Curiosità | 13 settembre 2021

Cinema, quando il critico era Mario Gromo

Una scena di "Bellezze in bicicletta" (da Wikipedia)

Una scena di "Bellezze in bicicletta" (da Wikipedia)

nndi Francesco Amadelli

Era il terrore dei produttori e dei noleggiatori cinematografici, non faceva sconti a nessuno, le sue critiche erano le forche caudine sotto le quali passare con la certezza che il giorno seguente sul quotidiano La Stampa di Torino la recensione non sarebbe stata benevola anzi spesso riceveva una “stroncatura”. La conseguenza inevitabile ricadeva sulla scelta compiuta dagli spettatori torinesi, molto più severi di quanto lo siano oggi.

Il direttore del quotidiano torinese nel 1951 era il mitico Giulio De Benedetti facente parte di una nutrita schiera di giornalisti inflessibili, dalla forte personalità, tagliato su misura per La Stampa, il giornale subalpino discendente da quella Gazzetta Piemontese fondata nel 1867 con il motto “Frangar non flectar” ovvero “Spezzarsi non piegarsi”. La Capitale d’Italia era Firenze e dopo pochi anni fu trasferita a Roma. Lo spirito risorgimentale dopo il secondo conflitto mondiale era ancora vivo e rimarrà tale per diversi anni fino a scomparire totalmente.

La proprietà del giornale nella persona di Vittorio Valletta gli aveva imposto due condizioni: recuperare i lettori di sinistra (operai e impiegati della Fiat in primo luogo) dediti alla lettura dell’Unità, quotidiano del Partito Comunista Italiano e quindi superare nelle vendite la Gazzetta del Popolo, storico e ancora rimpianto quotidiano torinese, vera palestra per tanti giornalisti di spicco negli anni seguenti.

Mario Gromo si attenne scrupolosamente alle direttive del suo Direttore anche quando…. Ma non precorriamo i tempi. Nato a Novara nel 1901 si era arruolato volontario nel 1918 per combattere sul Carso. Nel 1922, rientrato a Torino, si laureò in legge esercitando per breve tempo la carriera avvocatizia. Fondò assieme a Giacomo Debenedetti la rivista Primo Tempo e, in seguito, collaborò a un’altra rivista “Il Baretti” di Pietro Gobetti. Ciò ci permette di comprendere subito quali furono le sue idee e la sua militanza politica.

Nel 1927 diede inizio alla collaborazione con i Fratelli Ribet scrivendo per la Collana Scrittori Contemporanei con nomi del calibro di Guido Piovene e Corrado Alvaro. Pubblicherà dei romanzi e scritti di viaggio come Taccuini Giapponesi nei quali riprese alcune annotazioni di Fosco Maraini (padre di Dacia, scrittrice) che del paese del Sol Levante fu estimatore e apprezzato antropologo.

Dopo la seconda Guerra Mondiale ricevette da De Benedetti l’incarico di curare la rubrica cinematografica del giornale. Ebbe in seguito altri incarichi all’interno del quotidiano, dopo aver inculcato nella mente degli altri redattori il medesimo rigore che lo aveva sostenuto fino all’anno della sua prematura morte, avvenuta nel 1960. Scrisse altri romanzi oltre a una storia del cinema italiano dalla nascita fino agli anni ’50. A Mario Gromo è dedicata la Biblioteca all’interno del Museo del Cinema di Torino.

E’ il 1951 allorquando esplode nelle sale cinematografiche italiane il fenomeno Silvana Pampanini, grazie al film che le darà la fama: Bellezze in bicicletta. La sua bellezza era emersa in occasione del titolo di Miss Italia 1946, vinto a furor di popolo ex-equo con un’altra concorrente. Sarà l’inizio della sua carriera durante la quale non le mancheranno gli spasimanti (più numerosi dei mal di testa, soleva dire) sia italiani sia stranieri. Non sappiamo quando iniziò “l’affettuosa amicizia”, come si diceva all’epoca, fra la diva romana e Mario Gromo della quale si vociferò per diverso tempo fino a divenire una certezza.

