Bisbigli | 11 giugno 2022, 09:45

Salario minimo, quando il fisco si tira fuori

Salario minimo, quando il fisco si tira fuori

L’Ufficio studi della Cgia esprime parere favorevole al salario minimo legale a 9 euro lordi l’ora, purché, come riferimento, si consideri il Trattamento Economico Complessivo (Tec) e non la paga oraria. Il Tec, infatti, oltre alla retribuzione lorda include anche il rateo delle mensilità aggiuntive (tredicesima e quattordicesima), del Trattamento di Fine Rapporto (Tfr), della quota dovuta agli enti bilaterali e di altri istituti di fonte contrattuale, come la Riduzione dell’Orario di Lavoro (Rol), i permessi e le ferie.

Ebbene, se il calcolo della retribuzione oraria tiene conto anche di queste voci che compongono il cosiddetto salario differito, è evidente, così come ha avuto modo di segnalare nei giorni scorsi Confindustria, che anche le associazioni datoriali più rappresentative degli artigiani e dei commercianti possono affermare con altrettanta fermezza che gli occupati in questi settori già oggi ricevono una retribuzione lorda oraria superiore a 9 euro.

Senza contare che, grazie alla storica cultura negoziale presente nel nostro Paese, è sempre più diffusa, soprattutto al Centro Nord, la sottoscrizione tra le parti sociali dei contratti di secondo livello (territoriali e/o aziendali) che, assieme al ricorso del welfare aziendale, consentono alle buste paga dei dipendenti di essere ancor più pesanti.

Gli ultimi dati disponibili resi noti dall’Istat, segnalano che in Italia ci sono poco più di 700 mila apprendisti; vale a dire giovani assunti con un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e all’occupazione giovanile. La durata del contratto varia in ragione della tipologia dello stesso: mediamente oscilla tra i 3 e i 5 anni.

In linea generale, inoltre, la retribuzione mensile di un apprendista si aggira attorno agli 800 euro netti. L’importo è basso perché risponde alla filosofia di questo istituto che, introdotto nel 1955, è rivolto a under 30 che entrano nel mercato di lavoro senza alcuna esperienza lavorativa e al termine di questo percorso, grazie all’attività di tutoraggio realizzata dell’azienda che li ospita, acquisiscono una professione. Per contro, l’investimento realizzato dall’imprenditore viene “premiato” con la possibilità di beneficiare di un forte abbattimento del costo del lavoro.

Ora, stando ai dati riportati dall’Istat, oltre il 28% degli apprendisti presenti in Italia (in termini assoluti corrispondono a quasi 205 mila giovani) ha una retribuzione mediana oraria pari a 6,59 euro. Sono dipendenti che nella stragrande maggioranza dei casi sono stati assunti da poco; difatti questi apprendisti con retribuzione oraria sotto soglia presentano un numero medio di ore lavorate inferiore a circa il 20% degli apprendisti più “anziani” che, invece, presentano una retribuzione oraria mediana pari a 9,61 euro.

E’ evidente che se agli apprendisti neoassunti la retribuzione minima oraria fosse innalzata a 9 euro lordi, nel giro di qualche anno registreremo un crollo dell’utilizzo di questo contratto. Per le imprese, infatti, assumere un giovane alle prime armi senza alcuna esperienza alle spalle con un contratto di apprendistato non sarebbe più conveniente. Altresì, va ricordato che con questo contratto sono tantissime le generazioni di lavoratori che sono diventati dapprima degli ottimi operai specializzati e poi anche degli imprenditori di successo. Anche per queste ragioni storiche e culturali, l’istituto dell’apprendistato va salvaguardato e, pertanto, “esonerato” dall’applicazione del salario minimo legale a 9 euro all’ora.

Al netto dei dipendenti dell’agricoltura e del lavoro domestico, in Italia i destinatari dei 933 contratti di lavoro nazionalo (Ccnl) vigenti alla fine del 2021 sono 12.991.632. Di questi, il 12% circa (pari a poco più di 1,5 milioni di dipendenti) non è “riconducibile” ai principali Ccnl più diffusi del settore che, complessivamente, ammontano a 128. Verosimilmente, stiamo parlando di Ccnl sottoscritti dalle associazioni datoriali (Confindustria, Confartigianato, Cna, Confcommercio, Confesercenti, etc.) e dalle sigle sindacali (Cgil, Cisl e Uil) più rappresentative nel Paese.

Per contro, i rimanenti 805 contratti sarebbero stati sottoscritti da realtà imprenditoriali e sindacali “minori”, con livelli di rappresentatività molto discutibili e non sempre presenti su tutto il territorio nazionale. Lo stesso Cnel ha avuto modo di affermare che, in questi contratti: “è molto plausibile supporre che si annidino quelli a più elevato rischio di dumping”. In altre parole, questi 805 contratti, che interessano almeno 1,5 milioni di dipendenti, rappresentano un’area “grigia” che, rispetto ai contratti firmati dai “leader”, spesso consentono a molte imprese di praticare condizioni economiche al “ribasso” e gravi “lesioni” ai diritti dei lavoratori.

In termini percentuali, i settori contrattuali più interessati dalla presenza di dipendenti a rischio dumping salariale sono i poligrafici e spettacolo (32% del totale del comparto), terziario/distribuzione/servizi (17%), le aziende di servizi e l’Istruzione, sanità, assistenza e cultura (entrambe con il 14%).

Secondo alcune stime, l’applicazione del salario minimo orario per legge a 9 euro lordi comporterebbe un costo aggiuntivo in capo alle imprese di almeno 6 miliardi di euro all’anno. Un importo, secondo l’Ufficio studi della Cgia, comunque sottostimato perché non terrebbe conto dell’effetto trascinamento che l’introduzione del salario minimo per legge avrebbe nei confronti dei livelli retributivi che oggi si trovano sopra i 9 euro lordi.

Appare evidente che, se si ritoccherà all’insù la retribuzione per i livelli più bassi, la medesima operazione dovrà essere effettuata anche per gli inquadramenti immediatamente superiori. Diversamente, molti lavoratori si vedrebbero ridurre o addirittura azzerare il differenziale salariale con i colleghi assunti con livelli inferiori, pur essendo chiamati a svolgere mansioni superiori a questi ultimi.

In questi ultimi 30 anni le retribuzioni medie degli italiani sono diminuite, mentre in quasi tutta Ue sono aumentate. Tra le cause di questo risultato sono da annoverare la crescita economica asfittica e un basso livello della produttività del lavoro che dal 1990 ha interessato il nostro Paese, soprattutto nel settore dei servizi.

Una delle cause di questo risultato va ricercato anche nel fatto che, a differenza dei nostri principali competitori europei, in questo ultimo trentennio la competitività del nostro Paese ha risentito dell’assenza delle grandi imprese. Queste ultime sono pressoché scomparse, non certo per l’eccessiva numerosità delle piccole realtà produttive, ma a causa dell’incapacità dei grandi player, spesso di natura pubblica, di reggere la sfida lanciata dalla globalizzazione.

Sino agli inizi degli anni ’80, infatti, l’Italia era tra i leader mondiali nella chimica, nella plastica, nella gomma, nella siderurgia, nell’alluminio, nell’informatica, nell’auto e nella farmaceutica. Grazie al ruolo e al peso di molte grandi imprese pubbliche e private (Montedison, Montefibre, Pirelli, Fiat, Italsider, Alumix, Olivetti, Angelini, etc.), la nostra economia ruotava attorno a queste imprese e alle loro filiere che garantivano occupazione, ricerca, sviluppo, innovazione e investimenti produttivi.

A distanza di oltre 40 anni, purtroppo, abbiamo perso terreno e leadership in quasi tutti questi settori. E ciò è avvenuto non a causa di un destino cinico e baro, ma a seguito di una selezione naturale compiuta dal mercato che, con l’avvento della globalizzazione, ha colpito soprattutto le grandi industrie e in misura più contenuta anche le nostre pmi che, comunque, tra difficoltà, limiti e inefficienze continuano a essere l’asse portante dell’economia del nostro Paese.

L’introduzione di un salario minimo per legge non rappresenta l’unica soluzione per rendere più pesanti le buste paga, principalmente quelle più basse. Sarebbe invece più opportuno ridurre il cuneo, in particolar modo la componente fiscale in capo ai lavoratori dipendenti e bisognerebbe, auspicabilmente, rinnovare i contratti e dar luogo a una decisa detassazione di tutte le indennità (lavoro notturno, lavoro festivo e prefestivo) e di tutti i premi definiti da accordi aziendali o interaziendali (filiere e territori) in modo tale da incidere positivamente sulla produttività senza alimentare l’inflazione.

Sono proposte di buon senso e condivise anche da molti autorevoli esponenti del Governo Draghi. Tuttavia, faticano a farsi strada: infatti, quando a dover “pagare il conto” è chiamato il fisco, nel nostro Paese è estremamente difficile passare dalle parole ai fatti.

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