Storia & storie | 11 marzo 2022, 15:43

Il monregalese che voleva diventare re dei Corsi

Gustavo Mola di Nomaglio

Gustavo Mola di Nomaglio

di Gustavo Mola di Nomaglio*

Nella storia del Piemonte non sono rari gli uomini dallo spirito avventuroso, sognatore e irrequieto. Uno di questi, celebre negli ambienti dell'illuminismo europeo, fu Dalmazzo Francesco Vasco. Nato nel 1732 a Mondovì dal conte Giuseppe Niccolò e da Angela Missegla, donna di vasti interessi e cultura, Dalmazzo studiò a Torino, dove il padre si stabilì, nominato collaterale nella Camera dei Conti, sul finire del 1736.

Precocissimo e dotato di un'intelligenza eccezionale (non diversamente dal fratello Giambattista, giurista ed economista, col quale condivide l'intitolazione di una strada torinese) si laureò in legge nel 1748, appena sedicenne. Tutti lo giudicavano un giovane di grande talento, ma il suo carattere, che faceva di lui “un'esca pronta ad accendersi ad ogni batter d'acciarino” (Carlo Calcaterra, I Filopatridi,) gli avrebbe impedito di mettere a frutto le sue doti.

Intollerante di ogni autorità e pronto a gridare a gran voce contro leggi, legislatori e magistrati, conobbe il carcere giovanissimo: fu imprigionato in un'occasione, per un giorno, nella cittadella di Torino e fece un'altra giornata di prigione nel forte di Ceva, da cui poté uscire rapidamente solo grazie all'intercessione del vescovo di Mondovì. Entrato in relazione col gruppo milanese del “Caffè”, divenne amico di Pietro Verri, dopo averne scritto l'apologia in risposta alle critiche mosse contro di lui da padre Facchinei.

Nel 1765 la sua attenzione fu attratta dal conflitto tra la Corsica e Genova. Scrisse un “piano di leggi per regola e governo dei Corsi” e lo fece sottoporre da un suo emissario a Pasquale Paoli, nella sua veste di capo supremo del governo dell'isola. Vasco intendeva intervenire in modo diretto nelle complicate vicende politiche corse, in ordine alle quali già si confrontavano varie potenze. In particolare avrebbe voluto seguire le orme dell'avventuriero tedesco Théodor Neuhoff, che qualche decennio prima era riuscito a farsi nominare (rimanendo tale per circa due anni) re di Corsica, col nome di Teodoro I.

A quanto risulta, Paoli non aveva alcun'intenzione di prendere in considerazione la candidatura del piemontese a re; tuttavia, l'idea piacque ai suoi oppositori che garantirono a Vasco l’appoggio nell’isola di “un partito di tremila uomini”, pronti a sostenere la sua incoronazione. Egli iniziò così a preparare un'azione militare. Oltre che sugli alleati all'interno dell'isola pare potesse contare su appoggi inglesi, che gli avrebbero resi disponibili denaro, cinque bastimenti da guerra per il trasporto di uomini da reclutarsi in Piemonte e altre navi. Probabilmente Vasco poteva contare inizialmente su una "distrazione" della Corte di Torino così evidente da far pensare ad una segreta approvazione dell'impresa.

Il progetto prevedeva una levata di uomini soprattutto “fra banditi e disertori” nel Monregalese, ai quali si parlava di un non meglio specificato “servizio fuori Stato”. Le truppe reclutate avrebbero poi dovuto dare l'assalto, di sorpresa, al castello di Savona, per prelevare artiglieria, armi, vettovaglie e far vela verso le coste corse.

Nell'estate del 1766, Dalmazzo e il fratello Nicola avevano ormai reclutato molti uomini, quando cambiò il vento e le autorità piemontesi s'interessarono al loro “affare”. Nicola fu arrestato, Dalmazzo riuscì avventurosamente a fuggire a Livorno (dove produsse alcuni dei suoi studi più importanti). All'inizio del 1768, si recò a Roma per ottenere l'intercessione di qualche cardinale presso Carlo Emanuele III; ma qui fu arrestato da agenti sabaudi e condotto in Piemonte, restando a lungo in carcere. Ottenuta la libertà non riuscì a conservarla indefinitamente poiché un suo scritto “sovvertitore della sovranità e della pubblica tranquillità” ne provocò un nuovo arresto.

Dopo un periodo nel forte di Ceva fu trasferito per le sue condizioni di salute nel castello d'Ivrea, dove avrebbe potuto avere per cella “una camera più salubre e ventilata”. Qui morì nel 1794. Un anonimo magistrato aveva scritto di lui, anni prima, questo curioso giudizio: “Conte Vasco: beaucoup d'esprit sans un grain de prudence, c'est une épée entre les mains d'un fou”. 

* Scrittore, storico, vice presidente del Centro Studi Piemontesi



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