Notizie | 20 ottobre 2021

Food & Beverage in Italia, risultati e prospettive

Food & Beverage in Italia, risultati e prospettive

La filiera allargata del Food & Beverage è il terzo mercato per dimensione tra i nove con cui la piattaforma Cerved Market Intelligence rappresenta l’economia reale italiana. Vi operano più di un milione di imprese iscritte alle Camere di Commercio, che danno impiego a oltre due milioni di addetti, generando un giro d’affari di 478 miliardi di euro all'anno. Fra l'altro, il Food & Beverage comprende settori fortemente export oriented, grazie all’apprezzamento del Made in Italy nel mondo.

L’intera filiera è composta da sei comparti: Agricoltura (comprende sia settori altamente specializzati come quello dei prodotti chimici per l’agricoltura o delle macchine agricole, sia settori più tradizionali e caratterizzati da fenomeni di autoimpiego, come quello delle coltivazioni agricole); Allevamento (include anche la produzione di latte crudo e la pesca); Prima trasformazione (l’industria che trasforma le materie prime in alimenti e che comprende la molitoria, mangimi per animali e composti, la macellazione, la lavorazione di cereali e le carni rosse); Alimentare (è segmentato in 36 settori che riflettono le diverse articolazioni dell’industria agroalimentare, includendo anche gli alimenti per animali domestici e i prodotti gluten free); Bevande (settore vinicolo, le acque minerali, birra e altri generi alcolici o analcolici); Distribuzione (comprende tutti gli esercizi all’ingrosso o al consumatore, che consentono di portare i prodotti alimentari agli utenti finali).

La filiera del Food & Beverage è, perciò, un’industria molto eterogenea, nella quale operano multinazionali globali e imprenditori individuali, che combina tradizioni secolari con innovazioni anche molto spinte, come l’utilizzo di sistemi industriali 4.0 e dei big data. In generale, comunque, il mercato è molto frammentato, con un’ampia presenza di imprese individuali o di dimensione microscopica. I dati indicano in media meno di due addetti per impresa, che però salgono a 15 nella prima trasformazione e a sette negli alimentari.

Il Food & Beverage è una filiera presente in tutto il Paese, ma particolarmente importante nelle regioni del Sud, in cui impiega più di un addetto su cinque (contro una media nazionale pari al 15%). Tra le regioni, Sicilia e Trentino-Alto Adige si caratterizzano per una specializzazione diversificata in più comparti della filiera: agricoltura, bevande e distribuzione nel caso della Sicilia, allevamento, alimentari e bevande nel caso del Trentino-Alto Adige.

Nel 2020 il Food & Beverage ha continuato ad aumentare l’export (+1,7%), in controtendenza con il resto dell’economia italiana fortemente colpita dalle restrizioni ai traffici imposte dalla pandemia (-9,7%). Il settore ha totalizzato complessivamente esportazioni per 46 miliardi. I comparti con la maggiore incidenza di aziende internazionalizzate sono le bevande (56,4%) e gli alimentari (40,1%).

Le imprese del Food & Beverage occupano addetti che guadagnano in media circa mille euro all’anno in meno rispetto al resto dell’economia (36,8 mila euro per addetto). Nonostante i costi del lavoro più bassi, la produttività risulta inferiore alla media italiana: ogni addetto del F&B genera valore aggiunto per 56.900 euro, contro i 59.600 mila del complesso delle imprese italiane. Questo si traduce in una minore competitività: per ogni 100 euro spesi per il personale, nel Food & Beverage si producono 154 euro di valore aggiunto, circa quattro in meno di quanto calcolato per la totalità delle società.

La minore produttività si riflette sulla redditività, che è nel Food & Beverage minore rispetto alla media nazionale. Se si considera l’ultimo anno per cui si dispone dell’universo dei bilanci (2019), il rapporto tra Mol e fatturato – che misura quanta parte delle vendite produce profitti prima degli ammortamenti degli investimenti e delle componenti finanziarie e straordinarie – è in crescita dai minimi del 2012 (dal 3,7% al 4,9%), ma molto inferiore rispetto a quello medio (8,6%).

