Notizie | 08 ottobre 2021

La nuova mappa del valore aggiunto

Aosta al quarto posto nella classifica nazionale 2020 con 33.602 per abitante, la provincia di Imperia ultima del Nord Ovest con 20.679

Uno scorcio di Imperia

Uno scorcio di Imperia

Il Covid ha rimescolato la geografia dello sviluppo italiano. Sebbene tutte le province abbiano chiuso il 2020 con il segno meno davanti al dato sul valore aggiunto, a soffrire di più sono stati il Nord (-7,4%), le aree a maggiore vocazione industriale (-7,9%) in particolare dove insistono i sistemi della moda e della cultura, quelle a più elevata presenza di piccole imprese (-7,5% contro una media nazionale del -7,1%). Sul fronte opposto, pur in un contesto di generale contrazione, migliore capacità di resilienza hanno invece mostrato le province del Sud (-6,4%), alcune fra quelle che hanno una elevata concentrazione di imprese che investono nel green o che sono caratterizzate da una forte importanza della blue economy, con una più elevata incidenza della pubblica amministrazione.

Comunque, è a Roma e Milano che si produce il 19,7% dell’intera ricchezza del Paese (+2 punti percentuali rispetto al 2000). E Milano si conferma prima nella classifica provinciale per valore aggiunto pro-capite con 47.495 euro, staccando la capitale di 7 posizioni. Milano rafforza il suo margine di vantaggio con la seconda in classifica, Bolzano (39.299 euro), con uno scarto che sfiora il 21%, mai così alto dal 2012 a oggi. Segue in terza posizione Bologna (35.249).

E’ quanto emerge dall’analisi realizzata dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere sul valore aggiunto provinciale del 2020 e i confronti con il 2019.

Aosta è al quarto posto con 33.602 euro. Per quanto riguarda le altre province del Nord Ovest, ecco le loro posizioni nella classifica nazionale 2020 in base al valore aggiunto per abitante: 11. Genova (30.248 euro), 18. Torino (28.261), 24. Cuneo (27.281), 36. Novara (25.556), 37. La Spezia (25.380), 42. Savona (24.720), 47. Alessandria (23.841), 49. Biella (23.448), 50. Vercelli (23.387), 51. Asti (23.152), 66. Verbania (21.155), 68. Imperia (20.679), ultima del Nord Ovest.

Per quanto riguarda la perdita di valore aggiunto rispetto al 2019, i dati di Unioncamere-Infocamere evidenziano che è stata del 7,3% in Piemonte, 7,6% in Liguria e Valle d'Aosta. Ed ecco le variazioni percentuali per provincia: Torino -7,4, Vercelli -8,4, Novara -7,1, Cuneo -7,3, Asti -3,3, Alessandria -8,7, Biella -7,3, Verbania -5,3, Aosta -7,6, Imperia -6,9, Savona .5,7, Genova -7,7, La Spezia -9,6.

“L’effetto Covid non ha risparmiato nessuna provincia italiana, ma senza la tenacia delle nostre imprese, unita ai provvedimenti del governo, le perdite del valore aggiunto che abbiamo registrato sarebbero state ben più importanti. E anche il sistema camerale, con le iniziative messe in atto, ha certamente contribuito a contenere i danni causati dal lockdown, restando vicino alle imprese e ai territori”. Lo ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Andrea Prete

Dal punto di vista settoriale a essere penalizzate maggiormente sono state le aree manifatturiere (-7,9%). Sono soprattutto quelle a più intensa vocazione nel tessile e abbigliamento (-8,1%) e nella cultura (-7,9% al netto di Roma e Milano) a essere state colpite. Le 16 province nelle quali l’incidenza del tessile abbigliamento è superiore alla media nazionale hanno chiuso tutte quante con un bilancio peggiore della media nazionale (- 9,4% contro il -7,1% medio nazionale) con quattro di queste che hanno registrato perdite in doppia cifra: Rovigo (-11,7%), Macerata (-12,5%), Ascoli Piceno (-11,9%) e Barletta-Andria-Trani (-10,6%).

Sul fronte cultura al netto di Roma e Milano, che costituiscono i due principali poli della cultura italiana, le altre 9 province/città metropolitane che hanno un’incidenza del sistema culturale e creativo superiore alla media nazionale hanno perso il -7,9% (contro un calo del -6,1% delle due principali città metropolitane). Si tratta di Torino (-7,4%), Padova (-8,1%), Trieste (-8,3%), Bologna (-6,5%), Ancona (-6,6%), Firenze (-9,8%), Pisa (- 9,0%), Arezzo (-8,9%), Siena (-9,3%). L’economia blu e verde si sono rilevate armi importanti in diversi territori per limitare i danni della pandemia sulla ricchezza prodotta. Sei province su dieci con la quota maggiore di imprese che hanno fatto investimenti green nel periodo 2016-2020 hanno retto meglio della media nazionale: Novara (-7,1%), Imperia (-6,9%), Varese (-6,0%), Ravenna (-7,0%), Salerno (-3,5%), Campobasso (-7,2%), Isernia (-3,3%) contro il - 7,1% del valore aggiunto nazionale. Mentre le 48 province in cui il peso dell’economia del mare è più elevato fanno registrare cali del -6,6% contro la media nazionale del 7,1% con Livorno (-4,1%), Savona (-5,7%) e Imperia (-6,9%) che sono le province che maggiormente hanno saputo capitalizzare l’elevato peso che il mare ha nel caratterizzare le loro economie.

Le importanti perdite registrate dal manifatturiero si collegano alle problematiche generate dal lockdown con la sospensione di diverse attività che hanno avuto riflessi su intere filiere. Infatti, nelle province in cui è stato maggiore il numero delle attività sospese, si riscontrano le variazioni peggiori: 36 di queste province su 40 complessive interessate dal fenomeno sono nel Centro-Nord. Si tratta di zone produttive che sono state, peraltro, particolarmente colpite dalla pandemia anche dal punto di vista squisitamente sanitario. Al contrario, le province con una quota mediamente più bassa di addetti alle attività sospese, hanno riportato riduzioni inferiori alla media: 22 di queste province su 29 interessate sono del Centro-Sud. Ma le perdite registrate in alcune aree non sono solo l’effetto del lockdown.

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