Notizie | 25 settembre 2022, 11:20

L'Italia destinata a perdere 11,5 milioni di abitanti

Come cambierà la struttura della popolazione secondo le previsioni dell'Istat - Nel 2041 oltre 4 milioni gli uomini soli e 6 milioni le donne sole - Più del 41% delle famiglie senza nucleo

L'Italia destinata a perdere 11,5 milioni di abitanti

La popolazione residente in Italia passerà dai 59,2 milioni del primo gennaio 2021 a 57,9 milioni nel 2030 e a 54,2 milioni nel 2050. Lo prevede l'Istat, aggiungendo che tra il 2050 e il 2070 la popolazione nel nostro Paese diminuirebbe di ulteriori 6,4 milioni, scendendo così a 47,7 milioni, conseguendo una perdita complessiva di 11,5 milioni di residenti rispetto a oggi.

Da circa 15 anni, l’Italia sta affrontando un ricambio naturale negativo, alla base della riduzione della popolazione, nonostante la parziale contropartita di dinamiche migratorie positive con l’estero. Gli scenari previsivi di nascite e decessi sono collegati a tale processo, misurando la tendenza a registrare annualmente saldi negativi per il movimento naturale della popolazione. Neanche negli scenari di natalità e mortalità più favorevoli, il numero proiettato di nascite arriverebbe a compensare quello dei decessi.

Infatti, nello scenario mediano, dove si contempla una crescita della fecondità da 1,25 figli, il massimo delle nascite conseguito risulterebbe pari a 424mila unità nel 2038. Dopo tale anno, l’ulteriore aumento dei livelli riproduttivi medi non conduce, quindi, a un parallelo aumento dei nati, in quanto le donne in età fertile tenderanno a diminuire nonché a invecchiare in media, riducendo il potenziale riproduttivo del Paese.

Da analoghe perturbazioni di origine strutturale potrà a sua volta dipendere l’evoluzione della mortalità, che proseguirà a esprimere anno dopo anno un numero sostenuto e crescente di eventi di decesso, fino a un massimo di 832mila nel 2058.

Questo pur in un contesto di buone aspettative sull’evoluzione della speranza di vita (86,5 e 89,5 anni quella prevista alla nascita nel 2070, rispettivamente per uomini e donne) e, pertanto, in linea con quello che sarà il livello di invecchiamento della popolazione.

Alla luce delle ipotesi condotte, i flussi migratori non potranno controbilanciare il segno negativo della dinamica naturale. Nondimeno, essi si mostrano comunque contraddistinti da incertezza profonda, essendo svariati i fattori che possono dare adito a scenari diversificati. Per restare a quanto avvenuto negli ultimi anni, basti pensare alla drastica riduzione delle migrazioni dettata dalla pandemia nel 2020, alla successiva ripresa economica avviata nel 2021 che ha agito da leva naturale per il richiamo degli immigrati nel Paese, al clima di fiducia generato dalle prospettive sul PNRR e, infine, alle attuali incertezze dettate dalla crisi bellica e da quella energetica sul piano internazionale.

Lo scenario mediano contempla movimenti migratori netti con l’estero ampiamente positivi, pur con una tendenza lievemente decrescente, da oltre 150mila unità annue a circa 120mila tra il 2021 e il 2070. Nel complesso del periodo previsivo si prefigura l’insediamento a carattere permanente nel Paese di 13,2 milioni di immigrati mentre ammonterebbe a 6,7 milioni l’entità degli emigrati all’estero. L’analisi di risultati a così lungo termine deve però necessariamente accompagnarsi a una grande cautela, perché da un lato si prefigura un Paese attrattivo, ma dall’altro un Paese che potrebbe mutare la sua attuale natura di accoglienza per tornare a essere un luogo da cui emigrare.

La popolazione di 65 anni e più oggi rappresenta il 23,5% del totale, quella fino a 14 anni di età il 12,9%, quella nella fascia 15-64 anni il 63,6% mentre l’età media si è avvicinata al traguardo dei 46 anni. Di fatto, la popolazione del Paese è già ben dentro una fase accentuata e prolungata di invecchiamento.

Entro il 2050 le persone di 65 anni e più potrebbero rappresentare il 34,9% del totale secondo lo scenario mediano. Comunque vadano le cose, l’impatto sulle politiche di protezione sociale sarà importante, dovendo fronteggiare i fabbisogni di una quota crescente di anziani. I giovani fino a 14 anni di età, sebbene nello scenario mediano si preveda una fecondità in recupero, potrebbero rappresentare entro il 2050 l’11,7% del totale, registrando quindi una lieve flessione.

Nei prossimi trent’anni, la popolazione di 15-64 anni scenderebbe dal 63,6% (37,7 milioni) al 53,4% (28,9 milioni). Come per la popolazione anziana, quindi, anche qui si prospetta un quadro evolutivo certo, con potenziali effetti sul mercato del lavoro, sulla programmazione economica, sul mantenimento del livello di welfare necessario al Paese.

