Storia & storie | 07 novembre 2021

L'Università di Mondovì, nata 550 anni fa

Uno scorcio di Mondovì

Uno scorcio di Mondovì

di Gustavo Mola di Nomaglio*

“Mondovì: città universitaria”, segnala il cartello posto lungo l'autostrada Torino-Savona, in prossimità del casello da cui si accede alla capitale del Monregalese. Non tutti sanno quale sia l'origine di questa definizione, che ai mondoviti -come si diceva una volta- è molto cara. Per scoprirlo occorre risalire indietro nel tempo, ancor prima che Mondovì fosse il capoluogo di una tra le province più industriose e prosperose dello Stato sabaudo, di cui facevano parte settantun comuni, con un'estensione complessiva attorno ai milleseicento chilometri quadrati.

L'Università degli Studi monregalese fu fondata l'8 dicembre 1560 da Emanuele Filiberto. Il principe era a quel tempo rientrato in possesso di gran parte dei propri domini, ma non ancora di Torino (con la sua ormai importante Università fondata, oltre un secolo prima) che restava, senza che si potesse prevedere sino a quando, in mano francese. 

La poliedricità del sovrano, ben riassunta in una frase di un ambasciatore veneto, che esprime il comune sentire dei contemporanei (“pare che a tutto sia nato, di tutto s'intende e parla come se fosse sua professione...”) era nota; tuttavia pochi si aspettavano che colui che era considerato essenzialmente come uno tra i più grandi condottieri della storia d'Europa, potesse dimostrare tanta capacità e determinazione nel percorrere la strada della pace e della ricostruzione, dalle fondamenta, dello Stato.

Emanuele Filiberto in tempi brevissimi si occupò di tutto: riorganizzò le strutture amministrative del paese, riformò l'esercito, rifondò la flotta militare, diede il via ad un vasto e organico piano per la realizzazione di moderne strutture difensive che, nel volgere di breve tempo, consentì al Piemonte di fruire, su ogni versante, della protezione di solide e originali fortezze.

Nel quadro della vasta opera di rifondazione degli Stati sabaudi, Emanuele Filiberto aveva ritenuto prioritaria la creazione di un'Università. In seguito a valutazioni d'ordine politico e geografico, e anche delle perorazioni di alcuni maggiorenti monregalesi, aveva deciso di istituirla in Mondovì (che, a dire del Botero, aveva in quegli anni oltre ventimila abitanti, mentre Torino ne contava circa diciassettemila).

Nella città furono chiamati a insegnare professori famosi dall'Italia e dalla Francia, mentre severe disposizioni imposero a tutti i docenti che per nascita appartenevano allo Stato sabaudo di recarvisi a prestare la propria opera, anche se si trovavano in quel momento al servizio di altri Paesi. La nuova istituzione aveva scopi analoghi a quelli dell'Università torinese: essa non solo doveva preparare i ceti dirigenti sabaudi, ma anche infondere nelle diverse regioni che componevano il Piemonte un'unica anima, stimolare la vita economica e risvegliare quella civile e culturale. 

La città, ottenuto il diploma di sede universitaria da Emanuele Filiberto, richiese, com'era prassi, una bolla pontificia di approvazione e conferma, ottenendola da Pio IV il 22 settembre 1562. Nel frattempo i monregalesi diedero vita alle Facoltà di Leggi e a quella di Medicina e Filosofia, che iniziarono i corsi di studio sin dai primi mesi del 1561 – cinquecentocinquanta anni fa - trovando inizialmente ospitalità presso i Gesuiti, nel palazzo comunale e nella chiesa di S. Antonio. Qualche anno più tardi fu creata la Facoltà di Teologia.

Nel 1567, quando Torino tornò in mano sabauda, tra la capitale e Mondovì si aprì un lungo contenzioso. Essendo ormai cessata l'occupazione nemica che aveva motivato la nascita dell'Università monregalese, quella di Torino rivendicava il diritto di tornare a essere l'unica dello Stato. Ciò nonostante Mondovì continuò a essere sede di corsi universitari e a conferire, a studenti piemontesi e stranieri, lauree (che non erano meno prestigiose di quelle conferite dalle maggiori Università italiane) per oltre un secolo e mezzo, sino a un decreto con effetti soppressivi del 24 marzo 1719.

Probabilmente anche grazie all'impulso dato da Emanuele Filiberto agli studi e all'attività di due Università qualificate la corte del suo successore, Carlo Emanuele I, ha potuto essere considerata, da parecchi studiosi, il centro intellettuale più vigoroso d'Italia.

* Scrittore, vice presidente del Centro Studi Piemontesi 

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