Storia & storie | 02 dicembre 2021

Quando Vercelli "rubò" l'Università a Padova

Uno scorcio di Vercelli

Uno scorcio di Vercelli

di Gustavo Mola di Nomaglio*

Nell’alto medio evo, Vercelli, pur non essendo dotata di scuole famose, poteva essere considerata in Europa come un centro culturale non privo d'importanza. Sino al XII secolo, afferma Rosaldo Ordano nella sua storia della città (Vercelli, 1982), la fiaccola della cultura fu tenuta accesa dalla Chiesa, nell’adempimento della propria missione religiosa e civilizzatrice. La scuola del capitolo vercellese conobbe un periodo di decadenza dopo l’825, anno in cui in un capitolare dell’imperatore Lotario I si ordinò agli studenti di varie città lombarde, liguri e piemontesi (tra le quali Milano, Genova, Novara, Asti e la stessa Vercelli) di compiere i propri studi presso l’Università di Pavia. Nonostante tutto, sin dal tempo del vescovo Attone II (che resse l’episcopato tra il 924 e il 961) per la cultura vercellese iniziò un periodo fecondo, durante il quale si diffuse l’insegnamento elementare gratuito da parte del clero diocesano, si svilupparono studi superiori, mentre la biblioteca capitolare si arricchiva di numerosi testi pregevoli.

Vercelli era, nel medio evo, uno tra i principali centri urbani dell’Italia Settentrionale. Anche se non si volesse prestare fede agli antichi storici, che affermano che la città aveva sul finire del Quattrocento avanti il Mille circa settantamila abitanti e assai più di centomila agli inizi del secolo XIII, abbiamo molte attestazioni che essa era vasta e ricca di popolo sin da epoca remota.

All’inizio del Duecento, ad esempio, operavano in città - implicando l’esistenza, già allora, di un vasto abitato - non meno di diciassette parrocchie e di quindici ospedali. Nei primi decenni di quel secolo si fece strada tra gli amministratori vercellesi – non è chiaro se di concerto o meno con la curia vescovile - l’idea di fondare un’Università, per dare maggiore lustro e impulso economico alla città. Secondo alcuni storici l’istituzione di regolari studi universitari non era altro che la naturale evoluzione dello scenario scolastico vercellese, secondo altri fu resa possibile solo da un’opportunità presentatasi sul finire degli anni venti: l’Università di Padova sorta da poco (1222) grazie a una forte migrazione di studenti da quella di Bologna, navigava (pur conoscendo Padova in quel tempo un momento d'espansione politica ed economica) in cattive acque, a causa di conflitti con la corte di Roma e delle fazioni che localmente si fronteggiavano, nel quadro del conflitto tra guelfi e ghibellini.

Molti degli universitari che avevano fatto di Padova la sede dei propri studi intendevano trovare una nuova sistemazione. Il Comune eusebiano, informato della situazione, inviò in quello patavino propri emissari ai “rettori” delle diverse nazioni da cui provenivano gli studenti (i quali erano divisi in francesi, inglesi, normanni, italiani, provenzali, spagnoli e catalani). Le proposte vercellesi, valide e concrete, consentirono di avviare trattative in seguito alle quali, il 4 aprile 1228, si stipulò una convenzione che sancì – anche se presumibilmente con non unanime consenso - il trasferimento dello Studio dalla giurisdizione patavina a quella vercellese.

Per raggiungere il suo scopo il Comune di Vercelli si impegnò a rendere in pochi giorni disponibili cinquecento delle migliori camere reperibili nel concentrico, prefissando l’ammontare massimo della pigione e garantendo la disponibilità di vettovaglie e generi di prima necessità a prezzo equo. I vercellesi promisero, inoltre, di stanziare le somme necessarie per gli stipendi di teologi, professori di legge, dialettica, grammatica e medicina, da reclutarsi tra i più reputati e concessero agli studenti vari privilegi e franchigie.

Dopo breve tempo anche l’Università vercellese conobbe periodi di crisi (nel 1238 l’autorità ecclesiastica vietò di frequentarla, essendo stata la città colpita dall’interdetto) e di funzionamento intermittente (peraltro non troppo diversamente da quanto rilevabile a Bologna e Padova in quell’epoca). Circa gli anni della sua fine non vi è uniformità di vedute: secondo alcuni deve registrarsi ancora nel XIV secolo, altri la collocano all’inizio del Quattrocento, anche in relazione al nascere, col pieno sostegno dei sovrani sabaudi, dell’Università di Torino.

* Scrittore, storico, vice presidente del Centro Studi Piemontesi



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