Il film arrivò anche in Piemonte preceduto da un accorta campagna pubblicitaria mentre gli echi del conflitto mondiale si stavano allontanando e gli italiani ricominciavano a sentire il desiderio di divertirsi. Con la sceneggiatura del collaudato duo Marchesi e Metz e la regia di Carlo Campogalliani si mise in cantiere un film che in altri tempi sarebbe stato definito un prodotto di bassa qualità. Bastarono le gambe e la prorompente bellezza di Silvana Pampanini e di una scatenata Delia Scalia per decretarne il successo al quale contribuì fortemente anche la canzone della colonna sonora; qualcuno ricorderà ancora le parole: “Ma dove vai bellezza in bicicletta / Non aver fretta, resta un poco sul mio cuor / Lascia la bici prendi i miei baci / E’ tanto bello far l’amor”.

La formula fu azzeccatissima e gli incassi al botteghino alti. Il film si classificò al decimo posto nella classifica dei più visti senza con questo entrare nella storia del cinema italiano del quale non rappresentò alcun modello da imitare nel tempo; in esso prevaleva la bellezza delle due ragazze, la spontaneità e l’allegria. La trama è del tutto ininfluente in quanto banale: Silvana e Delia (le due attrici recitarono con il loro nome) vorrebbero entrare nella compagnia di rivista di Totò ma vengono ingannate, sono costrette a fuggire e un mattino si ritrovano davanti ad una caserma e scambiate per reclute. Per fuggire si iscriveranno a una gara ciclistica. La loro fuga continuerà fino a Bologna, Delia potrà sposare il suo Aroldo (Aroldo Tieri) e Silvana il suo Giulio. E tutti vissero felici e contenti. Di una semplicità che sfiora la stupidità.

Mario Gromo, uomo di cultura che mal si adattava a recensire film di questo genere, si trovò così davanti ad un bivio: seguire gli impulsi dell’amore o decretare impietosamente la scarsezza della pellicola? Di mezzo c’era quella Silvana Pampanini in fase d’ ascesa in Italia e all’estero (in Francia fu denominata Ninì Pampan) la quale non avrebbe gradito certamente, assieme alla produzione, una critica sfavorevole.

La bicicletta, concepita come mezzo di locomozione nonché come mezzo di seduzione, aveva avuto i sui punti di forza grazie a Vittorio De Sica nel 1948 con “Ladri di biciclette” e nel 1932 con “Gli uomini che mascalzoni” e rappresentava all’epoca uno strumento di giovanile svago utilizzato per innamorarsi.

Ci volle una settimana perché due quotidiani italiani pubblicassero la critica: sul Corriere della Sera Arturo Lanocita scrisse “uno dei tanti film che combinano comicità maschile e gambe femminili, secondo una formula che non dà luogo ad alcun rilievo in sede di giudizio d’arte. Attendersi che pellicole simili esprimano un concetto è come aspettarsi che un gatto ruggisca”. Impietoso ma realistico.

E Mario Gromo? Possiamo immaginare il contrasto creatosi nel suo animo per la scelta che pareva obbligata. Si scelse una formula di compromesso cioè una recensione redazionale priva di firma che così si esprimeva “filmetto di tutto riposo, rimpinzato di equivoci, dilettantesco in cui prevalgono la barzelletta e la smorfia”. Si evitò la stroncatura facendo leva sul macchiettismo tipico della comicità italiana dai tempi di Ettore Petrolini fino ai giorni nostri. Il film annoverava artisti di richiamo come Peppino De Filippo, Renato Rascel e Carlo Croccolo, quest’ultimo utilizzato troppo spesso in parti secondarie e di scarso spessore mentre sarebbe stato degno di un maggior apprezzamento. In seguito la pellicola fu rivalutata dalla stampa e fu girato un sequel con altre attrici: “Bellezze in motoscooter”. Era l’Italia del 1951, semplice, ingenua e credulona ma capace di rialzarsi con le proprie forze.



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