Un parziale riequilibrio nella struttura della popolazione potrebbe rivelarsi solo nel lungo termine, via via che le generazioni nate negli anni del baby boom tenderanno a estinguersi. In base allo scenario mediano, i 15-64enni potrebbero riportarsi al 54,3% entro il 2070 mentre gli ultrasessantacinquenni ridiscendere al 34,1%. Stabile, invece, la popolazione giovanile con un livello dell’11,6%.

Entro 10 anni l'80% dei Comuni andrà incontro a un calo demografico. Ciò si deve alla bassa fecondità, che colpisce uniformemente alla base la struttura per età delle popolazioni, ma anche a livelli migratori sfavorevoli per alcuni territori, laddove è più forte tanto l’emigrazione per l’estero quanto quella per l’interno.

A livello nazionale si valuta che tra il 2021 e il 2031 i Comuni delle zone rurali possano nel complesso registrare una riduzione della popolazione pari al 5,5%, passando da 10,1 a 9,5 milioni di residenti. La questione investe soprattutto le aree del Mezzogiorno, dove i Comuni delle zone rurali con bilancio negativo sono il 94% del totale e dove si riscontra una riduzione della popolazione pari all’8,8%.

Per i 1.060 Comuni che ricadono nelle Aree interne, particolari zone del territorio nazionale che si contraddistinguono per la distanza fisica dall’offerta di servizi essenziali, la condizione demografica risulta ancor più sfavorevole. Qui, infatti, la quota di Comuni con saldo negativo della popolazione nel decennio sale al 94%, facendo nel complesso registrare una riduzione della popolazione pari al 9,1%.

In una situazione relativamente migliore si collocano i Comuni a densità intermedia (piccole città e sobborghi), dove il calo demografico atteso è dell’1,9% (la popolazione transita nel decennio da 28,3 a 27,7 milioni). In tale area è minore anche la quota di Comuni interessati dal calo demografico, il 70% del totale, che tuttavia sale all’84% nel solo Mezzogiorno.

Infine, sebbene a un livello minore, anche città e zone densamente popolate saranno interessate da spopolamento. La capacità attrattiva delle aree a più forte urbanizzazione farà sì che nel decennio il calo complessivo della popolazione sia solo dell’1,8%, con il 65% dei Comuni destinati a subire un saldo negativo tra i propri residenti.

Istat prevede, inoltre, nel giro di venti anni un aumento del numero di famiglie di circa un milione di unità: da 25,3 milioni nel 2021 si arriverebbe a 26,3 milioni nel 2041 (+3,8%). Si tratta, però, di famiglie sempre più piccole, caratterizzate da una maggiore frammentazione, il cui numero medio di componenti potrà scendere da 2,3 persone nel 2021 a 2,1 nel 2041.

A incidere sull’aumento del numero complessivo di famiglie sono le famiglie senza nuclei, che con un incremento del 20,5%, da nove a circa 11 milioni nel periodo 2021-2041, arriverebbero a costituire il 41,4% delle famiglie totali.

Il calo delle famiglie con nuclei deriva dalle conseguenze di lungo periodo delle dinamiche sociodemografiche in atto in Italia: l’invecchiamento della popolazione, con l’aumento della speranza di vita, genera infatti un maggior numero di persone sole; il prolungato calo della natalità incrementa le persone senza figli, mentre l’aumento dell’instabilità coniugale, in seguito al maggior numero di scioglimenti di legami di coppia, determina un numero crescente di individui e genitori soli. Alle persone sole, comunque associate al concetto di famiglia per quanto micro, si deve principalmente la crescita assoluta del numero totale di famiglie.

Gli uomini che vivono soli avranno un incremento del 18,4%, arrivando a superare i quattro milioni nel 2041. Le donne sole sarebbero destinate ad aumentare ancora di più, da 4,9 a quasi 6 milioni, con una crescita del 22,4%. Se già nel 2021 la quota di persone sole di 65 anni e più rappresenta la metà di chi vive da solo, nel 2041 raggiungerebbe il 60%.

In termini assoluti, le persone sole arriverebbero a 10,2 milioni (+20%), di cui 6,1 milioni avranno 65 anni e più (+44%). Nel 2021 tra gli uomini che vivono soli, circa uno su tre ha più di 65 anni (32,3%) mentre tra le donne il rapporto sale a oltre tre su cinque (63,1%).

L’aumento della sopravvivenza tra gli anziani, molti dei quali soli, potrebbe comportare un futuro aumento dei fabbisogni di assistenza. Un maggior numero di anziani soli, però, può generare anche risvolti positivi; la più lunga sopravvivenza, caratterizzata, si presuppone, anche da una migliore qualità della vita, potrebbe consentire a queste persone di svolgere un ruolo attivo nella società: ad esempio, come già accade oggi e verosimilmente un domani, supportando le famiglie dei propri figli nella cura dei nipoti e garantendo loro sostegno economico, partecipando al ciclo economico nella veste di consumatori di servizi assistenziali ma anche in quella di investitori di capitali.

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