Storia & storie | 17 settembre 2021

Torino-Trieste, quel primo volo civile (1926)

L'idroscalo di Torino nel 1926

L'idroscalo di Torino nel 1926

di Francesco Amadelli

“Pronto, pronto, qui idroscalo di Trieste, prego rispondete” il messaggio via radio viene ripetuto. “Qui idroscalo di Trieste, prego rispondete”. Davanti al radiotelegrafista, in piedi, sta Oscar Cosulich, primo presidente della Sisa società italiana servizi aerei, è il 1° aprile 1926. E’ nervoso e ne ha tutte le ragioni. La giornata è storica e il contrattempo rischia di far saltare l’inaugurazione del primo volo civile predisposto in Italia, da lui fortemente voluto e sovvenzionato. Al varo delle navi, di cui è armatore e proprietario attraverso la Compagnia di navigazione che porta il suo nome, c’è abituato; ma il battesimo dell’aria di una linea aerea è un altro paio di maniche.

“Qui idroscalo di Torino, qui idroscalo di Torino, sono le ore 10,35 e siamo pronti per il decollo che avverrà fra mezz’ora circa. Il cielo è sereno con un leggero vento da nord-ovest che non disturberà il volo, l’atterraggio intermedio all’idroscalo di Pavia è previsto dopo circa un’ora di volo. I due idroplani sono pronti, l’equipaggio composto di due persone è pronto per le operazioni di decollo, i passeggeri stanno finendo di imbarcarsi, la posta e il carico sono già stati stivati. Prego confermare vostra disponibilità al decollo. Passo”

“Mi passi il microfono, parlo io” ordina Cosulich al radiotelegrafista che esegue immediatamente. “Pronto, pronto, sono Oscar Cosulich dall’idroscalo di Trieste al molo Audace, mi passi subito per favore il colonnello Tacchini, è prioritario”. “Attenda prego”, segue un fruscio con un rumore indefinibile composto di voci umane e un leggero tramestio. “Pronto, sono il colonnello Tacchini, l’ascolto presidente Cosulich. Qualcosa non va?”. “Buongiorno colonnello, sono Cosulich, la chiamo per informarla che le condizioni del tempo non sono cambiate, quello che è cambiato è il vento forza circa 30 nodi da nord-est, quello che qui a Trieste chiamiamo “boretta” che ci impedisce di far decollare i due idroplani”.

“Presidente Cosulich – la voce del colonnello Tacchini comincia a tradire un certo nervosismo – è necessario che le due coppie di idroplani salgano quasi contemporaneamente, possiamo far ritardare la partenza da Torino ma un ritardo da Trieste, nel caso il vento rinforzasse, metterebbe in pericolo l’intera missione. Tenga presente che il Duce in persona sarà all’idroscalo di Pavia, nella sosta intermedia. Cosa consiglia lei, Presidente? Lei è presidente della prima linea aerea civile italiana ma l’organizzazione è stata affidata, almeno parzialmente, alla neo-nata Arma Aereonautica.”

“Colonnello, non precipitiamo. Sto usando un verbo che potrebbe sembrare non di buon auspicio ma lo faccio per scaramanzia. In ogni caso ho già pronto un piano di riserva”. Cosulich parla con moderazione per non suscitare agitazione nel suo interlocutore.

All’idroscalo di Torino, sul fiume Po, fra il Ponte Isabella e il Ponte Umberto I, il Colonnello riprende il microfono. “Cosulich, la prego, mi esponga velocemente il piano di cui mi parlava, non possiamo ritardare oltre, passo”. La voce del Colonnello risuona nel piccolo ufficio di Trieste.

“Colonnello Tacchini, provvederò personalmente a far trainare i due CANT10 fino a Portorose, pochi chilometri da Trieste e li faremo partire di lì. La baia è protetta, vedrà che tutto andrà come previsto. Intanto farò portare le autorità nella cittadina istriana. Il ritardo sarà minimo, non si preoccupi. Avevamo già congegnato un piano alternativo in caso di necessità (è una bugia, ma Cosulich sa come convincere le persone). Ci sentiamo più tardi appena decollati gli idroplani, passo e chiudo. A Noi.” “Bravo Cosulich, confido in lei. Passo e chiudo. A Noi.”

