Storia & storie | 09 ottobre 2021

Aristide Faccioli, Giovanni Agnelli e Carpanetto

Aristide Faccioli, Giovanni Agnelli e Carpanetto

di Francesco Amadelli*

All’inizio del XX secolo, la meccanica, che nel secolo precedente aveva avuto un notevole sviluppo, divenne campo di sperimentazione per molti inventori, ingegneri e uomini dotati di immaginazione e creatività. La bicicletta passò da una forma primordiale, resa ingovernabile dalla mastodontica ruota anteriore sulla quale il conduttore esercitava la propria forza muscolare, a una struttura a due ruote di pari grandezza con trazione a pedali sulla ruota posteriore tramite catena, dimensione che non abbandonò più ed è tuttora valida.

Il motore a scoppio cominciò a muovere i primi passi trovando la giusta applicazione su di un veicolo. L’applicazione di un motore su “un oggetto volante” in grado di sollevare l’uomo dalla terra sulla quale cammina avvenne dopo molti esperimenti compiuti sugli alianti. Insomma, che stessero per arrivare delle novità nel campo del trasporto umano era nell’aria, quali e come fossero rimaneva tutto da scoprire.

Se il primato del primo volo umano spetta ai fratelli Wright nel 1903, in Italia fu un bolognese, laureatosi al Politecnico di Torino, a compiere i primi studi sul volo motorizzato: l’ingegner Aristide Faccioli. Nacque a Bologna nel 1848 (la data è controversa) e se pensate avesse l’aspetto del bolognese tutto tagliatelle e sangiovese sbagliate. Fu persona integerrima, zelante e pignola, con scoppi d’ira all’interno dell’azienda divenuti leggendari. Nel 1895 pubblicò un trattato sulla “Teoria del volo e della navigazione area” segno evidente della sua innata passione per l’aereonautica. I suoi studi sui motori endotermici compiuti in quegli anni ci fanno intendere come la sua mente fosse indirizzata a un progetto tanto semplice quanto rivoluzionario.

Nel 1898 (la data è importante) Giovanni Ceirano lo volle direttore progettista nella sua fabbrica dalla quale uscì una vetturetta dal nome inglese beneaugurante “Welleyes”: due vocaboli semplici e immediati “Bene” e “Sì”, null’altro.

L’anno seguente, il 1899, esattamente l’11 luglio, nasce la Fiat di Giovanni Agnelli. Si racconta l’aneddoto secondo il quale Agnelli rubò l’acronimo Fiat dalla targhetta posta sulla porta del geniale bolognese “Faccioli Ingegnere Aristide Torino” convertendolo in “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. La storiella ci appare alquanto fantasiosa dato che Giovanni Agnelli per togliere di mezzo un possibile agguerrito concorrente fece di più: “rubò” l’intera fabbrica con l’ingegner Faccioli dentro, ovvero l’acquistò dopo essersi informato sulle sue reali capacità di progettista, affiancandogli l’ingegnere Enrico Marchesi.

La mossa non piacque a Faccioli, il quale cedette i progetti della vetturetta ribattezzata immediatamente Fiat 3-1/2 HP. La convivenza fra l’imprenditore torinese e il permaloso bolognese andò avanti ancora per alcuni anni durante i quali uscirono dalle officine di Corso Dante altre vetture più potenti. Fu però una convivenza di breve durata, dato che nel 1901 Faccioli uscì dalla Fiat e fondò una sua azienda la “Ing.A.Faccioli & C.” produttrice di auto, motori per vetture e marini e altre invenzioni. Fu geniale nella progettazione ma incapace di dare un impulso commerciale alla fabbrica appena costituita, motivo per il quale la ditta chiuse i battenti.

Intanto Agnelli, non certo inventore ma abile commerciante, si rivolse a un cartellonista già noto, capace di presentare il suo nuovo e primo prodotto: quella vetturetta 3-1/2 HP nata dal cervello di Faccioli. La pubblicità cominciò a reclamizzare l’automobile seguendola passo passo fino ai nostri giorni, con budget sempre più corposi.

Giovanni Battista Carpanetto nasce a Torino nel settembre del 1863, frequenta l’Accademia Albertina della quale diventerà in seguito docente; si mette in evidenza nel 1884, in occasione della Mostra Nazionale tenutasi a Torino con alcuni quadri di sapore storico fra i quali “Fanfulla”. Tre anni più tardi espone a Venezia un quadro che suscitò scalpore per via del soggetto: si intitolava “Suicida”. Fu una tela dal tremendo sapore divinatorio, non nei suoi confronti fortunatamente; vedremo perché.

Nel 1881, decide di abbandonare i soggetti storici, comincia a seguire un altro richiamo legato alla Scuola di Rivara, cioè dal vero, en plein air, di sapore impressionista dedicandosi assiduamente, per motivi economici, alla cartellonistica. Inizia una carriera ricca di soddisfazioni con mostre alla Promotrice delle Belle Arti a Torino e, in seguito, a Firenze, suscitando anche l’interesse di molti ricchi compratori, fra i quali il Re Umberto I.

Nella parte finale della sua vita si dedicò maggiormente alla illustrazione pubblicitaria con bozzetti destinati alle aziende. Preparò il bozzetto per la banconota da cinque lire ed elaborò un progetto per la sistemazione architettonica di Piazza San Carlo a Torino. Morì nel luglio del 1928. Il Museo Civico di Torino possiede alcune sue opere.

Torniamo all’ingegnere Faccioli. Tagliati i ponti con il mondo dell’automobile si dedicò totalmente all’aviazione. Nel gennaio del 1909, il triplano Faccioli n.1 si staccava da terra per un volo di pochi secondi comandato dal figlio Mario. Nonostante lo schianto, la soddisfazione di padre e figlio fu grande poiché si trattava del primo aereo totalmente italiano, sia nella fusoliera sia nel propulsore. L’ingegnere fu indotto a proseguire gli studi e i prototipi di triplano migliorarono costantemente. Sui campi di Venaria Reale ben cinque furono gli aerei che decollarono, ma in uno di questi il povero figlio Mario trovò la morte precipitando. Fu un colpo mortale anche per il padre Aristide, il suo umore peggiorò nonostante le invenzioni e i brevetti si susseguissero nei pochi anni della sua vita. Caduto in depressione si tolse la vita nel 1919; di lui rimangono gli studi appassionati, originali e di raffinata meccanica.

Non sappiamo se Giovanni Battista Carpanetto e Aristide Faccioli si siano mai incontrati, rimane inconfutabile il fatto però che il pittore eseguì una tela intitolata “Suicida” dal sapore inquietante e fortemente premonitore. Talvolta gli artisti sanno vedere una realtà futura a noi spesso negata.

Permettetemi una nota personale. Quando ero ragazzo percorrevo corso Ferrucci per recarmi a scuola e ogni mattina leggevo la targa commemorativa apposta sulla porta d’ingresso della vecchia Fiat-Spa da dove, molti anni addietro, uscivano quei triplani ai quali abbiamo sopra accennato. Essa celebrava il cinquantenario del volo compiuto nel 1909 a Venaria Reale dalla geniale invenzione di Aristide Faccioli. Giaceva lì appesa, sottoposta alle intemperie e al disinteresse dei pochi passanti. Sono lieto di averla riportata all’attenzione di Voi lettori dopo oltre 100 anni dal quel mitico volo.

* Scrittore



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