Storia & storie | 21 agosto 2021

Auto elettriche e quel bolide del 1899

La "Jamais contente" (foto da Wikipedia)

La "Jamais contente" (foto da Wikipedia)

di Francesco Amadelli

La ricerca non si ferma mai, anche quando appare impraticabile e troppo costosa. Un recente articolo apparso su un quotidiano poneva l’attenzione del lettore su due vetture elettriche non certo alla portata di tutti come la motorizzazione di massa richiederebbe. La prima, costruita da un’azienda britannica, completamente elettrica, due posti, conducibile già a 14 anni su percorsi privati non stradali, riproduceva al 75% una Ferrari Testa Rossa del 1957, da produrre in 299 esemplari a un prezzo certamente non modico.

La seconda realizzata recuperando un numero limitato delle famose Fiat 500 “Spiaggina” convertite all’elettrico secondo una bizzarra genialità di Lapo Elkann e prodotte da Garage Italia. Questi esemplari saranno noleggiabili al prezzo di 200 euro al giorno nelle località marine più esclusive d’Italia. Dalla foto riprodotta sul giornale è difficile stabilire quanto queste poche vetture soddisfino alle normative di sicurezza imposte dalla legge: il primo particolare che salta all’occhio è la mancanza delle porte, sostituite da una semplice catenella, su vetture risalenti alla fine degli anni 50 quando le normative in fatto di sicurezza attiva e passiva in Italia erano carenti se non del tutto mancanti. Con i sedili in vimini esse appaiono più giocattoli che autovetture “in carne e ossa” quindi presumiamo mancanti di un numero adeguato di air-bags. Il grado di deformabilità della carrozzeria in caso di urto rimane quello dell’anno di costruzione cioè il 1957 o giù di lì, ovvero pari a zero.

Ciò che le rende uniche e particolari è la loro motorizzazione: sono elettriche. Il quotidiano non fornisce le caratteristiche tecniche quindi non siamo in grado di conoscerne le prestazioni. Sì, perché, contrariamente a quanto si pensi, le vetture elettriche non sono lente come si potrebbe pensare e il loro peso, causa le batterie ricaricabili, neppure modesto, obbligando i costruttori a rivedere e riprogettare la capacità frenante del veicolo. Siamo sicuri che ogni piccolo dettaglio riguardante la sicurezza sia stato tenuto nella giusta considerazione permettendo alle “Spiaggine” quella omologabilità negata a vetture più blasonate? Scartata l’ipotesi di omologazione eseguita in maniera approssimativa e frettolosa ci auguriamo di vedere presto queste simpatiche vetturette sfrecciare sulle strade delle città italiane turisticamente più famose che da noi certo non mancano.

Si dice tecnicamente che i motori elettrici hanno “coppia in basso” ovvero ai bassi regimi, quindi in fase di partenza di solito forniscono prestazioni di tutto riguardo “bruciando al semaforo” vetture dotate di motori a combustione interna. Probabilmente fu questa caratteristica a determinare il record di velocità di oltre 100 km/h segnato da una vettura dal nome beneaugurante “Jamais contente”, mai contenta, nel maggio del 1899.

Alla fine del XIX secolo si discusse molto su quale sarebbe stato il miglior propulsore da installare su un’auto, invenzione recentissima dal futuro inimmaginabile: a vapore, elettrico o con motore a scoppio? A quell’epoca ognuno di essi presentava difetti che andavano perfezionati. In un primo momento parve che l’elettrico avesse il sopravvento: era silenzioso, non si dimostrava lento, anzi nel confronto con il motore a scoppio non ne usciva affatto perdente, ma a influire negativamente sulla velocità era il peso delle batterie.

