Notizie | 14 dicembre 2021, 12:48

Il mondo del risparmio in epoca pandemia

Il mondo del risparmio in epoca pandemia

Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi hanno presentato la ricerca 2021 sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani, l’indagine che analizza il rapporto degli italiani con il risparmio e l’influenza che la pandemia sta avendo sulle scelte di investimento delle famiglie. Secondo le interviste sull’andamento dell’anno 2020, raccolte a marzo e maggio 2021, il 9% delle famiglie italiane ha subito conseguenze sulla salute propria o di un membro della famiglia: in una casa su dieci il Covid è entrato davvero. Molto più ampio è il numero di famiglie che ha visto ridursi o azzerarsi le entrate ordinarie a causa delle conseguenze economiche del Covid: nel complesso, si tratta del 36,8% degli intervistati. La perdita media di reddito netto familiare, pari a 105 euro mensili, non ha riguardato tutti: si è avuta una forte concentrazione dell’impatto economico, che si è scaricato su poco più di una famiglia su tre.

In media, i sussidi o altre forme di supporto economico hanno raggiunto il 28% del campione, quindi nominalmente hanno servito il 74% di coloro che hanno perduto entrate, con quote che salgono inevitabilmente in alcune categorie, come gli esercenti (che hanno ricevuto aiuti nel 53% dei casi), gli operai (48%) e i giovani (44%). Gli aiuti sono stati giudicati sufficienti, ma giunti in ritardo dai lavoratori dipendenti manuali, sono stati piuttosto tempestivi ma insufficienti secondo i lavoratori autonomi e gli esercenti, mentre hanno abbastanza soddisfatto la categoria degli impiegati.

Di fronte a un’emergenza, le famiglie italiane erano preparate? Nonostante l’ampio serbatoio di risparmio privato, la risposta è che non tutte, in realtà, lo erano. Infatti, è risultato che il 53% di esse non aveva accantonato un fondo di riserva, ossia non aveva depositi liquidi sufficienti o strumenti finanziari monetari liquidabili immediatamente per far fronte a una emergenza economica come quella che abbiamo vissuto.

La pandemia, pur non avendo scosso in misura forte il tenore di vita (nonostante 400 mila famiglie abbiano perso tutte le entrate), è intervenuta anche sui comportamenti di risparmio, evidenziando due macro-cambiamenti: a) la diminuzione, dal 55,1% al 48,6%, della quota di risparmiatori, per effetto delle ridotte disponibilità. I non risparmiatori sono tornati prevalenti sui risparmiatori; b) la crescita tra i risparmiatori residui, pari a ben 6,7 punti percentuali, del numero di coloro che hanno intrapreso il risparmio in modo involontario, essenzialmente per non essere riusciti a consumare nell’anno della pandemia a causa delle restrizioni di attività e mobilità.

Gli investimenti finanziari nell’anno del Covid-19 sono stati ridotti e messi in larga parte in standby proprio dall’incertezza pandemica, ma anche dalla difficoltà oggettiva di incontrare sul mercato investimenti corrispondenti agli obiettivi dei risparmiatori, che nel 2021 privilegiano nel lungo periodo, la sicurezza (ossia il desiderio di non perdere il capitale investito) e nel breve periodo la liquidità. Per questa ragione, anche se non sono più afflitte dalla crisi di fiducia, che avevano avuto nel 2011-2012, le obbligazioni ricevono un consenso limitato. Sono possedute dal 22% del campione, contro un massimo storico del 29%; un obbligazionista su tre ha operato su questi titoli, nel 2021, facendo investimenti netti.

Le azioni sono invece considerate per quello che sono realmente, ossia titoli per esperti, dunque appannaggio di una minoranza pari al 6,1% del campione. Metà di essi ha effettuato acquisti netti nell’ultimo anno. Sono cinque gli investitori in azioni soddisfatti per ogni insoddisfatto.

