Libri | 13 novembre 2021

Alla scoperta dell'Abbadia di Stura

Alla scoperta dell'Abbadia di Stura

di Francesco Amadelli

A Torino non sono numerosi i resti risalenti all’Alto Medioevo tuttora visibili, quantunque in pessimo stato di conservazione. Roberto Rossi Precerutti, poeta, saggista e traduttore, classe 1953, proveniente da antica famiglia piemontese con ramificazioni fiorentine, ci porta alla scoperta della Abbadia di Stura a nord-est della città. Attraverso la sua opera (San Giacomo di Stura, Neos Edizioni Storia) veniamo a scoprire un momento importante del medioevo torinese.

Sorto verso la metà del secolo XII (1146) il monastero Vallombrosano di San Giacomo di Stura è uno dei fondamentali monumenti storico-artistici della civiltà medievale torinese. La Fondazione religiosa – scrive Precerutti - ha svolto, nel periodo di massima fioritura, una funzione essenziale di assistenza a poveri, pellegrini e viandanti in un’area attraversata da una diramazione della via Francigena, rivelando una chiara vocazione stradale e costituendo un’interlocuzione importante, soprattutto dal punto di vista sociale, sia con il vescovo e il Comune, sia con le realtà signorili del contado e le dinastie dei Savoia e dei Monferrato. Oggi, purtroppo, le vestigia dell’Abbazia, collocate presso una strada di grande scorrimento che unisce Torino a Settimo, versano in stato di abbandono, nonostante l’inizio di alcuni lavori di restauro e non sono visitabili.

Secondo Precerutti l’Abbadia di Stura è anche testimonianza storica della capacità dei monaci e, più in generale, delle comunità medioevali di antropizzare il territorio in modo non sconsiderato, affinché l’operosità dell’individuo non alteri irreparabilmente l’affascinante e insieme fragile tramatura della creazione divina – che oggi chiameremmo ecosistema – fatta di cieli, acque, alberi, erbe, animali uomini …

Il 25 gennaio del 1146 la Congregazione di Vallombrosa riceve in dono da un cittadino torinese di cospicua famiglia, tal Pietro Podisio, un “domum” nel territorio di Torino allo scopo di edificare un “hospitalem”, che sorgerà, come vedremo, al di là della Stura, il fiume che scendendo dalle valli di Lanzo lambisce la città nei suoi confini nord-orientali. Si tratta di 27 ettari tra vigna, campi e prati.

Molti e decisivi saranno i passaggi storici dell’Abbadia di Stura, da Federico Barbarossa alle potenti dinastie feudali dei Savoia e dei Monferrato, seguendo sempre un monachesimo tradizionale che si sviluppa nei secoli XIII e XIV.

Conoscere, conservare e difendere dall’ignoranza – conclude Precerutti – e dalla ripugnante legge del profitto il patrimonio storico, artistico e culturale è forse l’unico modo per contrastare la dissennata ideologia dello sviluppo senza progresso, che domina la società contemporanea.

Il Medioevo – in Europa e anche in terra piemontese – non ha nulla che fare con le rievocazioni in costume delle sagre paesane o con le esoteriche scempiaggini costantemente associate alla mitizzazione di certi ordini monastico-cavallereschi, che si vorrebbero far rivivere attraverso riti a dir poco grotteschi. Lo studio del passato richiede competenza, dedizione, affilati strumenti culturali; è nemico della fretta e dell’improvvisazione; si nutre di paziente applicazione e di silenzio, un po’ come la vita dei monaci che vissero a San Giacomo di Stura.

Opera di pregevole contenuto storico, quella di Precerutti, destinata a coloro che amerebbero vedere rivalutata quell’Abbadia le cui pietre fondative contengono tanta storia ignorata dalle amministrazioni cittadine insensibili a tali argomenti e “in ben altre faccende  affaccendate”.

Il volume si arricchisce delle splendide tavole della pittrice Emilia Mirisola e merita tutta la nostra attenzione.


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