Il lettore ci perdonerà se abbiamo fatto ricorso a una conversazione forse fantasiosa ma sicuramente realistica avvenuta quel 1° aprile 1926 fra il presidente della Sisa. Oscar Cosulich, a Trieste e il colonnello Tacchini, a Torino, per decidere come dare il via al primo volo civile in Italia. L’Arma Aereonautica è stata fondata tre anni prima e “il mezzo più pesante dell’aria” cioè in contrapposizione al dirigibile si sta mostrando prevalente. Giornalisti, autorità civili e militari prenderanno posto a bordo della doppia coppia di aerei CANT10 (Cantieri Navali Triestini) in procinto di partire per il volo inaugurale da entrambe le città con scali intermedi a Pavia e Venezia. Nell’idroscalo della città lombarda sul Po li aspetta il Duce Benito Mussolini per esaltare il genio dei progettisti e delle maestranze italiane e rafforzare inoltre l’immagine del fascismo. Fascino e orgoglio quel giorno vanno a braccetto con buone motivazioni trattandosi di una novità assoluta per l’Italia e fra le prime in Europa. Si consideri che il volo transoceanico di Lindberg avverrà l’anno seguente contribuendo a rafforzare la convinzione che l’aereonautica avrà un futuro inimmaginabile in tutto il mondo.

L’utilizzo di una doppia coppia di aerei nasce dalla necessità di trasportare il maggior numero di autorità (tre per unità, quando la capienza massima è di quattro, oltre a due persone di equipaggio). Le prove sono iniziate nel 1924 e non si registrano inconvenienti o incidenti tali da far desistere il regime dal rinunciare all’impresa. L’idea è stata di Oscar Cosulich, capace di battere sul tempo tutti coloro intenzionati a creare una linea aerea di voli civili. La scelta obbligata cade sugli idrovolanti biplani con scafo centrale (allora definiti idroplani) CANT10 usciti dai cantieri navali dello stesso Cosulich e montano motori Fiat a 6 cilindri in linea da 300 CV, lunghezza poco più di 10 metri, apertura alare circa 13 metri e peso a vuoto di 1.550 chili.

Il senatore Giovanni Agnelli non parteciperà al volo ma sarà presente all’idroscalo di Torino sul Po assieme ad altre autorità. La mancanza di aeroporti adeguati obbliga i progettisti a utilizzare laghi e fiumi per le operazioni di decollo e atterraggio (Desenzano e Bracciano diverranno leggendari).

Cosulich si avvicina alle autorità accanto al molo Audace, (così chiamato in onore della prima nave italiana entrata nel porto di Trieste al termine del primo conflitto mondiale a sancire come la città, liberata dal giogo austriaco, sia ormai inequivocabilmente nostra) fa sfoggio di una calma olimpica. Ad annullare la cerimonia non ci pensa neppure, si chiede perché la scelta della data sia caduta sul 1° aprile come fosse un pesce o una beffa del destino, tranquillizza gli astanti solo dopo aver dato disposizioni al segretario di far convergere urgentemente il maggior numero di vetture aziendali e di piazza per trasportare i prestigiosi ospiti a Portorose. I due idroplani vengono agganciati a due motoscafi potenti e veloci diretti nella stessa località. Il decollo subirà un ritardo di circa due ore ma tutto andrà come previsto e arriveranno a Pavia verso le 15, dopo una sosta a Venezia. Il nome Cosulich è salvo.

I due CANT10 partiti da Torino arriveranno a Pavia poco prima delle 12. La Sisa ha mantenuto le promesse. In verità solo uno dei quattro aerei compì il volo in quel medesimo giorno, gli altri lo porteranno a compimento il giorno seguente causa alcuni piccoli inconvenienti.

Subito inizia il regolare servizio di linea con tre voli a settimana con partenza sincronizzata alle 11 e arrivo poco dopo le 16. Il prezzo del biglietto è proibitivo per il portafogli di molti italiani dato che costa, secondo le cronache del tempo, circa 350 lire. Il confort a bordo è pressoché inesistente e perciò viene dato a ciascun viaggiatore una coperta, una borsa di gomma con acqua calda e cotone per le orecchie non abituate ai forti spifferi d’aria; durata dell’intero volo (a vista e non strumentale) circa tre ore e mezzo, in otto anni di servizio trasportò circa 60.000 persone. Quanta strada da allora!!

Nel 1934 la Sisa venne assorbita dalla San (Società Aerea Mediterranea) divenuta poco dopo Ala Littoria con collegamenti internazionali fino a Marsiglia e il Medio Oriente e nazionali fino a Genova, Bari, Roma. Fu l’inizio di un’epopea meravigliosa fatta di conquiste e purtroppo anche di incidenti alla quale parteciparono nomi di altissimo spicco nel campo dell’Aereonautica che culminò nel 1933 con le trasvolate atlantiche compiute con idrovolanti al comando di Italo Balbo.

Dell’impresa del 1926 rimane a ricordo sul lungo Po a Torino una lapide eretta nel 1956 della quale l’Amministrazione comunale pare essersi dimenticata, supponiamo per motivi di pura convenienza politica. Le lapidi, avranno pensato, vengono poste in onore dei morti, meglio quindi non farli rinascere.



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