Notizie - 06 gennaio 2022, 11:05

La fotografia del patrimonio culturale privato

Secondo il nuovo rapporto dell’Osservatorio del Patrimonio Culturale Privato, fonte di riferimento per la definizione del ruolo economico, culturale e sociale del sistema degli immobili privati di interesse storico-artistico in Italia, il patrimonio culturale privato costituisce circa il 17% del totale nazionale. Realizzato dalla Fondazione Bruno Visentini e promosso dall’Associazione Dimore Storiche Italiane, da Confagricoltura e Confedilizia, l'Osservatorio ha censito 37.708 fra case storiche, palazzi, ville, castelli e torri, che configurano una rete diffusa su tutto il Paese.

Il 28% di queste dimore si trova in comuni sotto i 5.000 abitanti, costituendo spesso, per i piccoli borghi e i luoghi più periferici, il principale volano di attrazione turistica, culturale e sociale, con una ricaduta positiva sull’economia locale. Oltre la metà di questi beni (54%), comunque, è in comuni sotto i 20.000 abitanti e il 31,3% in aree periurbane o al di fuori dei centri abitati.

Si tratta, dunque, di un patrimonio vasto ed eterogeneo, collocato tanto nelle metropoli quanto nei piccoli centri, comprese le valli e le montagne del nostro Paese. E prima della pandemia, nelle oltre 9.400 dimore aperte al pubblico, si contavano 45 milioni di visitatori l’anno (contro i 49 milioni dei musei pubblici).

Un dato che emerge dal Rapporto è il calo del 37% delle spese complessive per interventi ordinari su questi beni culturali privati storici, rispetto al 2017: sono passate da una media di 24.600 euro per immobile a 21.100 euro, con una contestuale contrazione degli immobili interessati a questi tipi di opere (da 28.000 a 20.500). Sono numeri allarmanti, giacché la loro periodica manutenzione è la migliore garanzia di conservazione per le prossime generazioni. A tenere, invece, sono le spese straordinarie (+4,8%), spesso improcrastinabili o, forse, nell’ultimo anno, stimolate dal “Bonus facciate”, un’iniziativa lodevole. Comunque, la spesa complessiva scende da 1,5 miliardi di euro a 1,3 miliardi.

Per quanto concerne il mercato del lavoro nelle filiere alimentate dalle dimore storiche, risultano di difficile reperibilità alcune figure professionali, a causa del ridotto numero dei candidati o di una generalizzata inadeguatezza a ricoprire ruoli specifici. Infatti, il 38% delle imprese dichiara di trovare difficoltà nel trovare restauratori o artigiani, perchè il livello di conoscenza della materia e quello della professionalità richiesti sono spesso insufficienti.

Un ulteriore fenomeno che emerge dal Rapporto è lo spopolamento dei piccoli borghi, trend già evidenziato nell’indagine 2020.

Comunque, nel Pnrr è previsto un miliardo di euro per la valorizzazione delle bellezze storico-artistiche e per il rilancio dei tanti piccoli borghi italiani, che offrono un enorme potenziale per l’economia del nostro Paese. In particolare, per valorizzare l’identità dei luoghi – dai parchi ai giardini storici – è stato previsto un investimento di 300 milioni di euro, mentre per la tutela e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale sono destinati 655 milioni di euro, di cui 645 per interventi effettuati da soggetti privati. E ogni euro investito nelle dimore storiche determina benefici più che doppi per l’economia dei luoghi nei quali sorgono, concorrendo alla valorizzazione di un patrimonio identitario che tutto il mondo ci riconosce e sul quale possiamo continuare a primeggiare.

Secondo Alessandro Laterza, presidente della Fondazione Bruno Visentini, “promuovere i territori, moltissimi quelli rurali, dove sono presenti dimore storiche, agriturismi e testimonianze memorabili e artistiche non c’è dubbio che sia un importante volano per l’economia del post-pandemia. Numerosi sono gli agriturismi e le aziende vitivinicole, collocati proprio in queste splendide location”.

Ma se ville, castelli, parchi, giardini e tenute agricole, con il loro charme e la loro bellezza, costituiscono una spinta importante per l’economia, conservarli diventa sempre più difficile e costoso, soprattutto se lontani dai centri abitati più importanti. E sempre che la conservazione non venga ostacolata da una legislazione eccessivamente vincolistica e da una tassazione troppo elevata.

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