Storia & storie | 29 settembre 2021

Carlo Felice Trossi e quel bolide del 1935

Carlo Felice Trossi e quel bolide del 1935

di Francesco Amadelli

Nel 1908 nasce, a Biella, Carlo Felice Trossi, dal conte Felice Trossi e da Clementina Sella, figlia di Vittorio Sella politico, scienziato e fondatore fra le altre cose del Cai-Club Alpino Italiano. Carlo Felice Trossi fu un ardimentoso pilota di auto da corsa, un appassionato di meccanica e nobile, di famiglia e d’animo. Discende da una facoltosa famiglia di imprenditori lanieri, molto impegnati a continuare l’attività nella zona di Biella ricca di acque generatrici di energia per i tanti opifici di proprietà e per un concetto sociale dell’azienda proiettata a fornire benessere economico ai dipendenti oltre che tranquillità e mezzi di sussistenza moderni e salubri tali da permettere la creazione di un forte legame fra l’impresa e le maestranze. Molti anni dopo lo stesso concetto animò un altro imprenditore: Adriano Olivetti. La sua idea non si concretizzò, dato che i tempi erano cambiati radicalmente a tutto vantaggio di un forte sindacalismo volto più a dividere gli animi piuttosto che a unirli.

Il padre Felice, figlio unico, viaggiò molto per l’Europa acquisendo vasta esperienza e la conoscenza delle lingue che porteranno l’azienda ai vertici della produzione laniera di qualità nel mondo. Diede il via alla bonifica di vasti terreni in Toscana e nel Lazio, fondò uno stabilimento avicolo nel castello di famiglia a Gaglianico, si adoperò costantemente in campo sociale fino a fondare villaggi abitativi per i propri dipendenti portanti il suo nome e all’interno dei quali sorgevano scuole, asili, infermerie e attività ricreative (palestre, cinematografi, biblioteche, società sportive e associazioni per la cura di invalidi).

Soleva dire “i guadagni dell’industria devono ridondare a beneficio dei lavoratori”; la nobiltà d’animo ereditata dagli antenati la trasmise al figlio Carlo Felice. Altri furono gli imprenditori impegnati nel sociale fra i quali Abegg e Napoleone Leumann, anch’essi operanti nel campo delle filature. Nel gennaio del 1922 perse la vita in un incidente d’auto nel quale, causa l’elevata velocità (passione ereditata in seguito dal figlio), fu sbalzato dalla vettura assieme all’autista, rimasto miracolosamente incolume.

Il figlio Carlo Felice non si occupò molto della gestione dell’azienda, troppo preso dalla meccanica e dalle corse automobilistiche. Ne vinse parecchie nella sua breve vita, fu anche motonauta e si distinse soprattutto nelle corse in montagna nella categoria voiturette fra cui il Chichibio ideato dall’ingegnere Monaco con il quale collaborerà alla realizzazione di una vettura particolare. Fu protagonista indiscusso alle varie edizioni del G.P. di Tripoli, ebbe una vita sportiva intensa e si dimostrò sempre un gentleman driver composto e mai polemico. La Piaggio si avvalse della sua consulenza nella progettazione dello scooter Paperino allorquando trasferì gli stabilimenti da Pontedera a Biella per salvare la produzione dai bombardamenti. Finì la sua carriera con la vittoria a bordo di Alfa Romeo nel G.P. d’Italia a Monza nel 1947 e nel G.P. di Svizzera nel 1948. Causa un tumore, morì l’anno seguente.

Con l’ingegnere Monaco costruì una vettura con motore radiale cioè con una doppia fila di 8 pistoni ciascuno aventi la camera di scoppio solidale. Il propulsore era fissato anteriormente e copriva buona parte della visuale di guida, i 4 tubi di scarico si andavano a raccordare sotto la carrozzeria in un unico collettore. La cilindrata sfiorava i 4.000 cc con 250 CV di potenza che scaricavano tutta la loro energia sulle ruote anteriori di diametro maggiore rispetto alle posteriori, per la carrozzeria si fece molto uso di manganese e molibdeno - vera novità per l’epoca - mentre l’enorme impianto frenante idraulico sulle 4 ruote prevedeva cerchi da 31” anteriormente e 27” posteriormente. La vettura si presentava come un aereo privo di ali capace di una velocità prossima ai 250 km/h. Il senatore Agnelli appoggiò il progetto e in parte lo finanziò abbandonandolo in un secondo tempo quando si dimostrò che la vettura mise in evidenza gravi problemi di tenuta e di surriscaldamento. Nel 1954 la Fiat riprese alcune idee d’avanguardia fra le quali la vettura a turbina cioè equipaggiata con motore a reazione ma anch’essa fu un fallimento perché troppo avveniristica. Si giunse così al G.P. d’Italia del 1935, la vettura Monaco-Trossi fu iscritta ma non partecipò causa problemi irrisolvibili di calore e soprattutto di cattiva ripartizione dei pesi, troppo sproporzionati anteriormente che portavano l’auto a un sottosterzo elevatissimo rendendola non manovrabile. Troppo pericolosa, fu sentenziato. La vettura rientrò al castello di Gaglianico e di essa si  fece dono al Museo dell’Auto di Torino da parte della vedova del conte Felice Trossi.

Del nobile conte Trossi rimangono le molte opere di beneficenza compiute a favore dei poveri e dei malati tanto che una parte dell’Ospedale di Biella è dedicata a lui e la provinciale che collega Biella a Vercelli porta il suo nome: strada Trossi.

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