Storia & storie | 28 novembre 2021

Quell'antico rapporto dei Doria coi Savoia

Palazzo D'Oria a Ciriè

Palazzo D'Oria a Ciriè

di Gustavo Mola di Nomaglio*

Nel 1815, al momento dell'unione al Regno di Sardegna, Genova usciva da un lungo periodo di crisi e d'influenze straniere, che ne avevano indebolito il ruolo politico sullo scacchiere europeo. Lo Stato dei Savoia - che da secoli guardava con interesse al Genovesato- poté comunque trarre dall'annessione un notevole consolidamento della propria importanza: da un giorno all'altro, vide accrescersi notevolmente la sua estensione costiera, le relazioni internazionali, il traffico mercantile, la consistenza della flotta militare e, fatto non meno rilevante, il bacino di reclutamento di abili uomini di mare, non meno versati nelle attività belliche che in quelle commerciali.

I contributi genovesi alla grandezza dello Stato sabaudo non datano solo a partire dall'unione politica. Essi sono multiformi e assai più risalenti nel tempo. Molte famiglie di Genova e della Liguria hanno avuto un ruolo significativo nella storia subalpina. Si può dire, anzi, che più d'una tra le principali famiglie piemontesi ha origini genovesi. Ne sono un esempio i Doria, o d'Oria, dei quali varie linee ebbero stretti legami coi territori piemontesi, quali quelle dei feudatari di Dolceacqua, dei conti di Montaldeo, dei signori di Cremolino e di S. Cristoforo. Vasti possessi feudali, caratterizzati da inconsuete e ampie prerogative, ebbero in Piemonte pure i principi Doria Pamphilj Landi. Tuttora risiedono in Pinerolo i marchesi Doria Lamba.

Ma la linea dei Doria maggiormente legata ai Savoia e alla storia subalpina fu quella dei marchesi di Ciriè e del Maro, discendente da uno tra i più potenti rami della famiglia. Sul periodo piemontese di questa linea si sofferma Enrico Genta, nel volume Storia di famiglie e castelli, edito, a cura di Francesco Gianazzo di Pamparato, dal Centro Studi Piemontesi.

Sovrani del “principato” d'Oneglia, sul quale dominavano sin dal secolo XIII, i Doria si trovavano nel '500 in difficoltà a mantenere un così ampio e da molte parti appetito possesso. Dovevano, in particolare, far fronte a problemi di ordine organizzativo ed economico e a un'estesa conflittualità con i propri vassalli e le comunità che componevano il principato. Poiché i loro problemi coincidevano con i progetti d'espansione di Emanuele Filiberto (che pur avendo mire sulla stessa Genova era in cerca di sbocchi sul mare anche nella Riviera di Ponente) ebbe origine una laboriosa trattativa, a conclusione della quale, nel 1575, i Doria cedettero tutti i beni che possedevano nell'Onegliese e ottennero in cambio la facoltà di scegliere tra varie località dello Stato sabaudo uno o più marchesati aventi una rendita annua complessiva non inferiore a 1.500 scudi.

La scelta di Giovanni Gerolamo Doria, capo della casa, cadde su Ciriè e su Cavallermaggiore, località, quest'ultima, che fu sostituita pochi anni dopo con il marchesato del Maro, a causa delle opposizioni dei cavallermaggioresi, forti di un antico privilegio che garantiva loro il diritto di dipendere dal diretto dominio di Casa Savoia. In aggiunta, i Doria ottennero anche un conguaglio in denaro, rappresentato dall'enorme cifra di 41.000 scudi d'oro d'Italia, che servì probabilmente anche a ripagarli delle confische che paventavano di subire - e che, in effetti, subirono- in territorio genovese.

Sin dal suo giungere in Piemonte, la famiglia Doria divenne una tra le principali della Corona sabauda: si imparentò con le maggiori casate subalpine e anche con un ramo di Casa Savoia; fu costantemente attiva nel campo della beneficenza, costituì importanti collezioni e biblioteche, fu sempre rappresentata nelle alte cariche di corte, ai vertici delle gerarchie militari e nell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata.

Ne decretò l'estinzione la prima guerra mondiale. Il 4 novembre 1918 - meno di un'ora prima della proclamazione dell'armistizio- a Castion di Strada una palla di fucile colpiva il ventisettenne Tommaso Doria di Ciriè e del Maro, capitano nel 10° Reggimento Lancieri. “Gravemente ferito - come si legge nella motivazione della medaglia d'argento conferitagli sul campo - egli seguiva ancora con fermezza il reggimento che avanzava combattendo”. A nulla servì il tardivo ricovero in un ospedale da campo, dove Tommaso morì senza avere avuto discendenza.

* Scrittore, storico, vice presidente del Centro Studi Piemontesi



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