Storia & storie | 26 febbraio 2022, 09:25

Quei Fieschi spina nel fianco dei Savoia

Quei Fieschi spina nel fianco dei Savoia

di Gustavo Mola di Nomaglio*

La casata dei Fieschi “l’une des quatres principales de Gènes est –come sentenziava nel ‘600 Louis Moréri, nel suo dizionario storico- une des plus illustres de toute l’Italie”. Essa ha giocato nella storia, non solo italiana, si può dire sino alla sua estinzione, un ruolo d’importanza primaria. Discendenti dai conti Lavagna (a loro volta ritenuti appartenenti, al pari dei Pallavicino, Malaspina, della Gherardesca, di Passano e altri, al ceppo marchionale obertengo), i Fieschi riconoscevano quale loro capostipite Ugo, figlio di Ruffino, documentato tra il 1159 e il 1214, che per primo assunse il cognome, mentre dal moltiplicarsi dei discendenti originavano anche altri rami.

Ugo fu probabilmente anche il primo della sua casa ad abbandonare la politica di contrapposizione che per oltre un secolo aveva visto i Lavagna e Genova contendersi il dominio sulla Riviera di Levante. Giurata la “compagna” e sottoposti alla repubblica i suoi diritti di giurisdizione sui territori componenti la contea lavagnese (tra i quali Sestri, Chiavari, Rapallo, Zoagli, Varese e Rivarolo) si fece infatti cittadino genovese, divenendo uno degli uomini più potenti di uno Stato che avrebbe ben presto dovuto abituarsi a convivere a lungo con lo strapotere politico ed economico dei Fieschi, che talora consentì loro di essere arbitri dei destini di Genova. Il peso fliscano, si accrebbe ancor più quando uno dei figli di Ugo, Sinibaldo, divenne papa, col nome di Innocenzo IV (1243-1254).

La famiglia, sostenitrice del partito guelfo, dominò in progresso di tempo, con diversi suoi rami, in un complesso quadro di alterne alleanze e conflitti con genovesi, viscontei, fiorentini, francesi e spagnoli, oltre che sulla contea di Lavagna -esercitandovi diritti sovrani e battendo moneta- lungo la dorsale appenninica, su gran parte della Riviera di Levante, dove possedeva solide rocche e fortezze, su ampia parte della Lunigiana e in vaste aree del Parmigiano e del Piacentino.

Nel XV secolo, i Fieschi erano anche signori di Pontremoli, vero e proprio Stato indipendente. Da questi domini si diceva che potevano ricavare “sfondate ricchezze ed eserciti” (così si esprime Emanuele Celesia nel volume dedicato a un celeberrimo episodio fliscano, destinato a costare caro ai discendenti, “La congiura del conte Gianluigi Fieschi”, Genova, 1864, p. 24).

In effetti la ricchezza della casata, testimoniata anche dal possesso di alcuni tra i più sontuosi palazzi italiani, era enorme, mentre all’inizio del ‘400 essa era in grado di armare, soltanto sulle proprie terre, non meno di 4.000 soldati. Addirittura incredibile, probabilmente unico, il contributo di uomini dato alla Chiesa: due sommi pontefici, settantadue cardinali e non meno di trecento tra patriarchi, arcivescovi e vescovi. Enormi i lasciti destinati a scopi benefici o all’edificazione di chiese e ospedali. Era di questa famiglia Santa Caterina da Genova, che dedicò gran parte della propria vita all’assistenza degli ammalati.

I Fieschi ebbero un grande ruolo anche nella storia piemontese, che viene talvolta trascurato dagli storici che si soffermano in termini generali sulle loro vicende. Diedero, ad esempio, quattro vescovi a Vercelli, tre a Mondovì, uno ad Alba e Tortona. Molti i loro feudi e castelli (con il conseguente ruolo nelle vicende locali) nell’Alessandrino e nel Vercellese. Notevoli furono soprattutto quelli di Masserano e Crevacuore originariamente posseduti dalla mensa vescovile di Vercelli e poi concessi ai Fieschi il 29 maggio 1394, per compensarli della loro opera a favore della Chiesa, essendo, come recita la Bolla di Papa Bonifacio IX, “cosa degna e proficua che coloro che, con costante fedeltà espongono se stessi e adoperano la loro fortuna, non badando a spese e non rifuggendo a pericoli in favore della Chiesa Romana siano ricompensati…”.

Questi feudi, con altri luoghi annessi, rimanendo sotto l’alto dominio pontificio, costituirono a lungo uno Stato indipendente dall’autorità sabauda, battente moneta e con propri ordinamenti.

Nel 1517, Ludovico Fieschi di Masserano, protonotario apostolico e ultimo rappresentante del proprio ramo, adottò Filiberto Ferrero, appartenente a una grande famiglia biellese, legata ai Fieschi da stretta parentela (nonostante esistesse ancora il ramo dei Fieschi di Crevacuore, estinto solo sul finire del ‘600) e lo nominò suo erede con obbligo di assumerne nome e armi. I Ferrero Fieschi, esercitarono così, di fatto, diritti sovrani, costituendo una piccola spina nel fianco del governo sabaudo, sino a che i Savoia non ottennero dal pontefice, verso la metà del’700, la rinuncia al dominio temporale a loro favore.

* Scrittore, storico, vice presidente del Centro Studi Piemontesi


Ti potrebbero interessare anche: