Storia & storie | 27 agosto 2021

I pittori (dimenticati) della Scuola di Rivara

Pittori della Scuola di Rivara

Pittori della Scuola di Rivara

di Francesco Amadelli*

Nella cittadina canavesana di Rivara, pochi chilometri da Torino, nacque attorno al 1860 una scuola pittorica della quale entrarono a far parte pittori di richiamo, alcuni dei quali poco conosciuti ai frequentatori di mostre e gallerie d’arte. Ci dissociamo dalla definizione che i “sapienti” diedero al movimento pittorico declassandolo a cenacolo, quasi fosse un incontro di buontemponi perditempo dediti a riunioni goliardiche fini a se stesse.

La Scuola di Rivara nasce con intenti ben precisi, grazie alla magnanimità del banchiere Ogliani, cognato di Pittara, vero deus ex machina del movimento artistico, desideroso di mettere a disposizione di giovani artisti la villa da poco acquistata. L’esperienza durerà circa 20 anni, con fasi alterne e porterà i componenti, per motivi di studio o di lavoro, sia all’estero che in Italia, sempre attratti ogni anno dalla cittadina fonte preferita di ispirazione per le loro opere. I loro ritorni non nascono tanto dalla nostalgia verso quel luogo ameno e tranquillo quanto dal piacere di portare in evidenza le conoscenze acquisite a contatto con altri artisti.

In Francia la scuola di Barbizon e l’incontro con Corot saranno decisivi per alcuni di loro mentre in Italia, a Volpiano in provincia di Torino, sarà il contatto con Fontanesi a infondere una svolta di rottura con la pittura tradizionale e convenzionale nella quale sarà il paesaggio, piuttosto che il metodo usato per descriverlo, a divenire preponderante allo sguardo del visitatore. Si utilizzerà un verde nuov,o denominato “Verde Rivara”, che connoterà la loro pittura.

Carlo Pittara (molte sue opere sono esposte alla GAM di Torino) ne è l’indiscutibile fondatore e animatore. L’intento è quello di dipingere il naturale, en plein air, diversamente dal paesismo tardo romantico presente fino a quel momento. Ernesto Bertea, Vittorio Avondo, Federico Pastoris assieme ovviamente a Carlo Pittara sono gli iniziatori di questa nuova esperienza che non godette dell’appoggio iniziale dei critici, troppo legati a schemi del passato.

Carlo Pittara (1835–1891) viaggerà molto per l’Europa, soprattutto in Svizzera, alla scuola di vari pittori di ispirazione romantica. Si specializzerà nella raffigurazione, forse con troppo realismo fotografico, di animali in un contesto agricolo e bucolico facendo intravedere un aspetto sociale dei suoi dipinti. Soffrirà l’avversione dei critici dell’epoca, la sua arte verrà fuori alla distanza e nel secondo dopoguerra il grande critico Marziano Bernardi così si riferirà a lui: “narratore pacato, di bel respiro” . Insomma il paesaggismo en plain air appreso a Parigi e Ginevra lo accompagnerà durante tutta la vita. L’Amministrazione comunale di Torino ha dedicato a lui una via.

Vittorio Avondo (1836–1910) si dimostrerà un artista eclettico, studioso dell’arte antica e archeologo, viaggerà molto anch’egli per l’Europa, verrà a contatto con i primi impressionisti francesi come D’Aubigny, con lo svizzero Calame a Ginevra. Fu avversato inizialmente dalla critica che giudicò la sua pittura come “avveniristica”. Dovette spostarsi a Firenze e a Roma da cui iniziò la sua fama grazie ai molti dipinti della campagna romana. Quando ritornerà a Torino sarà già pittore affermato e gli verranno affidati alcuni incarichi di prestigio dall’Accademia Albertina e dal Circolo degli Artisti. Acquisterà e farà restaurare il castello di Issogne, in Val d’Aosta; verrà chiamato per seguire i lavori di costruzione del Borgo Medievale di Torino assieme a D’Andrade; nel 1890 verrà nominato direttore del Museo Civico di Torino, carica che terrà fino alla sua morte nel 1910. La sua attenzione era rivolta essenzialmente alla luce tanto da giungere a esprimere nel corso dei suoi dipinti una frase in piemontese “Mac pi ‘l cel” ovvero “Soltanto più il cielo” intendendo così come la sua più intima soddisfazione risiedesse nella ricerca e riproduzione della luce proveniente dal cielo. L’Amministrazione Comunale di Torino, in anni non recenti, gli ha dedicato una via.

