Storia & storie | 24 aprile 2022, 08:27

I gloriosi San Martino a servizio dei Savoia

Gustavo Mola di Nomaglio

Gustavo Mola di Nomaglio

di Gustavo Mola di Nomaglio*

Tra i fondamenti del primato piemontese in Italia vari storici menzionano l'armonia che regnava nella società e lo spirito di servizio che caratterizzava, a ogni livello sociale, la popolazione. Per realizzare la propria politica di espansione, i Savoia potevano contare anche su una diplomazia efficientissima (stimata, se non invidiata, da tutti i sovrani europei), sulla collaudata capacità di integrare senza traumi (salvo una sola eccezione) nuovi territori e su capacità riformistiche non comuni.

Particolare importanza ebbe inoltre sempre la forza militare, basata non solo su un esercito professionale, o su una nobiltà ben allenata alla guerra, ma, si può dire, sull'intero popolo, tanto da consentire già a Carlo Emanuele I di dichiarare, con intenti propagandistici sì, ma certo non senza fondamento, “quanti uomini, tanti soldati, poiché son tutti soldati i nostri sudditi”.

Scavando nella storia di molte famiglie piemontesi è quasi inevitabile ritrovare qualche antenato che si è distinto nelle guerre che lo Stato sabaudo ha dovuto, volente o no, fronteggiare per non piegarsi alle aggressioni provenienti da molte parti. Questo è vero per le famiglie borghesi o contadine e lo è ancor di più per quelle nobili, nelle quali le tradizioni militari venivano rinverdite a ogni generazione.

Gli elenchi dei caduti, dei feriti, dei decorati o promossi sul campo di battaglia quasi sembrano dei "Libri d'oro" della nobiltà sabauda. In essi figurano, si può dire, tutte le casate, sia degli antichi Stati, sia, con lo scorrere dei secoli, dei paesi di "nuovo acquisto": l'Alessandrino, il Tortonese, il Novarese, il Genovesato. 

Alcuni nomi in particolare compaiono con notevole frequenza. Uno di questi è quello dei San Martino. Nei resoconti di numerose battaglie sono menzionate le gesta di qualche personaggio della famiglia. Spesso il nome ricorre tra quelli dei caduti: nell'arco di un solo secolo, tra gli ultimi anni del Cinquecento e il 1680, furono non meno di quattro i membri della famiglia morti in combattimento.

Narrando le imprese o le carriere militari dei San Martino si potrebbero riempire le pagine di interi volumi. Celebre fu, sul finire del medioevo un rappresentante della linea dei conti di Baldissero, Giacomo, che partecipò a una tra le più famose disfide cavalleresche di tutti i tempi, quella indetta dal conte di Charny che si combatté nel 1443 sulla strada tra Digione e Auxonne presso l'albero detto "di Calomagno".

Ancor più noto fu Carlo Emilio, della linea di Parella, uno tra i più famosi condottieri europei del Sei/Settecento che, al servizio dell'Impero quale generale dell'artiglieria, contribuì nel 1683 in modo determinante alla sconfitta dei turchi che già erano giunti sotto Vienna.

Ma la figura più suggestiva di militare fu Anneo Maria, appartenente alla linea d'Agliè, soprannominato il conte di Rivarolo. Nel tardo '600 egli serviva nell'esercito francese (col beneplacito dei Savoia, come si usava) quale brigadiere generale e nel 1680 venne nominato maresciallo di campo. Per lo straordinario coraggio era soprannominato dai suoi soldati e dai contemporanei in generale "le débauché de bravoure", come dire il valoroso fino all'estremo, fino all'eccesso.

Si meritò un simile appellativo per una molteplicità di motivi e forse soprattutto per un episodio che merita di essere rievocato. All'assedio di Puicerda una palla di cannone gli aveva sbriciolato una gamba, costringendolo a far uso di un arto di legno dopo la guarigione. Ciò non gli impedì di continuare la professione delle armi. Si dimostrò anzi capace di uno straordinario recupero funzionale (anche con la gamba di legno potè rendersi famoso come uno tra i migliori giocatori di palla!).

Qualche tempo dopo l'incidente di Puicerda, trovandosi, come di consueto, in prima linea nel bel mezzo dell'infuriare di una battaglia, una cannonata gli distrusse anche l'arto artificiale, al che lui, senza scomporsi troppo -secondo quanto testimoniano cronisti e spettatori oculari- esclamò “i cannoni ce l'hanno con le mie gambe! Ma questa volta hanno fatto cilecca visto che ho una gamba di ricambio nella mia carrozza”.

* Scrittore, storico, vice presidente del Centro Studi Piemontesi

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