Storia & storie - 09 maggio 2022, 09:15

Carrera, il costruttore che ha abbellito Torino

Il Palazzo della Vittoria a Torino

Il Palazzo della Vittoria a Torino

di Gustavo Mola di Nomaglio*

La vasta ripresa edilizia e la conseguente espansione urbana registratesi a Torino nei primi anni del Novecento ebbero un grande protagonista nell’impresario Giovanni Battista Carrera, oggi quasi completamente dimenticato, nonostante si debbano a lui notevoli abbellimenti della città.

Gli edifici costruiti da Carrera, sotto la spinta di una crescita tumultuosa della popolazione, sono numerosi in diverse zone. Sono però soprattutto quelli compresi nel perimetro di ampliamento racchiuso dai corsi Francia e Inghilterra e dalle vie Collegno e Susa ad avere caratteri e pregi eccezionali. Le sue realizzazioni in quest’area impongono di ricordarne l’opera separatamente da altri impresari che, magari, si arricchirono ben più di lui, spinti come peraltro è normale, solo da logiche di profitto.

In un volume pubblicato all’inizio degli anni trenta (“Augusta Taurinorum”, una raccolta di scritti sui torinesi illustri di quegli anni), Luigi Pironti scrisse di Carrera, attribuendogli il sogno “di una città illustrativa”: “Lo dicono un uomo, per sé, antieconomico. È vero: Egli ha fatto in totale una felice ubriacatura; pur equilibrandosi sui ponti si è innamorato della Poesia. Grave torto, nei bilanci, ma merito innegabile, quando il fatto importa lo sbocconcellare un duro pane con mascella leonina”.

Carrera, insomma, dal punto di vista finanziario - mentre altri andavano costruendo, mattone dopo mattone, non solo case ma anche grossi patrimoni personali - non era mai troppo tranquillo. D’altronde nelle sue opere, “economicamente ardimentose”, lo slancio artistico prevaleva spesso sulla visione economica.

Certo i riconoscimenti non gli erano mancati: nel 1921 era anche stato nominato cavaliere al merito del lavoro, a fianco dei magnati del tempo, come Giovanni Agnelli, Fortunato Bauchiero (proprietario delle Officine Moncenisio, azienda leader nel campo delle costruzioni ferroviarie), Ernesto Rossi di Montelera, Vincenzo Lancia; un’onorificenza che pochi altri impresari edili sino a quel momento avevano ottenuto e che forse a lui, rappresentante dello “spirito dei costruttori murari torinesi elevato ad una visione accademica” non poteva essere negata.

Carrera era originario di Magnano Biellese, paese che da secoli forniva mastri da muro, ingegneri e architetti, dove una frazione portava il nome della sua famiglia.

Iniziò la propria attività da bambino, come garzone muratore. Trasformatosi in capomastro esperto (lavorando anche negli scavi di alcune gallerie ferroviarie) e assolto il servizio militare quale volontario nel Genio Pontieri, frequentò scuole tecniche serali e poi, con successo, la scuola superiore di disegno e plastica. Poté così diventare assistente tecnico del Municipio di Torino, dirigendo, in quanto tale, lavori di restauro, abbellimento, trasformazione del Mastio della Cittadella, dei musei d’Arte Antica e Moderna, del Teatro Regio.

Divenuto in breve libero imprenditore, svolse un’attività quasi febbrile, ora progettando e disegnando personalmente le sue costruzioni, ora chiamando a farlo architetti di fama. Tra le sue iniziali realizzazioni sono annoverati interi isolati torinesi, primo in ordine di tempo quello compreso tra le vie Madama Cristina, Pallamaglio (Morgari), Principe Tommaso e Valperga di Caluso.

Tre complessi in particolare, che Carrera fece progettare da Gottardo Gussoni, meritano di essere ricordati: quello detto del Faro - su piazza Martini, via Duchessa Jolanda e via Susa - costituito da un gruppo di caseggiati in stile ondeggiante tra barocco piemontese ed eclettismo (il principale dei quali è oggi chiamato anche “la casa delle aquile”), quello della Torre Westminster (all’angolo delle vie Susa e Giacinto Collegno) in stile gotico romano e, soprattutto, quello monumentale denominato “Palazzo della Vittoria”. Inaugurato nel 1921, commemorativo della guerra mondiale appena finita, eclettico e medievaleggiante, costitutuisce il momento più alto delle sue realizzazioni.

Carrera per costruirlo con tutte le comodità consentite dalla tecnica del tempo (telefono, luce, gas, ascensore, termosifoni in tutti gli ambienti compresa la cucina) e rifinirlo con mille dettagli, pregi e fregi architettonici, non badò a spese, in tempi in cui altri erano, invece, estremamente parsimoniosi.

Alla fine, dopo mille vicissitudini (problemi imprevedibili nelle fasi costruttive, scioperi, follie – come egli stesso scrisse – bolsceviche e minacce di occupazione dell’edificio, per ciò che rappresentava, nel biennio rosso) non recuperò neppure i costi vivi. Eppure ne restò sempre fiero, come era fiero dei suoi quattro figli, che alla guerra vittoriosa avevano partecipato eroicamente, facendo man bassa di ricompense e in particolare Alfredo, pilota di idrovolanti, che ebbe tre medaglie d’argento al V. M. (sarebbe poi morto nel ’22 in un incidente aviatorio) e Attilio, ufficiale degli Alpini, medaglia d’argento in Val Pettorina nel 1915, per avere conquistato una trincea nemica difesa da 70 uomini a capo di una minuscola pattuglia italiana.

* Storico, scrittore, vice presidente del Centro Studi Piemontesi



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