Notizie | 27 novembre 2021

Tasse, per le imprese inizio settimana da incubo

Tasse, per le imprese inizio settimana da incubo

Lunedì e martedì prossimi saranno due giorni da “incubo” per gli imprenditori italiani che saranno chiamati a onorare la scadenza fiscale più onerosa dell’anno. Tra il pagamento degli acconti Ires, Irap, Irpef e dell’imposta sostitutiva in capo alle attività in regime forfettario, l’Ufficio studi della Cgia stima che le imprese saranno chiamate a versare all’erario 27 miliardi di euro. Entro martedì, in buona sostanza, lo Stato incasserà un importo che sfiora la dimensione economica che caratterizzerà la prossima manovra di bilancio che ammonta a circa 30 miliardi. Gli artigiani, i commercianti e i lavoratori autonomi, inoltre, dovranno pagare i propri contribuiti previdenziali all’Inps.

A fronte di questa situazione non mancheranno casi in cui sarà difficile onorare questa scadenza; purtroppo, la mancanza di liquidità sta tornando a essere un problema assillante, soprattutto per tantissime piccole e micro imprese.

Rispetto al 2020, quest’anno lo Stato incasserà 47 miliardi in più. Un maggiore gettito dovuto, ovviamente, alla ripresa economica in atto. Infatti, nonostante l’incremento delle entrate totali, la pressione fiscale è destinata a scendere. Se nel 2020, con una caduta del Pil di quasi il 9%, era salita al 42,8%, quest’anno si abbassa di quasi un punto attestandosi, nonostante il significativo aumento del gettito in termini assoluti, al 41,9. Sempre secondo i dati presentati nei mesi scorsi dal ministero dell’Economia e delle Finanze, la pressione fiscale nel 2022, invece, si allineerà al 42%. Analizzando gli importi che l’erario incasserà entro martedì, la scadenza economicamente più importante sarà quella riconducibile al pagamento dell’acconto Ires che, secondo le stime dell’Ufficio studi della Cgia, costerà alle imprese 12,2 miliardi. L’acconto Irap, invece, preleverà dalle casse delle aziende 6,8 miliardi, mentre l’acconto Irpef sarà poco meno di 6,7 miliardi. Per quest’ultima voce, va segnalato che una parte del versamento sarà in capo ai soggetti Irpef non titolari di partita Iva (ovvero lavoratori dipendenti o pensionati) che hanno altre forme di reddito (affitti, redditi diversi etc.). Infine, dall’imposta sostitutiva in capo ai lavoratori autonomi in regime forfettario il fisco riceverà 1,2 miliardi di euro circa.

Anche dicembre sarà un mese particolarmente impegnativo sul fronte fiscale per tanti imprenditori. Entro il 16 del mese prossimo, infatti, le aziende dovranno versare i contributi previdenziali e assistenziali e le ritenute Irpef dei propri dipendenti e collaboratori. Dovranno, inoltre, pagare l’acconto dell’imposta sostitutiva sui redditi da rivalutazione del Tfr, il saldo dell’Imu su capannoni, uffici, negozi e l’Iva del mese di novembre, sempreché si tratti di contribuenti mensili. Infine, entro Natale dovranno liquidare anche le tredicesime ai propri dipendenti. Insomma, non è da escludere che molti piccoli imprenditori a corto di denaro si troveranno in seria difficoltà a rispettare tutte queste scadenze così ravvicinate.

Se qualcuno non rispetta la scadenza di pagamento prevista per martedì 30 novembre, cosa gli accade? L’ordinamento tributario, ricorda l’Ufficio studi della Cgia, impone al contribuente una sanzione dell’1% dell’importo da versare al fisco per ogni giorno di ritardo entro il 15° dalla scadenza. La percentuale sale al 15% se il pagamento viene effettuato entro il 90° giorno dalla scadenza. Per omesso pagamento o per versamento effettuato dopo 90 giorni dal termine previsto per legge, la sanzione sale al 30% dell’importo da versare all’erario. Indipendentemente dal ritardo, sono altresì dovuti gli interessi legali pari allo 0,01% dell’importo da pagare. Va ricordato, però, che le sanzioni possono essere fortemente ridimensionate usufruendo dell’istituto del “ravvedimento operoso”, a condizione che si versi sia l’importo omesso che la sanzione (opportunamente ridotta) e gli interessi. Le riduzioni, ovviamente, diminuiscono con il passare del tempo di pagamento.

In Italia, il principio di base è che l’artigiano o il piccolo commerciante paga le tasse non solo su ciò che ha dichiarato l’anno precedente, ma anche su quanto guadagna nell’anno corrente, come “acconto” per il pagamento delle tasse che andranno versate nell’anno seguente. In altre parole, va a credito (o a debito) con il fisco per l’annualità che deve ancora venire. In linea di massima, questo sistema prevede che il versamento delle imposte all’erario avvenga in due tranche: la prima tra fine giugno e inizio luglio, la seconda entro la fine del mese di novembre. L’ammontare degli acconti è pari al 100% dell’imposta dovuta per l’anno precedente e viene solitamente versato in due rate a giugno e a novembre. Entrambe sono uguali per “i soggetti ISA” (cioè coloro i quali svolgono attività economiche per le quali sono stati elaborati gli Indici Sintetici di Affidabilità), mentre - per gli altri contribuenti - la prima rata corrisponde al 40% del dovuto e la seconda al 60%. Questo meccanismo genera una situazione di scarsa trasparenza e sovente crea problemi finanziari, perché è difficile per l’imprenditore prevedere quanto dovrà pagare. La situazione, infatti, è equilibrata solo quando non vi sono evidenti differenze di reddito tra un anno e l’altro, ma quando non è così, come è successo tra il 2019 e il 2020, le cose si complicano. Nel caso in cui il reddito risulti essere più basso di quello registrato l’anno prima, l’imprenditore va a credito, in quanto gli acconti di imposta vengono calcolati su un reddito più elevato. Se, invece, si verifica un forte incremento di reddito, la situazione si capovolge. Il contribuente va a debito e nella scadenza di giugno è chiamato a pagare un saldo di imposta molto impegnativo, perché gli acconti calcolati l’anno prima erano sottostimati. Questo spiega la ragione per cui il fisco non premia la crescita di reddito, ma, semmai, la penalizza.

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