore economico che comprende i servizi sanitari (come i servizi ospedalieri e degli studi medici specialistici) e i servizi sociali (residenziali e non, per diverse categorie di soggetti fragili)”.

Inizia così lo studio di Michela Garlaschi pubblicato dall'Osservatorio Cpi (conti pubblici italiani) dell'Università Cattolica di Milano, che ha fatto confronto tra Paesi, sulla base dei dati Ocse.

Limitando l’analisi ai Paesi europei che sono considerati avanzati, il numero di lavoratori impiegati nel settore nel 2019 è risultato è in media di 49 addetti ogni 1.000 abitanti. Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia e Svezia sono i Paesi che registrano i valori più elevati, rispettivamente con 90, 86, 80 e 78 professionisti nel socio-sanitario ogni 1.000 abitanti. Francia e Regno Unito si attestano sopra la media europea di circa 10 unità.

Valori più bassi si osservano invece nei Paesi mediterranei e dell’Est Europa. La Grecia ha infatti il più basso numero di personale socio-sanitario (24 professionisti ogni 1.000 abitanti), seguita da Polonia, Slovacchia, Lettonia (26). Più vicini alla media europea sono invece Portogallo, Spagna e Italia (rispettivamente con 39, 33 e 33). 

Il ritardo dei Paesi mediterranei è ragionevolmente legato al ruolo, tuttora importante, delle famiglie nel sistema di welfare e condiziona il ruolo delle donne e la loro capacità di partecipare al mercato del lavoro. Sembra infatti emergere una correlazione positiva tra il tasso di occupazione femminile e la quota di personale socio-sanitario in rapporto alla popolazione occupata.

Dietro il dato aggregato ci sono però figure professionali molto diverse, sia dal punto di vista del percorso di formazione sia dal punto di vista dei livelli stipendiali. Considerando solo l’Ue-27, nel 2019 il numero di infermieri (4,4 milioni) è risultato - non sorprendentemente, vista anche l’attività di assistenza nel settore dei servizi sociali - più numeroso di quello dei medici (1,7 milioni), con un rapporto di tre infermieri per ogni medico.

La Germania mostra la densità di infermieri più alta (1.756 ogni 100 mila abitanti), seguita da Finlandia (1.385) e Irlanda (1.341), contro una media Ue di 996 ogni 100 mila abitanti. Ben 17 Paesi evidenziano una densità di infermieri inferiore alla media Ue-27. In Italia, per arrivare alla media Ue-27, servirebbero 309 infermieri in più ogni centomila abitanti.

Per quanto riguarda i medici, è la Grecia a registrare il numero più alto (618 ogni 100 mila abitanti) seguita da Portogallo (550) e Austria (533). Di contro, Polonia e Lussemburgo registrano i valori più bassi. La media europea è di 389. L’Italia è di poco al di sopra con 404.

In tutti i paesi dell’Ue per i quali Eurostat dispone di dati comparabili, ci sono molti più medici specialisti (la media è di 68 ogni 100 medici) che medici di base (26%), seguiti da una categoria residuale ‘’altri medici’’ (6%) (Fig.5). In 12 Paesi su 20 la quota di specialisti è superiore alla media europea: ad esempio, circa l’80% dei medici in Italia e nei Paesi dell’Est Europa (Bulgaria, Repubblica Ceca e Ungheria) sono medici specialisti.

Di contro, l’Irlanda ha la quota maggiore di generalisti in percentuale al totale dei medici (55%, contro una media europea del 26%), seguita da Paesi Bassi (46%), Francia (44%) e Belgio (37 %); l’Italia si colloca fra le ultime posizioni con il 22%.

Il nostro Paese quindi si presenta con una quota di specialisti maggiore della media europea e una quota di medici di base inferiore, un dato che rafforza le considerazioni in merito alla debolezza della sanità territoriale e alla necessità di rivedere il percorso formativo dei medici di base, equiparandolo alle altre specializzazioni per renderlo più attrattivo per chi si affaccia sul mercato del lavoro. 