Per dimostrare che la trazione elettrica avrebbe avuto un avvenire, l’ingegnere e pilota belga Camille Janetzy si mise subito all’opera e, attratto dalla competizione ideata dal giornale La France Automobile, stabilì che il record sul kilometro lanciato sarebbe stato suo. Personaggio caparbio Jenatzy pochi anni dopo divenne un valente pilota arrivando a vincere anche una prestigiosa Coppa Gordon Bennet; rischiò spesso la vita come prevedibile quando ci si pone alla guida di vetture prive di qualsiasi forma di riparo e di sicurezza, neppure una semplice catenella al posto di una regolare e protettiva porta. Il suo rivale diretto era il francese Gaston de Chasseloup-Laubat anch’egli su vettura elettrica.

Il 17 gennaio 1899 i due piloti si impegnarono al massimo sul rettifilo della cittadina francese di Acheres nell’Ile de France; il nostro Jenatzy, dopo una rincorsa di 500 metri, tagliò il traguardo alla velocità di 66,5 km/h. La vittoria parve essere sua ma il suo rivale sfrecciò alla velocità di 70 km/h.

Dieci giorni ci vollero per rivederli di nuovo uno di fianco all’altro. Anche questa volta Chasseloup-Laubat ne uscì vincitore alla velocità di 80 km/h, un miglioramento e un vantaggio notevole rispetto alla prima prova. Jenatzy invece si dovette ritirare per noie meccaniche.

Jenatzy dall’alto della sua competenza ingegneristica fu costretto a rivedere interamente la vettura perciò all’appuntamento del 20 marzo non fu presente, Chasseloup-Laubat si senti già vincitore perché raggiunse i 93,750 km/h. Il traguardo dei 100 km/h era ormai a un passo.

Il 1° maggio 1899, alcune fonti riferiscono si tratti del 29 aprile, (la Fiat verrà fondata l’11 luglio dello stesso anno) Jenatzy si presentò al via con molte chances in più rispetto ai tentativi precedenti; questa volta non poteva sbagliare. I due motori elettrici montati sulle due ruote posteriori vennero survoltati, cioè alimentati da batterie poste in parallelo capaci di generare una potenza maggiore a quella tollerabile dai due propulsori. Se vogliamo definire l’operazione con un termine moderno diremmo che i due motori furono “dopati”; provate a mettere una batteria da 3 volt in un orologio alimentato da una batteria ad 1,50 volt e vedrete il vostro orologio correre all’impazzata fino a bruciarsi. E’ ciò che temeva lo stesso Jenatzy, che i suoi motori si bruciassero nel brevissimo arco di tempo nel quale si chiedeva una prestazione superiore a quella sopportabile.

Pronti? Via!! Ci vorranno 34 secondi, soltanto 34, perché la vettura, simile ad un proietto (come veniva definito allora), analogo a quello descritto da Jules Verne nel famoso romanzo dalla Terra alla Luna, dopo apposita rincorsa tagliasse la linea d’arrivo alla folle velocità di 105,88 km/h. Il record è suo! La vettura ha resistito nonostante le vibrazioni, i motori non si sono bruciati, le gomme hanno tenuto, le batterie hanno svolto egregiamente il loro compito.

Per la Jamais Contente il futuro si presenta roseo, del resto nel nome è il suo destino “giammai sarà contenta”, il suo ideatore si dedicherà al motorismo e alle corse ma un incidente di caccia gli troncherà la vita. Era nato in Belgio nel 1868 e morirà in Francia nel 1913. Fin da giovane si era dedicato allo studio di propulsori elettrici; alla morte del padre dovette seguire la conduzione dell’impresa familiare per la produzione di pneumatici; lavorò in Inghilterra ove fu soprannominato Red Devil, Diavolo Rosso, per il colore della sua barba.

Il successo della sua creazione proprio ai primordi dell’era automobilistica avrebbe fatto pensare a uno sviluppo della trazione elettrica che invece non ci fu, a tutto vantaggio dei motori endotermici. Ora il vento sembra aver mutato direzione: l’uomo si dimostra “giammai contento” delle proprie conquiste. Sarà un vento pieno di novità, lo stesso che non impensierì la sconosciuta dama seduta sulla vettura con vezzoso ombrellino e cappellino. Ne vedremo delle belle!


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