Storia & storie - 23 gennaio 2022, 08:51

Pietro Nolo, un Barbablù nella Torino del '700

Barbablù (da wikipedia)

Barbablù (da wikipedia)

di Gustavo Mola di Nomaglio*

La Biblioteca Reale di Torino è scrigno di manoscritti, disegni, stampe e rarità bibliografiche di valore inestimabile, ma anche di minute pubblicazioni fonte di notizie curiose. La Miscellanea 254 è formata da opuscoli d’argomento biografico rilegati in ordine alfabetico, perlopiù riguardanti personaggi dello Stato sabaudo. L’interno 6 è costituito da quello che un tempo fu un foglio volante, di quattro pagine, pubblicato in Torino e Livorno (quasi inequivocabilmente Livorno Piemonte, oggi Ferraris). L’anno di stampa non è riportato ma non pare esservi dubbio che fu il 1739. È opportuno premettere che il tipo di carta e i caratteri di stampa sono compatibili con l’anno indicato. Il testo, l’autore del quale resta anonimo, si presenta in forma di lettera indirizzata a un destinatario che non viene nominato; a prima vista, e anche per l’indicazione “Con licenza de' Superiori”, esso pare costituire una relazione di fatti realmente accaduti. Occorre, tuttavia, tenere in considerazione anche la possibilità che il contenuto del foglio sia opera di fantasia, un esercizio con cui uno sconosciuto favolista ha rielaborato in chiave piemontese la perraultiana figura di Barbablù. In caso contrario anche il Piemonte avrebbe, nella sua storia, un personaggio la cui crudeltà superò di gran lunga quella di Gilles de Rais, il barone bretone le cui malefatte hanno ispirato leggende e offerto spunti narrativi non solo a Perrault ma anche ai fratelli Grimm e ad altri.

Il documento è sconcertante sin dal titolo: “Nuova, e vera relazione della tremenda giustizia seguita li 25 agosto 1739 nella Città di Torino, dove s'intende la Morte di Pietro Nolo; il quale è stato Giustiziato, per aver privato di vita sua moglie, e sotterrato un Prete vivo, squartato un suo Figliuolo, e commesso in tutto Cento venti omicidj”.

“Signor mio osservandissimo –inizia la lettera- con questa mia gli do nuova, come i giorni passati si è trovato un’uomo più crudo di Nerone Imperatore, e nel leggere…intenderete il tutto”.

L’anonimo cronista narra che il 25 agosto 1739 è stato decapitato in Torino un certo Pietro Nolo, un uomo che definisce ricchissimo, inizialmente imprigionato con l’accusa di avere avvelenato la sua prima moglie. A quanto pare, il Nolo in attesa che si emettesse su di lui una sentenza definitiva, aveva vissuto in stato di libertà, dopo avere versato l’enorme cauzione di diecimila scudi. Quando, sospettato di nuovi crimini, venne riportato in carcere Nolo confessò finalmente -messo alle strette da testimonianze e forse da torture- un’incredibile sequenza di crimini. Il cronista stesso avverte che egli aveva “fatto cose che a dirlo parranno gran bugie”.

In totale gli furono attribuiti i 120 omicidi citati nel titolo commessi da lui direttamente o fatti commettere da terzi. Molti altri però furono i suoi crimini. La meccanica di alcuni di questi è raccapricciante. Un giorno a un povero che gli chiedeva l’elemosina avrebbe proposto di guadagnarsela, liberando il giardino della sua casa da alcune pietre. Quando questi ne ebbe riempito un sacco glielo fece cucire di nascosto sulla giacca da un servitore e gli ordinò di andarlo a gettare in un vicino fiume. Inutile dire che il povero scomparve tra i flutti.

Anche per coloro che lo aiutavano nelle sue nefandezze le cose non andavano meglio, poiché uccideva quanti potevano divenire testimoni pericolosi. E non basta: Nolo avrebbe “squarciato vivo in due pezzi” un figlio di quattro anni e ucciso un altro più grande (che forse voleva denunciarlo) dopo avergli strappato i testicoli. Inoltre sarebbe stato un ladro, ricattatore e violentatore accanito, “In somma –scrive il cronista- …la terra non sapeva più sopportare essser così crudele”. La condanna a morte giunse inesorabile e fu, secondo quanto si legge, “cosa da vedere molto oscura, e maravigliosa” poiché il condannato fece addobbare a proprie spese con panno nero le strade che portavano al patibolo e ottenne di essere accompagnato da otto dei suoi servitori con torce accese. Solo mirate ricerche d’archivio potrebbero confermare la veridicità di quest’episodio dai contorni romanzeschi.

* Scrittore, storico, vice presidente del Centro Studi Piemontesi


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