Storia & storie | 06 giugno 2022, 09:49

Senza bacchetta magica la Fata dell'auto

La Fata Aurea 4000

La Fata Aurea 4000

di Francesco Amadelli*

In quel periodo ricco di attività e di estro che fu il primo dopo-guerra si contraddistinse una marca di automobili la cui fama travalicò i confini nazionali fino ad arrivare in continenti lontani come l’Australia e l’America. Di essa non rimane ricordo se non negli archivi storici dell’auto, eppure il suo nome fu all’altezza delle aspettative promettendo bene.

Aurea 400 si chiamava e fu il risultato di un accordo fra gli ingegneri Effrem Magrini e Alberto Orasi. Abili e silenziosi, in grado di sviluppare con le loro forze, nel 1920, un modello di vettura dimostratasi subito affidabile e robusto, in breve tempo scalarono le vendite con quel modello tanto simile alla Fiat 501 ma dalla forte personalità analoga alla loro. Montava un motore di 1.460 cc a valvole laterali da 22 CV che le permetteva di raggiungere una velocità di 70 Km/h. più che sufficiente per le strade del tempo ancora in terra battuta e poco trafficate. 

Le performances sono buone ma i due progettisti si rendono conto che c’è ancora molta strada da percorrere dato che l’auto possiede i freni solo posteriormente e le ruote in legno a raggi tipo “artillery” appesantiscono la scocca rivelandosi insicure. Nel 1923 verrà introdotta la Aurea 500 anche in versione S cioè sportiva con valvole in testa e freni sulle 4 ruote a raggi in metallo in grado di dare qualche soddisfazione ai costruttori nel campo delle competizioni con una velocità massima di 125 Km/h.

La produzione fino a quel momento era stata affidata alla Soc. Italiana Ferrotaie di Torino (azienda produttrice di materiale siderurgico e ferroviario, con sede a Milano e con officine a Vado Ligure) ma dal 24 giugno dello stesso anno essa si sposta a una società creata appositamente: F.A.T.A. è il suo nome: Fabbrica Anonima Torinese Automobili: si noti come a quel tempo sia forte il desiderio dei costruttori automobilistici di far risaltare le origini piemontesi dell’azienda quale simbolo e garanzia di affidabilità.

Fiat, SPA, Scat, solo per citarne alcune, nel loro acronimo richiamano le proprie origine subalpine. In un primo momento, specie all’estero, si pensa che la “F” dell’acronimo si riferisca a “Fascista”, al regime cioè da poco insediatosi in Italia, ma l’equivoco verrà presto chiarito allontanando il sospetto di connivenza con il potere che potrebbe generare malcontento nella classe operaia.

La Fata riesce a far presa sul mercato, il suo capitale di cinquecentomila lire suddiviso in azioni da lire mille ciascuna con una durata di venticinque anni fanno sperare bene e le premesse ci sono tutte. Grazie alle vendite all’estero l’azienda si troverà presto a cambiare sede acquisendo nel 1925 alcuni capannoni siti a Torino in Corso Peschiera 250 precedentemente occupati dalle officine Nazzaro.

Vengono prodotti e posti in vendita due nuovi modelli: la Aurea 500, molto simile alla 400 se non nella potenza leggermente maggiorata, e il modello 4000 sul quale viene montato un motore di 1.497 cc di nuova concezione con valvole in testa e potenza di 40 CV (quasi il doppio dei modelli precedenti) in grado di imprimere una velocità di 120 Km/h. La 4000 verrà costruita in versione torpedo 4 posti, spider e torpedo 6 posti con due strapuntini. La vettura ebbe un notevole successo specie all’estero permettendo un aumento di capitale arrivato a 2 milioni di lire. 

Negli anni a seguire e nonostante una posizione industriale e finanziaria di tutto rispetto, il vento che aveva soffiato in poppa cambiò direzione. La posizione di Borsa subì contraccolpi soprattutto là ove i due fondatori avevano puntato molto cioè all’estero. Un anticipo della Grande Crisi del 1929, potremmo dire, con chiari segni di cambiamento in tutto il comparto industriale mondiale. Difficile dire quali furono gli errori compiuti da una Proprietà troppo fiduciosa in se stessa e poco attenta alla diversificazione negli investimenti. Già nel biennio 1906/1907 ci fu un assestamento di Borsa dovuto a una capacità produttiva superiore alla richiesta di mercato. 

Una caratteristica comune a quasi tutte le industrie automobilistiche del tempo fu quella di cedere troppo facilmente alla sirena ammaliatrice di un benessere sopraggiunto velocemente nelle nazioni capitalistiche più avanzate, America in primis, che indusse a produrre modelli di vetture di livello superiore pensando e sperando che il trend al rialzo delle Borse dovesse durare per lungo tempo grazie anche all’incoraggiamento pervenuto da governi collusi con gli investitori e ansiosi di dimostrare le proprie capacità nella gestione della cosa pubblica.

Il caso della Isotta Fraschini è emblematico. Se è vero che un industriale difficilmente si dimostra un valido politico è altrettanto vero il contrario, a meno che il politico non si rifugi in una delle tante industrie di Stato spesso create appositamente per la bisogna. Il caso Alfa Romeo è emblematico anch’esso. Lasciamo agli studiosi di economia e al senno di poi le conclusioni facendo notare come, anche questa volta, Giovanni Agnelli si fosse dimostrato accorto nella politica di ampliamento della Fiat allargando il proprio orizzonte di investimenti verso altri campi spesso complementari alla produzione automobilistica.

Torniamo alla nostra Aurea. Nel 1928 la crisi cominciò a farsi notare e i contraccolpi furono che l’azienda dovette intaccare il capitale per poter proseguire e le azioni dimezzarono il loro valore. Si cercò di reagire ponendo in vendita il modello 600 il quale avrebbe avuto le caratteristiche giuste per reagire alla crisi dimostratasi inaspettatamente planetaria. Si tentò con ogni mezzo di risollevare le sorti dell’azienda ma nel 1934 si dovette procedere alla vendita del marchio a Giovanni Ceirano. La ragione sociale divenne “F.A.T.A. di Giovanni Ceirano e figlio”, continuò la produzione di pezzi di ricambio per gli autocarri Alfa Romeo. I bombardamenti dell’ultima guerra mondiale furono il “de profundis” di questa marca vittima di avvenimenti che travolsero tante altre società, non solo in Italia.

Non si trattò di una Fata turchina che con la sua bacchetta magica aggiusta tutto. Anch’ella fu travolta e scomparve in un’atmosfera aurea di stelle cadenti.

* Scrittore, storico dell'auto



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