Curiosità | 02 ottobre 2021

Pastrone, Cabiria, Maciste e il cinema Monviso

Pastrone, Cabiria, Maciste e il cinema Monviso

di Francesco Amadelli

Spesso si usa a sproposito il termine “genio” per indicare una persona intelligente e piena di inventiva; nel caso di Giovanni Pastrone, invece, calza perfettamente. Nato in provincia di Asti, nel settembre del 1882, dimostrò fin da subito sensibilità artistica diplomandosi in violino al locale Conservatorio, dopo essersi diplomato ragioniere. Ancor giovane si trasferì a Torino per essere assunto nell’Orchestra del Teatro Regio, come secondo violino. Nel 1905 viene assunto nella società cinematografica Rossi & C. come contabile oltre che per la sua conoscenza di tre lingue (francese, inglese, tedesco). Nel 1907 diventa direttore amministrativo e, l’anno seguente, assieme a Carlo Sciamengo, ne diverrà proprietario tramutando il nome della società in Itala Film.

Sono anni in cui si avverte fortemente il patriottismo, difatti il termine “Itala” ricorrerà spesso in altre attività come la famosa azienda automobilistica Itala fondata da quell’altro genio che fu Matteo Ceirano. Nacquero nel medesimo periodo ed entrambe a Torino. Nel 1912 venne fondata negli Usa la Itala Film Corporation of America 

Già prima di diventare imprenditore, Pastrone mette in mostra capacità registiche di rilievo con pellicole brevi ma ricche di ambizioni artistiche. Sarà inventore di un congegno in grado di migliorare l’immagine proiettata sullo schermo eliminando tremolii e imperfezioni, abbassando inoltre il numero dei fotogrammi fissati all’epoca in 16 al secondo. Ne “La caduta di Troia” mostra la sua ambizione portando la durata del film a 30 minuti; molto se si pensa che mediamente le pellicole duravano pochi minuti. Il pubblico americano rimase stupito dalla capacità tutta italiana di girare film, benché l’Italia rimanesse all’epoca un Paese di emigrazione. 

La fama e i successi di Pastrone e della Itala Film si ampliano specie all’estero, Francia e Usa in testa, convincendolo a reperire tecnici e attori nei Paesi stranieri più avanzati e preparati del nostro.

Si assicura il comico francese Andre Deed chiamato in Italia “Cretinetti”, con il quale girerà comiche in seguito imitate da altri attori per conto di altre società di produzione cinematografica. Riuscì a convincere il grande attore Ermete Zacconi, molto contrario e critico verso la settima arte, a lavorare per la Itala in due film (Il padre e Lo scomparso). Non conosciamo l’importo dell’ingaggio, ma possiamo immaginare sia stato sicuramente elevato.

Il vero colpo da maestro, Pastrone lo assesta nel 1914 con un capolavoro indiscusso: Cabiria. Oltre tre ore di proiezione e km di pellicola girata convinceranno il famoso regista americano David W. Griffith a seguirne le orme in patria con Intolerance e Nascita di una Nazione. Anche i russi, allo scoppio della Rivoluzione Bolscevica, capiranno che il genere di pellicola è adatta anche alla propaganda sovietica. Ricca di pathos, di risvolti storici, di semplicismo aneddotico ha un forte richiamo sulle masse. Ingaggia Gabriele D’Annunzio per le didascalie, il quale si farà pagare profumatamente: 50.000 lire-oro (epoca nella quale la nostra moneta faceva aggio sull’oro, cioè la lira veniva ricercata dagli investitori e pagata in oro pur di accaparrarsela grazie a un buon andamento economico e a una solidità finanziaria instaurata dalla politica giolittiana). L’operatore fu lo spagnolo Segundo De Chomon, ritenuto il migliore soprattutto come responsabile della fotografia, cioè inquadrature, luci e per l’occasione carrellate.

Fu proprio in occasione di Cabiria che Giovanni Pastrone, adottato lo pseudonimo di Piero Fosco, inventò il “dolly” cioè il carrello sul quale veniva montata la cinepresa permettendo avanzamenti, primi-piano e zoomate (il termine verrà coniato in seguito ma l’ideazione rimane del grande astigiano). D’Annunzio, in uno dei suoi tanti momenti di retorica, definì l’opera “un dramma greco-romano-punico”.