Ma quello che è vero in media, non è vero per tutte le imprese e anche i dati riferiti ai diversi comparti evidenziano una certa eterogeneità. Le bevande e gli alimentari, ad esempio, fanno registrare indici di produttività e di competitività largamente superiori rispetto alla media nazionale, nonostante un costo del lavoro mediamente più alto. Le bevande mostrano indici di redditività lorda superiori al dato nazionale, mentre la distribuzione è il comparto con i livelli più alti di redditività netta, con il Roe sopra la media nazionale.

Dal punto di vista della solidità finanziaria e patrimoniale, le società del Food & Beverage hanno fondamentali più solidi del passato, mantenendo comunque un gap con il resto delle imprese italiane. Anche con riferimento alla sostenibilità dei debiti, i dati relativi ai singoli comparti evidenziano differenze marcate. Nell’allevamento e nella prima trasformazione, l’ammontare di debiti finanziari supera quello del patrimonio netto. Negli altri mercati il quoziente risulta più basso, con una situazione particolarmente solida nelle bevande e negli alimentari.

Le tendenze più recenti

Nonostante il Covid, nel 2020 le società del Food & Beverage hanno realizzato un volume di ricavi in linea con quelli del 2019 (-0,7% tra 2019 e 2020), un risultato nettamente migliore rispetto a quello del complesso delle società italiane, che hanno subito una brusca contrazione delle vendite (-10,7%). Non tutti i settori della filiera sono stati però immuni agli effetti del Covid: alcune conseguenze molto negative sui settori a valle, come i bar e i ristoranti, hanno fatto sentire i loro effetti anche in alcuni segmenti del mercato, che hanno dovuto far fronte a un brusco calo della domanda.

A soffrire l’anno del Covid sono state soprattutto le imprese che operano nelle bevande (-4,6% tra 2019 e 2020), che hanno risentito del lungo periodo di chiusura forzata di bar e ristoranti, non compensato dall’aumento dei consumi in casa. Più ridotti i cali registrati nella distribuzione, nell’allevamento e negli alimentari, con questi ultimi che si sono mantenuti su livelli vicini a quelli dell’anno precedente, mentre l’agricoltura e la prima trasformazione hanno fatto registrare aumenti del fatturato.

In tutta la filiera sono crollate le nascite di imprese nel 2020, ma anche le chiusure. Nei primi sei mesi del 2021, le nascite nel Food & Beverage risultano però ancora distanti dai livelli registrati prima del Covid. I livelli del primo semestre 2019 sono recuperati soltanto nelle bevande e nella prima trasformazione. Il crollo delle nascite è coinciso con quello delle chiusure di impresa: grazie a una serie di interventi presi per mitigare gli impatti della pandemia – come le garanzie pubbliche, l’improcedibilità dei fallimenti, le moratorie – anche il numero di uscite dal mercato è risultato ai minimi storici nel 2020.

In un mercato maturo come quello italiano caratterizzato da competizione molto aspra in cui è sempre più difficile consolidare le proprie quote di mercato, le prospettive di crescita del Food & Beverage dipendono dalla capacità delle imprese di guadagnare quote di mercato all’estero, soprattutto nei Paesi a forte crescita demografica e di intercettare tendenze emergenti nella domanda dei consumatori.

Secondo i modelli di previsione di Cerved, nel biennio 2021-22 la filiera del Food & Beverage crescerà a ritmi piuttosto contenuti, nell’ordine del 2,1% nel 2021 e dell’1,6% nel 2022. Sono dinamiche più ridotte rispetto a quelle previste nel resto dell’economia, che rimbalzerà recuperando solo in parte il terreno perduto nel corso del 2020. Nell’ambito della filiera, però, le tendenze risulteranno diversificate. La ripresa sarà più intensa nei settori più colpiti dal Covid, bevande e distribuzione, ma con una dinamica insufficiente a tornare ai livelli del 2019. Negli altri comparti i ritmi di crescita saranno più lenti, ma nel 2022 si tornerà al di sopra del pre-Covid.

Questa fase di ripresa coinciderà nel Food & Beverage con un lieve aumento del rischio di default, dovuto al deterioramento del contesto esterno alla filiera. Nelle bevande e negli alimentari si prevede la quota maggiore di società che potrebbero entrare in default nei prossimi 12 mesi; nella distribuzione e nella prima trasformazione la quota più bassa.


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