Storia & storie | 04 settembre 2022, 11:46

Quell'utilitaria delle Fonderie Officine De Benedetti

Quell'utilitaria delle Fonderie Officine De Benedetti

di Francesco Amadelli*

Abbiamo già detto di come Torino, perduto il primato e la supremazia derivanti dalla sua posizione di capitale della neo-nata nazione italiana, abbia saputo trovare la forza e il coraggio per convertirsi in città industriale in tempi, quelli di fine secolo XIX, non certo facili né per gli imprenditori né tanto meno per la manodopera.

Come spesso avviene, furono gli avvenimenti bellici a spronare il capitalismo nascente a inventarsi obiettivi nuovi, complice l’ambizione di Casa Savoia di dimostrare come l’Italia avesse le carte in regola per entrare nel novero delle nazioni più industrializzate d’Europa.

L’industria cantieristica in Liguria e quella meccanica in Piemonte, facilitate dalla vicinanza della Francia e le nuove ferrovie in grado di porre il nord-ovest d’Italia in posizione privilegiata rispetto al resto della penisola, fecero scoccare la scintilla di una nuova imprenditoria in grado di richiamare lavoratori da ogni parte della penisola secondo un trend che durerà più di un secolo.

Accanto alle grandi aziende sorsero piccole aziende non meno importanti seppur effimere.

Fu così che il 1° luglio 1915 venne costituita la società “Stabilimenti Metallurgici e Fonderie Metalli” con sede in via Galvani 26 (zona Cibrario) a Torino, giusto in tempo per collaborare con l’esercito italiano prossimo a entrare in guerra. Si dovrà aspettare il gennaio del 1919 per convertire la ragione sociale in “Fonderie Officine De Benedetti” (Fod) con sede in via Sagra di San Michele 16.

La riconversione industriale non fu semplice: sarà solo nel 1924 che la Fod comincerà la produzione in piccola serie di una vetturetta in grado di incontrare il favore del pubblico affamato di novità e pronto ad acquistare automobili non eccessivamente costose e affidabili. Sarà sufficiente un anno per permettere con questi primi successi di ingrandire lo stabilimento e porsi traguardi più ambiziosi.

Nell’agosto del 1925 si provvide quindi a mettere in liquidazione la vecchia Fod e a fondare la “Società Anonima Fonderie Officine De Benedetti – Fabbrica vetturette Fod”. Il capitale sociale fu portato inizialmente a sei milioni, divenuti sette nel 1926, scadenza della società 31 dicembre 1944.

L’azienda produceva a pieno ritmo, si arrivò a superare la quota di 500 vetture nel magnifico anno 1926, durante il quale la dirigenza arrivò a ipotizzare l’aumento di capitale fino a trenta milioni di lire.

La produzione era concentrata su un unico modello a due posti, motore 4 cilindri in linea a valvole laterali di 565cc, velocità massima 70 Km/h e consumi ridottissimi: insomma la Fod, precedendo tante altre industrie del settore, comprese come il pubblico volesse modelli affidabili, economici e di parco consumo. La stessa vettura, in versione scoperta e alleggerita, partecipò a diverse competizioni mettendosi in mostra per maneggevolezza.

Per meglio curare i propri interessi, la dirigenza della Fod pensò bene di trasferire la propria sede amministrativa a Milano, appoggiandosi alla Sam di Legnano (Società Automobili Motori) in grado di rifinire e carrozzare le vetture tanto che la produzione arrivò a toccare le 30 auto al giorno. Fu un traguardo raggiunto in breve tempo con molti sacrifici e altrettanta dedizione. Non siamo in grado di valutare la portata e la bontà delle scelte aziendali causa la mancanza di documentazione appropriata, sicuramente spezzare la produzione fra Torino e Milano non si dimostrò una strategia vincente. Ma si sa “del senno di poi…..”.

La Fod si era posta obiettivi elevati puntando prevalentemente sulla conquista di mercati stranieri, più ricettivi del mercato nazionale, sicchè nel 1927 con il crollo delle esportazioni, che anticipò di soli due anni la Grande Crisi del 1929, l’azienda si vide costretta alla liquidazione.

La scelta ci appare piuttosto affrettata considerata la solidità finanziaria raggiunta fino a quel momento e le ambizioni dimostrate. Non ci fu neppure un tentativo di salvataggio contrariamente alla grinta imprenditoriale dimostrata precedentemente che avrebbe spinto qualsiasi altro industriale a compiere ulteriori tentativi per restare sul mercato.

* Storico dell'auto, scrittore



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