Creò il personaggio di Maciste “l’eroe positivo” per eccellenza, capace di sfidare la morte pur di compiere, con umiltà, gesta umanitarie, senza nulla chiedere in cambio. Verrà imitato sullo schermo migliaia di volte fino ai giorni nostri. Per la parte viene ingaggiato Bartolomeo Pagano, un semplice e bonario camallo, ovvero scaricatore di porto di Genova, muscoloso, ben piantato, alto e dal radioso sorriso riluttante a lasciare la sua città. Alla fine si farà convincere dai suoi compagni di lavoro e diventerà una delle prime celebrità del cinema. Il nome Maciste non è scelto a caso, probabilmente c’è lo zampino di Gabriele D’Annunzio, perché deriva dal greco Màkistos soprannome dato al semi-dio Ercole in seguito adattato a màkros ovvero grande. Molti esterni furono girati in Tunisia, oltre che in Sicilia e sulle Alpi.

Nell’aprile del 1914 il film viene presentato in contemporanea al Teatro Lirico di Milano (divenuto tristemente noto esattamente 30 anni dopo) e al Teatro Vittorio Emanuele di Torino divenuto in seguito dopo vari rimaneggiamenti l’Auditorium G. Rossini della Rai. Fu un successo straordinario.

Pastrone fu, inoltre, un inventore poliedrico non solo nel campo del cinema. Durante la prima Guerra Mondiale mise in funzione un’attrezzatura per il rilevamento e l’individuazione delle batterie nemiche in base al rombo delle cannonate. Il sodalizio con Sciamengo fu forte ma si interruppe bruscamente, causa il suicidio di quest’ultimo, avvenuto nel 1927.

Il cinema nel 1922 stava prendendo un’altra strada, quella che conduce a Roma ormai definitivamente capitale d’Italia. Pastrone lasciò l’Itala per contrasti con la dirigenza, non prima, però, di aver inventato un nuovo tipo di pistone per auto. Il suo ultimo film “Povere Bimbe” non fu il successo sperato poiché risentì molto del suo stato d’animo, divenuto “fosco” come il suo pseudonimo. Ritornò al cinema soltanto nel 1931 in occasione della sonorizzazione del suo capolavoro Cabiria, eseguita da Ildebrando Pizzetti con la “Sinfonia del Fuoco”.

Convinto che le malattie che colpiscono l’uomo si potessero combattere con i moderni strumenti a disposizione della medicina inventò un dispositivo che, nonostante la diffidenza degli uomini di medicina, risolse alcuni casi di tumore. Nel secondo dopo-guerra tentò dapprima di vendere il brevetto alla Sanità Italiana e in seguito, ricevuto un forte diniego, agli americani. Il progetto non andò avanti e Pastrone, sempre più Fosco, di nome e di fatto, nel giugno del 1959 morì a Torino.

Ora permettetemi una nota personale.

Nei primi anni sessanta (non ricordo esattamente l’anno) mio padre, già del mestiere, prese in gestione un piccolo cinematografo dal nome forte e granitico: “Monviso” sito a Torino in corso Palermo, angolo via Lodi, all’estrema (allora!) periferia di Torino, affidando a mio fratello e a me la conduzione domenicale. Era un locale vecchio come lo stabile che lo ospitava ormai scomparso da parecchi anni, sostituito da un ufficio postale. Il quartiere non era dei più tranquilli all’epoca, adesso ancora meno. Mio fratello stava alla cassa e io mi occupavo di strappare la matrice del biglietto (il biglietto elettronico verrà molto più tardi), vendevo aranciate e chinotti di dubbia marca a prezzi di strozzinaggio. Cercavamo di portare avanti un’attività che pareva grandiosa a entrambi sottraendo tempo prezioso allo studio.

