Storia & storie | 15 aprile 2022, 08:19

Quegli eroici fratelli Garrone di Vercelli

Quegli eroici fratelli Garrone di Vercelli

di Gustavo Mola di Nomaglio*

Nel ‘900, i fratelli Giuseppe ed Eugenio Garrone sono stati per il loro eroismo, soprattutto tra le due guerre mondiali, uno dei miti più cari agli italiani; ancor oggi ne portano il nome passi e bivacchi alpini, caserme, vie, piazze e scuole (una delle quali, a Ostia, fu inaugurata da Mussolini nel 1934). Lo scorrere del tempo (particolarmente spietato nei confronti di modelli che non rispecchiano il gusto odierno) ne ha poi parzialmente offuscato o deformato il ricordo.

Di loro, per la verità, si è parlato più volte, anche in tempi recenti, ma soprattutto in quanto fratelli della madre di un personaggio scomparso ed enormemente celebrato, come Alessandro Galante Garrone, la famiglia del quale unì quest’ultimo cognome per trarne lustro e conservarne la memoria. Galante Garrone nel ricordare gli zii in vari suoi scritti, li voleva assai più prossimi al proprio modo di pensare di quanto, forse, in realtà non fossero.

“I miei primi modelli viventi furono i miei zii materni, i fratelli Garrone, quelli morti nella grande guerra. Due splendide figure – scrive Galante Garrone in un saggio pubblicato nel 2000 su “Micromega”, da molti considerato come il suo testamento spirituale – dell’interventismo democratico, salveminiano...”.

Forse nei brandelli dell’epistolario dei Garrone editi da Adolfo Omodeo (in “Momenti della vita di guerra dai diari e dalle lettere dei caduti...”, pp. 60-84) emerge un’immagine più aderente a questa interpretazione, tuttavia il testo integrale delle lettere, pubblicato nel 1919 da Luigi Galante (“Ascensione eroica, lettere di guerra dei fratelli Giuseppe ed Eugenio Garrone volontari alpini”) unitamente ad altre opere, può facilmente suggerire chiavi di lettura differenti.

I Garrone, notabile famiglia di Vercelli, possedevano una bella casa in via Arborio di Gattinara 17, anticamente monastero delle monache benedettine dove Giuseppe ed Eugenio erano nati [a Vercelli] rispettivamente il 10 novembre 1886 e il 19 ottobre 1888.

La grande differenza di carattere che i biografi attribuiscono loro li rendeva complementari, costituendo il collante di un’unione fortissima, rinsaldata anche dalla comune passione per la montagna, sotto l’impulso della quale effettuarono, sin dagli anni dell’Università, difficili scalate, traversate di ghiacciai, avventurosi salvataggi.

Giuseppe si laureò nel 1907 in giurisprudenza a Torino e l’anno seguente vinse il concorso per entrare nella magistratura. Dopo incarichi a Vercelli, Roma e Torino, fu posto a capo della pretura di Morgex, paese dal quale poteva compiere agevolmente le ascensioni che tanto lo affascinavano, guadagnandosi il nomignolo di “pretore del Monte Bianco”.

Galante Garrone, magistrato attivo durante e dopo il fascismo, amava sottolineare un parallelismo tra alcune vicende sue e dello zio Giuseppe: impegnati in procedimenti contro i vertici della Fiat - in tempi e per motivi ben diversi - si videro, entrambi, “portare via i processi”.

Nel 1910 si laureò in giurisprudenza anche Eugenio che, vinto un posto da segretario nel ministero della Pubblica Istruzione, ottenne rapidi avanzamenti di grado. Giuseppe, intanto, andò alla scoperta di un mondo nuovo: nel 1914, fattane domanda, fu destinato quale giudice al tribunale di Tripoli, dove divenne presidente del tribunale di Tarhuna. Per imparare la lingua e conquistare la stima delle popolazioni locali gli bastarono pochi mesi. Proprio a Tarhuna si trovava quando tribù ribelli cinsero d’assedio la città. Nonostante l’offerta da parte dei capi della rivolta di un salvacondotto per Tripoli, restò con gli assediati. Quando gli italiani furono costretti, ormai privi di viveri, a tentare una sortita, combatté a fianco dei soldati, riportando serie ferite.

Allo scoppio della guerra si arruolò volontario. Nominato sottotenente della Milizia Territoriale nel 1° Reggimento Alpini, partì nel marzo 1916 per il fronte a capo di un reparto di sciatori. Numerosi i suoi successi sul nemico, le avventure, le iniziative audaci; eccezionali il suo carisma e ascendente sulla truppa.

Nel contempo partì volontario anche Eugenio, come ufficiale degli Alpini. Precedentemente riformato a causa di un impedimento fisico, si sottopose, per poter essere arruolato, a un delicato intervento chirurgico. Autore di molti atti di valore, ottenne diverse decorazioni. La motivazione di una medaglia d’argento recita tra l’altro: “non compì azione se non prodigiosa”.

I Garrone si riunirono nel luglio 1917, quando Eugenio fu assegnato come ufficiale subalterno nella sesta compagnia del “Tolmezzo”, comandata da Giuseppe. Un destino comune li attendeva il 14 dicembre al Col della Berretta. Forze nemiche preponderanti ebbero la meglio sull’enorme valore degli italiani, con in prima fila i Garrone i quali, gravemente feriti, furono catturati. Giuseppe morì tra le braccia di Eugenio, che gli sopravvisse pochi giorni.

Entrambi furono decorati di medaglia d’oro al valor militare alla memoria. La motivazione di quella concessa a Giuseppe, sottolineatone il coraggio sovrumano, afferma che, morendo, invocò “la Patria, il Re, la famiglia, come nelle sue numerose e commoventi lettere dal fronte ad amici e parenti”.

* Scrittore, storico, vice presidente del Centro Studi Piemontesi

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