L’indice di soddisfazione maggiore di tutte le classi di investimento va al risparmio gestito (il rapporto tra soddisfatti e insoddisfatti è di 6 a 1). Fondi e risparmio gestito hanno fatto registrare investimenti netti da parte dei sottoscrittori. Sui fondi, nel tempo, sono mutati i giudizi: non sono più percepiti come prodotti speculativi, adatti a chi ha buone risorse da investire; adesso per la maggioranza del campione sono prodotti caratterizzati dalla competenza, dalla diversificazione che controlla il rischio e, soprattutto, sono adatti anche ai piccoli risparmiatori.

Gli investimenti nuovi e alternativi cominciano a entrare nella consapevolezza dei risparmiatori, ma lo fanno molto lentamente. I Pir, destinati a collegare il risparmio con gli investimenti reali, particolarmente delle piccole e medie imprese, sono stati considerati appena dal 2,5% per campione, ma per ogni sottoscrittore effettivo ve ne sono 6 indecisi che potrebbero investirvi in futuro. I bitcoin affascinano appena il 5% degli intervistati (senza che abbiano necessariamente acquistato questi strumenti). Trovano i potenziali estimatori all’incrocio dei risparmiatori giovani, benestanti e istruiti. È presto per affermare che si tratti di un interesse che va oltre una moda e del resto non sono gli investimenti più raccomandabili quanto a sicurezza (che resta la prima caratteristica desiderata dai risparmiatori anche delle categorie più dinamiche), stanti l’alta volatilità delle criptomonete e il fatto che esse non godono della tutela tradizionale della Mifid.

Il 6,7% del campione – si sale al 14% tra i laureati – risulta interessato agli investimenti etici e a impatto positivo sull’ambiente e sulla società: il settore finanziario sta raccogliendo questa istanza puntando sulla classificazione e selezione Esg degli investimenti. Tuttavia, essendo di tipo nuovo, il comportamento classico dei risparmiatori italiani è di introdurre nel portafoglio questi investimenti «a piccole dosi».

Lo scarso attivismo finanziario del 2021, in parte scelto e in parte subito dai piccoli investitori, ha colpito anche i prestiti alle famiglie. Quelli relativi ai mutui per le case, che usualmente facevano la parte del leone nel passivo delle famiglie, nel 2020 hanno seguito la flessione delle compravendite immobiliari, crescendo meno degli anni precedenti. Le case sono state un po’ meno acquistate, di fatto, per la difficoltà di compiere materialmente tutte le operazioni necessarie alle compravendite, dalle visite agli atti notarili, particolarmente nella primavera del 2020. Ciò nonostante, vanno segnalati sia un rimbalzo dei mutui che sono stati rinegoziati, sia una discreta adesione alla sospensione dei mutui permessa dalle norme anti-Covid. Il 16,8% dei possessori di un mutuo ha chiesto e ottenuto la sospensione, quota che sale al 31,5% dei mutuatari sulla cui famiglia il Covid ha impattato sanitariamente e a ben il 32,6% di chi è sopra i 55 anni di età.

I risparmiatori più dinamici sono pronti a riprendere consumi e investimenti temporaneamente congelati. Cauti gli altri La prima domanda che è legittimo porsi è che cosa faranno le famiglie che hanno accumulato un eccesso di risparmio. Il campione qui si divide in due parti. Una parte vorrebbe per il momento aspettare e tenere da parte il gruzzoletto accantonato: si tratta del 64%. Non è tuttavia la parte più abbiente, bensì quella più avanti negli anni e che potremmo definire appartenente al ceto medio-basso e con limitata istruzione. Il restante 36%, che include i laureati, i giovani e gli appartenenti al ceto medio-alto e alto per reddito, è di opinione diversa e vorrebbe rilanciare i suoi consumi, anche se con priorità differenti. Il ceto medio è pronto a spendere di nuovo, nell’ordine, in viaggi, in una nuova auto o nuovi beni durevoli, al terzo posto in una casa nuova. I giovani mettono al primo posto la casa, comprensibilmente, poi l’auto e infine i viaggi.