Federico Pastoris, Conte di Casalrosso, (1837–1888) è a Parigi che si forma frequentando la Scuola di Barbizon, punto di riferimento e d’ispirazione per la Scuola di Rivara. Pittore di grandi vedute artistiche si specializzerà anche nell’arte dell’incisione dietro la spinta di Antonio Fontanesi; amerà le vedute agresti e avrà una forte predilezione per l’architettura e le vedute di natura medievale, la stessa dalla quale Giuseppe Giacosa trarrà l’opera teatrale “Una Partita a scacchi” dedicandogliela. Arriverà. a seguire D’Andrade e Avondo, nel restauro e nella costruzione del Borgo Medievale, sorto a Torino in occasione dell’Esposizione generale del 1884. Al Caffè Michelangelo di Firenze verrà a contatto con i Macchiaioli primo fra tutti Telemaco Signorini. Diverrà in seguito Soprintendente della Scuola di Disegno Professionale di Torino, alla quale parteciparono per la prima volta anche alcune ragazze.

La Gazzetta Piemontese del 24 ottobre 1884, anno della sua morte, gli dedicherà poche parole a lode della sua vita artistica ricca di interessi “Il più bel lavoro di Pastoris è Ritorno di Terra Santa, qui è il trionfo dei colori, la purezza del disegno, la vita dei personaggi. Questo fa il quadro che al Pastoris, giovane ancora, confermò il nome di valente pittore”. Non avrebbe potuto chiedere di meglio. L’Amministrazione comunale di Torino non gli ha dedicato neppure una via.

Ernesto Bertea (1836–1904) fu pittore dalla vita molto dinamica viaggiando in tutta Europa dalla Spagna, alla Francia, considerata punto di passaggio obbligato per qualsiasi artista, alla Scozia ottenendo fin da subito accoglienze positive. Nella sua città, Torino, espose alla Società Promotrice delle Belle Arti e al Circolo degli Artisti. Analogamente agli altri creatori della Scuola di Rivara conobbe diversi artisti della corrente dei Macchiaioli a Firenze, in quel Caffè Michelangelo ove confluirono molti pittori dell’epoca. E’ considerato un pittore discontinuo e talvolta, immeritatamente, mediocre. Evidentemente era alla ricerca di uno stile suo proprio, scevro di contaminazioni macchiaiole e altre correnti, di lui si ricorda anche una nutrita serie di acqueforti. L’Amministrazione comunale di Torino pare si sia dimenticata anche di lui.

Il denominatore comune di tutti coloro facenti parte della scuola di Rivara, compresi gli artisti intervenuti in un secondo tempo, sarà la semplicità degli sfondi agresti e dei personaggi umani umili, ripresi nella ripetitività delle loro azioni, di essi non vedremo il volto poiché essi stessi sono parte integrante della veduta, di uno scorcio di paesaggio al pari di un animale al pascolo o un albero posto al lato di un sentiero. Sarà una pittura silenziosa come è quel mondo pastorale al quale tutti si avvicineranno con il loro stile e le loro sensibilità in una omogeneità di superficie e una profondità di sentimenti. Ognuno rappresenterà il punto di passaggio fra il tardo Romanticismo e una nuova forma artistica della quale sentono l’approssimarsi in quel periodo di fine Ottocento. Sarà anche il contatto con Antonio Fontanesi a spingerli alla rielaborazione della Natura in senso più moderno. Le esperienze parigine li porteranno alla fine del secolo a conoscere la pittura di De Nittis e Boldini.

La Scuola si scioglierà gradatamente dato che ciascuno verrà chiamato ad altre incombenze, alcuni passeranno alla Scuola dei Grigi ovvero dei liguri che annovererà fra le proprie fila artisti del calibro di Ernest Raypel, Alberto Issel, Alfredo De Andrade e Serafin de Avendano.

A ogni buon conto, la Scuola di Rivara rimane un punto di riferimento del paesaggismo piemontese della seconda metà del XIX secolo, meritevole di maggiore attenzione da parte di studiosi e critici. Sicuramente avrebbero avuto maggiore riguardo se quel movimento avesse avuto origine a Firenze o a Roma. I natali hanno sempre molta influenza nel nostro Paese soprattutto quando si tratta di giudicare artisti di levatura come i fondatori della Scuola di Rivara, oggetto di svilimento e scarsa considerazione perché giudicati con superficialità e facile provincialismo.

* Scrittore


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