Libri | 06 ottobre 2021

"Amore e ginnastica", da De Amicis a D'Amico

"Amore e ginnastica", da De Amicis a D'Amico

di Francesco Amadelli*

Solo sei anni dividono l’uscita del romanzo “Amore e Ginnastica” (1892) dal più famoso libro “Cuore” (1886), entrambi di Edmondo De Amicis, eppure il lasso di tempo che li divide pare molto più ampio. Considerato il secondo il capolavoro dello scrittore ligure, ma torinese d’adozione, con il tempo, Amore e Ginnastica verrà rivalutato divenendo un vero gioiello di letteratura nell’Italia post-risorgimentale, nella quale è predominante la ricerca di una connotazione tutta italiana in campo letterario.

Forse perché considerato romanzo breve, differentemente dal più lungo e dettagliato libro Cuore, Amore e Ginnastica rappresenta una svolta nel modo di pensare dell’autore. Egli si allontanerà dagli schemi melensi del primo romanzo per avvicinarsi a visioni più moderne e meno tradizionaliste, ciò anche in politica, arrivando ad aderire alle idee socialiste ritenute più avanzate. Nulla da stupirsi se si pensa al periodo storico nel quale fu scritto e di cui percepiva la trasformazione e il rinnovamento ideologico della società nazionale.

Don Celzani (il Don gli viene attribuito da De Amicis per il suo modo “pretesco” di intendere la vita dopo gli studi in un collegio di sacerdoti e la predisposizione verso la carriera clericale) è il protagonista timido e impacciato del romanzo, avverso alle discipline sportive per cultura familiare e precettore grigio e scialbo in una famiglia di fine ‘800 nella Torino di quel tempo ritenuta compassata ma che cova sotto la cenere pazze idee di cambiamento.

Soltanto recentemente la prosa di De Amicis è stata definita “perfetta”, senza sbavature e mielosità riscontrate in Cuore, ma mirata senza artifici lessicali a presentare la vera eroina del romanzo: la donna. Non una donna qualunque ma una femmina moderna, grintosa e piena di iniziativa, che svolge con passione la sua professione di insegnante di ginnastica, disciplina introdotta da poco nelle scuole italiane e contrastata da famiglie tradizionaliste, poco avvezze ai cambiamenti. La signorina Maria Pedani, questo il suo nome, mette in mostra, sotto le ampie gonne in uso all’epoca, un fisico ben tornito, sodo e robusto tale da suscitare malevoli pettegolezzi sulle sue tendenze un po’ mascoline, causa la stretta amicizia con la sua amica e collega Elena Zibelli.

E a questo punto De Amicis, con la grazia e la leggerezza usuali a quel tempo, induce il lettore a credere che qualcosa di diverso nella maestra Pedani esista veramente. Rinnega la “maestrina della penna rossa”, più mamma che insegnante, per presentare una maestra più evoluta, schietta, all’altezza dei tempi. La donna non è più l’appendice matrimoniale, secondo il concetto imperante a fine ‘800, sarà moderna e trasgressiva con quel tanto di sado-masochismo verso Celzani, l’innamorato respinto, con il quale giocherà al gatto e al topo con gustosa ironia.

Celzani, romaticone impenitente, dovrà soccombere di fronte all’intraprendenza di una figura femminile amorevolmente attraente, pervasa di forte sensualità come la maestra Pedani? Il bacio appassionato schioccatogli sulla bocca nel finale di commedia parrebbe dire il contrario.

Nel 1973, Luigi Filippo D’Amico diresse il film omonimo, girandolo in parte a Torino e in parte a Roma. Non fu un successo commerciale elevato,forse per lo scarso interesse suscitato dal romanzo di Edmondo De Amicis ricordato prevalentemente per lo storico libro Cuore. Torino, riluttante come sempre a mostrare le proprie passioni, neppure stavolta si dimostrò riconoscente verso uno dei suoi figli migliori e non c’è dubbio che De Amicis lo fu, sempre.

Peccato; il film avrebbe meritato molto di più, perché Filippo D’Amico (proveniente dalla famosa famiglia di Silvio e Suso Cecchi) si mosse bene, riproponendo sapientemente l’atmosfera della Torino di fine ‘800. Del romanzo seppe mantenere l’atmosfera non decadentistica, iniettando un leggero sapore romantico consapevole come il pubblico lo avrebbe gradito, pur ritenendolo un po’ lezioso. Sono tempi di materialismo e contestazione, un amore “vecchio stampo” fra un uomo e una donna appare d’antan. Filippo D’Amico tolse la polvere del tempo e offrì un’immagine moderna e disinibita della maestra Pedani, ottimamente interpretata dall’attrice austriaca Senta Berger e da un timido e imbranato Celzani, Lino Capolicchio, perfettamente calato nella parte.

Possiamo considerare la pellicola un’operazione culturale troppo avanzata per i tempi e troppo elevata per un pubblico in via di assuefazione a soggetti ricchi di effetti speciali che sempre più invaderanno le nostre sale. Ne uscirà un film curato nella parte tecnica e fedele al romanzo secondo uno schema di pura cinematografia di cui sentiamo, oggi più che allora, la mancanza. Un’assenza etica e professionale da rimpiangere; bello da rivedere e da gustare pienamente.



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