Notizie | 18 dicembre 2021, 18:11

Nel Nord Ovest quasi 277 mila lavoratori in nero

"Producono" un valore aggiunto di oltre 7 miliardi di euro all'anno

Nel Nord Ovest quasi 277 mila lavoratori in nero

Da sempre a braccetto, caporalato e lavoro nero, soprattutto nel settore dell’agricoltura, hanno assunto dimensioni preoccupanti; secondo alcune stime, infatti, in Italia sarebbero circa 200 mila le persone vulnerabili, ovvero braccianti costretti a lavorare in condizioni di grave sfruttamento. Una piaga sociale presente non solo nel Mezzogiorno, anche se questa ripartizione geografica presenta livelli di diffusione maggiori che nel resto del Paese.

Eppure, segnala l’Ufficio studi della Cgia, degli oltre 3,2 milioni di lavoratori irregolari presenti in Italia, quelli sfruttati da caporali o da organizzazioni criminali sono una minoranza. “Questo, ovviamente, non deve indurci a sottovalutare la gravità di questo drammatico fenomeno nel quale i lavoratori sono sottoposti a condizioni degradanti e disumane da parte di pseudo-imprenditori che agiscono, nei campi e talvolta anche nei cantieri, con modalità criminali – precisa la Cgia - Anche perché, pur non essendoci dati in grado di dimostrarlo, a seguito della crisi pandemica la situazione è in deciso peggioramento”.

Pertanto, anche la stima dell’Istat, che segnala in 3,2 milioni i lavoratori irregolari nel Paese, è quasi certamente sottodimensionata. “Tuttavia – aggiunge la Cgia - è bene sottolineare che la maggioranza di chi lavora irregolarmente è costituita, in particolar modo, da persone molto “intraprendenti”, che ogni giorno si recano nelle abitazioni degli italiani a fare piccoli lavori di riparazione, di manutenzione o nel prestare servizi alla persona (autisti, badanti, acconciatori, estetiste, massaggiatori, etc.). Un esercito di “invisibili” che, ovviamente, non sono alle “dipendenze” né di caporali né di imprenditori aguzzini; ma, attrezzati di tutto punto, si spostano in maniera del tutto autonoma e indipendente, provocando danni economici spaventosi”.

Questi lavoratori irregolari sono in gran parte costituiti da pensionati, dopo-lavoristi, inattivi, disoccupati o persone in Cig, che arrotondano le magre entrate con i proventi recuperati da queste attività illegali. E’ altrettanto evidente che a rimetterci non sono solo le casse dell’erario e dell’Inps, ma anche le tantissime attività produttive e dei servizi, le imprese artigianali e quelle commerciali regolarmente iscritte alle Camere di Commercio che, spesso, subiscono la concorrenza sleale di questi soggetti.

I lavoratori in nero, infatti, non essendo sottoposti ai contributi previdenziali, a quelli assicurativi e a quelli fiscali consentono alle imprese dove prestano servizio – o a loro stessi se operano sul mercato come falsi lavoratori autonomi – di beneficiare di un costo del lavoro molto inferiore e, conseguentemente, di praticare un prezzo finale del prodotto/servizio molto contenuto. Condizioni, ovviamente, che chi rispetta le disposizioni previste dalla legge non è in grado di offrire.

Il lavoro nero in Italia “produce” ben 77,7 miliardi di euro di valore aggiunto. “Una piaga sociale ed economica - sottolinea l’Ufficio studi della Cgia - che, a livello territoriale, presenta differenze molto marcate. La Lombardia, per esempio, sebbene conti oltre 504 mila lavoratori occupati irregolarmente, è la regione relativamente meno interessata da questo fenomeno: il tasso di irregolarità è pari al 10,4%, mentre l’incidenza del valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare sul totale regionale è pari al 3,6%; il tasso più basso presente nel Paese. Subito dopo si trovano il Veneto (con un’incidenza del 3,7%), la provincia autonoma di Bolzano (3,8) e il Friuli-Venezia Giulia (3,9). Per contro, la situazione più critica si registra nel Mezzogiorno. In Calabria, a fronte di 135.900 lavoratori irregolari, il tasso di irregolarità è del 22% e l’incidenza dell’economia prodotta dal sommerso sul totale regionale ammonta al 9,8%. Nessun’altra regione presenta una performance così negativa. Altrettanto critica è la situazione in Campania, dove gli oltre 361 mila occupati non regolari provocano un tasso di irregolarità del 19,3% e un Pil da “nero” dell’8,5%. In Sicilia: a fronte di quasi 283 mila lavoratori in nero, il tasso di irregolarità è al 18,7% e il valore aggiunto prodotto dall’economia sommersa è del 7,8%.

Per quanto riguarda il Nord Ovest, insieme le tre regioni contano quasi 277 mila occupati non regolari: 193 mila il Piemonte (tasso d'irregolarità pari al 10,2%), 77.800 la Liguria (11,6%) e 5.900 la Valle d'Aosta (9,6%). Il valore aggiunto prodotto annualmente dal lavoro irregolare ammonta a 4,899 miliardi in Piemonte, dove il valore aggiunto è pari al 4% del valore aggiunto regionale), a 1,966 miliardi in Liguria (4,4%) e a 190 milioni in Valle d'Aosta (4,4%).

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