Storia & storie | 08 settembre 2021

Albino, la Carica eroica e il Savoia Cavalleria

Albino, la Carica eroica e il Savoia Cavalleria

di Francesco Amadelli

Si parla, in questi giorni, di un cavallo di nome Albino, che fece parte del Reggimento Savoia Cavalleria nella famosa carica di Isbuscenskij, il 24 agosto 1942, durante la Campagna di Russia delle nostre truppe. Rimase ferito a un occhio e a una zampa, ciononostante fu riportato in Italia dopo una lunga ritirata ove morì di vecchiaia e, caso unico, fu beneficiario di una pensione erogata dallo Stato italiano. Il suo corpo imbalsamato è ora esposto nel museo del Reggimento Savoia Cavalleria di stanza a Grosseto.

Il Savoia Cavalleria ha una lunga storia strettamente legata al Piemonte e a Pinerolo, ove fu di stanza ripetutamente fin dalla sua fondazione avvenuta nel 1692. Si distinse nell’assedio di Torino del 1706 (quello di Pietro Micca per intendersi) guidata dallo stesso Duca Vittorio Amedeo II, che battè i francesi nelle battaglie di Madonna di Campagna e Lucento (oggi popolosi quartieri di Torino).

Per tutto il secolo XVIII fece parte dell’Armata Sarda e pare che proprio in occasione della battaglia di Guastalla contro gli spagnoli sia nato il grido “Savoia” lanciato per comandare la carica. Il Reggimento fu sciolto dall’obbligo di quest’ordine il 2 giugno 1946 con la proclamazione della Repubblica Italiana. All’arrivo di Napoleone nel 1796, nel corso della prima Campagna d’Italia, il Reggimento fu sciolto per essere ricreato nuovamente nel gennaio del 1815, quando le sorti dell’Imperatore francese erano già segnate.

Il Risorgimento è strettamente legato al Piemonte e alle sorti dei Savoia divenuti Re d’Italia. Due vittorie a Pastrengo e Goito nella I Guerra d’Indipendenza ma una sconfitta a Novara nel 1849. Si battè con valore e riacquistò fama in occasione della II Guerra d’Indipendenza e nel 1860 assunse ufficialmente la denominazione di “Savoia Cavalleria”, già “Corazzieri di Savoia”.

Le decorazioni insignite a questa Unità sono moltissime a seguito di tante battaglie combattute nella III Guerra d’Indipendenza del 1866, nella presa di Roma nel 1870, nella Guerra d’Etiopia del 1895. Nella I Guerra Mondiale arrivò a liberare Udine e a espandersi lungo tutto il Friuli. Verrà sciolto dopo la II Guerra Mondiale entrando nel Corpo Blindati. Il cuore del reggimento però è legato alle sorti e alla storia del Piemonte e i molti encomi e decorazioni ne sono la testimonianza tangibile.

Dopo il conflitto le Forze Armate italiane non accettarono le molte critiche provenienti da più parti secondo le quali, ingiustamente e immeritatamente, si sarebbero comportate con disonore nel corso dei vari eventi bellici fra i quali la Campagna di Russia.

Per riportare la verità, lo Stato Maggiore dell’Esercito richiamò il regista Francesco De Robertis, non nuovo a opere cinematografiche di ambiente militare, prive di retorica ma ricche di umile eroismo (vedasi “Uomini sul fondo” del 1941 con l’aiuto di Roberto Rossellini anch’egli impegnato l’anno seguente nel film la “Nave Bianca”, entrambi girati previo accordo con la Marina Militare Italiana). La pellicola fu girata negli studi della Lux a Roma e nel 1952 il film “Carica Eroica” fu proiettato per la prima volta nelle sale cinematografiche italiane.

Questa volta però si trattava di riportare l’onore messo in dubbio da molti denigratori nei confronti dei militari deceduti sul fronte russo, in particolare il Reggimento Savoia Cavalleria, artefice della famosa carica contro le soverchianti truppe sovietiche a Isbuscenskij ove rimasero sul terreno molti dei nostri, alcuni dei quali insigniti di Medaglie al Valor Militare. Fu un episodio di vero eroismo ma De Robertis, sensibile ai nuovi umori post-bellici del pubblico italiano, ritenne opportuno inserire un episodio d’amore fra un nostro ufficiale e una ragazza russa interpretata dall’attrice finlandese Tania Weber (chiedere la partecipazione di una attrice russa a quel tempo sembrò sconveniente e sicuramente le autorità sovietiche non lo avrebbero permesso).

Secondo la trama, i nostri militari dimostrarono tolleranza verso la popolazione venendone ricambiati fino all’ordine di attaccare il nemico e immolarsi a sciabola sguainata. Atti di valore ce ne furono molti in realtà ed era giusto che si ristabilisse la verità storica. In parti secondarie apparvero Domenico Modugno, Franco Fabrizi e Gigi Reder.

La filmografia di Francesco De Robertis viene considerata anticipatrice del neo-realismo per il taglio documentaristico che seppe conferire alla scene lavorando a lungo in sede di montaggio. Anche la critica straniera lodò la sua opera facendo notare come troppo spesso si ricorresse a canzoni e musiche un po’ melense per un film di guerra.

Contrariamente a quanto affermato da più parti il nostro Cavallo “Albino”, reduce da quella sfortunata battaglia, non ispirò Spielberg quando diresse “War Horse” nel 2011. Ci fu un altro cavallo che sopravvisse a un’azione di guerra. Di esso non conosciamo il suo nome ma nell’esplosione della prima bomba atomica su Hiroshima fu scaraventato a decine di metri di distanza, rimase ferito, riuscì a rialzarsi e pochi giorni dopo fu preso da un contadino mentre vagava nei prati della città nipponica. Per il forte spavento subito il suo pelo divenne completamente bianco cioè albino. Le due povere bestie rimasero accomunate dal conflitto, dal nome albino dell’uno e dal colore albino dell’altro. Entrambe giacciono imbalsamate in due diversi musei, testimoni di un furioso periodo di pazzia mondiale.

Il film ebbe un discreto successo e lo Stato Maggiore dell’Esercito rimase soddisfatto.



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