Le case degli italiani sono mediamente più piccole (81 mq) di quelle degli spagnoli (96 mq), dei francesi (102 mq) e dei tedeschi (109 mq): la Dad e lo smart-working hanno mostrato l’insufficienza, almeno qualitativa, se non quantitativa, del patrimonio abitativo italiano. Il 18

% del campione ha dichiarato che, a seguito della pandemia, giudica oggi insufficiente lo spazio della propria casa. Il 2,6% avrebbe già deciso di cambiarla e il 10,7% lo farebbe se si realizzassero altre condizioni, prevalentemente dal lato del finanziamento. Il 31% di coloro che vorrebbero cambiare casa aspirerebbe a una casa fuori città; si sale al 52% fra i più giovani. Il 17% resterebbe in città, ma vorrebbe una casa con almeno un terrazzo o con un piccolo giardino.

Se il tasso di successo di questi desideri fosse appena del 50%, nei prossimi anni il mercato immobiliare potrebbe affrontare una domanda per adeguamento delle case di oltre 500 mila unità all’anno.

A distanza di dieci anni dall’ultima riforma strutturale delle pensioni (Monti-Fornero, dicembre 2011), l’aspettativa sul tasso di rimpiazzo del reddito da parte dell’assegno pensionistico si è aggiustata ed è sostanzialmente corretta, mentre la comprensione del sistema pensionistico incontra resistenze sull’età attesa di pensionamento, generalmente considerata troppo lontana e comunque avvolta dall’incertezza per una larga parte del campione, date le tendenze ondivaghe della politica previdenziale su questo aspetto. In generale, la ricchezza pensionistica privata resta bassa, se appena il 12,6% dei lavoratori dichiara di avere sottoscritto un trattamento pensionistico integrativo e un terzo l’ha fatto con il Tfr. La scarsa diffusione del secondo pilastro e la diffusione del terzo pilastro privato individuale essenzialmente tra i più abbienti del campione è il frutto dell’imprevidenza dovuta alla limitata capacità di pianificare lungo tutto l’arco della vita, per motivi anche legati alla nota scarsa istruzione finanziaria dei risparmiatori. Certo, il secondo pilastro, pur sostenuto da vantaggi fiscali, non è neppure così ben conosciuto – il 70% dei lavoratori li ignora – e comunque per la maggior parte non viene sottoscritto perché non si intende delegare l’investimento di altre quote di retribuzione indiretta oltre alla quota (considerata alta) dei contributi obbligatori e del Tfr.

Il giudizio sulle banche è al massimo storico da quindici anni a questa parte. Allora, c’era un tasso di soddisfatti del servizio delle banche di 3,9 ogni insoddisfatto, nel 2021 il tasso tra soddisfatti e insoddisfatti è stato di 18 a 1. L’indice di soddisfazione per l’istituzione supera quello che hanno ottenuto i singoli strumenti, sia di investimento che di finanziamento. La banca consolida la sua posizione al vertice della lista dei soggetti ai quali si possono chiedere consigli sugli investimenti e che fornisce i servizi tradizionali online. Inoltre, la banca distribuisce servizi a valore aggiunto e assicurativi, che per il momento sono utilizzati dal 19,3% e dal 9,1%, rispettivamente, del campione. I problemi economici e finanziari del 2020 e del 2021 sarebbero stati estremamente più seri se sui risparmiatori non si fossero riverberati i benefici decisi dall’Unione Europea. Le risposte al questionario ben riflettono questa nuova condizione: il saldo tra la quota di intervistati che hanno fiducia nell’Europa rispetto a coloro che non ce l’hanno è risultato del 46%. Tale risultato segna un progresso notevole rispetto al 2020, quando lo stesso saldo era stato sì positivo, ma pari ad appena il 26% degli intervistati.

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