Mio fratello, più anziano di me, si occupava di redigere a mano il borderò dopo l’ultimo spettacolo. Il borderò era un grande modulo a più pagine ove, con l’aiuto della carta carbone, si riportava l’incasso in contanti della giornata che doveva combaciare con i biglietti venduti secondo i numeri di matricola riportati sul medesimo biglietto il quale doveva combaciare a sua volta con la matrice che io staccavo e ponevo in un apposito bussolotto. I meno giovani ricorderanno sicuramente la figura muta e in parte misteriosa dello strappa-biglietti, posto davanti alla porta d’ingresso in sala. I conti, le registrazioni, i numeri, le cifre coscienziosamente messe in colonna, ahimè con grande disappunto di mio fratello, non quadravano mai. All’arrivo dell’agente Siae. verso le 22,30. tutto tornava al proprio posto, con grande soddisfazione di mio fratello.

Il cinematografo Monviso era vecchio e lo dimostrava pienamente. L’impiantito era di legno e scricchiolava continuamente, le uscite di sicurezza venivano coperte da ampi tendoni che non avevano mai visto un lavaggio in tutta la loro vita, la cabina di proiezione era al piano di sopra, una specie di piano nobile, era simile a quello che appare nel film “Nuovo cinema Paradiso”.

Cercammo notizie che ci potessero riportare all’anno di inaugurazione e alla storia del locale, perché econteneva un particolare che ne faceva un autentico cimelio dell’arte cinematografica: era dotato di due piccole salette comunicanti fra loro per un totale di circa 300 posti nelle quali si proiettava contemporaneamente lo stesso film con un’unica pellicola e un unico proiettore. Inaudito! Come poteva accadere un tale miracolo? Nel vano praticato fra le due salette resisteva da tempo immemorabile una grande stufa in ghisa da accendere d’inverno dato che al cinema allora andavano famiglie intere e si passava la domenica con figli e parenti, anche mangiando. Si trattava evidentemente di immigrati la cui casa era priva di riscaldamento.

A Torino i locali di questi tipo, cioè a due sale, resistettero ancora per alcuni anni, soppiantati in seguito da cinematografi ampi e capienti (erano gli anni del cinemascope seguiti dal Dolby-Stereo).

All’inizio del XX secolo, appena inventato il cinema, non esistevano sale adatte a contenere tutti gli spettatori, quindi si faceva ricorso a sale già esistenti divise da un muro portante della casa perciò non demolibile. Già, ma come proiettare in contemporanea su due schermi?

L’invenzione, semplice e geniale, forse dello stesso Giovanni Pastrone, consisteva nel far passare il fascio di luce uscente dal finestrino della cabina di proiezione attraverso un prisma che sdoppiava l’immagine. La principale proseguiva verso lo schermo della prima sala, la seconda veniva sdoppiata ad angolo retto e, attraverso un foro praticato nel muro portante del palazzo di cui abbiamo accennato, finiva nella seconda sala, batteva contro uno specchio appeso al muro e rimbalzava verso lo schermo della seconda sala. Complicato? Niente affatto! Geniale, direi, una specie di effetto domino applicato all’immagine cinematografica. Di tutto ciò non esiste più nulla, dato che il cinemascope e altre diavolerie del genere resero impraticabile quella diabolica invenzione.

Un giorno un anziano signore, senza che lo interpellassimo, si avvicinò a noi e ci disse che quel cinematografo fu inaugurato ai primi del ‘900, non ricordava l’anno esatto, intervenne anche la Banda Musicale del Comune di Torino con il sindaco dell’epoca. C’era una gran ressa, tutti desideravano entrare per vedere dei filmetti della durata di pochi minuti. “Il Cinema Monviso – aggiunse – fu il secondo cinema di Torino (i vecchi piemontesi al tempo pronunciavano la parola con l’accento sulla “E” sicchè veniva fuori un suono abbastanza ridicolo di “cinèma”). Poco tempo dopo proiettarono le comiche, quelle che facevano tanto ridere, le comiche di Cretinetti. Feci la coda per vederle, mi sentii felice quel giorno, mi senti un po’Cretinetti anch’io”.

L’anziano signore ci fece un bel sorriso, si voltò e non lo vedemmo più. Mio fratello ed io lo guardammo in silenzio mentre si allontanava. Rimanemmo come due “Cretinetti”.



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