Oltre alla numerosità del personale, i dati disponibili consentono di indagare anche il livello delle remunerazioni. In base ai dati Ocse, nel 2020 lo stipendio medio lordo annuo di un infermiere impiegato negli ospedali a parità di potere d’acquisto in Italia è di 38.379 dollari mentre quello di un medico specialista è di 110.348 dollari (rapporto di 1:3).

Considerando il Pil pro capite, in nove Paesi su 16 gli stipendi degli infermieri in rapporto al Pil pro-capite sono in media più alti che in Italia. Lo stipendio lordo medio di un infermiere italiano a parità di potere d’acquisto (38.379 dollari) supera il Pil pro capite dell’Italia (35.815 dollari) solo del 7,2%. Negli altri Paesi invece lo stipendio medio di un infermiere (43.163 dollari) supera il Pil pro-capite (38.559 dollari) dell’11,9%. “Quindi – ha scritto Michela Garlaschi - per far sì che lo stipendio degli infermieri italiani in rapporto al Pil pro-capite sia lo stesso che prevale negli altri Paesi bisognerebbe portare lo stipendio medio a 40.077 dollari. L’aumento in questo caso sarebbe di 1.700 dollari”.

Diverse sono invece le considerazioni per i medici specialisti, il cui stipendio in Italia supera del 208% il Pil pro capite, rispetto al 178% negli altri Paesi. Questi numeri sembrano sottolineare che le retribuzioni dei professionisti sanitari in Italia, se valutate rispetto ad una proxy del reddito medio dei Paesi quale il Pil pro-capite, non sono necessariamente inferiori a quelle registrate in altri Paesi.

“Fare confronti fra le unità di personale socio-sanitario per Paesi che hanno sistemi di welfare, schemi di finanziamento e strutture di cura differenti in termini di coperture pubbliche/private non è sempre agevole. Il confronto, però – ha commentato l'autrice - sembra mettere in luce come la narrativa corrente sulla mancanza di personale socio-sanitario (soprattutto del SSN), debba essere rivista in termini di mix di figure professionali e di evoluzione dei servizi verso un maggior ruolo da assegnare alle cure territoriali (che comprendono anche le cure assistenziali), come previsto nell’ambito del PNRR”.

In particolare, le politiche di formazione e di reclutamento dovrebbero sanare i gap con gli altri Paesi rispetto a medici di base e infermieri, entrambe figure importanti per la sanità territoriale. Dovrebbero, inoltre, puntare a coprire le specializzazioni maggiormente in sofferenza nell’ambito dei medici specialisti. 

Per il 2023, le risorse per il Servizio Sanitario Nazionale sono previste in aumento di 4 miliardi. A legislazione vigente per il 2023, il livello di finanziamento del fabbisogno sanitario standard ammontava a 126 miliardi, ossia 2 miliardi in più rispetto al 2022. Nella bozza di Legge di Bilancio 2023 sono stati aggiunti altri 2 miliardi, portando il totale complessivo per il 2023 a 128 miliardi; di queste ulteriori risorse, la maggior parte (1,4 miliardi) andrà a coprire i maggiori costi delle fonti energetiche.

“Pur contando su un aumento consistente di fondi, rispetto all'esperienza degli anni pre-Covid quando il finanziamento è aumentato di 1 miliardo all'anno, è solo il 3% in più, rispetto a un’inflazione che ha raggiunto a ottobre quasi il 12% su base annua; dunque – ha concluso Michela Garlaschi - le risorse in termini reali si riducono molto. L’approccio che sembra essere stato adottato dal nuovo governo è quello di dare precedenza ad altre misure (gli aiuti a famiglie e imprese per i rincari energetici) destinando al SSN solo le risorse che ci possiamo permettere”.


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