Storia & storie | 11 gennaio 2022

Quando la flotta ligure-sabauda conquistò Tripoli

Tripoli italiana

Tripoli italiana

di Gustavo Mola di Nomaglio*

L’incorporazione di Genova e del Genovesato nello Stato sabaudo, decisa dal Congresso di Vienna, non fu accolta dai genovesi con atteggiamento omogeneo. L’autonomia della fiera e un tempo strapotente repubblica era ormai solo un ricordo. Genova, prima di cadere in mano al regime rivoluzionario di Francia e poi a quello “imperiale”, poteva pur sempre definirsi una repubblica aristocratica, ma le influenze straniere avevano in essa un peso tutt’altro che irrilevante.

Con tutto ciò, molti, alla caduta del regime napoleonico, sognarono per la propria patria, non certo l’integrazione nei domini dei Savoia (che peraltro avevano ciclicamente potuto contare su sostenitori in Genova sin dal medioevo) ma uno Stato indipendente o, alla peggio, un’annessione regolata da speciali libertà politiche, autonomie amministrative e particolari privilegi commerciali. Quando molte di queste aspirazioni andarono deluse non mancarono tensioni, che contribuirono a ingrossare le fila degli insorti in occasione della sommossa liberale del marzo 1821, ampia, anche se certo ben meno sentita delle “radiose giornate” del dicembre 1746 e, peraltro, non priva di punti di contatto con i contemporanei moti piemontesi. I contrasti furono comunque lasciati alle spalle rapidamente, mentre liguri e subalpini andavano incontro alle occasioni unificanti che la storia poneva sul loro cammino. L’impresa esaltante di Tripoli del 1825, compiuta fianco a fianco da marinai “sardi” e genovesi, dovette avere, ad esempio, un’importanza non marginale.

In base ai trattati del 1816, il Regno di Sardegna aveva accordato alle reggenze di Tripoli, Tunisi e Algeri un donativo da erogarsi a favore dei rispettivi Bei (sovrani vassalli della Turchia, all'epoca dell'impero ottomano) in occasione del cambio del console. Nel 1822 il console sardo di Tripoli, Parodi, lasciò la propria sede a causa di una malattia e fu provvisoriamente sostituito. Siccome egli non faceva ritorno, il Bei concluse che doveva essere morto e che quindi gli spettava il donativo previsto in occasione del cambio del console, di 4.000 piastre. Il Bei rivendicò il pagamento della somma con modalità sostanzialmente estorsive, minacciando la ripresa degli abituali atti di pirateria (cui solo i recenti patti erano riusciti a porre fine, con grande malumore dei tripolini, che ricavavano dalle rapine in mare e lungo le coste cristiane ampie ricchezze) e vietando alle navi e al consolato sabaudi nel porto tripolitano d’inalberare il vessillo di Savoia.

Carlo Felice, pur essendo di norma moderato e accomodante, non volle subire il sopruso. Il 25 settembre, il capitano genovese Francesco Sivori, alla guida di due fregate, di una corvetta e di un brigantino giungeva in vista di Tripoli. La spedizione, ottenne senza colpo ferire dal comandante della città assicurazioni che le offese nei confronti della bandiera e le minacce di ritorsioni non si sarebbero ripetute. Il giorno seguente la situazione non era però per nulla mutata. Si decise quindi di dare il via a una rappresaglia.

Giunta la notte, Sivori inviò a ponente della città alcune imbarcazioni che, con colpi di fucile, rullo di tamburi, grida di Viva il Re! diedero l’impressione che fosse in corso un attacco da quella parte. Nel frattempo lance e scialuppe sarde, guidate dal tenente di vascello Giorgio Mameli, padre di Goffredo, scivolarono sin dentro il porto, dove attaccarono varie navi che vi erano ancorate appiccandovi il fuoco. L’operazione costò molte vite umane ai barbareschi e solo due morti e alcuni feriti a genovesi e piemontesi.

All'alba, quando le unità sabaude si accingevano a bombardare la città e il castello, intervenne una mediazione inglese in seguito alla quale il Bei si impegnò a rispettare i trattati, a far salutare la bandiera dei Savoia con ventinove salve di cannone e a porre fine alle minacce. Da questo momento, lungo le coste dell'intera Africa settentrionale i legni che battevano la bandiera del Regno Sardo furono, ancor più che in passato, temuti e rispettati. Per quanto riguarda Tripoli apprendiamo da un'ironica lettera contemporanea di un rappresentante del governo piemontese che in quel porto “non si voleva più sentir parlare di altre bandiere al di fuori di quella del Piemonte”.

In seguito alla riconciliazione, Sivori, impegnatosi a fare al Bei un regalo in memoria degli avvenimenti, suggerì, in una sua lettera al comandante della Marina sabauda, di acquistare una caffettiera d’argento per 18 persone affinché questi si ricordasse dei marinai “sardi” ogni volta che prendeva il caffè.

* Scrittore, storico, vice presidente del Centro Studi Piemontesi

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